Il presidente dello Zimbabwe Mugabe
li ha cacciati a pedate,
in nome di
una riforma terriera
mai avvenuta.
La Nigeria li ha accolti
a braccia aperte, offrendo loro vasti appezzamenti inutilizzati per aumentare la propria produzione agricola.

 Ora per molti
white farmers
potrebbe cominciare una nuova vita

 

Zambia

Affari d’oro per i coltivatori espropriati da Mugabe 

Sono passati ormai cinque anni dalla famosa riforma agraria varata dal presidente Robert Mugabe in Zimbabwe: in pochi mesi 4.000 farmers bianchi, al tempo possessori del 70 percento delle terre coltivabili, furono brutalmente espropriati delle loro fattorie con contorno di violenze condotte dalle bande armate sostenute dalle autorità.

Da allora quattro quinti dei coltivatori bianchi hanno lasciato il paese per rifugiarsi oltreoceano, in Australia o Gran Bretagna.

 Una minoranza ha invece preferito rimanere sul continente, allettata dalle offerte dei paesi vicini che hanno visto in questi “nuovi profughi” un indispensabile strumento per rivitalizzare le loro agricolture al collasso.

Le autorità di Zambia e Mozambico hanno visto giusto: in pochi anni la produzione agricola è più che quintuplicata, mentre nello Zimbabwe si muore di fame. Arrivi in sordina. 

Il fenomeno non è conosciuto ai più perché, in un periodo di riforme agrarie radicali come quelle in preparazione in Namibia e Sudafrica, in Zambia e Mozambico si preferisce mantenere un profilo basso per evitare problemi diplomatici. 

Soprattutto con il governo di Mugabe che mal tollera che il proprio paese, un tempo il granaio dell’Africa, sia ora costretto a importare mais da Zambia e Mozambico, dove l’arrivo dei farmers bianchi ha creato una vera e propria rivoluzione. 

Le nuove fattorie, nate grazie alla concessione di generosi prestiti da parte di banche e multinazionali del tabacco, danno lavoro a più di 30 mila persone e garantiscono livelli di produzione fino a pochi anni fa impensabili.

Creando anche meno tensioni sociali, visto che quelle coltivate dai bianchi erano terre incolte e sono state date in concessione per svariati decenni, ma restano comunque di proprietà statale. Piccoli correttivi per evitare i problemi nati nello Zimbabwe. 

(Mario Fagotto, Peacereporter, 30/12/2005)

  

 

 

 

 

 

Cercasi agricoltori,
purché BIANCHI

La Nigeria adotta i coltivatori dello Zimbabwe

di Pablo Trincia

È il primo caso di adozione internazionale di contadini bianchi. Tutto è iniziato cinque anni fa, quando l’autocrate presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe ha deciso che, con il cambio di millennio, la minoranza di latifondisti discendenti dei coloni anglo- boeri dello Zimbabwe avrebbe cambiato residenza una volta per tutte. Il piano di espropriazione dei loro possedimenti inizialmente prevedeva una ridistribuzione delle terre ai contadini neri, seguendo i dettami di una propaganda ideologico-nazionalistica che mirava a scrollarsi di dosso il potere dei bianchi e gli ultimi simboli dell’oppressione coloniale. Ma invece di contadini, i white farmers si sono visti piombare in casa decine di sgherri dello stesso Mugabe che, dopo averli buttati fuori con la violenza, hanno occupato le terre o se le sono spartite con alcuni amici del presidente, senza coltivare alcunché.

Un lungo trasloco

Rimasti senza una casa e un lavoro e abbandonati a se stessi, molti di loro languivano in attesa di trovare una nuova terra da coltivare. E l’attesa li ha premiati, con una proposta arrivata dalle sponde del fiume Niger, a quattromila chilometri di distanza: lo scorso anno il governatore dello stato nigeriano di Kwara, Bukola Saraki, ha offerto a 13 di loro la possibilità di trasferirsi in Nigeria, acquistare mille ettari di terreno e investire 250mila dollari a testa. Il tutto con lo scopo di trasformare Kwara nel nuovo granaio d’Africa. Dopo qualche esitazione iniziale, il primo gruppo di white farmers si è stabilito nel piccolo centro di Shonga. «Vivere in Zimbabwe stava diventando impossibile», dice Irvine Reid, cinquant’anni, arrivato all’inizio del 2005. Quattro anni fa un gruppo di uomini armati aveva fatto irruzione nella sua tenuta a 200 chilometri da Harare, legandolo, picchiandolo e obbligandolo a lasciare in fretta e furia la sua casa insieme alla moglie e ai figli. «Quando mi dissero che c’era la possibilità di venire in Nigeria e prendere in usufrutto un terreno ho storto il naso. Non conoscevo il Paese, non sapevo quali fossero le condizioni. Ma una volta arrivato qui mi sono ricreduto. Il governo nigeriano ci ha accolti a braccia aperte». Nel giro di pochi mesi, il lavoro portato avanti dai bianchi dello Zimbabwe è sorprendente: l’erbaccia che ricopriva interi ettari di terreno inutilizzato è stata rimossa, sono state costruite nuove abitazioni, granai e magazzini.

