Da leggere:

 Per tentare di decifrare la complessa personalità di Hailè Selassiè suggeriamo la lettura di Il Negus - vita e morte dell’ultimo Re dei Re (Laterza 1995, pp. 391, 18 euro). È stato scritto dallo storico Angelo del Boca ed è una biografia scrupolosa che ripercorre la lunga vita del sovrano, dalla non facile ascesa al potere, all’esilio, alla riconquista del trono, fino agli ultimi, mesti giorni della prigionia e dell’assassinio. All’ultimo imperatore d’Etiopia è dedicato anche Il Negus - splendori e miserie di un autocrate (Feltrinelli 2003, pp. 165, 7,50 euro), un saggio accattivante del giornalista polacco Ryszard Kapuscinki, che spiega: “Hailé Selassié era uomo simpatico, politico astuto, padre tragico e avaro patologico, condannava a morte gli innocenti e graziava i colpevoli: capricci di potere, ambiguità e misteri che nessuno riuscirà mai a spiegare”.



 

 

 

 

 

 

 

 

I grandi leader africani

La rivista Africa dedica ai grandi leader del continente questo spazio di approfondimento, per raccontare chi sono stati (nel bene e nel male).
Dopo la puntata su
Thomas Sankara, e Patrice Lumumba, in questo numero ci occupiamo di  Hailè Selassiè (imperatore d’Etiopia). Seguiranno i ritratti di Kwame Nkrumah (premier ghaneano), Léopold Sédar Senghor (leader senegalese), Julius Nyerere (presidente tanzaniano)…

L’ULTIMO IMPERATORE:

 ascesa e declino di Hailé Selassié

 

 

E’ stato un monarca feudale e moderno. 
Un politico astuto e spregiudicato. 
Un sovrano affascinante e odioso. 
A trent’anni dalla morte dell’ultimo negus d’Etiopia, ecco il ritratto di una personalità complessa e contraddittoria

di Anrea Semplici

 



Il presidente americano Herbert Hoover gli regalò, come dono di incoronazione, un frigorifero e l’intera collezione di National Geographic, una copia del film Ben Hur e cento dischi di musica americana. L’imperatore fu soddisfatto: contraccambiò mettendo a disposizione per la cena dell’inviato speciale di Hoover, il miliardario Herman Murray Jacoby, i suoi piatti d’oro massiccio. 

Evento straordinario, in quel novembre del 1930, l’ascesa al trono dell’Etiopia, il regno più antico dell’Africa, la prima terra cristiana della storia dell’umanità, del ras Tafari Makonnen, destinato a diventare Hailé Selassié, il Re dei Re. Dodici delegazioni internazionali arrivarono fino alla remota Addis Abeba per partecipare alla incoronazione di un sovrano misterioso e dalle radici divine. Il settimanale Time ebbe sorprendenti parole d’elogio per il nuovo re africano: “Grandezza e fine sensibilità sono mischiate nella sua persona”. Nel 1936, anno dell’invasione italiana e della fuga dell’imperatore da Addis Abeba, sarà sempre Time a decretare Hailé Selassié “uomo dell’anno”.


UNA FINE INGLORIOSA

Quarantaquattro anni (compresi gli anni dell’esilio inglese durante l’occupazione italiana dell’Etiopia) è durato il regno di Hailé Selassié. Dal 1930 al 1974. Quando, il giorno dopo il Capodanno del calendario etiopico, il 12 settembre, tre ufficiali di una rivolta, oramai trionfante, si presentarono nelle sale del Palazzo del Giubileo per leggere a un uomo di 82 anni, vecchio e decrepito, il decreto della sua detronizzazione. 

L’imperatore sembrò non capire, la sua corte era un deserto spettrale, il suo regno era finito: Hailé Selassié ebbe un unico momento di stizza quando, per trasferirlo in ‘un luogo sicuro’, lo costrinsero a salire su una modesta Wolkswagen verde. Il suo autista, alla guida di una lussuosa Mercedes-Benz, non lo avrebbe atteso mai più. Il Negus fu condotto nei quartieri della IV divisione: i militari ribelli erano certi che il vecchio sovrano nascondesse in banche svizzere un tesoro di oltre 15 miliardi di dollari, una somma pari a quindici volte il bilancio dello stato etiopico. 

