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Perché tre tazze ?
Pare che l’usanza etiope di servire agli ospiti tre tazze di caffè derivi da un’antica leggenda popolare. Si racconta infatti che nell’antichità tre vecchi eremiti scoprirono casualmente la pianta del caffè e le sue virtù, osservando gli effetti che le sue bacche facevano su un gruppo di capre al pascolo. La capre, mangiati i chicchi di caffè dalla pianta, mostrarono subito uno stato di strana agitazione. Fu allora che i tre uomini decisero di assaggiare anch’essi quelle bacche. E’ così avvenne, secondo le tradizioni etiopi, la scoperta del caffè. In onore e memoria di quei tre eremiti etiopi, il caffè viene ancora oggi servito tre volte.
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Caffé amaro
Crolla la produzione in Africa In 20 anni l'esportazione di caffé dei paesi dell'Africa centro-orientale è diminuita del 34%, provocando ripercussioni economiche negative su almeno 5 Paesi delle due regioni e sulle famiglie di 22 milioni di lavoratori del settore. Lo sostiene uno studio presentato a una recente fiera del caffè tenuta ad Arusha, in Tanzania, in cui si sottolinea come tra il 1984 e il 2003 le entrate in valuta straniera derivanti dalla vendita del caffè abbiano registrato una perdita di 1,2 miliardi di dollari. I proventi del commercio del prelibato chicco - da cui deriva la miscela diffusa in tutto il mondo – sono diminuiti in modo proporzionale al calo del prezzo del caffé sul mercato mondiale, che ha causato anche una riduzione delle colture di circa 300.000 ettari. Il caffé costituisce la spina dorsale dell'export di alcuni Paesi: Burundi (78% del totale), Rwanda (68%), Etiopia (55%) e Uganda (53%), mentre in Kenya, Tanzania e Madagascar rappresenta comunque una quota di circa il 15%.
(Emiliano Bos - Misna)
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LA
CERIMONIA DEL CAFFE'
ALLA
SCOPERTA DEL PREZIOSO RITUALE DELLE DONNE ETIOPI

Come tutti i riti antichi prevede regole precise. La tradizione impone tre tazzine a testa da gustare molto lentamente. Così, tra un sorso e l’altro, le donne possono abbandonarsi a confidenze, pettegolezzi e… discussioni serissime
di
Stefania Romani, foto di Enrico Salvadori
Kidane Meret, periferia di Addis Abeba, domenica pomeriggio. Comincia così, con venti donne sedute intorno a un tavolo, la cerimonia del caffè a cui siamo stati invitati a partecipare. «All’inizio non è stato facile
trovare un giorno che andasse bene per tutte», racconta Chara mentre è affaccendata a disporre le tazzine di porcellana sul vassoio. «La domenica è il giorno più tranquillo: ci troviamo all’uscita della chiesa e decidiamo a rotazione da chi andare, oggi è il mio turno». Le donne iniziano a sistemarsi ai loro posti. Ce ne sono di tutte le età e di tutte etnie, come testimoniano i tatuaggi disegnati sulla fronte e sul collo. Zewdinesh fa l’avvocato e come molte donne in carriera non si sognerebbe mai di organizzare un rito così nel suo studio di Addis Abeba. Ma oggi è qui anche lei. «I miei genitori vivono in questa zona e io per venirli a trovare ho scelto il giorno in cui mia madre viene alla cerimonia. A volte mi annoio perché si parla di cose che non fanno più parte del mio stile di vita, ma in genere mi diverto specie quando le donne iniziano lamentarsi per i tradimenti dei mariti. Da piccola mi imbarazzava sentirne parlare». Zewdinesh è cresciuta con questa cerimonia, ci è affezionata come tutte le donne d’Etiopia. «Non sono mai riuscita a capire come facessero a versare il caffè alzando la jabena (una specie di caffettiera in terracotta) a mezzo metro di distanza dalle tazzine senza rovesciare nulla. Ricordo ancora la prima volta che mi hanno fatto provare a macinare con il pestello i grani: ho avuto male ai polsi per due giorni».
Confidenze e chiacchiere
La coffee ceremony è nata nello Yemen ed è arrivata nel Corno d’Africa coi mercanti arabi. Per molto tempo è stata proibita dalla chiesa Ortodossa – forse ai sacerdoti faceva paura che le donne
potessero disporre di un momento di socialità e di libertà -, ma presto è diventata una moda che si è diffusa in tutta l’Etiopia. Gli uomini, per tradizione, possono parteciparvi solo come spettatori passivi. Il rituale dura diverse ore e ha delle regole molto precise: i grani di caffè vengono prima lavati, quindi arrostiti e macinati in un mortaio di legno. La polvere ottenuta viene messa a bollire nella jabena. Nel frattempo fioriscono le chiacchiere, che ritmano il movimento delle mani che lavorano. Sedute in cerchio attorno all’ospite, le donne parlano di tutto: del bestiame, dei prezzi del mercato, dei mariti infedeli. Per chi vive nei quartieri borghesi di Addis Abeba è una scusa per scambiarsi qualche pettegolezzo.
Tazzine impegnate
Ma la cerimonia del caffè viene anche utilizzata dalle organizzazioni umanitarie per fare prevenzione sull’Aids: «E’ l’unico modo per informare donne che non hanno radio o televisione», spiega Zebider Meheretu, direttore esecutivo di Mary Joy, una delle prime associazioni che ha iniziato a mandare personale specializzato alle cerimonie del caffè per fare attività di prevenzione. «Abbiamo iniziato anche a distribuire preservativi – confida una giovane volontaria - spieghiamo alle donne come utilizzarli». A una delle cerimonie incontriamo anche Katrine Medane, responsabile dell’Ethiopian Women Lawyers Association, un’organizzazione che fornisce assistenza legale gratuita alle donne in difficoltà. Ultimamente il team di Katrine ha vinto diverse cause per atti di violenza e di stupro inflitti alle donne dai loro mariti: un comportamento che fino a poco tempo fa avrebbe comportato delle semplici ammende in denaro. «La prossima battaglia è quella contro le mutilazioni dei genitali femminili: pratiche barbare e crudeli», spiega - «Vengono inflitte alle bambine nei primi anni d’età o poco prima di un matrimonio per dimostrare la verginità della ragazza. Molte donne le subiscono più di una volta, dopo un parto per esempio. Le conseguenze di queste usanze sono drammatiche: si va dalle infezioni vaginali croniche fino alla morte».

