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Per cinque giorni,
lo scorso gennaio,
la capitale del Mali
ha ospitato
il grande incontro
della società civile africana.
A cosa è servito
questo summit?
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Un accordo importante
Il Forum sociale non è stato solo un fiume di parole. A Bamako è stato siglato un accordo transfrontaliero tra Togo, Burkina Faso e Mali, per contrastare il traffico di minori tra i tre paesi. È un accordo storico raggiunto anche grazie alle pressioni esercitate sui rispettivi governi dalle associazioni di base africane che lottano contro un fenomeno che coinvolge almeno 15mila bambini ogni anno. La speranza ora è che altri paesi dell’Africa occidentale aderiscano al trattato.
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Appunti africani
Riflessioni sul Forum Sociale di Bamako

di Andrea Semplici
Bamako, capitale del Mali, Social Forum in Africa. Un programma vasto 76 pagine (il forum è durato cinque giorni) di incontri, seminari, concerti, momenti di festa: dalla sorte dei contadini dell’Africa occidentale al futuro del fiume Niger, dalla musica rock nel mondo islamico alle economie del cotone, dal dramma dell’acqua in Sahel ai labirinti del commercio internazionale. Leader sindacali e politici africani a confronto con gli intellettuali ‘no-global’ europei. Qualche migliaio di persone che, spesso per la prima volta, si sono guardate negli occhi scoprendo affinità insospettabili e differenze immense. Cercando un difficile linguaggio comune.
La venditrice di banane
Una ragazza di Bamako vende banane ed è seduta accanto ad una giornalista europea che prende appunti sul suo taccuino. In un buon francese, chiede alla giornalista perché tutta questa gente, bianchi accaldati e africani con i loro abiti migliori, corra da una parte all’altra della città. «C’est le Forum Social», risponde la giornalista. La venditrice sembra soppesare la risposta. «Ci ritroviamo per parlare dei problemi dell’umanità », precisa la donna francese. La ragazza cerca di capire. Poi si alza, saluta, si mette il catino con le banane in testa e cammina con la sua lentezza succhiando acqua colorata da un sacchetto di plastica. Mamadou Traoré, segretario del primo Social Forum africano, ha una risposta ancor più politica: «Questo è uno spazio di dialogo, un luogo di resistenza». Avrebbe capito la giovane venditrice di banane?
Il cooperante
Léonard, volontario francese, ha lavorato per quasi vent’anni in un villaggio del Burkina Faso. «Dieci anni per riuscire a introdurre l’aratro, quattro per convincere un contadino a castrare un toro per avere un bue, altri anni per spiegare che si innaffiano gli orti al mattino», spiega Léonard. «I tempi dell’Africa sono questi: i contadini sono troppo impegnati a sopravvivere per poter essere società civile. A noi europei questa parola piace e i leader dei sindacati contadini sanno cosa raccontarci: loro si autodefiniscono rappresentanti delle campagne, ma il mondo della brousse ha tempi immobili. I contadini sanno meglio di noi cos’è il mercato perché intuiscono che quest’anno sarà la fame per loro: venderanno sottocosto i frutti della loro fatica. Sono rassegnati. Al mio villaggio, il capo dirà: è Dio che lo ha voluto».
Il documento dei leader
Alla sera alcuni leader europei del movimento antiglobalizzazione mangiano al ristorante San Toro (appartiene ad Aminata Traoré, intellettuale di prestigio del Mali, ex-ministro della Cultura) e discutono, con calore, sull’opportunità di stilare un documento finale alla chiusura del Forum. Passare la serata al San Toro vuol dire spendere almeno dieci, quindici volte il salario medio giornaliero di un operaio locale. È il prezzo da pagare per arrivare ad un documento che qui pochi leggeranno. L’80% dei maliani è analfabeta: i contadini firmano con l’indice i documenti dei loro debiti con le banche rurali. E quei documenti sono gli unici che interessano davvero gli africani.
Madame Kanté
Le donne, leggere come immensi ippopotami danzanti, ballano nel piazzale della Maison de la Culture. Cerco là in mezzo chi parla francese. Trovo solo una donna su almeno cinquanta. È madame Kanté, viene dal sud del Mali. «Abbiamo chiesto il permesso ai nostri mariti per venire e siamo qua per farci vedere», spiega con una voce che rimbomba. «Non abbiamo acqua potabile per bere o per cucinare e le vacche si mangiano i frutti dei nostri orti», dice. Madame Kanté mi dà il numero del suo telefono: questo vuol dire che ha un telefono. E anche «un televisore in bianco e nero», precisa. La tivù della brousse: apparecchio cinese che funziona con batterie da 12 volts.
I soliti giornalisti
Razza strana i giornalisti. Alla conferenza stampa di presentazione del Social Forum siamo in una trentina. I giornalisti maliani sono attenti, riempiono pagine di appunti. Gli italiani - unici bianchi presenti - sono più distratti e preferiscono intervistare i soliti grandi nomi: José Bové, Riccardo Petrella, Ignacio Ramonet, Samir Amin, Susan George. I leader partono tutti troppo presto dopo la chiusura del Forum: peccato, bisognerebbe rimanere a lungo nella savana maliana, terra di magia e feticci, per capire a fondo questa terra; mangiare dalla stessa ciotola la polenta di miglio con la salsa di arachidi; accettare l’acqua come dono di benvenuto e guardare negli occhi le vittime vere del mercato. Ma chi ha tempo? Ci sono altri Forum sparsi per il mondo. C’è un calendario di riunioni già fissato in Europa. Il passaggio in Africa è un attimo.
Un altro mondo è possibile
Nella piazza dell’Indipendenza è il cartello pubblicitario del dado Maggi (spezia artificiale della Nestlé onnipresente nella cucina locale) ad augurare, con una grande scritta, un “Buon Social Forum”. Poco lontano c’è un altro cartello: Un autre monde est possibile , “un altro mondo è possibile”, parola d’ordine del Forum Sociale Mondiale. Le piogge lo coloreranno dei toni della ruggine. Ma che almeno le piogge siano abbondanti la prossima estate, solo questo si può augurare ai contadini del Mali, condannati alla miseria dal crollo dei prezzi del cotone. Il Social Forum tornerà in Africa l’anno prossimo, con delegati da tutto il mondo, che si daranno appuntamento a Nairobi, in Kenya. In un anno cambierà qualcosa?
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