I Palancas Negras (Angola), gli Elefanti d’Abidjan (Costa d’Avorio), i Brasiliani d’Africa (Ghana), gli Sparvieri (Togo) e le Aquile di Cartagine (Tunisia). ‘La banda dei cinque’ deputata a difendere i colori del calcio africano nei prossimi campionati del mondo tedeschi, è nota da tempo. Ma tutt’altro che sopito è lo scalpore destato dai nomi dei ‘cinque’.
Storiche qualificazioni
Per la prima volta non c’è traccia delle nazionali storiche che hanno fatto conoscere al mondo il calcio africano: Camerun, Nigeria, Marocco e Sudafrica resteranno a casa e la Germania la vedranno solo in televisione. È come se per l’Europa fossero assenti Inghilterra, Francia, Italia e Spagna. In effetti le partite per le qualificazioni alla fase finale dei mondiali sono state avvincenti come non mai e, in più di un caso, i risultati sono arrivati solo all’ultimo minuto.
È quello che è successo nel gruppo 3 dove l’ha spuntata per un punto (22 a 21) la Costa d’Avorio sul Camerun. Si è deciso tutto nello scontro diretto dove, dopo 120 minuti di parità a decidere è stata la lotteria dei rigori. Pierre Wome, reo di avere sbagliato il suo (un penalty che è costato al Camerun l’eliminazione), è riuscito a salvarsi a stento dall’ira dei tifosi e della sua federazione.
I primi hanno bruciato la sua casa e quella dei suoi familiari, la seconda lo ha depennato dalla lista dei convocati per la Coppa d’Africa. E proprio la Coppa d’Africa, disputata a gennaio in Egitto e vinta dai padroni di casa, ha aperto alcuni interrogativi sulla qualità delle cinque
equipe che andranno in Germania.
Sogni ivoriani
Ad eccezione della Costa d’Avorio, che si è arresa solo in finale ai Faraoni, le altre quattro squadre sono state eliminate con una facilità sconcertante. Gli ivoriani, che probabilmente si sono ben comportati per non finire in un campo punitivo (era già successo loro dopo il fallimento della prestazione nell’edizione di quattro anni fa), sono gli unici ad avere in rosa un giocatore degno di finire nel tempio delle celebrità assieme a Weah, Nkono, Milla, Abedì Pelè, Oman Biyik e Okocha.
Didier Drogba, già campione d’Inghilterra col Chelsea: nato in Costa d’Avorio, ma cresciuto in Francia, è oggi l’uomo più famoso del Paese. Ma la squadra non è solo lui.
Bisogna fare un po’ di storia e tornare indietro di dieci anni. Allora il Paese non assomigliava a quello di oggi, lacerato da gravi tensioni sociali sfociate anche in scontri armati. La Costa d’Avorio era una nazione tranquilla che non aveva mai conosciuto colpi di stato o guerre civili.
Nella capitale Abidjan si allenavano i ragazzi dell’Asec, l’accademia di calcio più famosa del Paese. Ed è qui che verso la metà degli anni Novanta sbarcò un allenatore francese, Jean-Marc Guillou. A lui venne affidato un gruppo di quattordicenni che entrarono rapidamente nel giro delle Nazionali giovanili: Degny Zokora, Tiéné Siaka, il portiere Barry Boubacar, Abdoulaye Djire, il cannoniere Dindane Aruna.
Una squadra vincente destinata però a sciogliersi: grazie ad alcune tournée europee i ragazzi trovarono contratti nel nord del mondo e firmarono per club francesi, belgi e olandesi. Oggi quei giocatori sono di nuovo insieme e vestono i colori della nazionale, come il giovane Drogba: sono maturati grazie all’esperienza accumulata nei “campionati che contano” e hanno voglia di lasciare il segno in Germania.



Drogba
Essien
Santos
La globalizzazione
Se l’alleanza tra le vecchie leggende e la nuova star fa ben sperare gli ivoriani, qualcun altro deve puntare tutto sui gol di Francileudo Dos Santos Silva, un brasiliano naturalizzato tunisino che per i tifosi è semplicemente Santos.
Per le Aquile di Cartagine la grande soddisfazione è quella di essersi guadagnati la qualificazione ai mondiali a spese del più acerrimo rivale: la squadra dei Leoni dell’Atlante (il Marocco). Un vero e proprio derby al cardiopalma disputato lo scorso ottobre nello stadio di Tunisi, gremito in ogni ordine di posti. In classifica la Tunisia era in vantaggio di due punti e le bastava un pareggio, ma dopo pochi minuti il Marocco aveva già segnato due gol.
