La legge del più forte 

L’anno scorso i grandi produttori Usa hanno ricevuto dal loro governo più di 3 miliardi di euro in sussidi e incentivi alla produzione. Una ricerca economica, commissionata nel 2003 dai Paesi africani del Sahel, sosteneva che, senza i contributi alle esportazioni statunitensi, il prezzo mondiale del cotone, allora ben più alto di quello attuale, sarebbe salito almeno del 15%. L’anno scorso lo stesso Wto, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha giudicato le sovvenzioni americane illegali perché lesive delle regole sulla concorrenza. Eppure i paesi subsahariani non sono ancora riusciti a far valere le proprie ragioni.

 

 

COTONE TRANSGENICO


 Prosegue l’offensiva americana per introdurre il cotone transgenico in Africa. Lo scorso anno è stato approvato dal Mali un piano quinquennale per sperimentare la coltivazione di cotone geneticamente modificato, giudicato più conveniente perché più resistente ai parassiti. Il progetto, sponsorizzato dalle multinazionali Monsanto e Syngenta con la collaborazione dell’Usaid, non trova però il favore di tutti gli interessati: la mossa americana sembra più un cavallo di Troia per tentare di introdurre per vie traverse il cotone transgenico in Europa, un mercato tradizionalmente ostile agli Ogm. Vi sono forti dubbi che possa risolvere i problemi del mercato africano che soffre per l’abbassamento dei prezzi, non certo per deficienze di produzione. Senza contare che l’introduzione del cotone transgenico renderebbe molti coltivatori africani dipendenti dalle multinazionali per l’acquisto delle sementi. Un “lusso” che i paesi subsahariani non si possono permettere. 
(Matteo Fagotto, Peacereporter) 

 

 

  L’ipocrisia dei   bianchi   

Franc Merceron è svizzero. Vive in Mali da vent’anni.Lavora sul cotone per Helvetas, una Ong elvetica. Ha gli occhi del sognatore e la durezza di un uomo che vuol essere concreto. «Non faccio altro che andare a riunioni sulla lotta contro la povertà», racconta. «Poi gli esperti di quegli stessi paesi donatori cambiano stanza, giacchetta e linguaggio e impongono al governo, in nome di un mercato falsato, di pagare ai contadini un prezzo troppo basso per il cotone. Chi è che condanna alla povertà, dunque? Dovremmo smetterla di essere ipocriti».

 

 

Reportage nelle campagne del Mali. Dove la vita è appesa a un filo

I dannati del cotone

I sussidi alle imprese cotoniere americane hanno fatto crollare il prezzo dell’oro bianco. A farne le spese sono oltre dieci milioni di contadini africani con le loro famiglie. Siamo andati a trovarli

cotone

Testo e foto di Andrea Semplici

Yaya Sidibe potrebbe essere l’uomo più ricco di Sanzana, villaggio della brousse (savana) nel sud del Mali. Capanne tirate su col fango, poco più di mille abitanti, niente scuola, niente dispensario, diciotto chilometri di pista dalla strada asfaltata che allaccia Bamako a Sikasso, le due città principali del Paese. 

Solo le biciclette, fabbricate in Cina, percorrono, con regolarità, la pista di Sanzana: i mercanti le spingono tendendo i muscoli delle gambe e delle braccia. Trasportano così, ammucchiati sul sellino, sacchi di riso, piccoli forni in metallo e scatole di sapone fin nelle savane più lontane. In cambio avranno arachidi e gabbie di polli.

Un anno maledetto

bracciante e cotoneQuesta è la terra fertile di uno dei più poveri fra i paesi africani. Qui, a Sanzana, il cotone potrebbe crescere bene:Yaya Sidibe, per sua sfortuna, ne ha coltivati ben dieci ettari. «È stato un anno di buone piogge», spiega, con lo sguardo immobile. «Ma i semi sono stati un disastro: non hanno reso niente. E il prezzo dei concimi e dei pesticidi è diventato insostenibile ». Già, i prezzi del cotone sono crollati, quelli del petrolio sono diventati inaccessibili. Sono due linee divergenti e non occorre essere economisti per prevedere una catastrofe.

