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il primo minareto Nelle moschee più antiche il muezzin chiamava i fedeli alla preghiera direttamente dal tetto dell’edificio. L’uso del minareto cominciò a diffondersi dalla Moschea di Kairouan (VIII secolo), in Tunisia, la cui struttura si pensa possa provenire da una rielaborazione, attuata nella Siria preislamica, dei campanili quadrati delle chiese dei primi secoli del cristianesimo.
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Al
muezzin (“colui che annuncia”) è affidato l’incarico
di comunicare ai fedeli musulmani l’ora della preghiera
quotidiana e della funzione del venerdì. È un mestiere
impegnativo e prestigioso che sta cambiando. Un tempo
occorreva salire sopra il minareto e gridare a
squarciagola. Oggi ci sono microfoni, amplificatori e
altoparlanti. E talvolta, l’adahan, l’invito alla
preghiera, è registrato su musicassette |
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Reazioni
positive alla proposta del ministro degli Affari Religiosi,
Hamdi Zaqzouq, di unificare gli inviti alla preghiera sono
giunte dal direttore del prestigioso centro di ricerche Al-
Azhar, Maher Al- Haddad: «È un’ottima soluzione: molti
paesi arabi usano questo sistema per il richiamo alla
preghiera, dalla Giordania al Libano, al Marocco».
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l'ultimo
richiamo dei
muezzin
Al
cairo infuria la polemica tra i minareti

Sono migliaia gli inviti alla preghiera diffusi dalle moschee della capitale egiziana.
Un frastuono quotidiano che crea confusione e infastidisce molti cittadini.
Il governo ora propone di abolire i muezzin per unificare i richiami. Ma l’idea divide l’opinione pubblica e infiamma lo scontro politico
Testo e foto di
Marco Trovato
Parte
prima
Ibrahim è sull’orlo di una crisi di nervi. Cinquant’anni portati malissimo, due enormi occhiaie che gli macchiano il viso, ha l’aria di un uomo che non se la passa affatto bene. «Sono mesi che non riesco a dormire - racconta sconsolato -, passo le giornate in mezzo al traffico con il mio taxi, vado a letto tardi, dovrei riposare per recuperare le forze, ma non ce la faccio».
Tutta colpa di un vicino di casa rumoroso e sfrontato; un tizio che si mette ad urlare giorno e notte, infischiandosene di disturbare chi gli sta attorno. Urlare è la sua passione, o meglio il suo mestiere: è un muezzin, una persona incaricata di ricordare ai fedeli musulmani l’appuntamento con le preghiere quotidiane prescritte dal Corano. Cinque volte al giorno, dall’alba fino a tarda sera, grida a squarciagola in una moschea situata a pochi metri dall’abitazione del nostro assonnato taxista.
«Non discuto l’importanza delle tradizioni - dice
Ibrahim, preoccupato di apparire insensibile ai richiami dell’islam -, la funzione del muezzin è sacrosanta, il problema semmai sono quei maledetti mostri lì».
Dalla finestra della camera indica due enormi altoparlanti che campeggiano sul vicino minareto. «Sono comparsi all’improvviso una mattina, la scorsa primavera. Hanno la potenza adatta ad un concerto rock. La prima volta che li hanno accesi, i vetri della casa hanno cominciato a tremare e il mio cuore ha avuto un sobbalzo. Ho pensato che si trattasse di un terremoto ».
Ibrahim ha provato con gentilezza a far ragionare il muezzin, facendogli presente il disagio causato da tutto quel frastuono, ma l’irascibile cantore lo ha accusato di essere un miscredente e per tutta risposta ha alzato il volume. «A questo punto sono stato costretto a scrivere un reclamo ufficiale alle massime personalità islamiche della città. Pregare è un mio dovere ma riposare è un mio diritto: esigo che mi venga riconosciuto dalla
religione».
La rabbia degli insonni
Ibrahim è in buona compagnia: sono migliaia i cittadini del Cairo che hanno problemi coi muezzin. Il loro numero e la loro rabbia cresce ogni giorno di più. Lo si capisce dalle lettere infuocate che giungono alla Moschea di Al-Azahar, cuore pulsante dell’islam
sunnita, ma anche agli uffici del Governatorato e a quelli del Ministero degli Affari Religiosi. Mucchi di proteste e lamentele intasano persino i forum dei siti internet islamici.
La gente chiede una regolamentazione degli inviti alla preghiera, in particolare per l’azan, la chiamata all’adorazione della mattina (o notturna, dipende dai punti di vista), che viene divulgata quando il sole non è ancora spuntato. «È un’ossessione che ci perseguita ogni giorno», scrive via mail Abu Rahim, portavoce di un agguerrito comitato antimuezzin. «Viviamo vicino al bazar di Khan al-Khalili dove ci sono moschee ad ogni angolo di strada, ma anche in altri quartieri la situazione è intollerabile: cambiare casa non servirebbe a ritrovare la quiete».
