Sono tenaci cammellieri e valorosi guerrieri.
Hanno un portamento solenne e un carattere irrequieto. Vivono in Ciad, nel massiccio montuoso del Tibesti,
ma spesso partono con le loro carovane per affrontare viaggi lunghi e pericolosi attraverso le dune.
Sahara in lingua araba significa Nulla, Vuoto. È un nome bugiardo: il padre di tutti i deserti non è affatto un luogo disabitato. A dimostrarlo sono i popoli sahariani che da secoli vivono tra le sue sabbie. Gente abituata a convivere con l’asprezza dell’ambiente, alla perenne ricerca di oasi e fonti d’acqua.
Ed è proprio nel cuore del grande deserto, tra i massicci montuosi del Sahara centrale, che una delle popolazioni nomadi più affascinanti e ed enigmatiche consuma la propria esistenza: i Tubu.
GENTE ENIGMATICA
Il loro territorio si estende in Libia, tra le oasi di Murzuq e Cufra, e nella parte orientale del Niger. Ma è nelle vallate aride del Tibesti, a nord del Ciad, che l’identità tubu si è maggiormente conservata ed è lì che trovano riparo questi nomadi dal portamento ieratico e altezzoso. Le loro origini sono avvolte nel mistero: alcuni studiosi pensano che siano discendenti di autoctone popolazioni neolitiche, unitesi a stirpi bianche provenienti dalla valle del Nilo. Secondo altri antropologi, la loro origine sarebbe addirittura
da ricercare nella lontana Etiopia.
Il loro fisico effettivamente ricorda quello etiope: hanno la pelle scura, lineamenti delicati, il naso aquilino, capelli corvini e ondulati. Non assomigliano alle genti sahariane che li circondano. E non hanno molto a che spartire con i Tuareg, i più celebri nomadi del deserto, nemmeno dal punto di vista linguistico: la lingua dei Tubu non ha radici berbere ed è di derivazione sconosciuta.
Da un punto di vista antropologico, sono divisi in due sottogruppi: i Teda, che vivono approssimativamente a nord del 18° parallelo, e i Daza a sud. I primi allevano soprattutto dromedari, i secondi capre e buoi.
INFATICABILI CAMMELLIERI
Sia i Teda che i Daza hanno una resistenza fisica eccezionale che consente loro di compiere lunghe marce nel deserto con scorte minime di acqua e cibo al seguito. La loro grande agilità e tenacia, così come l’imperturbabilità di fronte alle difficoltà, erano note già nell’antichità: sono menzionate negli scritti di Erodoto, ma anche nei diari dell’esploratore tedesco Nachtigal, che racconta: «Mentre dividevo gli ultimi litri della riserva d’acqua tra i membri assetati della carovana, la guida tubu rifiutava la sua parte sostenendo che per lui non era ancora arrivato il momento di bere».
Ancora oggi tra le oasi del Sahara nigerino è diffusa la credenza che un tubu sia in grado di attraversare il temibile Ténéré, il “deserto dei deserti”, nutrendosi esclusivamente di un dattero ogni tre giorni: la buccia il primo giorno, la polpa il secondo e il nocciolo il terzo giorno.
Al di là delle leggende, lo stoicismo di questi nomadi non finisce di stupire gli studiosi occidentali che amano dipingere i Tubu come un popolo forte, audace, straordinario.
UN CARATTERE DIFFICILE
Gli stessi Tubu si considerano un’etnia superiore dedita alla nobile attività dell’allevamento del bestiame e confinano in classi inferiori chiunque si occupi di lavori differenti. Il loro sentimento di superiorità nei confronti dei popoli confinanti li “autorizza” a possedere degli schiavi e a compiere razzie per rubare il bestiame.
Hanno un carattere irrequieto e scostante, come testimonia il geografo Rocco Ravà: “Sono impassibili di fronte alle grandi difficoltà ma collerici per una piccolezza, leali ma vendicativi, aperti e coraggiosi ma anche subdoli e bugiardi fino alla morte, legati al nomadismo e al senso di libertà personale in modo inscindibile”.
LA LEGGE DEL PIÙ FORTE
L’unica legge che conoscono è la legge del più forte. Una legge non scritta che fa parte del loro codice genetico e che nemmeno la religione islamica - a cui molti si sono convertiti - ha saputo piegare. Gli uomini tubu, orgogliosi e combattivi, amano esibire lunghi pugnali legati alle braccia in segno di forza e di determinazione.
Non meno agguerrite sono le donne che usano indossare, nascosto tra le pieghe dei vestiti, un grande coltello con la lama larga e piatta che serve a sezionare, e un corno di antilope che può rappresentare un’arma assai temibile. Le regole tribali non sono messe in discussione dalle autorità nazionali.
Tra i Tubu vigono ancora le direttive giuridiche e le norme sociali emanate dal dardai, il re dei nomadi, tradizionale autorità suprema di tutti i clan. In caso di omicidio, ad esempio, l’assassino deve risarcire la famiglia della vittima con un numero di cammelli che varia a seconda del clan e della classe sociale della vittima: 100 cammelli per un uomo, 50 per una donna, 15 per un discendente di schiavo e 10 per una donna discendente di schiavi. L’assassino ha il dovere di procurarsi - “in qualunque modo” - il bestiame necessario, pena l’esilio.
LA VITA DI SEMPRE
Ma non è corretto presentare i Tubu come gente spietata e brutale. La vita di questi nomadi scorre tranquilla, scandita da gesti semplici e preziosi, immutati da secoli. I Tubu restano ore in fila vicino ai pozzi per permettere al bestiame di abbeverarsi dal magro recipiente riempito a forza di braccia.
Al pomeriggio, quando il caldo si fa insopportabile, si riparano all’ombra delle capanne. Sorseggiano il tè alla menta, chiacchierano e discutono a lungo, giocano assieme ai bambini. Mentre l’uomo intraprende lunghi viaggi alla ricerca delle sorgenti d’acqua o vaga alla scoperta di nuovi pascoli, la donna resta spesso sola all’accampamento, con la responsabilità del gregge e delle rare colture. A lei spetta il compito di accudire i figli e di costruire le abitazioni con ramoscelli di palme e mattoni di terra cruda.
Al tramonto i nomadi si riuniscono attorno al fuoco. È un momento magico. Il vento alza i granelli di sabbia e muove i veli colorati indossati dalle giovani ragazze. I volti dei ragazzi spariscono dietro ai turbanti. La sera trascorre lenta e serena, tra racconti di vecchie leggende e canti tradizionali che parlano della vita e dell’amore.