 Yaya Sidibe, oggi, è l’uomo più indebitato del suo villaggio: ha raccolto solo tre tonnellate di cotone nei suoi dieci ettari. Sperava di raccoglierne quattro volte tanto. E quest’anno non ci sono elezioni in Mali, quindi il governo non ripianerà il deficit dei contadini. 

A sua volta, la Compagnie Malienne pour le Développement du Textile,Cmdt,discussa e scassata società monopolista del cotone (al 70% ancora in mano allo stato, al 30% di proprietà di Dagris, azienda francese dell’agrobusiness), non sarà generosa: la Banca Mondiale ha imposto un prezzo d’acquisto obbligato ai ministri maliani e Yaya Sidibe non riceverà più di 160 Cfa (la moneta dell’Africa Occidentale) al chilo per il suo cotone. Il raccolto 2005 vale 50 Cfa (un euro = 656 Cfa) in meno al chilo rispetto a quello dell’anno prima. Sarà un anno di povertà assoluta a Sanzana. E per il Mali.

Nero su bianco

Kassim Coulibaly il primo in alto a sinistra, commerciante e responsabile del Sycov, il sindacato dei cotonieri a Niana, grande villaggio a un’ora di macchina da Sikasso, tira fuori dal taschino della camicia un foglio a quadretti strappato da un quaderno di scuola e piegato in quattro. È un elenco di nomi e numeri e spiega, meglio di qualunque lezione universitaria, i meccanismi del mercato. 

È il bilancio, a fine raccolta, della cooperativa di Sanzana. I venti soci contadini (poco più di 35 ettari di campi a cotone) hanno conti da fallimento rurale: debiti con la banca per più di 4milioni e passa di Cfa (6.000 euro), una perdita secca, sull’ultimo raccolto, di 1 milione e 700mila Cfa (2.660 euro circa). E questo in un paese dove il salario medio di unbraccianti al lavoro operaio non va oltre i 1000 Cfa al giorno, circa 1,50 euro. Per i contadini di Sanzana, quest’anno l’oro bianco del Mali sarà una maledizione: dovranno vendere riserve di miglio o un bue se avranno bisogno di una medicina, se dovranno pagare le tasse o se vorranno comprare un paio di ciabatte al mercato (un lusso che non si concederanno). 

I figli non andranno a scuola e si può solo sperare che vi sia cibo a sufficienza per arrivare alla stagione dei nuovi raccolti. Benvenuti, allora, nel mercato internazionale del cotone: queste sono le sue leggi, le sue regole. Bisogna venire nel sud del Mali, ai confini con la Costa d’Avorio, per scorgere l’invisibile. Qui, nella nebbia di polvere della savana, si può afferrare uno dei due capi del filo che annoda, come un cappio, le decisioni della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale alla vita quotidiana di un miserabile villaggio della savana in Africa Occidentale.

Prezzi in picchiata

«Quest’anno i contadini rischiano di rimanere senza miglio proprio durante la stagione delle piogge. Proprio quando avrebbero bisogno di forze per poter lavorare nei campi», avverte Sanogo Gaoussou, presidente dell’osservatorio sul cotone dell’Africa Occidentale. 

«contadinoIl cotone è una trappola», mi ha spiegato Ibrahim Coulibaly, uno dei leader più spavaldi dell’Aopp, associazione di contadini dell’Africa Occidentale. «La sua coltura esaurisce i terreni e illude i coltivatori: sperano di guadagnare qualche soldo e, invece, si trovano solo sommersi dai debiti». Il cerchio economico del cotone in Mali (e in Africa Occidentale) è perverso: il suo prezzo, sui mercati internazionali, è una curva in picchiata da anni.