Volevano avere i codici dei conti dove, secondo loro, era depositata quella immensa fortuna. In Etiopia stava per cominciare la dittatura di Hailé Mariam Menghistu, un altro Negus, un Negus Rosso. Dopo 348 giorni dall’arresto dell’imperatore, il 26 agosto del 1975 uno stringato e ambiguo comunicato del nuovo regime annunciò che Hailé Selassié era morto nel sonno. L’Ethiopian Herald dedicò alla scomparsa dell’ex-Re dei Re non più di sei righe. Solo alla fine del 1994, dopo il crollo della tirannia di Menghistu, venne alla luce la verità: Hailé Selassié era stato soffocato con un cuscino, nella notte fra il 26 e il 27 agosto. Menghistu in persona volle essere presente all’assassinio. Le ossa dell’imperatore saranno ritrovate solo 17 anni più tardi: era stato sepolto sotto il pavimento di una latrina, di fronte alla finestra dell’ufficio di Menghistu.

Addis Abeba conferenza 1964 Seconda conferenza regionale africana dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Addis Abeba 30/11-12/12/64 Al centro G Haythorne, vice ministro del lavoro canadese, dietro l’imperatore Haile Selassie I di Etiopia. In primo piano, da sinistra verso destra: R. Gardiner, Segretario della commissione economica dell’ONU per l’Africa, D. Morse, Direttore generale dell’OIL, Haythorne, C. Hislaire, Segretario della conferenza e D.Telli, Segretario generale dell’OUA.

UN FUNERALE DIVINO

Il 4 novembre del 2000, venticinque anni dopo la morte del Negus, settant’anni esatti dopo la sua incoronazione (l’Etiopia è un paese dei simboli, le date non sono mai casuali), un corteo solenne percorre le poche centinaia di metri che separano il mausoleo di Menelik II (dove le spoglie di Hailé Selassié erano rimaste per otto anni dopo il ritrovamento) dalla chiesa della Santissima Trinità, uno dei centri religiosi di Addis Abeba. È il vero funerale del Re dei Re. 

Per anni, perfino i tigrini di Melles Zenawi, il guerrigliero che, nel 1991, aveva abbattuto il regno di Menghistu, avevano negato il permesso alle cerimonie funebri per l’ultimo imperatore: troppo alto il timore che il fascino del Leone di Giuda avrebbe potuto ancora esercitare su milioni di contadini senza speranza dell’Etiopia. Il primo ministro etiopico dette il suo assenso al funerale con parole gelide: “Non dimenticate che era un tiranno e un oppressore”. Ma Rita Marley, la vedova di Bob Marley, cantò a quella cerimonia. storia per trasferirlo in ‘un luogo sicuro’, lo costrinsero a salire su una modesta Wolkswagen verde. Il suo autista, alla guida di una lussuosa Mercedes-Benz, non lo avrebbe atteso mai più. 

Il Negus fu condotto nei quartieri della IV divisione: i militari ribelli erano certi che il vecchio sovrano nascondesse in banche svizzere un tesoro di oltre 15 miliardi di dollari, una somma pari a quindici volte il bilancio dello stato etiopico. Volevano avere i codici dei conti dove, secondo loro, era depositata quella immensa fortuna. In Etiopia stava per cominciare la dittatura di Hailé Mariam Menghistu, un altro Negus, un Negus Rosso. Cinque anni dopo, la scorsa primavera, Rita sognava di traslare anche le spoglie del marito ad Addis Abeba: le ossa di Bob non si sono mosse dalla Giamaica. Hailé Selassié rimane comunque il Dio di una strana religione caraibica: dal giorno di quella incoronazione del 1930, era divinità per migliaia di uomini e donne dalle lunghe trecce e dalla pelle nera che da lui avevano preso il nome: i rastafarians, i rasta.


LA CONQUISTA DEL TRONO

hailé SalassiéUna storia a suo modo straordinaria, quella di Hailé Selassié, autocrate senza scrupoli che ha attraversato, da protagonista, il secolo scorso, pur regnando su una poverissima terra africana. Storia eccezionale e contraddittoria per un uomo minuto, piccolo (raccontano che i suoi piedi non arrivassero a terra quando sedeva sull’ingombrante trono imperiale), dall’apparenza fragile, quasi insignificante e modesto nel suo aspetto: nascondeva, invece, un’anima da guerriero astuto, una spietata pazienza, un’ambizione senza limiti e una passione invincibile per il potere. Era nato nel luglio del 1892, ultimo anno della Grande Fame, spaventosa carestia che aveva spopolato gli altopiani dell’Etiopia, in un villaggio di montagna. 

