Ancora attacchi, ancora rapimenti, ancora minacce, ancora morti. Non siamo in Iraq, ma in Nigeria, anche se l’oggetto della guerra che da anni destabilizza il delta del fiume Niger è comunque lo stesso: il petrolio.
E l’inizio del 2006 non è stato sicuramente dei migliori, per il Paese più popoloso dell’Africa, che si è visto nuovamente pubblicato sulle pagine dei giornali con una serie di imbarazzanti fatti di cronaca: 11 dipendenti dell’Eni uccisi e quattro rapiti (e in seguito rilasciati) dai guerriglieri legati al signore della guerra Mujahid Dokubo Asari, di cui hanno chiesto la scarcerazione.
Dokubo Asari era stato arrestato nel settembre del 2005 dalle autorità nigeriane per alto tradimento, dopo aver tenuto sotto scacco il governo e le multinazionali del petrolio - in particolare l’Eni - ritenendole responsabili di sfruttare i giacimenti, inquinando e calpestando i diritti della popolazione locale.
Già nel settembre del 2004 Asari aveva fatto parlare di sé quando, con alcune minacce alla multinazionale italiana, aveva fatto salire alle stelle il prezzo del petrolio. Le televisioni e i giornali non avevano dato molta importanza a questo quarantenne circondato da uomini armati determinati a condurre attacchi sistematici alle piattaforme petrolifere.
Nel suo bunker
Ma Africa l’ha incontrato nella sua villa-bunker di Port
Harcourt, capitale del Rivers State, dove il capo del Niger Delta Peoples’ Voluntary Defence Force, risiedeva prima di essere sbattuto in cella in attesa di essere processato e rischiare la pena capitale. I giornali nigeriani ne parlavano ogni giorno affibbiandogli gli epiteti di “criminale” e “terrorista”.
Tuttavia, a conoscerlo di persona, quest’uomo imponente e dalla voce roca che si muoveva con passo lento distribuendo ordini qua e là ai suoi seguaci, sembrava gentile e disponibile a raccontare la sua lotta, seppur armata e violenta. «La chiami pure jihad», corregge Dokubo Asari mentre si massaggia un braccio coperto da un’escoriazione provocata da un lanciafiamme. «Questa è la lotta di un intero popolo che viene sfruttato ogni giorno dalle multinazionali del petrolio e dal governo nigeriano. Un giorno mi sono reso conto che dovevo fare qualcosa. E ho deciso di prendere in mano le armi e combattere».
Gli sgherri intorno a lui annuiscono compiaciuti. Di giorno vestono abiti civili, ma quando scende la notte si imbrattano la faccia con una vernice bianca, adornano corpo e braccia di amuleti, imbracciano mitragliatori e compiono scorribande a bordo di imbarcazioni nascoste tra le lagune.
«I miei boys sono in grado di raccattare quante armi vogliono in poche ore», continua compiaciuto Dokubo Asari mentre mostra il suo arsenale bellico sparso in uno sgabuzzino situato a pochi metri di distanza dalla saletta dove le sue due mogli tengono a bada i bambini: decine di mitragliatori e munizioni ammucchiate sul pavimento e in alcuni armadi. «È con queste che attacchiamo quelli del governo e l’Eni».
Già, ma perché? «È semplice», chiosa lui. «La vostra multinazionale arma il governo nigeriano fornendo elicotteri da guerra all’esercito. Gli stessi elicotteri che poi volano e sparano sopra le nostre teste. Sono tutti una mandria di banditi. E poi hanno il coraggio di dire che il criminale sarei io. Nelle zone petrolifere c’è un livello di inquinamento spaventoso e la gente vive nella povertà più assoluta. Il governo nigeriano è sordo, composto com’è da ladri e gangster. Io sono un mujaheddin, un combattente musulmano, al servizio del popolo».
Un mujaheddin alquanto pericoloso. Dopo le dichiarazioni di Asari contro l’Eni, i mercati finanziari hanno registrato un aumento del prezzo del greggio di oltre 50 dollari al barile. Pochi sono tuttavia riusciti a capire da dove fosse spuntato questo signore della guerra, che controlla il contrabbando di petrolio e armi e dispone di milioni di naira (valuta nigeriana) con cui foraggia a piacimento la sua guerriglia: ovvero reclutando uomini e acquistando barche e gommoni. Con i quali i suoi combattenti, nascosti nelle lagune, rubano di nascosto il petrolio dalle piattaforme per rivenderlo al largo delle acque nigeriane, dove navi di varia nazionalità comprano il greggio in cambio di denaro o armi: oil for weapons.
Dopo le minacce l’Eni avrebbe accettato, secondo Asari, di scendere a un compromesso con i guerriglieri. «Ho imparato a essere un leader e la multinazionale italiana farebbero bene a stare attenta. Se ho accettato di scendere a patti non significa che non li tenga sotto tiro. Posso attaccare da un momento all’altro», dice Dokubo Asari. Ma non ci è riuscito. L’arresto e il processo che dovrà affrontare lo terranno ancora per un bel po’in gabbia.