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IL LIBRO
Romanzo tratto dall’omonima opera cinematografica, “Vai e vivrai” di Alain Dugrand e Radu Mihaileanu (Feltrinelli 2005, pp. 184, euro 10) è una storia ad alto potenziale emotivo: la costruzione di un’identità – quella di un bambino etiope che diventerà ebreo per necessità - attraverso il gioco incrociato di verità e menzogna. Sullo sfondo emerge la difficile situazione sociale del Falasha, gli ebrei neri, vessati dalla fame e dal razzismo.
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IL FILM
La difficile condizione dei Falasha, gli ebrei d’Etiopia, è sconosciuta in Occidente. A portare sugli schermi la loro storia ci ha pensato il regista Radu Mihaileanu (già autore di Train de vie), con il film Va, vis et deviens, presentato l’anno scorso al festival del Cinema di Berlino. Questa la trama: una madre etiope spinge suo figlio a dichiararsi ebreo per salvarlo dalla carestia e della morte, mentre in realtà nessuno dei due è un discendente del popolo d’Israele. Dichiarato orfano, è adottato da una famiglia francese che vive a Tel-Aviv. Cresce con la paura che qualcuno scopra il suo segreto e le sue menzogne: né ebreo, né orfano, solo nero. Conoscerà l’amore, il giudaismo e la cultura occidentale ma anche il razzismo e la guerra nei territori occupati. Lo stesso futuro, più o meno, che attende gli ultimi ebrei etiopi in partenza per Israele.
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L’ultima” dei Falasha
Una mano rugosa ma esperta modella due statuine d’argilla: re Salomone e la mitica regina di Saba prendono forma. Poi le mette sulla brace e mostra altri pezzi già cotti. Tra due ore sarà pronta anche la nuova coppia. Marye Ngure, una quarantina di anni, campa così: un piccolo artigianato della sopravvivenza grazie ai turisti che si spingono quassù incuriositi dai Falasha, ebrei neri d’Etiopia. «Sono l’ultima Falasha rimasta qui» racconta Marye. Non c’è elettricità. Una lampada a petrolio rischiara la sua semplice abitazione. All’esterno, sulla destra, lo spazio per cuocere le statuette. Questi piccoli manufatti sono l’unico business del villaggio di Wolleka, una manciata di chilometri sopra Gondar, la Camelot d’Africa coi suoi grandi castelli. Nel 1984, l’anno della grande carestia, molti fuggirono verso il Sudan, dove vi rimasero a lungo nei campi profughi. La sig.ra Ngure raggiunse invece la Germania, dove - anni dopo - ebbe anche la possibilità di esporre con una mostra personale i suoi lavori artigianali: sulle pareti di fango della casa ancora oggi una cornice conserva fogli ingialliti del quotidiano tedesco ‘Neue Zeit’, che le dedicò mezza pagina. «Quando tornai al villaggio non trovai più nessuno» scandisce lenta, gli occhi fissi a terra. «Andare in Israele? Non parlo ebraico, ma mi piacerebbe trasferirmi solo se potessi avere una famiglia».
(Emiliano Bos) |
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Terra Promessa ai Falasha
Reportage tra la comunità ebraica d’Etiopia

Entro il 2007, gli ultimi ebrei etiopi saranno trasferiti in Israele. Si completeranno così le vecchie politiche demografiche del movimento sionista. Nel frattempo, nei campi di transito in Etiopia, migliaia di persone imparano a diventare ebrei.
di Stefania Romani
- Foto di Enrico Salvadori
Ogni mattina alle cinque Aviva carica il figlio in spalla, mette nella sporta di tela bianca un biberon vuoto, i documenti con foto e numero che comprovano il suo status di ebrea, e si dirige in fretta verso il quartiere di Lamberet, nei pressi dell'ambasciata israeliana di Addis Abeba. Lì si mette in fila insieme ad altre migliaia di persone, in attesa di entrare nel centro allestito dal North American Conference on Ethiopian Jewry (Nacoej), l'organizzazione con sede a New York che gestisce l'assistenza e il trasferimento in Israele degli ebrei di origine etiope, o Falashà - termine spregiativo usato da chi vuole sottolineare la loro condizione di straniero.
