“Un giorno mia madre si è avvicinata e mi ha detto che un uomo mi aveva appena comprata. I soldi le servivano per pagare la retta scolastica di mia sorella maggiore. Avrei dovuto seguirlo, eseguendo ogni suo ordine e comportandomi bene. Non l’ho mai più rivista.”

 

 

 

IL MONDO IN CATENE

Nel globo ci sono ancora 12 milioni di uomini e donne condannati al lavoro forzato e circa la metà ha meno di 18 anni. La denuncia arriva dall’Ilo (International Labour Organization), secondo le cui stime la regione nella quale si trova il maggior numero di persone sottoposte al lavoro forzato è l’Asia, con 9.5 milioni. L’Africa Sub-Sahariana conta 700 mila persone ridotte in schiavitù.

 

 

 

 

SCHIAVI DEL LAGO

Uno sconcertante fenomeno di sfruttamento infantile

“Mia madre mi ha venduta”. In Ghana migliaia di bambini vengono abbandonati dalle famiglie e ridotti alla schiavitù da pescatori senza scrupoli

Rose Donkoah aveva appena undici anni, quando, un giorno di tre anni fa, un uomo si è presentato all’ingresso della capanna nel suo villaggio nei pressi del lago Volta, nel Ghana centro-settentrionale. “Portami da un tuo familiare”, le ha detto l’uomo.

DISEGNO BAMBINI SUL LAGO

FINALMENTE LIBERI

Lo scorso febbraio gli operatori dell’International Organization for Migration (Iom) hanno riscattato e salvato 144 bambini-schiavi nella regione di Yegi, nei pressi del lago Volta. 

Lavoravano a bordo di alcune imbarcazioni, al servizio di pescatori che li avevano comprati a loro volta dai trafficanti locali. Affamati e malati, di età compresa tra i tre e i quattordici anni, sono stati portati in un centro di assistenza, dove hanno recuperato le forze fisiche e psicologiche prima di tornare dalle rispettive famiglie. Rose è una di loro.

VENDUTA DALLA MADRE

“Sono stata venduta a un pescatore. Mi obbligava a lavorare dodici ore al giorno. Se rifiutavo, mi picchiava. Se non prendevo abbastanza pesce, mi picchiava. Usava un remo della barca, faceva un male insopportabile. Con me c’erano altri bambini. Ci dava da mangiare tre volte alla settimana, in genere la sera. Riempiva una scodella con del kanke (una brodaglia a base di miglio di cui si nutrono i poveri, ndr) e quello era il nostro pasto. La notte dormivo per terra, nella capanna degli attrezzi. E piangevo. Volevo tornare dalla mia famiglia”. 

La sua storia è simile a quella di molti altri bambini riscattati dal programma di recupero della Iom. L’organizzazione sostiene di averne già salvati più di 500 nel distretto di Yegi, dal dicembre del 2003. 

“Da queste parti un figlio è come una merce”, dice Joseph Rispoli, un giovane operatore dello Iom che si occupa dei programmi di reintegro dei piccoli schiavi nella regione del lago Volta. 

“Vengono da famiglie dedite all’agricoltura, che spesso non hanno abbastanza soldi per mandare tutta la prole a scuola. Molti nuclei familiari sono composti da 10 o più bambini, essendo diffusa la poligamia. Così alcuni finiscono a lavorare nei campi, o peggio, vengono venduti ai trafficanti. Il commercio di bambini è un’attività molto redditizia”.

IL LAGO DEGLI SCHIAVI

BAMBINOMa quanto costa un bambino? E le famiglie sanno dove va a finire? “In genere le famiglie non ricevono più dell’equivalente di 40-50 dollari - continua Rispoli - e spesso credono che i loro piccoli stiano bene. La maggior parte di esse non ha idea delle condizioni abominevoli in cui vivono i propri figli. 

Quando li ritroviamo sono magrissimi, il loro corpo è pieno di lividi e fratture, a testimonianza delle percosse subite. Sembra assurdo, ma questi sono i più fortunati. Altri annegano dopo essere stati trascinati dalle correnti del lago, sfiniti per le intere giornate passate a pescare per i propri padroni. 

Quelli che sopravvivono alla fame e alle botte soffrono di forti problemi psicologici e psicosomatici. Hanno difficoltà a guardare negli occhi il loro interlocutore, forse per la sudditanza psicologica che hanno subito”.

RITORNO A CASA

Dopo aver passato uno o due mesi nel centro di accoglienza di Yegi, i piccoli schiavi del pesce vengono ricondotti dalle famiglie con una piccola cerimonia di riunificazione: devono stringere la mano agli assistenti sociali in segno di saluto e riabbracciare la propria madre. 

Ma alcuni di loro covano tanta rabbia o tristezza che le passano accanto a testa bassa e vanno a rintanarsi in un angolo. Oppure è la stessa madre a non rivolere i figli indietro, giustificandosi dietro all’impossibilità di mantenerli. L’adozione sarebbe anche una soluzione e molte famiglie ricche di Accra, la capitale, sarebbero disponibili. 

Ma adottare un bambino in Ghana non significa necessariamente semplificargli la vita. Anzi, può marchiarlo a fuoco in una società in cui l’adozione è tutt’ora spesso stigmatizzata. “Alla famiglia diamo abbastanza denaro per mantenere il bambino o la bambina per due anni, con la promessa che verranno mandati a scuola - dice l’operatore dello Iom - nella speranza di reintegrare i piccoli e dar loro un futuro”. 

Rose sogna di studiare la matematica e di fare l’insegnante: “Quando andavo a scuola mi piaceva molto fare i calcoli. Ma adesso ho solo voglia di rivedere mia madre”.