1960
STORIA
AD ALTA VELOCITA

30 giugno

Indipendenza nazionale. Lumumba è primo ministro. Nelle elezioni di maggio il suo partito aveva ottenuto la maggioranza relativa.

4 luglio

Le forze di sicurezza si rivoltano contro gli ufficiali belgi.

11 luglio

Moïse Tshombé proclama la secessione del Katanga.

17 luglio

Arrivano i caschi blu dell’Onu.

5 settembre

Il presidente Kasa-Vubu destituisce Lumumba.

14 settembre

Il capo di stato maggiore Joseph-Désiré Mobutu prende il potere. Pochi giorni dopo, Kasa-Vubu si associa a lui e imane così in sella.

17 gennaio 1961

Lumumba è assassinato. Aveva 35 anni.

 

 

 

 

IL FILM

LUMUMBA
Un film di Raoul Peck

Girato dal regista haitiano Raoul Peck, proiettato sugli schermi cinematografici nel 2000, premiato l’anno seguente come “miglior film della diaspora” al festival panafricano del Cinema di Ouagadougou, Lumumba ricostruisce la vita dell’eroe dell’indipendenza congolese, dai primi anni dalla sua avventura politica al suo assassinio. 

Il film traccia un ritratto appassionante di Patrice Lumumba svelandone i retroscena privati e politici che l’hanno portato alla sconfitta e alla morte. 

Disponibile in Vhs e DVD.

 


 

PRIMA DEL MITO

Patrice-Emery Lumumba nasce a
Katako-Kombe, nel cuore del Congo Belga, il 2 luglio 1925. 

È un tetela, piccola
ma combattiva popolazione del
distretto di Sankuru. 

Dopo gli studi alla missione cattolica e poi presso i protestanti, a 17 anni decide di andare in città. 

Prima a Kindu quindi a
Stanleyville (oggi Kisangani) si dedicherà con ambizione e tenacia alla sua formazione intellettuale. 

È tra i fondatori di varie associazioni, di cui viene eletto presidente: degli impiegati postali, dell’Unione belgo-congolese, del personale indigeno della colonia. 

Nel 1957 trova un impiego di
un certo prestigio alla birreria
Bracongo, nella capitale Léopoldville (Kinshasa). Ma ormai è la politica la sua passione totale. 

L’anno seguente fonda il Movimento nazionale congolese
e prende parte alla prima conferenza panafricana nel Ghana indipendente di Kwame N’Krumah.

Lumumba ne uscirà convinto della necessità di accelerare i tempi «per la conquista immediata della libertà».

 

I grandi leader africani

La rivista Africa dedica ai grandi leader del continente questo spazio di approfondimento, per raccontare chi sono stati (nel bene e nel male).
Dopo la puntata su
Thomas Sankara, in questo numero ci occupiamo di Patrice Lumumba. Seguiranno i ritratti di Hailè Selassiè (imperatore d’Etiopia), Kwame Nkrumah (premier ghaneano), Léopold Sédar Senghor (leader senegalese), Julius Nyerere (presidente tanzaniano)…

Tra birra e politica: LUMUMBA
Ritratto inedito di un eroe congolese

«Patrice Lumumba non ha avuto il tempo di diventare una leggenda come Che Guevara.
È diventato un simbolo».
Così il giornalista Ryszard Kapuscinski ricorda il celebre leader congolese, assassinato nel 1961 all’età di 35 anni.
Chi può dire cosa sarebbe oggi il Congo, e l’Africa, se Lumumba non fosse stato ucciso così presto?

 

di Pier Maria Mazzola

Primus o Polar? Come dire: Guinness o Heineken?

Agli inizi degli anni Ottanta qualche analista economico faceva notare che l’unica industria in crescita nel continente africano era quella della birra. Quel che è certo è che in Congo c’era in atto, alla fine degli anni Cinquanta, una sorta di “guerra delle birre”, e non solo tra sommelier. 