Una storia travagliata
Sono più di 14.000 gli ebrei etiopi che arrivano giornalmente nei campi di transito di Addis Abeba e Gondar: tutti attendono un biglietto di sola andata per Israele. Sulle loro origini si sono espresse diverse teorie. C’è chi dice che sono discendenti di Salomone e della regina di Saba. E chi invece afferma che sono immigrati ebrei arrivati dall’Egitto. Della loro presenza si hanno notizie documentate dall’inizio dell’Ottocento. Originari delle zone del Gondar e del Tigrai, gli ebrei etiopi vivevano di agricoltura e pastorizia. Carestie e malaria costrinsero la gran parte di loro a spostarsi in pianura, dove vennero in contatto con altre popolazioni cristiane e musulmane. La convivenza fu da subito difficile: i Falasha furono vittime di una vera e propria campagna antisemita e vennero fatti oggetto di discriminazioni e di persecuzioni. Molti furono costretti a convertirsi al cristianesimo o all’islam, per poter vivere in pace. Ma ciò non sempre bastava. Agli occhi della maggioranza degli etiopi, essi rimanevano ebrei,
cittadini di livello inferiore, a cui doveva essere negato l’accesso ai luoghi di culto e ai cimiteri.
Un capannone per sinagoga
Oggi, nel cuore di Addis Abeba, un hangar di oltre 15mila metri quadri ospita più di 4.500 ebrei
etiopi, che ricevono un pasto caldo, vanno a scuola, pregano nella sinagoga, e attendono un visto con la data di partenza per Israele. I Falasha restano in questo centro fino al tardo pomeriggio, per poi uscire e raggiungere nuovamente le loro baracche alla periferia di Addis Abeba. Lo stesso iter avviene anche nel secondo campo di transito di Gondar, a nord del Paese, che ospita altre 10mila persone. «Per essere ammessi al compound» - spiega un responsabile - «bisogna dimostrare il grado di parentela con la comunità ebrea etiope; gli accertamenti vengono eseguiti da esperti in genealogia che risalgono anche a sette generazioni precedenti… Una precauzione necessaria per prevenire partenze in massa dai villaggi verso Addis». Essere ammessi al centro infatti, significa avere la sicurezza di due pasti quotidiani (preparati secondo le rigide regole della cucina kashèr) e la speranza di un futuro radioso. Gli ebrei di Addis Abeba pregano in un capannone di lamiera dove ogni dettaglio è studiato per rendere il luogo di culto il più possibile somigliante a una sinagoga di Gerusalemme o Tel Aviv. La sinagoga, una volta terminata la messa mattutina delle sette, si trasforma in una scuola di ricamo e cucito, e in un laboratorio artigianale dove vengono realizzati diversi oggetti “religiosi”. Si lavora seduti sulle lunghe file di panche di legno tarlato, le stesse dove qualche ora prima si recitava la Torah. A scuola, nelle aule del compound, ragazzi di età diverse seguono giornalmente lo stesso programma scolastico utilizzato nelle normali scuole etiopi, con l’aggiunta di lezioni di lingua e storia ebraica.
Israele apre le sue porte
Pur riconoscendo forme di opportunismo per abbandonare uno degli stati più poveri di tutta l’Africa, le autorità religiose d’Israele, a differenza di quelle governative, nella maggior parte
dei casi non mettono in dubbio la credibilità delle origini ebraiche dei Falasha. Negli ultimi 12 anni oltre 20mila ebrei etiopi sono stati trasferiti in Israele (vedi box……). Quando si arriva, si viene condotti in un “centro di accoglienza” della Jewish Agency For Israel, l’agenzia che si occupa del periodo di transizione degli immigrati. «Qui si impara l’ebraico, ad aprire un conto in banca, a compilare un modulo postale o a guidare una macchina», spiega Mike Rosenberg, Direttore Generale del centro. E dopo anni di trasferimenti a singhiozzo, dove partivano poche centinaia di ebrei etiopi all’anno, dalle prossime settimane ne verranno trasferiti 600 ogni mese. La svolta si deve alla recente decisione del premier Ariel Sharon, di aprire le porte d’Israele agli ultimi ebrei d’Etiopia. Una decisione quantomeno curiosa: la nuova politica di immigrazione israeliana, da un lato permette il diritto al ritorno degli ebrei etiopi, dall’altra ignora il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi nella loro terra. «E’ solo una strategia demografica quella di Sharon», commenta inflessibile Abdullah, Deputato del Ministero degli Esteri dell’Autorità Palestinese. «La maggior parte degli ebrei etiopi che arrivano in Israele sono ghettizzati, considerati cittadini di serie B. Molti di loro li ritrovi nei check point dei territori occupati o nei posti di blocco lungo le strade. Spesso, sanno a malapena leggere e scrivere». Nel frattempo ad Addis Abeba e Gondar, il sogno di raggiungere la Terra Promessa sembra sempre più vicino, e si
iniziano a preparare i bagagli.
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