 

Suo padre era il ras Maconnen, il migliore dei generali del Negus Menelik II, il vero artefice della vittoria di Adua contro l’esercito coloniale italiano. Tafari, il futuro Hailé Selassiè, era un predestinato: a 13 anni è già amministratore regionale, a 18 è governatore. Sono i primi passi di un usurpatore: il vero erede al trono di Menelik II era il nipote, Ligg Jasu, un altro ragazzino tredicenne. Scelta infelice di Menelik: Jasu era incerto fra Islam e cristianesimo, la chiesa ortodossa gli era ostile e il giovanissimo Tafari capì che era tempo di giocare le sue carte con spregiudicatezza.

 

Si schierò con i vescovi cristiani che, nel 1916, timorosi di perdere il loro potere, scomunicarono Jasu. Fu guerra vera fra i due giovani: l’esercito di Tafari sconfisse il rivale (morirà in prigionia, in maniera più che sospetta, vent’anni più tardi, proprio mentre le truppe italiane stanno marciando verso Addis Abeba). Tafari, appena ventiquattrenne, diventò il reggente dell’impero sotto il regno di Zauditu, la seconda figlia di Menelik II. Avrà la pazienza di aspettare altri quattordici anni e la morte (un’altra fine sospetta) della regina, prima di salire, a meno di quarant’anni, al trono dei Negus.

LUCI E OMBRE DEL MONARCA

 

Imperatore feudale e moderno, Hailé Selassié: è lui a spezzare l’isolamento millenario dell’Etiopia, è incuriosito e attento al mondo lontano. Negli anni ’20 si fa inviare i dispacci della Reuters, ascolta, con attenzione, consiglieri europei. Nel 1922 sale su un aereo e ne rimane affascinato. 

 

Nel 1923 chiede l’ammissione dell’Etiopia alla Società delle Nazioni: è l’unico paese africano a ottenere, nonostante l’opposizione di Gran Bretagna e Italia, un seggio nel consesso internazionale. Nel 1924 compie un gesto inimmaginabile per un sovrano etiopico (non era ancora imperatore): il giovane Tafari lascia l’Etiopia e, per 142 giorni, viaggia per sette capitali europee. Indaga sulle società occidentali, visita scuole, fabbriche, ospedali. 

 

Manda 200 giovani etiopici a studiare all’estero, compra dieci aerei da guerra, crea la prima banca nazionale dell’Etiopia. Confessa a un giornalista francese che il suo progetto è svegliare solun’Etiopia che “da duemila anni dorme il sonno di una Bella Addormentata”.

SUCCESSI E MISERIE

 

Hailé Selassié rompe con ogni tradizione del suo paese: nel 1936 non muore da eroe in battaglia contro gli italiani, ma scappa, preferisce l’esilio alla morte inutile e gloriosa. Scelta saggia: tornerà sul trono, da vincitore, appena cinque anni dopo.

 

L’impero coloniale italiano è stato una meteora: il Negus rientra ad Addis Abeba in groppa a un cavallo bianco. È un uomo che sa navigare nelle contraddizioni: è uno degli artefici della nascita dell’Oua, l’Organizzazione dell’Unità Africana, è considerato uno dei patriarchi dell’Africa delle indipendenze. Ma al tempo stesso cancella i sogni di libertà dell’Eritrea. Sarà proprio la lotta di liberazione eritrea, destinata a durare trent’anni, a corrodere le fondamenta del suo impero. 

 

L’Etiopia, negli anni dell’impero, avrà pur conquistato un ruolo chiave nella storia internazionale dell’Africa, ma non si è solun’Etiopia levata dalla povertà. Negli anni ’70, Hailé Selassié, aggrappato al suo potere feudale, oramai sfibrato dalle ribellioni dell’esercito, dalla guerriglia eritrea e dalle proteste degli studenti di Addis Abeba, nega la carestia che sta decimando il suo paese, ignora che nelle regioni del Wollo e del Tigray sta morendo un milione di persone. Nemmeno il Re dei Re, l’imperatore Dio, poteva essere perdonato. Perfino la chiesa lo abbandona. Il Leone di Giuda era pronto per essere abbattuto.

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