I contadini maliani ignorano che gli gnomi di una società inglese, la Cotlook, con sede a Liverpool, ogni giorno decidono il loro destino: i calcoli di questi contabili in gessato grigio sono l’indice di riferimento per ogni trattativa sul prezzo del cotone. E chi glielo spiega a un contadino maliano, con la sua zappa lunga meno di mezzo metro appesa a una spalla, che il suo cotone, sul mercato internazionale, va a rotoli perché 27mila produttori statunitensi (e poche migliaia di greci e spagnoli) ricevono contributi pubblici di quasi 190 euro per mezzo ettaro di terreno? 

Come riuscirebbe a capire Sidi Songo (lui, a Sanzana, coltiva un solo ettaro) o Louis Traoré (un ettaro e mezzo a Bassabougou, villaggio a nord di Bamako) che ogni agricoltore americano riceve, in media, 110mila euro di aiuto pubblico per produrre cotone, mentre loro non hanno in tasca nemmeno 200 Cfa (meno di trenta centesimi di euro) per una visita medica in una clinica rurale?

Trappola mortale

DONNANel 2004 il Mali si è ritrovato addosso un debito di 25 miliardi di euro: in quello stesso anno, infatti, i contadini maliani incassavano dal loro governo 210 Cfa per un chilo di cotone. Era un prezzo fuori mercato e la Banca Mondiale si precipitò a Bamako minacciando di sospendere ogni credito al Paese se il ministero dell’agricoltura avesse continuato a pagare una cifra così alta. 

Una trattativa senza storia: il Mali si è indebitato per pagare i raccolti del 2004, ma ha dovuto cedere al diktat dei banchieri di Washington per il 2005. Negli stessi mesi in cui il cotone diventava uno dei simboli delle distorsioni del commercio internazionale, la sua storia reale era la cronaca di una miseria silenziosa: i contadini, quest’anno, hanno lavorato per nulla; i loro costi di produzione sono ben più alti di quanto incasseranno. 

Hanno solo debiti nella ciotola della loro polenta. Ma il Mali deve continuare a produrre cotone: è la vita di 3 milioni e mezzo di maliani, l’8% del Pil, il 40% delle esportazioni; il suo ciclo produttivo è legato a filo doppio (per rotazioni colturali, per l’uso dei concimi e dei fertilizzati) a quello dei cereali indispensabili alla sopravvivenza di 10 milioni di maliani. Sì, ha ragione Ibrahim Coulibaly, il cotone è una trappola.

Nozze rinviate

Adama Sonogo ha 60 anni, un solo dente, quattro mogli e 21 figli. «Quindici sono ancora vivi», precisa. È il responsabile del mercato del balla di cotone cotone nel villaggio di Dougouba. A fine gennaio, nessun camion della Cmdt si era ancora spinto fino al deposito (un quadrato di muretti di fango, il varco protetto da una difesa di rami spinosi) dove i contadini hanno sistemato il cotone raccolto da almeno tre mesi. I ragazzi stanno sollevando una balla dopo l’altra.

Adama è analfabeta: l’impronta del suo dito indice è stampigliata su un piccolo foglietto, la ‘ricevuta’ della banca dopo che il suo raccolto è stato pesato: poco più di due tonnellate di cotone, una miseria costata un anno di lavoro e quattro sacchi di fertilizzanti. BALLE DI COTONE

Adama sarà pure analfabeta (come l’80% dei maliani), ma i suoi conti li sa fare: ha quasi 300mila Cfa di debiti con la banca; incasserà (quando i camion arriveranno a ritirare il cotone) poco più di 340mila Cfa dalla vendita del cotone. La banca si tratterrà i soldi del suo credito più l’interesse del 10%. Fra qualche mese,Adama si ritroverà in tasca meno di quarantamila Cfa: circa 60 euro. Per dieci mesi di lavori nei campi. 

Con sei persone della sua famiglia chine, per tutto questo tempo, a zappare, ad arare, ad avvelenarsi i polmoni spandendo pesticidi per raccogliere, poi, uno a uno, migliaia di fiocchi di cotone. «Ne valeva la pena?», chiede Adama. «Oggi ho dovuto vendere il miglio per comprare un chilo di sale. Mangeremo una volta al giorno per far durare la riserva dei cereali. E il matrimonio di mio figlio è rinviato: non avrà mai i soldi necessari a pagare la dote».

