La “santità” nell’islam
Il suo significato nella tradizione musulmana
di Giuliano
Zatti*
La “santità” comune a tutti i musulmani è quella che consiste nel sottomettersi interamente alla volontà di Dio, rivelata nel Corano. Comunque, il termine “santo”, applicato ad una persona, risulta per l’islam una nozione importata da altre tradizioni religiose
Nel Corano la radice araba per “santo” è QDS, ma viene applicata unicamente a Dio; invece la radice HRM, da cui il termine haram (proibito) si applica per lo più al luogo sacro. Per poter parlare di “santità” nel Corano dobbiamo andare alla radice WLY, da cui la parola walî che possiamo tradurre con “amico, benefattore, protettore”: il termine si applica nel Corano tanto agli uomini che a Dio e sembra esprimere più una relazione vivente che una virtù.
A partire da queste osservazioni possiamo accettare la presenza di alcune nozioni relative alla “santità” nel Corano, che potrebbe essere vista nel termine derivato wilâya, divenuto progressivamente, a partire dal secolo XIII, il vocabolo privilegiato per designare il santo e la santità, specialmente per ciò che si riferisce al “culto dei santi” nelle sue diverse forme. Non dimentichiamo che la teologia islamica difende l’assoluta trascendenza di Dio ed una particolare visione dell’uomo, per cui potremmo parlare di “santità” solo nell’ambito di un comportamento morale retto, ma senza nessuna connotazione di progresso nella “comunione” divina.
Il Corano, inoltre, condanna ogni ricerca di mediazione tra Dio e l’uomo (10,19; 13,17; 39,44), vedendo in questa un idolo da evitare: nessuna creatura può intercedere a difesa degli uomini, nemmeno Muhammad, anche se alcuni testi della tradizione (hadîth) contengono delle affermazioni esplicite sul ruolo di Muhammad a favore della comunità.
RELIGIOSITÀ POPOLARE
Però l’evoluzione della teologia a livello pragmatico e soprattutto il continuo adattamento dell’islam alle diverse culture incontrate nel corso dell’espansione geografica, porta poco a poco verso una concezione della santità che possiamo chiamare popolare. I caratteri di questa santità possono essere definiti a partire dal vocabolario popolarmente utilizzato per riferirsi ai “santi” e distinguibile in due gruppi: quello che fa riferimento ad una santità ottenuta con il comportamento personale e quello che denota una santità attribuita e riconosciuta (quale quella legata ad un ruolo nella comunità).
Di fatto l’islam non realizza un riconoscimento ufficiale dei suoi “santi”, in conseguenza delle osservazioni già proposte: la santità individuale non viene accettata come categoria propria della tradizione islamica, nella quale, tra le altre cose, non vi sarebbe un’autorità riconosciuta e comune in grado di farlo, così come non esiste in certi casi sufi nemmeno un’ortodossia alla quale aderire.
Quest’ultimo fattore ha permesso che lungo la storia la venerazione di santi e la creazione di santuari si estendesse notevolmente nel mondo islamico, in maniera elastica e localmente precisa, malgrado la storia dimostri che sono esistiti dei movimenti (anche moderni) che volevano eliminare tale devozione in nome della rigorosa ortodossia.
TRADIZIONE
SCIITA E SUNNITA
Altro aspetto della santità, così come percepito in La “santità” comune a tutti i musulmani è quella che consiste nel sottomettersi interamente alla volontà di Dio, rivelata nel Corano. Comunque, il termine “santo”, applicato ad una persona, risulta per l’islam una nozione importata da altre tradizioni religiose ambito sunnita, è il suo carattere ereditario, legato a tre fattori: al riconoscimento di una linea di ascendenza a partire da Muhammad o da uno dei suoi collaboratori (soprattutto in senso politico); al clan o tribù di un “santo” di rinomanza (e alla relativa “benedizione”); da ultimo, al riconoscimento della “stirpe spirituale” di un maestro notevole, che lascia l’eredità della santità ai suoi discepoli. Appare evidente come la santità non rivesta nemmeno in questo caso un carattere individuale. Gli sciiti, invece, sostenevano che l’autorità di Muhammad dovesse passare a qualcuno della famiglia, in specie ad Ali, cugino e genero del profeta.
Una comprensione esoterica della rivelazione coranica portò il “partito” di Ali ad affermare che solo l’imàm può comprendere e trasmettere pienamente il contenuto della rivelazione, mentre l’idea dell’uomo, percepito in uno stato di abbandono, apre alla considerazione dell’aiuto divino che giunge attraverso i profeti e, dopo di loro, i “santi”. Ecco che la figura dell’imàm risulta centrale e fonda la comprensione sciita della santità: l’imàm si unisce a Dio rivelandolo così ai credenti; allo stesso tempo i credenti diventano “santi” per mezzo della loro imitazione (taqlîd) dell’imàm.
LA SANTITÀ NEL SUFISMO
I sufi hanno maturato lungo i secoli una nozione di stretta relazione con Dio. Successivamente, a partire dal XIII secolo, gli “ordini” mistici passarono attraverso forme di culto diversificate, spesso molto vicine alla superstizione e alla magia, ma comunque sostenute dall’idea dell’unione mistica con Dio.
Malgrado la pluralità delle scuole sufi, la maggioranza propose un’interpretazione simbolica dei testi coranici, arrivando così a portare la nozione di walial suo senso più ardito: l’amico di Dio è “mediatore”. Il “santo” assume nel sufismo una funzione mediatrice tra Dio e gli uomini, nozione legata al concetto di “uomo perfetto” (al-insàn al-kàmil), che esemplifica tutte le virtù morali, giungendo allo sviluppo più completo della comprensione, della compassione e della crescita spirituale.
Il santo (ammettendo in qualche modo una nozione di “grazia”) arriva alla “comunione” con il Dio unico di cui imita il perfetto equilibrio: il walî assume la responsabilità di una devozione che porta ad annullare la propria identità, di fronte a Dio, il quale si assume invece la protezione del servo. Si è distinto tra una santità generale, comune ai fedeli sinceri di cuore ed una santità propria dei mistici avanzati; e ancora, tra una santità ottenuta attraverso l’adesione fedele ad ogni dettaglio della legge e del cammino sufi ed una santità ottenuta attraverso gli atti d’amore. In ogni caso il favore divino è sempre stato ritenuto necessario.
* (tratto da Il dialogo, n.2-2005)