Come dargli torto? Al Cairo i minareti delle moschee svettano ovunque tra grattacieli e vecchie abitazioni. Oltre 4mila fari religiosi (la parola minareto deriva dall’arabo manara, ovvero faro) “illuminano” una metropoli di 18milioni di abitanti. I loro profili si stagliano all’orizzonte, immersi nella cappa di smog che staziona sulla capitale egiziana: hanno forme eleganti e curiose che fanno pensare a torce giganti, matite allungate, fiaccole olimpiche o candele a spirale.
Negli ultimi anni poi c’è stato un proliferare di sale di preghiera, costituite spesso da pochi metri quadri ricavati in scantinati o piccoli appartamenti, che non rinunciano a farsi notare: anche i locali più angusti e spartani dispongono di rudimentali impianti di amplificazione per irradiare gli avvisi religiosi.
L’inevitabile sovrapposizione delle voci dei muezzin dà vita ad un confuso concerto “a cappella” che si propaga dal centro cittadino fino all’estrema periferia. Una sinfonia sacra che si rinnova cinque volte al giorno, ma che ha il suo momento di massimo splendore il venerdì a mezzogiorno, l’ora della grande celebrazione festiva, quando le strade del Cairo si svuotano all’improvviso e la gente si riversa a pregare nelle moschee.
Quello è il momento ideale per assaporare appieno l’effetto corale dei richiami dell’islam. All’improvviso, uno dopo l’altro, da una miriade di punti indistinti e mimetizzati, partono gli inviti alla preghiera. Le parole dei muezzin si propagano in ogni direzione, vibrano tra i porticati, si condensano nei vicoli più stretti e si intrecciano sopra i tetti delle case senza per questo formare un suono unico e nitido. Il risultato non è né fastidioso né armonico. È semplicemente impressionante e maestoso. Emozionante.
Una questione di gusti?
«Voi occidentali considerate esotico tutto questo santo casino», scherza, in italiano, una giovane guida turistica. «Invece per noi egiziani l’invito alla preghiera è diventato un incubo. Un tempo non era così, lo scompiglio è iniziato con l’avvento degli altoparlanti. Ma il Corano non ha mai prescritto l’uso di questi rumorosi marchingegni ».
Ha ragione: ai tempi di Maometto non erano ancora stati inventati e comunque non servivano. «Oggi è diverso », si giustifica Omar, settantadue anni, imam di una moschea a Ghiza. «L’inquinamento acustico ci obbliga ad aumentare i decibel dei richiami».
Si è innescata una spirale perversa: il rumore della metropoli spinge i religiosi a moltiplicare gli altoparlanti, ma in questo modo si contribuisce a far crescere la confusione. «Siamo costretti a gridare sempre più forte per fare sentire il nome di Allah». Ovvio, ma perché tanti fedeli musulmani non capiscono?
L’anziano dignitario religioso scrolla la testa e punta il dito contro la categoria dei muezzin, colpevole a suo parere di mostrare poco impegno e scarsa professionalità. «È colpa loro: sono stonati e hanno una pessima pronuncia», si lamenta Omar. «La gran parte di quelli che si sentono in giro non ha le qualità necessarie per ricoprire un ruolo tanto importante».
Un’accusa pesante la sua, supportata peraltro da prove incontestabili: dai minareti del Cairo solo di rado partono inviti melodiosi. Più spesso i richiami alla preghiera assomigliano a ordini militari, lamenti strazianti, disperate richieste d’aiuto. Certo è anche una questione di gusti personali: ogni muezzin ha il proprio ritmo, la propria intonazione, il proprio stile. «Ma non esiste scuola che possa rendere gradevole una voce sgraziata », ammonisce il severo Omar. «Comunque resta il problema della mancanza di sincronia tra le chiamate».
I muezzin dovrebbero gridare simultaneamente, all’unisono. Non è così: ci sono sempre i ritardatari che arrivano trafelati e con il fiato corto all’appuntamento con il microfono e non mancano neppure gli esibizionisti che, per farsi notare, partono prima degli altri.
L’anarchia che regna tra i minareti è innegabile: a volte capita di sentire la chiamata mentre si sale sul taxi nel quartiere di Zamalek e di risentirla, venti minuti più tardi, quando si scende dalla parte opposta della città. Senza contare che alcuni muezzin trasformano gli inviti alla preghiera (che dovrebbero durare non più di due o tre minuti) in appassionati quanto interminabili sermoni, lunghi anche mezz’ora.
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