MAGICO AKAKUS
Il deserto libico apre le sue porte
Cinquant’anni fa uno studioso italiano scoprì sulle pareti rocciose del Sahara libico una stupefacente pinacoteca di incisioni e affreschi preistorici. Oggi, con la fine dell’isolamento internazionale, Gheddafi può aprire ai turisti il più grande (e fragile) museo all’aperto di arte rupestre
di
Andrea Semplici

La casa di Fabrizio Mori, il paletnologo che mezzo secolo fa scoprì, nell’estremo Sud della Libia, le grandi gallerie di arte rupestre dell’Akakus, è sul crinale di un colle. Fra le vallate dell’Orcia e dell’Arno. Panorama struggente di campi coltivati a foraggi e vacche al pascolo. Ma i suoi occhi sembrano, per un attimo, andare al di là dell’orizzonte: oltre le colline, oltre il mare, oltre le sponde del Nordafrica, c’è il suo Sahara.
MEZZO SECOLO FA…
Questo è un doppio anniversario: a dicembre Fabrizio Mori compie ottanta anni. Cinquant’anni fa, nel 1955, i suoi occhi, primi sguardi di un uomo bianco, si erano posati sui graffiti dell’Akakus. Mori non lo sapeva ancora, ma quella sua scoperta avrebbe cambiato non solo la sua vita, ma aperto spiragli sulla storia della civilizzazione
dell’umanità sulla Terra. Quei graffiti, le centinaia e centinaia di siti rupestri del Sud della Libia, sono la prova che la civiltà dell’uomo non era nata solo nel Vicino Oriente; la rivoluzione neolitica (agricoltura, allevamento, uso della ceramica) era stata policentrica, le nuove culture erano nate nei più lontani angoli della Terra e il Sahara ne era uno dei luoghi fondamentali. Oggi questa è una verità scontata, ma mezzo secolo fa, affermarlo era un’eresia archeologica e una piccola, grande rivoluzione scientifica. E a raccontarla non fu un accademico, ma un giovane studioso, di grande curiosità e passione.
ESPLORATORE PER CASO
L’Akakus, quando Fabrizio Mori, giovane di trent’anni, vi arrivò (un viaggio in Fiat Campagnola da Tripoli), non era, da tempo, una terra sconosciuta.
Esploratori sahariani (Barth, Duvereyer, Frobenius) avevano costeggiato le piste accanto alla sua falesia. Ma nessuno aveva pensato di scavalcare quella cresta montuosa che chiude, come una cortina, verso Sud, gli orizzonti del Sahara libico. Fabrizio Mori ha un grande merito: lui, inesperto di cose
sahariane, credette ai racconti dei tuareg, dette fiducia a chi gli narrava di grandi pitture sulle pareti di roccia di quel deserto. In un giorno di maggio del 1955, la peggiore stagione nel Sahara, affittò tre dromedari e si fece accompagnare, assieme al suo amico Simone Velluti Zati, da due guide fidate.
Pochi giorni dopo, le porte della più straordinaria pinacoteca rupestre del mondo si socchiusero di fronte alla prima, piccola carovana guidata da un viaggiatore occidentale. Da allora, quasi ogni anno, fino al 1996, Mori è tornato nell’Akakus.
LA STORIA SULLA ROCCIA
Le incisioni rupestri del deserto libico svelano la storia scomparsa del Sahara. Quindicimila anni fa l’ultima glaciazione cominciò a ritirarsi e il deserto divenne terra fertile, un delta confuso di fiumi e paludi. Clan di cacciatori neri inseguirono in questi nuovi territori le grandi mandrie degli animali selvaggi. Duemila anni dopo, da oriente, arrivarono anche gruppi di pastori con i loro greggi.
E i cacciatori-pastori si trasformarono in artisti, pittori senza nome capaci di raccontarci il loro mondo sulle pareti di roccia dell’Akakus. Cominciarono, nelle ere più lontane, a descrivere le loro coraggiose battute di caccia contro elefanti imbizzarriti o
mandrie di bufali preistorici.
Poi disegnarono delle misteriose figure senza volto e senza sguardi, dalla testa ovale: per la prima volta nella storia, l’uomo ritrasse se stesso. I pastori-pittori erano già alchimisti dell’arte: sapevano polverizzare ocra e limonite per ottenere colori densi ed eterni.
Senza saperlo scomposero e ricomposero la figura umana come solo Picasso avrebbe saputo fare migliaia e migliaia di anni dopo. Fra 5mila e 6mila anni fa, il Sahara era un Eden rigoglioso: in quel periodo si affinarono le regole e i ritmi di una complessa società pastorale.
E le tele di roccia diventarono le ‘fotografie’ della vita quotidiana di villaggi preistorici, delle acconciature delle donne, della bellezza dei volti. «Il Sahara libico è un eccezionale laboratorio - spiega Savino Di Lernia, allievo di Mori e oggi direttore della missione archeologica italiana in Akakus - qui si ripercorrono i passi dell’umanità. Il Sahara ha conservato le tracce di ogni cambiamento: qui si comprende la nascita del nomadismo pastorale e la formazione delle prime società complesse».
L’IMPATTO DEL TURISMO

Oggi questo deserto ha aperto le sue porte al turismo. Nel sud-est della Libia, in poche centinaia di chilometri, sono racchiusi tutti i paesaggi sahariani: dalle hammada, distese senza fine di pietre annerite dal sole, agli erg dalle dune immense a coda di serpente; dai laghi salati attorniati dai palmeti, ai canyon rupestri dell’Akakus. Tutto a portata di fuoristrada.
