Nel repertorio delle favole africane ne ho cercato invano una sulle mosche. Anche nella letteratura mondiale che io sappia si parla pochissimo delle mosche: mi sovvengo di una novella di Pirandello, di una commedia di Aristofane e di un paio di favole di La Fontaine. In una di queste,
La mosca e la carrozza, si racconta di una mosca beatamente installata sulla schiena di un cavallo che sbuffa trainando un calesse su per una salita. Una volta in cima, gli sussurra all’orecchio:«Buon Dio! Ce l’abbiamo fatta!»
Da qualche tempo le mosche sono diventate per me un’ossessione. Questo stato d’animo mi viene da lontano, dalla mia fanciullezza, quando all’alpeggio si mungeva nei pomeriggi di luglio e agosto: che miseria! E quante mosche! Anche ora, sempre nei mesi di luglio e agosto, quando celebro la messa alle due del pomeriggio nelle cappelle affollate dell’altopiano dei Dogon: quante mosche, quanta miseria!
La mia antipatia per questi insetti raggiunge però il massimo quando li vedo posarsi, senza alcun ritegno, sugli occhi e sul naso dei bambini di qui indifesi, apatici, che non hanno nemmeno un po’ di forza per scacciarli.
Guardando il comportamento della mosca, penso che sia l’animale più libero che ci sia: può volare dove vuole! Non vi è mai capitato di andare in montagna (anche al di sopra dei ghiacciai) e appena vi preparate a togliere pane e salame dallo zaino, scoprire che una mosca è già là, con tutti i diritti per assaggiare prima di voi, ciò che non le appartiene? Una mosca può posarsi su tutto. Per lei una rosa, un dolce, un escremento, una ferita (e quanto è fastidiosa una mosca su una ferita!), è la stessa cosa anche se una mosca ha una speciale predilezione per il letame e i rifiuti. È questa la libertà della mosca: permettersi tutto con tutto e con tutti.
Leggendo i giornali o guardando la Tv, spesso mi chiedo se oggi noi non corriamo il pericolo di diventare come le mosche... Si parla di libertà totale, e così ci troviamo confusi, istupiditi, incapaci di riflettere a fondo, sia che si tratti della quotidianità, della politica o di qualsiasi altra cosa. Sembriamo spinti solo al consumo, a scimmiottare mode insulse e cafone, a fare il tifo per sportivi superpagati e forse dopati, a parteggiare per politici che hanno fatto della beceraggine il loro biglietto da visita. Ma il problema più grave è che siamo sempre meno capaci di distinguere il bene dal male, proprio come le mosche. Facendo così non ci rendiamo conto che svendiamo quanto abbiamo di più prezioso: la ragione, il cuore, il fondamento dell’essere uomo o donna, la nostra “humanitas”?
Ho trovato una strana coincidenza: nella Bibbia il Maligno è chiamato anche “Beelzebul”, che vuol dire “Signore delle mosche”. E se questa confusione moderna tra bene e male, tra buono o cattivo, questa nostra incapacità, o non voglia di scegliere, venisse dal Maligno? Non dobbiamo però spaventarci, perché Gesù è passato per questo cammino prima di noi. Quando Beelzebul disse a Gesù dopo 40 giorni di digiuno: «Di’ a queste pietre che diventino pane!» Gesù fu tentato di servirsi dell’economia per consumare il mondo e se stesso. Quando Beelzebul disse a Gesù: «Ti darò tutto se ti prostri e mi adori!», Gesù fu tentato di servirsi del potere politico per dominare e realizzare la sua vita. Quanto poco servizio del bene comune c’è oggi in politica! Eppure la politica dovrebbe essere la “forma più alta di carità”. Quando Beelzebul disse a Gesù: «Gettati dal tempio; di sicuro Dio interverrà per assicurare lo spettacolo», Gesù fu tentato di fidarsi più delle apparenze che della realtà.
Oggi direi che Gesù sarebbe tentato di andare in televisione. Sappiamo com’è andata: Gesù non perde tempo con Beelzebul, non lo teme; ad ogni tentazione risponde con la parola giusta per non entrare nel regno delle mosche ma in quello di Dio. E se invece di mosche decidessimo di essere api? Un caro saluto e una preghiera.