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Io, uomo bianco, ho provato l’iniziazione
Marion Laval-Jeantet e Benoît Mangin sono due “artisti etologi” francesi che si sono sottoposti all’esperienza dell’iniziazione bwiti.
Ne hanno tratto delle foto e un video, che sono stati mostrati l’estate scorsa al Pac di Milano nel quadro dell’esposizione Arte religione politica.
Laval-Jeantet ha anche scritto un libro, Paroles d’un enfant du Bwiti (Paris, 2005): «Il Bwiti permette di toccare la Luce, e la Luce è un tesoro che non è di per sé trasmissibile, perché l’esperienza di ciascuno nel Bwiti è unica. Dunque, è un segreto».
Ci rimane l’impressione che, a parte chi tenta l’iniziazione per seri intenti scientifici, ciò che davvero interessa è sperimentare un allucinogeno che, a quanto pare, non crea dipendenza; l’ibogaina contenuta nell’arbusto sacro sembra anzi essere un valido aiuto nell’interrompere il ciclo della tossicodipendenza.
Ma dal fare un “viaggio nell’eboga” a praticare “la religione dell’eboga”, prendendo quindi parte alla vita di una comunità, ce ne corre…

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Scoperta dai Pigmei
Tutto è iniziato dai pigmei. La loro osservazione del comportamento euforico
talora manifestato da elefanti, scimmie ed altri animali, li fece risalire ad un arbusto le cui foglie e radici avevano effetti defatiganti o allucinogeni, a seconda della quantità in cui venivano assunte dal soggetto. Probabilmente nel corso del XIX secolo, i piccoli uomini delle foreste confidarono la loro scoperta dell’iboga alle vicine popolazioni bantu del Gabon. Negli anni Trenta, quella radice è diventata l’elemento fondante della religione
Bwiti. |
I
SACERDOTI TELEMATICI
Come altri culti e tecniche spirituali di altri continenti, anche il Bwiti esercita una certa attrazione sugli europei.
Va però detto che le esigenze e lo sforzo richiesti dall’iniziazione sono tali da non far accorrere le masse.
Spiega Giorgio Samorini: «L’iniziazione bwitista è dura, non solo meravigliosa. È per questo motivo che tutt’oggi in Gabon non si è sviluppato quel “turismo psichedelico” cosi tipico di altre regioni del mondo».
A dire il vero oggi ci sono sacerdoti bwiti “telematici”, che da internet invitano all’esperienza. Nga Christine Owondo, per esempio, informa che «le iniziazioni si svolgeranno in una cappella bwitista nei paraggi dell’aeroporto », e promette «sviluppo personale, liberazione interiore, guarigione, contatto con le forze della natura» eccetera.
Mentre il Gran Maestro Ikuka chiarisce subito la spesa: circa 1300 dollari, inclusivi dell’acquisto del costume tradizionale e degli altri articoli necessari per l’iniziazione, nonché dei servizi di un interprete. |
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La luce del Bwiti
Viaggio nella spiritualità profonda del Gabon

La religione Bwiti, diffusa tra il popolo fang,
rappresenta un caso esemplare di sincretismo africano.
Tra danze rituali e lunghe veglie di preghiera,
le sue cerimonie nella foresta
fanno convivere il Vangelo con una pianta sacra
dagli effetti allucinogeni
di Pier Maria
Mazzola - foto di Laurent Sazy
«Spero di riuscire a sposarmi di nuovo e di avere dei bambini ». «Io ero uno destinato ad essere ricco, ma non lo sono diventato! Degli stregoni mi impedivano il cammino della ricchezza». «Ero cristiano, ma nel cristianesimo non ho trovato nessuna risposta ai miei interrogativi ».
Sono queste alcune delle motivazioni che spingono molti gabonesi di etnia fang ad avvicinarsi al Bwiti, una “nuova” religione (se ne hanno notizie a partire dagli anni Trenta con un notevole incremento negli anni Cinquanta) che è un tipico, e intricato, caso di sincretismo.
Al suo formarsi hanno contribuito fattori vecchi e nuovi: antichi culti resi agli antenati; l’ossessione della stregoneria, alla cui lotta erano dedite società segrete specializzate; l’arrivo della “religione dei bianchi”, con il fascino esercitato specialmente dall’Antico Testamento (non a caso troviamo spesso, tra i “profeti” del Bwiti, ex catechisti e seminaristi); la crescente voglia di riscatto dalla dominazione coloniale.
E, non ultimo, il ricorso a una pianta sacra il cui segreto venne carpito alla foresta dai pigmei e da questi generosamente confidato alle vicine popolazioni bantu.
Lo chiamano «legno amaro»: è l’eboga, o
iboga.
MANGIARE PER “VEDERE”
La vita delle comunità bwiti, affiliate in almeno una dozzina di “chiese” in Gabon ed estesesi a Camerun e Guinea Equatoriale, conosce due momenti alti: l’iniziazione di un nuovo membro e lo ngoze, la messa.
L’iniziazione, detta Tobe si, sedere per terra, dura normalmente tre giorni. È il rito chiave nella vita del fedele.
Il novizio si sceglie un padrino e una madrina: avrà bisogno del loro conforto e della loro esperienza quando avrà cominciato a mangiare il «legno amaro» che gli provocherà frequenti vomiti e abbassamento della temperatura corporea.
La confessione dei peccati, fatta individualmente a un membro della comunità, apre il rito vero e proprio: essa mira anzitutto ad accertarsi che l’iniziando non sia uno stregone (e, se lo fosse stato, che sia davvero pentito e deciso a troncare con i suoi «lavori della notte»). Mentire in questa fase potrebbe provocare gravi problemi, fino alla morte, conseguenti all’assunzione dell’eboga.
All’iniziando viene applicata tra i capelli una piuma di pappagallo, simbolo del linguaggio che gli sarà necessario per «facilitare la sua comunicazione con le entità divine che egli incontrerà durante la visione», come spiega l’etnobotanico Giorgio Samorini, il primo occidentale a farsi iniziare al
Bwiti.
MORTE E RESURREZIONE
Il clou del rito sta nella visione, provocata dall’ingestione di radici di eboga grattugiate. Una quantità insufficiente di questa radice non consentirebbe la visione, un’overdose può portare alla morte (i casi registrati sono una dozzina in quarant’anni). Visione di che?
Le testimonianze raccolte assomigliano a dei sogni, nei quali si rileva sempre la presenza di qualche familiare defunto, spesso la regressione del soggetto a una fase infantile, luci e colori mai visti, un percorso di andata (fino a sfiorare l’Essere supremo) e ritorno.
Non in tutti i casi, però, la visione è giudicata significativa dai ministri cui il novizio la racconta al risveglio. Essa deve contenere un “messaggio” specifico, il nkombo, che può talora consistere nella rivelazione di come guarire certe malattie o del modo in cui comunicare con gli antenati.
Per chi supera la prova, fisica, psichica e spirituale al tempo stesso, e diviene così un bandzi (“colui che ha mangiato”), l’esperienza segna un’autentica svolta della propia vita.
Una vera morte e risurrezione. Che non per nulla viene ulteriormente sottolineata da altri momenti rituali, come il battesimo «durante il quale il neofita - racconta ancora Samorini - viene fatto passare attraverso un’apertura a forma di vagina, al centro di un corso d’acqua. E ancora processioni, danze col fuoco, travestimenti rituali, accompagnati da una sfrenata coreografia scenica e musicale».

