Albert Lutuli Il pacifista-rivoluzionario

Albert Lutuli

Il primo premio Nobel mai andato a un africano nero è quello del 1960 per la pace. Il prescelto si chiamava Albert John Mvumbi Lutuli, e così suonava la motivazione: «Se la popolazione non-bianca del Sudafrica si risolleverà un giorno dalla sua umiliazione senza ricorrere alla violenza e al terrore, questo sarà, al di sopra di tutto, per il lavoro di Lutuli, il suo intrepido e incorruttibile leader». Lutuli ricevette il premio in uniforme di capo zulu e intonò seduta stante, nel bel mezzo dell’Università di Oslo, Nkosi sikelel’ iAfrika (Signore, benedici l’Africa), ora inno nazionale sudafricano. Nato nel 1898 in una famiglia di missionari protestanti, Lutuli spese la sua vita a lottare contro la segregazione razziale. Un soggiorno in India, in occasione di una conferenza missionaria internazionale, gli aprì gli occhi sulla nonviolenza. Eletto presidente dell’African National Congress nel 1952, lanciò varie campagne di disobbedienza civile. Venne arrestato più volte e messo al bando per lunghi periodi. Morì il 21 luglio 1967, travolto da un treno.

Walter Sisulu Umile condottiero dei neri

Walter Sisulu

« Una parte di me se n’è andata. Insieme abbiamo assaporato il gusto della libertà. Fin dal nostro primo incontro è stato mio amico, mio fratello, mio custode, mio compagno ». Le parole di Mandela su Walter Sisulu ricordando la sua scomparsa, nel maggio 2003. Segretario generale dell’African National Congress (Anc) fino al 1954, dopo il celebre processo di Rivonia che condannerà molti leader dell’Anc, anche Sisulu verrà spedito nel carcere di Robben Island insieme a Nelson Mandela. Ne uscirà 25 anni dopo, nel 1989. Al primo congresso dell’Anc (1991) dopo trent’anni di clandestinità, il «leggendario» Sisulu diventò il vice di Mandela alla testa del partito. Fra tutti i dirigenti fu quello che, tornato in libertà, seppe conservare lo stile di vita più sobrio. La sua figura rimane strettamente associata a quella di Albertina, sua sposa e compagna di lotta per quasi sessant’anni. «Tra le sue braccia è morto serenamente all’età di 91 anni», hanno scritto le agenzie per dare notizia della sua morte. Walter Sisulu era nato insieme all’Anc, nel 1912.

 

 

 

 

 

 

I grandi leader africani

La rivista Africa dedica ai grandi leader del continente questo spazio di approfondimento, per raccontare chi sono stati (nel bene e nel male).
Dopo la puntata su
Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Hailè Selassiè, Kwame Nkruman e Léopold Sédar Senghor in questo numero ci occupiamo di  Steve Biko (primo presidente del Ghana).  Seguiranno il tanzaniano  Julius Nyerere
, il congolese mobutu Sese Seko...

Omaggio al più amato leader giovanile del Sudafrica

Steve Biko

 

 

Steve Biko

Se fossa ancora vivo, oggi avrebbe meno di 60 anni. Quando venne massacrato dal regime segregazionista sudafricano era appena trentenne. Il nostro ricordo di Steve Biko, il giovane ribelle della Coscienza Nera. E di altri due grandi protagonisti della lotta contro l’apartheid

Di Pier Maria Mazzola



Lo scorso agosto a Pretoria, da poco ribattezzata Tshwane (Siamo tutti uguali), moriva un uomo che aveva avuto una visione chiara della tortura. «Nessuno ti dirà mai qualcosa senza tortura, te l’assicuro io. È come suonare il piano: usi i tasti neri e i tasti bianchi per tirarne fuori una dolce melodia». 