La rimonta è arrivata con le reti di Josè Clayton, un altro brasiliano naturalizzato tunisino, e Adel Chedli, ennesimo giocatore con doppio passaporto delle Aquile di Cartagine. Per la Tunisia i mondiali non sono una novità (questa è la terza consecutiva su quattro presenze), ma c’è chi è al debutto. È il caso del Togo che in Germania ci va dopo aver stravinto il suo girone eliminatorio.
Una performance ottenuta grazie al lavoro dell’allenatore Stephen Keshi, professionista nigeriano, ex giocatore di Anderlecht e Strasburgo. Se gli Sparvieri andranno in Germania dopo essersi permessi di eliminare il favoritissimo Senegal, l’Angola ci andrà a spese della Nigeria, ovvero una delle istituzioni del calcio africano. Le Palancas Negras sono la prima squadra dell’Africa lusitana a partecipare ai mondiali e la seconda dell’Africa australe (la prima fu il Sudafrica nel 1998).
L’incognita del Ghana
La quinta équipe africana è il Ghana, avversario dell’Italia ai Mondiali il 12 giugno. Una squadra che ha perso sei delle ultime 7 partite disputate ma che può contare su ottimi giocatori già conosciuti in Europa: dal capitano Stephen Appiah all’udinese Sulley Muntari, a Michael Essien del Chelsea.
Senza dimenticare Kuffour, da quest’anno sbarcato nella Roma per giocare al centro della difesa della squadra di Totti. Kuffour in Italia c’era già arrivato nel ’91, quando da ragazzino venne ‘importato’dal Torino: il presidente Borsano non lo poteva tesserare e lo assunse come fattorino nella sua ditta.
Oggi a guidare i Brasiliani d’Africa c’è il serbo Ratomir Dujkovic, ex ct del Ruanda, criticato dai tifosi perché pratica un calcio troppo difensivo e rinunciatario (accuse simili furono lanciate anche contro il suo predecessore, Beppe Dossena, costretto poi a rassegnare le dimissioni).
La scommessa di Dujkovic è trasformare le sue giovani promesse in calciatori degni del palcoscenico più importante: lo stadio di un mondiale. Non resta che stare a guardare.
Campioni in vendita
Il punto debole del movimento calcistico africano non è la ‘forza’ della sua delegazione a Germania 2006. I problemi vanno cercati altrove e una analisi seria non può non partire dalla diaspora che ad oggi ha portato più di tremila calciatori africani lontano dal loro continente.

Un fenomeno che parallelamente registra l’abbassamento dell’età con cui i giovani talenti neri vengono esportati nel nord del mondo. È la conferma che nemmeno il calcio africano è riuscito a sfuggire alla regola plurisecolare della vendita all’estero delle materie prime anziché della loro trasformazione in loco.
Allo stesso tempo, però, questo è uno degli elementi di ancoraggio del continente al flusso della globalizzazione. Resta da capire perchè l’Africa non riesca a organizzarsi per potenziare un settore da cui potrebbe trarre enormi vantaggi.
Calcio malato
Secondo il camerunense Achille Mbembe, importante teorico degli studi postcoloniali, la risposta è semplice. «L’Africa non ha raggiunto il livello di competitività necessario per svolgere un ruolo di primo piano nel calcio mondiale.
Gli ostacoli decisivi a questo processo sono una cultura istituzionale e una pratica del potere che producono corruzione, avidità, disordine, improvvisazione e incuria». In molti paesi non esiste un campionato nazionale degno di questo nome. La gestione del calcio africano finisce spesso nelle mani di persone impreparate, se non addirittura di capibanda e dei loro scagnozzi che si arricchiscono grazie agli scambi di favori.
La politicizzazione eccessiva delle squadre e la loro gestione troppo burocratica hanno portato a situazioni grottesche. I ministri dello sport e spesso anche i capi di stato, s’immischiano in tutto. Sono presenti a ogni allenamento delle squadre nazionali e si sentono tenuti a partecipare a tutti gli stage di preparazione. Spesso si sostituiscono in toto allo staff tecnico, di cui assumono la maggior parte delle funzioni, compresa la selezione dei giocatori.
E se la formazione la stila il presidente della repubblica e non il commissario tecnico, nemmeno la devastante potenza di Drogba o l’intelligenza tattica di Essien potranno incidere su una sorte segnata: tutti a casa al primo turno. Se ne riparla tra quattro anni in Sudafrica…