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La storia
L’Angola diventa colonia portoghese verso la fine del 1400. Per i lusitani è una terra strategica. Posizionata sulla rotta delle Indie, è ricca di risorse minerali e naturali. Sugli altipiani si può coltivare caffè, tabacco, zucchero. Il mare è pescoso e (si scoprirà più tardi) ricco di giacimenti di petrolio. Il sottosuolo traboccante di diamanti, rame, uranio, bauxite. Un vero Paradiso terrestre. I sovrani di Lisbona prima e il dittatore Salazar dopo fanno di tutto per non abbandonarlo. Ma i movimenti di liberazione angolani, dopo la Seconda Guerra Mondiale, iniziano a rivendicare l’indipendenza dal Portogallo. La guerra sanguinosa che ne nasce e l’insoddisfazione dei militari portoghesi saranno alla base della Rivoluzione dei Garofani che porterà alla democrazia in Portogallo. E alla sospirata indipendenza di Luanda. Per gli angolani però la guerra non finisce. Il Paese diventa uno dei fronti caldi della Guerra Fredda. Per 27 anni i ribelli filo occidentali dell’Unita (sostenuti da Usa, Sudafrica, Zaire) e i filo sovietici del MPLA (sostenuti da Urss e Cuba) si confrontano in un conflitto durissimo. Tra il 1975 e il 2002 muore quasi un milione di angolani. Finché, nel 2002, il leader dell’Unita, Jonas Savimbi, viene ucciso. Scatta una molla che, come per magia, porta le fazioni alla riconciliazione e il Paese alla pace.
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Gli ex soldati
Una guerra durata 27 anni ha lasciato come eredità 200mila ex combattenti. Un esercito che solo in parte potrà essere reimpiegato nelle nuove forze armate. Per gli altri non c’è che la smobilitazione. Il Governo, con l’aiuto di alcune organizzazioni internazionali, ha varato alcuni progetti per favorire il reinserimento degli ex soldati. Dal 2002, 30mila uomini hanno appeso la divisa e il fucile a un chiodo e si sono trasformati in agricoltori, commercianti, pescatori, artigiani. Nei corsi terminati in autunno, 150 ex militari (75 governativi e 75 dell’Unita) hanno seguito per 65 giorni lezioni di falegnameria e agricoltura. L’obiettivo è dare l’occasione ai partecipanti di mettere in piedi piccole attività che possano diventare fonte di reddito per loro e le loro famiglie. |
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Addio alle armi
I giovani dell’Angola tornano a sognare

Le metà della popolazione angolana ha meno di 18 anni. Sono milioni di ragazzi che hanno voglia di vivere un futuro di pace, ma che stanno vivendo un presente di povertà. I loro sogni crescono grazie anche allo sport
di Enrico Casale
- Foto di Francesco Laera
L’Angola ai mondiali di calcio 2006 in Germania ci sarà.
Sarà una delle nazionali che rappresenteranno l’Africa nella massima manifestazione calcistica. È un evento: sia per l’Africa, sia per l’Angola. Se qualcuno lo avesse detto solo quattro o cinque anni fa, sarebbe stato preso per matto. L’Angola sembrava un Paese perso nella notte di una delle guerre più lunghe che abbiano insanguinato l’Africa (vedi box….). Distrutto dai continui scontri. Minato nelle possibilità di sviluppo. Incapace di costruirsi un avvenire di serenità. Poi, come un miracolo, tutto è finito. La gente, stanca di guerra, ha iniziato a ripensare alla pace. La qualificazione ai mondiali di Germania è uno dei segnali più belli della rinascita della nazione.
Un Paese che spera
La fase di transizione del Paese è in corso. Nel 2006 il presidente Josè Eduardo Dos Santos (leader del Mpla) ha annunciato che si terranno elezioni nazionali. Alle urne si presenterà una nazione giovane. Secondo un recente censimento la popolazione angolana si aggira sui 14 milioni di persone dei quali circa la metà sono al di sotto dei 18 anni. Ragazzi che hanno voglia di vivere un futuro di pace, ma che stanno vivendo un presente di povertà. L’85% della popolazione vive di un’agricoltura di sussistenza, ma soprattutto deve fare i conti con la triste eredità della guerra.
L’Angola ha il primato delle mine inesplose sul suo territorio. Si calcola che ce ne siano 15 milioni (più di una a persona) che rendono improduttivo un terzo dei terreni fertili del Paese. Nonostante siano in atto programmi di sminamento e il Governo abbia promesso di distruggere le proprie scorte di ordigni, nel 2004 sono morte 35 persone e ne sono rimaste ferite altre 55. Solo nei primi sette mesi del 2005 sono morti 8 bambini. A questo si aggiunge il primato africano dei disabili: 170mila, molti dei quali a causa della guerra. Il Paese però è giovane e ha grandi risorse sulle quali contare. Innanzi tutto il petrolio. Risorsa che attualmente contribuisce al 45% del Pil della nazione. E non è l’unica
risorsa: il sottosuolo angolano è ancora pieno di oro e di diamanti. Le foreste sono zeppe di legname prezioso. La terra e il clima possono poi assicurare un buono sviluppo dell’agricoltura. Il Governo da parte sua sta facendo enormi sforzi per creare i presupposti per lo sviluppo. La corruzione, è vero, è ancora alta e spesso i proventi petroliferi non sono equamente distribuiti. Ma è anche vero che il ministro dell’Istruzione si accinge a varare programmi di educazione e formazione che permettano di ridurre il tasso di analfabetismo dal 60% attuale al 15% entro il 2015. Lo stesso Governo ha varato un piano per la costruzione di nuove strade e la sistemazione di alcune arterie distrutte. Nonché la riattivazione di alcune linee ferroviarie.
La vita riprende
La fine della guerra ha riportato fiducia verso il Paese. Il primo segnale di questa fiducia è rappresentato dal progressivo rientro dei rifugiati e degli sfollati. Nel 2002 c’erano quasi 4 milioni di sfollati interni e circa 250mila rifugiati nei Paesi confinanti. Da allora quasi la metà dei
rifugiati sono rientrati in patria e lentamente anche gli sfollati stanno rientrando nei loro villaggi di provenienza. «Nei villaggi - spiegano molti viaggiatori di ritorno dall’Angola - si respira una grande voglia di vivere. C’è una felicità e una gioia per le cose semplici come giocare a calcio, andare al cinema la sera, incontrarsi dopo cena fra amici. Una voglia di reimpossessarsi di quella vita che la guerra rendeva impossibile. La gente proprio non ce la faceva più di morti, feriti, scontri, rapimenti. Due generazioni non hanno mai conosciuto la pace e oggi per loro anche le cose che a noi sembrano scontate sono conquiste preziose». Una vitalità che si registra anche a Matala, la cittadina nella quale la società Oliver Ogar Italia ha ristrutturato l’ex teatro coloniale portoghese trasformandolo in un centro polifunzionale. Un centro (al quale si riferisce il servizio fotografico che correda questo articolo) che è diventato punto di riferimento per attività culturali, politiche e formative. Ma anche numerose attività sportive: pallamano, karate, danza e, soprattutto, calcio. Il football è diventato una vera passione per gli angolani. Tanto che la loro nazionale è riuscita a qualificarsi per i Mondiali del 2006. Una conquista che è il simbolo del riscatto di una intera popolazione.

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