Ancora polenta

Anche Mamadou non si è ancora sposato: ha lasciato il villaggio ed è venuto a cercare fortuna in città, a Koutjala, la città industriale del Mali, cinque fabbriche per la trasformazione del cotone grezzo in fibra. 

lavoro nella fabbrica Mamadou lavora nella più grande di queste fabbriche. Controlla le macchine che ‘sgranano’ il cotone. Sono impianti vecchi e rumorosi che dividono i semi dai fiocchi: giravolte di tubi aspirano il cotone dai camion e Mamadou controlla che non vi siano intoppi. Per otto ore al giorno sta davanti a una macchina costruita quarant’anni fa in Pennsylvania. 

A sera è rintronato. Andiamo a mangiare a una bancarella al mercato. Un piatto di pesce essiccato e una ciotola di patate costa oltre mille Cfa. «È più del mio salario di un giorno», mi dice Mamadou. «Io sono venuto via dal villaggio per non mangiare più polenta e, in città, continuo a mangiare polenta».

Il viaggio del cotone

I labirinti del mercato sono vie misteriose, logiche solo per chi le guarda da uffici con aria condizionata. Il Mali esporta quasi tutta la sua produzione di cotone. Camion immensi aspettano nei piazzali delle fabbriche di Koutjala che le balle siano confezionate per trasportarle duemila chilometri più a sud, ad Abidjan, sull’oceano Atlantico. 

cotone In questi anni, ai costi di produzione si sono aggiunte le tangenti da lasciare nelle mani dei ribelli che controllano il nord della Costa d’Avorio e nelle tasche rapaci dei gendarmi che sbarrano le vie del Sud di quel Paese. 

Un anno dopo la sua raccolta, il cotone di Adama potrebbe rivedere i campi dove è stato coltivato: il 66% della fibra grezza che esce dalle macchine azionate da Mamadou finisce nelle filature del sud-est asiatico e dalla Cina e dal Vietnam, in un assurdo cammino a ritroso, arrivano le magliette, con su l’immagine di Zidane o Del Piero, che si trovano nei mercati della savana maliana. Ormai sono diventate l’abito tradizionale dei ragazzi.

Grazie a Dio…

Al villaggio di Bassabougou, Louis Traoré, per due mesi ogni mattina, usciva dal cortile della sua casa e guardava verso le piste che portano alla capitale: sperava di veder sollevarsi una nuvola di polvere bianca. Aspettava il camionfabbrica della Cmdt. Aspettava, con timore, anche gli uomini delle tasse: come ogni anno ci sono da pagare troppi soldi. 1500 Cfa (2,30 euro) a persona per tutti coloro che hanno più di 14 anni: una sorta di imposta sull’esistenza. 

«Se il camion non arriva, saremo costretti a vendere una capra per pagare », dice Louis. Sa di mentire a se stesso: anche se la Cmdt ritirerà il cotone, passeranno mesi prima di essere pagati, ammesso che, al solito, rimanga qualcosa dopo aver saldato i debiti. Le storie della savana sono monotone, non meritano articoli sui giornali. Gaston Traoré, forse ha 82 anni, è il membro più anziano della cooperativa di Bassabougou.

Mi invita a sedere all’ombra di un albero, con un gesto mi offre una ciotola d’acqua, un pollo ruzza fra i miei piedi, le donne pestano il miglio. Gaston ha la saggezza rassegnata dell’età: «Ringraziamo Dio di avere cibo per oggi. È un miracolo se siamo ancora vivi e se il villaggio non è deserto. Lavoriamo per poter mangiare anche stasera. Un giorno dopo l’altro. Fino alla morte. Fino a quando Dio vorrà». Gaston non sa (o forse intuisce benissimo,ma non lo rivelerebbe mai a uno straniero) che il mercato internazionale, arrivato fino alle pareti di fango della sua capanna, è sfuggito al controllo di Dio.

 

 

 

 

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