Il direttore vendite della Bracongo, produttrice della Polar, in sintonia coi tempi, aveva anche ingaggiato un popolare gruppo musicale, i Rock a Mambo, come testimonial. Salvo licenziarli in tronco il giorno in cui i musicisti vennero sorpresi con le labbra sul collo di una bottiglia di Primus, più tozza ma, senza dubbio più apprezzata, almeno da loro. 

Lumumba ai tempi della crisi del Kasai

Ai tempi della crisi del Kasai: Lumumba è il secondo a sinistra. Alla sua destra, Mwamba, ministro della Giustizia. A sinistra, H. Cornelis, ultimo governatore belga.

Quell’uomo-marketing si chiamava Patrice Lumumba, e doveva passare alla storia per ben altro che un boccale di bionda. Eppure quella sfida tra birre lasciò il segno. Bere Polar era come “votare” Lumumba, l’uomo venuto dall’est del paese, che intanto si stava creando il suo partito per esigere l’indipendenza. 

Tracannare Primus era parteggiare per Kasa-Vubu, il leader di un movimento, l’Abako, nato in ambiente cattolico e ben radicato nella capitale. Ed è proprio su un venditore di Polar che si apre la pièce che un vate della negritudine, Aimé Césaire, dedicò al primo martire del nazionalismo africano. «Bevete! Bevete… Non è questa la sola libertà che ci lasciano? », grida l’imbonitore sul palcoscenico di Una stagione nel Congo.

DISCORSI CORAGGIOSI

Lumumba è presto diventato un mito, fuori del Congo prima che nel suo paese. Il suo nome e l’inconfondibile figura (il pizzetto “alla Lumumba”, appunto) sono scolpiti nel firmamento degli eroi del panafricanismo, anche se gli storici ravvisano in lui una personalità difficile da circoscrivere e un personaggio ricco di contraddizioni. Prendiamo l’episodio più clamoroso della sua folgorante carriera. Il 30 giugno 1960 è la data dell’indipendenza. 

Sei giorni prima, nel presentare il governo al parlamento, il neo primo ministro aveva proferito un discorso intriso di dignità, ma pacato. Aveva riconosciuto al colonizzatore belga il merito di «un’opera immensa, non esente da critiche » ma da prendere «come una solida base per la costruzione del nostro paese». Aveva assicurato che «le missioni potranno continuare il loro apostolato ». 

Ora, nella nuova sede del Palazzo della Nazione, dove re Baldovino, monarca del Belgio, ha appena parlato nel consueto stile paternalistico («Noi vi abbiamo aiutato a raggiungere l’indipendenza… ») e dopo che il presidente Kasa-Vubu ha replicato con deferenza, tocca al capo del governo. 

Dopo un minuto e mezzo di discorso, il primo applauso: «Nessun congolese degno di questo nome potrà dimenticare che l’indipendenza è stata conquistata giorno per giorno». L’oratore continua, con lo stesso tono solenne e una voce quasi monocorde: «Noi abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le sferzate, e dovevamo soffrire da mattina a sera perché eravamo negri. Chi dimenticherà le celle dove furono gettati quanti non volevano sottomettersi a un regime di ingiustizia, di sfruttamento e di oppressione?».

Qui, al quarto minuto, agli applausi si sovrappongono grida di entusiasmo. Da parte africana, naturalmente. Perché tra i belgi - presso i quali circolava, nemmeno tanto velata, la formula “dopo l’indipendenza, uguale a prima dell’indipendenza” - il nervosismo saliva alle stelle. Il re minaccia di tornare immediatamente a Bruxelles. L’atto di indipendenza viene comunque siglato.

UNO STRANO COMUNISTA

Ma Lumumba, era o non era comunista? Domanda di non poco conto, quando ci riportiamo a quei tempi di guerra fredda. Fredda Nigrizia, rivista dei missionari comboniani, lo fotografava come «estremista e neutralista, per non dire filomarxista». 

Da parte loro, gli intellettuali comunisti non si affrettarono di certo ad arruolare Lumumba tra le loro file. «Il comunismo era lontano dalla sua cultura e dalle sue idee. Il suo nazionalismo era tipicamente africano», scriveva all’epoca il condirettore dell’Unità. Numerosi testimoni e analisti internazionali concordavano con quelle posizioni. È vero che con il precipitare degli eventi il suo linguaggio, inizialmente assai moderato, si radicalizzava e appariva talvolta anche contraddittorio. 