L’eclissi totale di luna del prossimo marzo (la zona perfetta per ammirarla è proprio il sudest libico, vedi box….) potrebbe portare nel deserto, secondo le previsioni libiche, qualcosa come 750mila turisti. Ma questa è una terra fragile e già spossata: non c’è più legna nell’Akakus, ovunque si trovano i rifiuti dei turisti, non un solo reperto archeologico affiora più la le sabbie.
E le compagnie petrolifere, soprattutto nella regione del Messak, stanno aprendo piste su piste. Il futuro del Sahara libico dipenderà molto dalla missione archeologica italiana che quattro anni fa ha messo a punto un piano per la creazione del Parco del Tadrart Akakus e del Messak, patrimonio dell’umanità, secondo l’Unesco. È una possibile, fragile via di salvezza. Ma non vi è mai una sola verità. Nemmeno nel Sahara.
UOMINI BLU
In questo angolo di Libia vivono 20mila tuareg, scampolo del più grande popolo del Sahara disperso fra i territori di cinque stati. Sono quasi tutti sedentarizzati: oggi non sono più di mille a nomadizzare attorno all’oasi di Ghat.
Il turismo ha cambiato anche la geografia sociale di questa terra. Salah, giovane tuareg libico, una moglie e sei figli, per tanti anni aveva fatto l’insegnante. Non
pascolava più dromedari fra i canyon dell’Akakus. Il turismo è stato il complice del suo nuovo nomadismo: oggi lavora come autista per un’agenzia italo-libica.
«Ho ritrovato la mia vita - dice - anche a casa dormo in terrazza pur di sentirmi libero. Anzi: cambio di continuo la disposizione dei mobili, come se volessi essere sempre in un posto diverso». Barka, un’altra guida tuareg, è tornato ad indossare con fierezza i costumi tradizionali del suo popolo. Una sera, felicemente sdraiato sulla cresta di una duna, mi ha confidato: «I turisti mi hanno riportato in deserto.
Ho ritrovato la libertà che avevo perduto. Quella che avevo ascoltato nei racconti del padre di mio padre». Ogni famiglia tuareg ha un ragazzo che lavora nel turismo: come guida o come autista, come operaio o cuoco, come responsabile dei dromedari per i trekking o cameriere.
Non solo: decine e decine di agenzie turistiche locali sono nate (e molte sono morte in breve tempo) fra le ultime oasi del Fezzan. «Il business è duro - spiega Ines Kohl, antropologa tedesca che sta studiando le conseguenze del turismo sulla società tuareg - il governo cambia di frequente le regole e le norme di ingresso dei turisti in Libia. Chi non ha capitali regge a fatica in questo mercato, ma offrire servizi turistici è diventata una strategia di sopravvivenza».
QUALE FUTURO?
Il Sahara della Libia però rischia seriamente di subire i danni dall’assalto turistico: troppa gente verrà fino qua per vedere l’eclissi del prossimo marzo. Troppa per la fragilità di questo deserto.
Questo articolo non ha risposte. Pone domande sull’equilibrio fra un passato lontanissimo e la strana modernità del sud-est libico, fra i capolavori dell’arte rupestre e le trivelle dei petrolieri.
Fra l’arcaicità dell’antico mondo tuareg e i loro ragazzi che corteggiano le turiste occidentali. Lo studioso Savino Di Lernia ha le parole del ricercatore attento: «L’Akakus ci sta insegnando, con la sua storia, come l’uomo, in ambienti difficili e in ecosistemi fragilissimi sia riuscito sopravvivere, a svilupparsi, a trasformare la sua vita.
Noi, scavando nella sabbia, stiamo imparando i meccanismi di convivenza fra l’uomo e la natura. È quanto oggi chiamiamo sviluppo sostenibile ». Fabrizio Mori, a ottanta anni, ha ripreso il suo cammino sahariano e, appena può, lascia le colline del Chianti e torna nel deserto libico. Laggiù ha comprato un pezzo di sabbia e i suoi vecchi tuareg lo hanno aiutato a costruire una zeriba, una capanna di paglia e foglie di palma. È il più bel luogo del mondo.
Scaffali di sabbia
In uscita la nuova edizione della guida
Libia
(ed. Clup/De Agostini) di Daniela Scapin e Andrea Semplici: imperdibile.
L’editrice Polaris ha sfornato di recente due interessanti volumi dedicati al deserto libico:
Libia arte rupestre
del Sahara di Giulia Castelli Gattinara (163 pp. € 27,00) svela i segreti delle misteriose immagini scolpite e dipinte sulle rocce del Messak e del Tadrart Acacus.
Libia del Sud
di Jacques Gandini (444 pp. € 29,00) illustra itinerari e percorsi sahariani tra le dune di Murzuk e d’Ubari, fra le rocce dell’Akakus e del Mathendusc, alla scoperta delle oasi di Ghadamès, Ghat, Cufra, conducendo il lettore fino alle pendici del Tibesti e le sabbie nere del vulcano Waw an Namus.
Altre guide da segnalare:
Libia
(2002, Edt, edizione italiana della Lonely Planet, pp. 336, € 18) e
Libia (2003, Touring Club, pp. 192, € 21).
Da leggere l’ultimo libro di Fabrizio Mori, il paletnologo che ha
scoperto le gallerie rupestri dell’Akakus: Le grandi civiltà del Sahara antico
(2000, Bollati Boringhiesi, pp. 349, € 77,47). Chi è appasionato di deserto non può non essere abbonato a Sahara, rivista di esperti sahariani (www.saharajournal.com)
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