Tutti a piedi
In Nigeria la benzina costa troppo
Il maggior produttore di petrolio dell’Africa è alle prese con una profonda crisi economica e sociale. A farne le spese sono i cittadini, che ora chiedono cambiamenti
di Pablo Trincia (da Lagos)
Galleggiare su un mare d’oro (nero) e sprofondare nella povertà e nella miseria. Paradossi nigeriani. Uno dei paesi più popolosi e importanti dell’Africa, settimo produttore di petrolio al mondo, è al centro di una vera e propria rivolta della società civile, stanca dell’ennesimo aumento del prezzo della benzina, che sta mettendo a dura prova tasche e nervi dei cittadini.
A settembre, una serie di manifestazioni indette dai sindacati e da diverse organizzazioni locali ha scosso il Paese e i piani alti del governo di Olosegun Obasanjo, colpevoli secondo molti di aver fatto poco o nulla per mettere in sesto un’economia squassata da malgoverno e corruzione.
Il paradosso è il seguente: pur disponendo di vaste riserve petrolifere, specie nel ricco Delta del Niger, la Nigeria a oggi ha solo due raffinerie malfunzionanti, ed è costretta ad esportare greggio per acquistare benzina ai prezzi dettati dai mercati internazionali.
Motivo per cui, nel giro di poche settimane, alla fine dell’estate il prezzo della benzina è balzato da 50 a ben 65 naira (circa 30 centesimi) al litro, colpendo duramente quella parte della popolazione,la stragrande maggioranza, che vive con pochi euro al giorno un’esistenza precaria.
LA RABBIA IN PIAZZA
Esasperati, in migliaia sono scesi per strada a Lagos e nelle altre principali città, compresa la capitale Abuja, organizzando un coordinamento di protesta a cui i giornali locali hanno dato grande risalto. “Obasanjo è un ladro, deve tornare in prigione” dicevano
cantando gli slogan, mentre una marea di gente sfilava pacificamente per le strade.
In un Paese in cui i trasporti sono una risorsa di vitale importanza per milioni di persone e per il collegamento con villaggi tagliati fuori dal mondo, l’aumento del costo della benzina può diventare più di un semplice problema.
«Tutto sta aumentando, a partire dal costo degli trasporti pubblici e dei taxi», si lamenta una donna nel mercato di Oshodi, uno dei più importanti a Lagos. «Per noi diventa difficile vivere, questo governo non fa nulla per aiutarci». Poco lontano un benzinaio di Yaba si lamenta della mancanza di clienti: “Prima la gente chiedeva il pieno, ora non più. Questo aumento ci colpisce tutti, non è possibile disporre di una ricchezza così grande e non essere nemmeno in grado di farla fruttare”.
LA RICCHEZZA NON GIRA
Secondo un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), la Nigeria risulta essere il secondo Paese più povero dell’Africa a causa di cattive politiche economiche perseguite.
«Questo e il nostro problema », scuote le spalle Jones, un musicista di strada di Lagos, «in Nigeria la ricchezza c’è, ma non gira. Resta un privilegio di pochi, mentre la maggior parte della popolazione vive di stenti».
Le promesse di Obasanjo di eliminare il tasso di corruzione che scredita la Nigeria agli occhi dei donatori e degli investitori non sembrano convincere più nessuno.
E nel celeberrimo traffico che trasforma le strade nigeriane in un inferno puzzolente e chiassoso, la gente non fa che parlare del prezzo della benzina. L’aumento improvviso ha costretto molte persone a recarsi al lavoro a piedi, percorrendo decine di chilometri ogni giorno tra le colonne di macchine.
Ma i sindacati e la società civile minacciano di colpire di nuovo. «In Nigeria le risorse devono essere usate in modo tale che sia la popolazione per prima a beneficiarne», ha detto ad Africa il leader sindacale Adam Oshomiole, «e il primo passo in questa direzione da parte del governo deve essere la riduzione immediata dei prezzi di benzina e kerosene. Attenderemo la sua reazione e staremo a vedere».
Mentre milioni di persone si lamentano del caro-benzina, altrettante nelle regioni orientali del Delta del Niger si sono schierate contro le multinazionali petrolifere accusate di sfruttare le risorse in combutta con il governo, impoverendo la popolazione e danneggiando l’ambiente: una vera e propria guerra, con gruppi estremisti che attaccano le installazioni e le autorità locali in una escalation di violenza difficilmente controllabile.