A otto giorni dalla secessione del Katanga dal sottosuolo scandalosamente ricco di minerali preziosi - secessione di cui i belgi erano in tutta evidenza il deus ex machina, fornendo a Tshombé anche l’esercito Lumumba minaccia di chiamare Mosca in sua difesa. Tuttavia (o forse proprio per questo) due settimane dopo vola a Washington, dove viene ricevuto con tutti gli onori, facendo schiattare di rabbia Bruxelles.

L’OMBRA LUNGA DELLA CIA

Lumumba, l’emozionante film del regista haitiano Raoul Peck, si apre e si chiude con una scena notturna: il dissotterramento e lo squartamento di un cadavere, e la successiva dissoluzione nell’acido. Mentre il film usciva sugli schermi, nel Duemila, una commissione d’inchiesta a Bruxelles esaminava le responsabilità belghe nell’assassinio di Lumumba, sull’onda della pubblicazione di un nuovo libro sull’argomento, del fiammingo Ludo De Witte. 

La verità, dopo quarant’anni, era ormai venuta a galla. Il delitto venne ordito tra belgi e Cia. «L’obiettivo principale da perseguire nell’interesse del Congo, del Katanga e del Belgio è evidentemente l’eliminazione definitiva di Lumumba », scrisse in un decisivo telegramma il ministro degli affari africani, Harold d’Aspremont Lynden. «Lumumba era un pericolo per il Congo e per il resto del mondo, perché avrebbe permesso ai comunisti di stabilirsi nella regione», ha spiegato Lawrence Devlin, l’uomo della Cia a Léopoldville. L’ordine venne direttamente da Washington. 

Una foto storica: Lumumba, tenuto per i capelli, viene catturato dai soldati di Mobutu, il 2 dicembre 1960

Catturato il 2 dicembre 1960 dai soldati di Mobutu mentre, dopo essere evaso dalla sua prigione domiciliare vigilata dai caschi blu, sta per riparare a Stanleyville, Lumumba viene in seguito trasferito, il 17 gennaio, a Elisabethville, la capitale del Katanga, ora chiamata Lubumbashi. Come dire, consegnato ai suoi peggiori nemici. Verso le 10 di sera di quello stesso giorno, lungo di viaggi e torture, un plotone al comando di un ufficiale belga fa fuoco: su di lui e su due suoi compagni. Tshombé è presente.

LETTERA ALLA MOGLIE

Il 17 gennaio scorso Pauline, la vedova di Patrice, è andata a deporre un mazzo di fiori ai piedi del monumento a Lumumba fatto erigere a Kinshasa dal maresciallo Mobutu sì, proprio lui - nel 1966, quando lo proclamò eroe nazionale. A lei il marito, già braccato, scrisse un’ultima, stupenda lettera nella quale ritroviamo gli accenti che infiammavano i suoi discorsi. 

Ne riportiamo qualche frase: «Mia cara compagna, ti scrivo queste parole senza sapere quando ti arriveranno, e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta, ma il Congo, il nostro povero popolo. Non siamo soli. L’Africa, l’Asia e i popoli liberi e liberati di tutti gli angoli del mondo si troveranno sempre a fianco dei milioni di congolesi che non cesseranno la lotta se non il giorno in cui non ci saranno più colonizzatori né mercenari nel nostro paese». «Ai miei figli - l’autore della lettera ne aveva tre - che lascio per non vederli forse mai più, voglio si dica che l’avvenire del Congo è bello. Le brutalità, le sevizie, le torture non mi hanno mai indotto a chiedere la grazia, perché preferisco morire a testa alta, con la fede incrollabile e la fiducia profonda nel destino del nostro paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e nel disprezzo dei principi che mi sono sacri. Non piangermi, compagna mia. Io so che il mio paese, che tanto soffre, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà».

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