Benvenuti. Anzi no…

«Abbiamo fatto un buon lavoro finora», commenta Hunter Coetzee, un altro farmer, «siamo sicuri che presto vedremo i primi risultati. Dopotutto coltivare la terra è una scienza e noi non abbiamo fatto altro nella nostra vita. Per anni abbiamo lavorato duramente nelle nostre tenute in Zimbabwe, che ora sono lasciate marcire dagli uomini del presidente Mugabe. Qui ci viene data la possibilità di trasformare un’agricoltura di sussistenza in un profitto per tutta la popolazione della regione. Stiamo dando lavoro a molta gente e presto il governo locale farà costruire nuove strade, porterà luce e acqua corrente nei villaggi e amplierà il piccolo aeroporto di Kwara». Le terre che ora sono dei white farmers appartenevano ad alcuni agricoltori locali che non avevano i mezzi economici e pratici per coltivarle, lasciandone parte incolte. Il governo nigeriano li ha rimborsati (anche se alcuni di loro si lamentano di non aver ricevuto ancora nulla in cambio) e ha offerto ai latifondisti bianchi i terreni in usufrutto per venticinque anni. Se il progetto avrà successo, altre decine di white farmers dello Zimbabwe potrebbero arrivare nel giro di pochi anni negli stati limitrofi. Ma la cosa potrebbe non andare giù a tutti. Non sono pochi i nigeriani indignati per la scelta del governo di Kwara e di quello federale di investire su agricoltori provenienti da altri Paesi. E per giunta bianchi. Basta fare quattro chiacchiere con alcuni commercianti a Ilorin, la capitale dello Stato di Kwara, a due ore di macchina da Shonga: «È assurdo», dice uno di loro. «Perché non danno a noi quei soldi e quei macchinari per coltivare i nostri campi? Il nostro governo non ha fiducia in noi, che pure abbiamo abitato queste terre da secoli. E poi, chi lo dice che questi bianchi saranno davvero in grado di migliorare la produzione agricola?».

Diffidenze e opportunità 

«Aspettino qualche mese e vedranno», rassicura sorridente Mike Hellam, un white farmer arrivato in Nigeria nei primi mesi del 2005. Dal giorno del suo arrivo a Shonga non ha fatto altro che rimuovere arbusti ed erbacce, aiutato da una schiera di braccianti del luogo. «Proprio loro sono i primi beneficiari di questo progetto. Li paghiamo l’equivalente di due-tre dollari al giorno, una cifra che nessuno di loro ha mai visto. agricoltori E poi impareranno le nostre tecniche di coltivazione su larga scala: non solo trasformeremo questa terra rendendola cinque volte più produttiva, ma terremo anche dei corsi di aggiornamento per studenti di agraria dell’università locale». Un’iniziativa che potrebbe dunque rivelarsi rivoluzionaria, quella di Bukola Saraki, recentemente nominato miglior governatore di tutta l’Africa. Se entro il 2006 si avranno risultati soddisfacenti, i white farmers diventeranno una merce molto richiesta in tutto il continente e potrebbero presto dimenticare lo Zimbabwe, che nel frattempo langue in un isolamento politico e in una crisi economica allarmante, con i beni di prima necessità sempre più introvabili e inaccessibili. Anche senza la vantaggiosa offerta del governo nigeriano, i discendenti dei coloni sarebbero comunque stati costretti ad andarsene, prima o poi. Ora dovranno imparare a farsi accettare e rispettare dagli abitanti e contadini di Shonga e del resto della Nigeria.