Sam Nujoma

La riforma agraria è considerata una priorità dell'attuale governo namibiano, come lo fu per quello precedente del presidente Sam Nujoma, nella foto sopra, che tracciò le linee guida del piano di acquisizione dei terreni mediante "l'espropriazione retribuita"

 

 

 

 

 

VENDESI… per forza

In Namibia la terra torna in possesso dei neri. Per legge

paesaggip

Le migliori terre della Namibia sono ancora in mano ad una piccola minoranza di agricoltori bianchi. Il governo vuole azzerare i privilegi ereditati dal colonialismo e dall’apartheid e “invita” i grandi proprietari terrieri a vendere

di Roberto Barat

Quello che colpisce in Namibia, ancor prima del deserto e degli straordinari paesaggi naturali è il filo spinato che corre lungo ogni via di comunicazione del Paese. Quel filo serve a delimitare i latifondi dei grandi proprietari terrieri: circa 4mila coltivatori, in maggioranza bianchi, che da soli “controllano” circa l’80% della superficie del Paese. 

Questi enormi appezzamenti hanno una estensione media di 5mila ettari (l’equivalente di 5mila campi di calcio) e si trovano in zone belle e floride, talvolta in autentici paradisi naturali che possono dunque essere goduti (e sfruttati) solo da una esigua minoranza della popolazione. La concentrazione del territorio in mano a pochi soggetti è una delle questioni che stanno più a cuore alle autorità di Windhoek. 

agricoltori La priorità per il governo namibiano è di riequilibrare la suddivisione delle terre ereditata da oltre un secolo di occupazione straniera (iniziata col colonialismo tedesco e proseguita con il protettorato sudafricano, terminato con la fine del regime di apartheid): un’evidente ingiustizia sociale che crea malcontento e tensioni tra la popolazione nera.

Se lo dice la legge

Il presidente Hifikepunye Pohamba, insediatosi nel marzo del 2005, sta seguendo la filosofia dal suo predecessore, Sam Nujoma, primo grande leader della Namibia indipendente, che tracciò le linee guida del piano di acquisizione dei terreni da parte dello stato. Il principio è semplice: il governo deve esercitare il diritto di acquistare le terre in maniera del tutto legale e successivamente riassegnarle alle popolazioni nere. 

La riforma agraria namibiana non ha nulla a che fare, dunque, col modello zimbabweano di Robert Mugabe che punta sulla confisca e sulla successiva ridistribuzione ai fedelissimi di terre in mano ai bianchi. «Il nostro programma di riforma agraria si basa sul diritto, sancito dalla Costituzione, di prelazione all’acquisto dei terreni da parte dello stato: una norma che tutela al massimo i precedentiagricoltore al lavoro proprietari », spiega Petter Johannesen, console onorario della Namibia in Italia. «In sostanza, chiunque voglia vendere una fattoria in Namibia, deve prima chiedere alle autorità se il governo è interessato all’acquisto ». 

Semplice? Non molto. Tanti coltivatori bianchi giudicano i prezzi pagati dallo stato troppo bassi rispetto al valore di mercato, mentre alcuni politici di colore sostengono che è moralmente sbagliato riacquistare terre che appartengono di diritto al popolo nero. Tra questi c’è Katuutire Kaura, leader dell’opposizione parlamentare, il quale vorrebbe anche che la riforma della proprietà terriera procedesse più speditamente. «Sulla questione dei prezzi ci sono evidenti problemi da risolvere», commenta Johannesen. «Molti coltivatori bianchi hanno artificiosamente elevato il valore delle loro proprietà cercando di lucrare sulle vendite. 

La controversia sui prezzi è finita davanti alla corte costituzionale che dovrà stabilire regole precise per le corrette valutazioni economiche».

Una strada obbligata 

«In realtà i prezzi pagati dallo Stato sono generalmente equi», assicura Roberto Scarafia, un operatore turistico italiano che opera da anni in Namibia e che dispone di proprietà terriere. «Il processo di riforma ha tempi di realizzazione lunghi. Ma è una strada obbligata che il governo ha imboccato con decisione. 

L’alternativa sarebbe il modello Zimbabwe, ma gli errori compiuti in quel Paese, con la confisca a mano armata, porterebbero la Namibia al collasso economico e al caos sociale». A molti farmer bianchi è già arrivata la lettera con cui il governo namibiano li invita «cordialmente » a «presentare un’offerta per la vendita delle rispettive proprietà e ad intraprendere negoziati al riguardo ». Spiega ancora Scarafia: «Le autorità sono interessate all’acquisto delle aree fertili e non isolate che si trovano a nord della capitale e nelle propaggini settentrionali del Paese. 

Finora non hanno intenzione di acquisire proprietà dove esistono attività che creano reddito e lavoro. Piuttosto puntano ad acquistare terreni oggi improduttivi, ma potenzialmente redditizi, in mano a stranieri o cittadini bianchi: è il caso di tutte quelle proprietà mal gestite dai cosiddetti weekend farmer ovvero dai ricchi signori delle grandi città che utilizzano le proprietà solo durante il fine settimana magari per scopi ludici». 

Negli ultimi mesi il governo ha accelerato la campagna di acquisizione dei latifondi. Le cose sembrano procedere senza intoppi e i criteri di assegnazione, in passato non sempre chiarissimi, si sono meglio delineati. Dal 1990, anno dell’indipendenza della Namibia, il programma di riforma agraria ha portato all’acquisizione di 135 aziende agricole, per una spesa di 125 milioni di euro. Gli appezzamenti sono stati successivamente ridistribuiti a oltre 37mila persone. 

Ma non tutti i grandi proprietari terrieri bianchi sono disposti a rinunciare a vantaggi e privilegi consolidati in decenni. Le vecchia guardia degli agricoltori, quella di origine boera e tedesca, che spesso è proprietaria dei campi più estesi e ricchi, ha grandi difficoltà ad accettare il nuovo corso della storia. Ma è solo questione di tempo: la stagione dei privilegi razziali in Namibia è destinata a finire.

 

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