Quell’uomo dall’animo così musicale si chiamava Gideon Nieuwoudt. Fu lui, con altri aguzzini, a “interrogare” Steve Biko, agli arresti da venti giorni, il 6 settembre 1977 nella stanza 619 del comando di polizia di Walmer, Port Elizabeth. Biko ne uscì irrimediabilmente malconcio. Per gli agenti, era stato un «incidente »: il prigioniero si agitava troppo… era andato a sbattere con la testa contro il muro. Praticamente di sua iniziativa. 

L’11 settembre venne trovato nella sua cella in condizioni disperate. Si decise di funerale trasportarlo all’ospedale… di Pretoria! Oltre 1 e 100 chilometri che il detenuto percorse di notte, rigorosamente nudo e ammanettato, sul cassone di una Land Rover. Biko morì la notte seguente. Quell’omicidio atroce convinse il Consiglio di sicurezza dell’Onu - con voto unanime - a mettere il Sudafrica sotto embargo militare, un’iniziativa che contribuirà al declino dell’apartheid. L’eroe della lotta contro la segregazione razziale in Sudafrica è lui, Steve Biko, secondo solo a Mandela. Per i giovani, Biko viene anche prima.

Né amnistia né condanna

Nel 1997, vent’anni dopo la sua morte per «sciopero della fame», Gideon Nieuwoudt ed altri quattro sgherri hanno ammesso, davanti alla Commissione Verità e Riconciliazione presieduta da Desmond Tutu, qualche responsabilità, anche in molti altri casi oltre a questo. 

A proposito: non pago dell’impresa, nel 1987 il colonnello Nieuwoudt si era dedicato anche ad appiccare il fuoco alle sale dove era in cartellone Grido di libertà, il film su Biko. Ma non hanno ottenuto l’agognata amnistia, non essendo stati esaustivi sulle circostanze della torturaomicidio. 

Va anche aggiunto che, nel 2003, la giustizia sudafricana li ha poi prosciolti per insufficienza di prove. Non fatichiamo a im- Se fossa ancora vivo, oggi avrebbe meno di 60 anni. Quando venne massacrato dal regime segregazionista sudafricano era appena trentenne. Il nostro ricordo di Steve Biko, il giovane ribelle della Coscienza Nera. 

E di altri due grandi protagonisti della lotta contro l’apartheid maginare come ci siano rimasti i figli di Steve, Nkosinathi e Samora, e la vedova Ntsiki che a suo tempo si era rivolta alla Corte Costituzionale per impedire che gli assassini del marito beneficiassero della Commissione Verità e Riconciliazione. 

Ma che cos’aveva di tanto temibile un giovane uomo come lui, da indurre il regime di Pretoria dapprima a metterlo al bando, in condizioni di semi-isolamento, e poi a finirlo con la ferocia che sappiamo?

Pedagogia degli oppressi

fraseBantu Stephen Biko nacque nel dicembre del 1946, nella provincia del Capo Orientale. Dopo gli studi secondari si iscrisse a medicina all’Università del Natal - sezione separata per i neri, beninteso. Maturava intanto in lui la coscienza politica. 

Il suo primo impegno fu con l’Unione nazionale degli studenti sudafricani (Nusas). Ma nel 1969 se ne staccò per fondare l’Organizzazione degli studenti sudafricani (Saso). Nella Nusas militavano anche giovani bianchi, la loro presenza era preponderante, Biko si convinse presto della necessità di uno spazio dove i neri in quanto tali si valorizzassero in modo autonomo. Prendeva corpo la Black Consciousness: la “Coscienza (o Consapevolezza) nera”. 

Il giovane Steve aveva annusato lo spirito del tempo, soprattutto quello che soffiava sull’Africa (la negritudine, Kwame Nhrumah, Amílcar Cabral…), sugli Stati Uniti (Malcolm X, il Black Power e la Black Theology…), sull’America Latina (Paulo Freire e la sua pedagogia degli oppressi). «Per “Coscienza nera” - spiegava Biko - io intendo la rinascita politica e culturale di un popolo oppresso. Ora i neri in Africa sanno che i bianchi non saranno conquistatori per sempre. 

