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Un fantasma che fa paura
Mentre la neopresidente Johnson e i liberiani pensano al futuro, uno spettro del passato continua ad aleggiare su questa fragile nazione monitorata da 18mila caschi blu delle Nazioni Unite: l’ex dittatore e signore della guerra Charles Taylor, attore protagonista delle due guerre civili (1990-1993 e 1997- 2003), e del conflitto intestino che ha insanguinato la vicina Sierra Leone, dove un tribunale speciale lo vuole processare per crimini di guerra. Fuggito nel 2003 in Nigeria, Taylor vive in un esilio dorato da cui riesce ad esercitare la sua influenza sulla Liberia. Fonti attendibili dicono che detenga una percentuale della principale compagnia telefonica del Paese e che parte delle principali transazioni commerciali e finanziarie finiscano nelle sue tasche. Può contare su migliaia di nostalgici in madrepatria. La sua estradizione può essere richiesta solo dal nuovo governo liberiano, quindi dalla stessa Johnson. La quale preferisce non esporsi sull’argomento, probabilmente per timore di scatenare rivolte interne capaci di minare il cammino verso la pace. “Ci consulteremo con i Capi di Stato africani e con l’Onu per trovare una soluzione a questo problema. Non aggiungo altro”.
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Potere alle DONNE!
La rivoluzione della nuova presidente della Liberia
di Pablo
Trincia
La chiamano “iron lady”, la “signora di ferro”.
Ellen Johnson, la prima donna africana eletta presidente,
dovrà guidare una nazione piena di problemi.
Ma la grinta non le manca,
come testimonia l’intervista che ci ha concesso
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Ellen Johnson, neopresidente della Liberia. Alle elezioni il suo nome partiva sfavorito, o almeno così si credeva. Ma nel ballottaggio decisivo il 60% dei liberiani non ha avuto dubbi: ha preferito una donna all’ex calciatore Weah
(foto a destra)
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Un Paese libero dalla guerra, dalla miseria, dalla costante instabilità. È quello che sognano i liberiani all’indomani delle storiche elezioni presidenziali, da cui è uscita vincente nientemeno che una donna, Ellen Sirleaf-Johnson.
Chiamatela pure come volete, di aggettivi ed epiteti ne ha da vendere: la iron lady, la nonna, la pasionaria, l’economista.
Sta di fatto che le redini della Liberia del dopoguerra ora sono nelle sue mani, dopo un lungo e rovente testa a testa in cui l’ex campione del Milan, Gorge Weah, ha avuto la peggio.
Un risultato che rimarrà nella storia, e non solo di questo piccolo Paese dell’Africa occidentale. Mai nessuna donna in tutto il continente era arrivata così in alto.
Un Paese in ginocchio
Ma la Liberia un primato già ce l’ha: quello di primo Paese africano a
diventare indipendente (1847) dopo che, pochi anni prima, alcuni schiavi liberi afroamericani realizzarono i propri sogni, lasciando l’America per un’Africa idealizzata, conosciuta solo attraverso i racconti dei loro nonni.
Sbarcati sulla costa di Montserrado i nuovi arrivati, forti di mag- giori risorse economiche e politiche, dettero vita ad un vero e proprio apartheid nero tagliando fuori e sfruttando brutalmente i nativi.
Tutto questo fino al 1980, quando un sergente di origine indigena, Samuel Doe, marciò con i ribelli fino Monrovia, rovesciando il regime del presidente americo-liberiano Tolbert e gettando le fondamenta di una logorante guerra civile che sarebbe cominciata pochi anni dopo per mano di Charles Taylor.
Conflitto terminato solo da poco più di due anni, con duecentomila morti, centinaia di migliaia tra profughi e sfollati e una Liberia socialmente ed economicamente in frantumi. Per questo la neopresidente Johnson, che ha combattuto contro Doe e inizialmente al fianco di Taylor, prima di lavorare per importanti istituzioni internazionali, si ritrova sulle spalle un fardello che pesa come un macigno. Dare speranza a una generazione che non ne ha mai avuta.
Cambierò tutto»
Africa l’ha intervistata e le ha chiesto cosa farà. «Occorre restituire la speranza al mio Paese - esordisce la nonnina di ferro - riportartando la pace. Senza di essa non costruiremo mai nulla. Dobbiamo mettere fine al reclutamento di giovani miliziani nei distretti vicino al confine tra Guinea, Costa d’Avorio e Sierra Leone».
Tre Paesi segnati da una forte instabilità che l’intera regione fragile e a rischio. Oltre a questo, la Johnson si farà paladina dei diritti delle donne, spesso vittime di una società che le emargina e le sfrutta.
«Costituiscono più del 50% dell’elettorato, è giusto che abbiano anche loro voce in capitolo», continua «assegnerò loro posizioni ministeriali e
amministrative e cercherò di renderle più partecipi alla vita politica di questo Paese. Che è quello che sta lentamente accadendo in tutta l’Africa, dove già alcune donne ricoprono la carica di Primo Ministro o di Ministro delle Finanze mentre altre, come Wangari Maathai, vincono il Premio Nobel per la Pace». Ma non basterà.
Un paese senza economia
Perché la Liberia non ha più un’economia, se non quella sotterranea e di sussistenza sulla quale sopravvive la maggior parte dei suoi tre milioni di abitanti. E dire che, come in molti altri Paesi africani, le risorse non mancano.
La Liberia è il principale produttore mondiale di gomma ed era uno dei maggiori fornitori della multinazionale americana Firestone già negli anni Trenta. Per non parlare dei diamanti, del legno e del petrolio, della cui probabile presenza al largo delle coste liberiane si è cominciato a parlare di recente.
Tutte ricchezze dilapidate da èlite corrotte, regimi militari, signori della guerra. «Qui nessuno si è mai interessato al bene comune», continua la Johnson. «Ognuno ha sempre fatto quello che voleva, compreso l’ultimo governo di transizione. Siamo stati segnati in maniera indelebile da cattive amministrazioni, sperpero e corruzione. Ma ora cambierà tutto. Faremo tornare gli investitori stranieri e ricostruiremo questo Paese».
E cos’ha da dire su George Weah, che l’accusa di aver truccato le elezioni? «Weah sa di aver perso, ma non sa accettarlo. Le sue esternazioni sono assurde e non ha modo di provarle. E dire che lo inviterei a far parte del mio governo. È una persona importante nel nostro Paese. Abbiamo bisogno anche di lui»
Il nuovo presidente della Liberia, Ellen Johnson-Sirleaf, rompe un tabù della società africana, parlando per la prima volta apertamente di violenza sulle donne. Gli abusi sono un grave problema in tutto il continente, ma soprattutto nelle regioni che hanno conosciuto decennali lotte intestine, come Liberia, Congo e Sudafrica. In questo Paese i dati sono allarmanti e le statistiche parlano di una donna violentata ogni 20 secondi.
(Peacereporter,
25-01-2006)
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