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Terrore etiope

Prosegue la repressione del regime di Addis Abeba
di Raffaele Masto

Le recenti elezioni in Etiopia sono state una farsa,
i leader dell’opposizione politica sono finiti in carcere e le manifestazioni degli studenti sono state soffocate nel sangue.
Il tutto con il complice silenzio dell’Occidente.
Mentre al confine si prepara un’altra guerra

cannone a bademme

Gli eserciti etiope e eritreo hanno ripreso ad ammassare le truppe alla frontiera contesa nei pressi di Bademmme una striscia di terreno desertico e sassoso. La guerra combattuta nel 2000 era costata ai due paesi almeno 1milione di dollari al giorno. 

«È un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana». 

Meles Zenawi

Il primo ministro etiope Meles Zenawi, al potere dal rovesciamento del “Negus Rosso”, il dittatore Menghistu Haile Mariam, avvenuto nel 1991. Il suo regime viene criticato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, ma non dalle diplomazie occidentali

Cercando di capire ciò che succede in Etiopia sembra di sentire risuonare questa famosa frase di Henry Kissingher, usata per molti dittatori latinoamericani degli anni ‘70.

Questa volta il pensiero va a Melles Zenawi, premier e uomo forte d’Etiopia al potere dal 1991. In due giorni - il 1° e il 2 novembre - Zenawi ha soffocato nel sangue una rivoluzione pacifica senza che dagli Stati Uniti e dall’Europa si levasse una concreta protesta o si ipotizzassero pressioni o sanzioni di alcun genere.

Ci sono state solo alcune rituali e innocue note di biasimo che non hanno avuto alcun seguito. Così Zenawi si è trovato legittimato nella sua azione e l’Etiopia confermata nel ruolo assegnatole di potenza regionale di riferimento nel Corno d’Africa. Un bel successo diplomatico per il premier che, paradossalmente, lo ha ottenuto con una esemplare e implacabile repressione sul campo.

Zenawi non ha usato mezze misure. Quando l’opposizione - che, come il governo, dice di avere vinto le elezioni di maggio - ha chiamato in piazza iBambino su schiena di mamma suoi sostenitori, il premier non ci ha pensato due volte: ha schierato le sue truppe d’èlite, i berretti rossi, e ha fatto sparare sulla folla. Da quel momento sono partiti i rastrellamenti per tutta la città. Per una settimana agenti della polizia e dell’esercito hanno arrestato qualunque potenziale oppositore, una operazione meticolosa, scientifica e senza alcuna copertura legale.

Non ci sono cifre ma fonti attendibili parlano di circa 40mila arrestati in tutto il paese, una sorta di deportazione di massa. E tra gli arrestati, ovviamente, i leader dell’opposizione, venticinque dirigenti chiusi in carcere con accuse che, sulla carta, comportano la pena di morte.

L’amico dei potenti

Bimbo con fucileIn questo modo Zenawi ha decapitato la protesta e ha chiuso il capitolo elezioni consolidandosi al potere per altri cinque anni. Il silenzio della comunità internazionale ha una spiegazione che fa proprio riferimento alla citata frase ad effetto di Henry Kissingher.

Il Corno d’Africa infatti è ben lungi dall’avere raggiunto un assetto geo-politico stabile. Basta scorrere la situazione interna e regionale dei paesi che lo compongono: la deriva repressiva dell’Eritrea e del suo presidente Isaias Afworki fanno temere sommovimenti interni; la Somalia continua ad essere un paese disintegrato, senza un governo centrale efficace e riconosciuto; la recente pace nel gigante Sudan è ancora troppo fragile, anche in considerazione che nel Darfur una intesa tra Khartoum e ribelli è lontana.

In questo quadro l’Etiopia è il paese al quale la comunità internazionale, e sopratutto gli Stati Uniti, vogliono assegnare il ruolo di potenza regionale capace di premere per un assetto geo-politico che rispetti gli interessi occidentali e soprattutto che faccia “muro” contro il sempre più pressante tentativo di penetrazione islamica in Africa Nera.

La guerra alle porte ?

A tutto ciò va aggiunto che Etiopia ed Eritrea sono ancora una volta sul punto di farsi la guerra, come avvenne tra il 1998 e il 2000. La frontiera comune dei due paesi sulla cruciale regione del Tigray è da diversi mesi fortemente militarizzata, da una parte e dall’altra. L’Etiopia non ha riconosciuto la demarcazione della frontiera fatta dalla missione internazionale delle Nazioni Unite e l’Eritrea pretende che lo faccia. In questa situazione un incidente di frontiera potrebbe far precipitare la situazione.

E tra gli analisti c’è anche chi pensa che una guerra potrebbe essere, in questo momento, una buona mossa sia per Addis Abeba che per Asmara. Si, perchè se il dittatore eritreo Isaias Afworki avrebbe tutto l’interesse a spostare l’attenzione su un pericolo esterno, per Melles Zenawi le cose stanno più o meno allo stesso modo.

È vero che la mancata protesta internazionale lo ha rafforzato nella regione, ma è anche vero che sul piano interno il malcontento popolare e la protesta sono solo state provvisoriamente arginate e non mancheranno di tornare a manifestarsi. Anche per Melles la guerra - meglio ancora se vincente, magari con la conquista dello sbocco al mare - potrebbe mettere a tacere le rivendicazioni interne che, in buona parte, si basano sul fragilissimo equilibro etnico del paese. L’opposizione che ha mobilitato la piazza e che ha ottenuto il successo elettorale infatti è fortemente caratterizzata dalle due etnie storicamente rivali dei tigrini ai quali appartiene Zenawi: gli Amhara, che un tempo esprimevano la classe dirigente del paese, e gli Oromo che sono in gran parte di religione islamica.

Oggi questa maggioranza di popolo pensa che sia arrivato il momento di contarsi nel paese, e dal punto di vista numerico ed economico hanno buone ragione per crederlo. È proprio su questo punto che si gioca il futuro dell’Etiopia e del Corno d’Africa. Gli Oromo sanno che, proprio per il fattore religioso, non avranno mai il sostegno occidentale a meno che non sapranno realizzare alleanze tali da garantire che attraverso di loro l’estremismo islamico non troverà via facile sull’altopiano etiopico.

La coalizione con gli Amahra serve proprio a questo. E proprio su questi equilibri Melles Zenawi dovrà lavorare se vorrà rendere efficace la sua brutale repressione. A patto che gli Stati Uniti non trovino, nel frattempo, un leader più affidabile e presentabile di lui. Come sempre i destini del Corno d’Africa - patria e simbolo dei guai africani come la fame, la guerra e la carestia - si decidono fuori dal continente.

 

 

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