STRANE TRINITÀ
Anche l’altro grande rito bwiti, il ngoze, dura tre notti consecutive. La liturgia si apre con la comunione: l’assunzione di una piccola dose di eboga che assolve anche alla funzione di difendersi dal sonno nella lunga veglia. Vengono poi suonati strumenti musicali, tra i quali essenziale è lo ngombi, che animano le numerose danze rituali.
Con il suo suono lamentoso, lo ngombi, arpa sacra a otto o sette corde, è una reincarnazione di Benzoghe, la mitica donna pigmea che per prima fu iniziata dagli antenati, e venne alla fine sacrificata dagli uomini in cambio del dono dell’eboga.
Lungo tutta la cerimonia si fa largo uso del fuoco, alimentato da candele di cera e torce a forma di croce. I bandzi hanno il viso dipinto di argilla bianca: è il colore della morte, del mondo degli spiriti. Vestono di bianco, o di azzurro, o di rosso o anche con i colori della bandiera nazionale, a seconda delle confraternite e della notte che si sta celebrando.
I ministri del culto sono diversi. Centrale è la triade dei nganga, i sacerdoti del Bwiti, che richiama la Trinità, spesso declinata in forme poco “ortodosse” (Eva, Adamo e Abele; oppure Maria, Gesù, Spirito Santo). E c’è anche l’arcangelo Michele che, spada in una mano e torcia nell’altra, si aggira tra i fedeli (la ricerca di purità è quasi un’ossessione, nel
Bwiti).
FEDELI PERSEGUITATI
Benché così ricca di riferimenti a simboli, protagonisti e temi teologici ecclesiali, o forse precisamente per questo, la religione che cominciava a prendere forma in Gabon negli anni Trenta non trovò il gradimento dei missionari, che erano all’epoca, per parte cattolica, principalmente gli spiritani (tra di loro, un certo Marcel Lefebvre…).
I bwitisti serbano anzi memoria di vere e proprie persecuzioni. Uno dei primi esponenti del clero indigeno, assurto a principale martire (con il nome iniziatico di Komba) del Bwiti, sarebbe stato addirittura avvelenato per ordine dei missionari.
E i profeti che crearono l’una o l’altra branca del Bwiti, come Ndong Obame Eya che fondò la più nota, Assumgha Ening (Inizio della vita), lo fecero in nome dei martiri e con lo sguardo al futuro, quando i neri avrebbero finalmente preso in mano il proprio destino e per la creazione stessa si sarebbe inaugurata una nuova era.
Negli anni ’50 la profezia sembrava prossima a concretizzarsi nell’indipendenza nazionale, sopraggiunta nel 1960.
VISIONI DIVERSE
Che dire, dunque, del sincretismo del Bwiti - il cui nome significa grosso modo “emancipare” ed evoca al tempo stesso la figura dell’antenato e il concetto di illuminazione? È una religione tradizionale che si colora di cristianesimo?
O è il
Vangelo che ha fatto breccia in una cultura in modo originale, dando luogo a modalità di inculturazione non previste dalla Chiesa?
O si tratta invece di una vera e propria costruzione sincretistica, che si serve di materiali preesistenti ma per dare vita a qualcosa di sostanzialmente nuovo? Insomma un classico caso di “resistenza attiva” africana? Non azzardiamo risposte.
I bwitisti, ritengono in tutta tranquillità di essere loro «i veri cristiani; i cattolici hanno perso la via che porta a Cristo. E i missionari che ci offrono la loro insipida ostia chiedendoci di abbandonare l’eboga, non sanno di cosa parlano».
Il fatto è, spiega Onouane Misengué, il giovane che aveva dichiarato di non trovare risposta nel cristianesimo alle sue domande, che questa «è la religione dei bianchi. Tutte le cose della loro religione le ascoltiamo con le orecchie, ma noi - noi fang - non apprendiamo in questo modo. Noi impariamo con gli occhi, e l’eboga è la religione che ci permette di vedere».
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