Questa scoperta li conduce a porsi la domanda: “Chi sono io? Chi siamo?”. La sfida della decolonizzazione è stata condivisa dai bianchi liberali. Per qualche tempo si sono comportati come portavoce dei neri. Ma poi qualcuno di noi ha cominciato a chiedersi: “Possono forse i nostri amici liberali mettersi al posto nostro?”. La nostra risposta fu: “No!... Finché i bianchi liberali sono i nostri portavoce, non ci sarà nessun portavoce nero”».

grido di libertà: il film
Grido di libertà è il film girato
nel 1972 dal regista 
Richard Attenborough,
dedicato all'intensa vita
di steven Biko; una pellicola
da non perdere.

Bianco, ma amico

Da qui all’accusa di razzismo (alla rovescia), il passo era breve. Ma Biko non si lasciò spiazzare: «Ancora oggi - confessava nell’anno della sua morte - noi siamo accusati di razzismo. È un errore. Noi sappiamo che tutti i gruppi interrazziali in Sudafrica hanno rapporti nei quali i bianchi sono superiori, i neri inferiori.

BikoCosì, per cominciare, i bianchi devono rendersi conto di essere solamente “umani”, non superiori. La stessa cosa per i neri, che devono rendersi conto di essere umani, non inferiori. Per tutti noi questo significa che il Sudafrica non è europeo, ma africano». 

Grido di libertà è un film che il regista Richard Attenborough (quello di Gandhi) ha costruito proprio sull’amicizia di Biko (la prima interpretazione importante di Denzel Washington) con un giornalista, un bianco liberale. 

È grazie a lui, del resto, che sappiamo molte cose di Biko, affidate a un libro di memorie. Per Donald Woods (questo il suo nome), che pagò con l’esilio il suo rapporto con Biko, «l’amico che più apprezzavo era un uomo speciale, straordinario. Nei tre anni che lo conobbi, non ebbi mai il minimo dubbio che fosse il leader più importante dell’intero paese.

Era saggio, pieno di humour, compassionevole, brillante, altruista, modesto, coraggioso. Il governo non ha mai capito quanto Biko fosse uomo di pace. Il suo costante obiettivo era la riconciliazione pacifica di tutto il Sudafrica».

Dopo Soweto

Nel 1972 Steve Biko è tra i fondatori della Black Peoples Convention, federazione di una settantina di gruppi che si riconoscono nella filosofia della coscienza nera. In questo ambiente si prepararono le manifestazioni di protesta di Soweto, la township di Johannesburg teatro, il 16 giugno 1976, di una durissima repressione della polizia. 

Quel giorno vennero massacrati almeno cento neri. La rivolta dilagò per il paese e in un anno si contarono un migliaio di vittime. Moltissimi i giovani, anche bambini. Non era difficile, per il regime, collegare il nome di Biko alla rinnovata consapevolezza che sosteneva la gioventù nella lotta contro l’apartheid. 

Biko non fece mai parte dell’African National Congress (Anc), il movimento storico - quello di Nelson Mandela - che dal 1912 convogliava l’ansia di riscatto della maggioranza nera. Per il leader studentesco, l’Anc era in un certo senso troppo “moderato”, anche se aveva poi fatto la scelta, non condivisibile per un nonviolento come Biko, di costituire un braccio armato. 

Ma prima del suo arresto definitivo, Biko stava preparandosi, come ricorda lo stesso Mandela, a un incontro segreto con Oliver Tambo, il successore di Lutuli alla presidenza dell’Anc. Di quella nascente alleanza il governo aveva sicuramente paura. 

Forse, anche per questo Biko venne ammazzato. 

Ammazzato? «Biko vive!», gridano ancora i graffiti dai muri delle periferie sudafricane.

 

 

 

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