Capre sotto accusa
Il pomeriggio a casa di Chara ha il sapore di una riunione di condominio: discordie, invidie e gelosie nascono anche in questi piccolissimi villaggi dove le baracche stanno una accanto all’altra. E mentre il tempo si dilata nei tre giri di caffè imposti dalla cerimoniale, la discussione ruota attorno alla capra di Seble, colpevole di mangiare sempre tutta la verdura dell’orto di Esther. Come in un piccolo tribunale il gruppo ascolta attentamente, ognuno commenta e poi c’è la sentenza: «La capra deve essere legata». Le donne sorridono e gesticolano mentre mangiano popcorn e orzo tostato: è uno dei rari momenti in cui possono stare davvero tranquille, e intendono goderselo. Sara, per esempio, non vuole rinunciarvi nemmeno durante la settimana, in città. «Organizzo questi ritrovi dopo l’ufficio, mi rilasso molto. E quando ci troviamo la prima regola che vale rigorosamente per tutte è spegnere i cellulari, non si fanno eccezioni. Per nessuno motivo».
L’ospite che non si vede
Arriviamo a casa di Esther, che ha invitato a casa alcune amiche. La domestica è già seduta in un angolo del salotto ad arrostire il caffè. Sedute sui divani di velluto rosso, in tinta con le
tende della sala, il gruppo di signore inizia a guardare distrattamente la televisione. L’attenzione si concentra su uno spot pubblicitario dove un uomo sui trent’anni - capelli impomatati, baffoni neri e camicia anni ’70 – rassicura, con sguardo sornione, la moglie prima di partire per un viaggio. E’ uno dei video – in realtà più simili a una telenovela brasiliana che a un messaggio del ministero della Sanità - usati per la campagna di prevenzione dell’Aids. Quando arrivano le prime immagini dei baci languidi del marito alla sua giovane amante, una delle ospiti si scambia sorrisi imbarazzati con le amiche. Secondo lei questi spot sono inutili. Peggio, di cattivo gusto. Al secondo giro di tazzine, la cameriera passa davanti a ognuna delle signore, soffiando verso il loro viso il fumo prodotto dall’olio aromatico dei chicchi, un modo per intensificare l’aroma del caffè. Siamo solo in cinque attorno al tavolo. Eppure una sesta tazzina vuota è rimasta sul vassoio. Forse qualcuno è in ritardo o ha deciso all’ultimo momento di non venire. «Aspettiamo qualcuno?», chiedo. Mi guardano, sorridono e rispondono che quella tazza è per gli spiriti. Se ne lascia sempre una vuota, per loro.

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