di Marco Trovato
Il vecchio è appollaiato su una roccia in mezzo ai campi, sta lì immobile che pare uno spaventapasseri. Attorno i turisti si scatenano con le macchine fotografiche: «Nascondi l’orologio, sorridi, guarda in questa direzione », gli gridano in francese. Lui esegue senza protestare: deve esserci abituato. Poco più in là un altro anziano si sistema il copricapo sulla testa e una borsa consunta a tracolla: tra poco toccherà a lui mettersi in posa per una manciata di monete.
«Non sopporto di vedere la mia gente ridotta così – commenta Moise, la mia guida - non saremmo mai dovuti venire sin qui per assistere a questo spettacolo disgustoso». Capisco la sua amarezza: Moise è un tipo orgoglioso, ha passato giornate intere a decantarmi le virtù del suo popolo, i «nobili e fieri» Dogon. Assieme abbiamo visitato villaggi appartati dove i ritmi della vita paiono invariati da secoli e dove i rapporti tra le persone sono improntati ad un’ospitalità genuina e generosa.
Qui è diverso: ci troviamo a Sanga, cuore pulsante dell’industria etno-turistica del Mali, principale porta d’accesso al “Paese Dogon”, crocevia obbligato di ogni visitatore europeo.
Una muraglia maestosa
Siamo sulla cresta della Falesia di Bandiagara, una ferita della terra profonda trecento metri e lunga ottanta chilometri: un enorme gradino naturale che spezza la monotonia della savana e regala uno dei più stupefacenti panorami di tutta l’Africa. Bisogna vincere la paura delle vertigini e affacciarsi sullo strapiombo per godersi il paesaggio: l’erba bruciata del bassopiano è un tappeto giallo e arancione, punteggiato dalle acacie, che si perde all’orizzonte.
Abbarbicati alla parete rocciosa si riconoscono i villaggi dei Dogon, coi loro tipici granai a forma di torri e i coni di paglia sui tetti delle capanne. Poco più in alto, mimetizzate tra le fratture della scarpata, si celano alcune grotte (scavate secoli fa dai pigmei Tellem, gli antichi abitanti della regione) utilizzate dalla gente del posto per seppellire i defunti.
E’ stata la struggente bellezza di questo scenario a stregare Marcel Griaule, l’etnologo francese che negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso esplorò la regione per studiare i segreti della civiltà Dogon: a lui si deve la pubblicazione di un libro importante, Dio d’acqua, che nel 1948 svelò al mondo scientifico i segreti di questo piccolo popolo africano - non più di 300 mila persone - che fino a quel momento era avvolto nel mistero.
Un popolo di sciamani e di scienziati - rivelò Griaule - capaci di studiare i movimenti degli astri celesti ed elaborare una cosmologia complessa e raffinata. Ancora oggi la fama dei Dogon è legata a questa immagine di “poveri e primitivi esploratori del cielo”, tant’é che i tour-operator occidentali presentano la regione del Mali dove vivono come “la culla di una civiltà antica e prodigiosa”, “patria di indovini e filosofi africani”…
Tra cielo e terra
Le comitive di turisti che giungono sin qui, armati di macchine fotografiche e videocamere, si aspettano di incontrare uomini impregnati di misticismo e cercano i segni esoterici del magico mondo dei Dogon.
Spiega l’antropologo Marco Aime: «Sono stati spesi fiumi di parole per raccontare la loro cosmogonia, prima sui taccuini degli etnografi e oggi sui cataloghi turistici. L’immagine idealizzata che viene diffusa è quella di un popolo che vive in armonia con il cosmo, perennemente impegnato a riflettere sull’ordine dell’universo».
Le realtà è assai diversa: oggi sull’altopiano dei Dogon l’astronomia e la filosofia non sono scienze popolari. La gente ha ben altro a cui pensare: deve fare i conti ogni giorno con la scarsità di cibo e di piogge, non ha tempo per studiare la volta celeste. Le donne sono infaticabili e costituiscono la spina dorsale delle povere economie familiari: si svegliano prima dell’alba, raccolgono la legna da ardere, recuperano l’acqua alle sorgenti, accudiscono i bambini più piccoli. Gli uomini passano le giornate a coltivare miglio e cipolle in fazzoletti di terra strappati con fatica alla roccia, e irrigati con dighe artificiali.
Il business dell’uomo bianco
Ma non tutti i Dogon vivono di agricoltura: per gli abitanti di Sanga il turismo è ormai diventato l’attività principale. Basta uscire dall’albergo per rendersene conto: fare due passi nel villaggio significa esporsi all’assalto di decine di giovani insistenti, talvolta ostinati, che si offrono come guide turistiche e al tempo stesso propongono l’acquisto di svariati oggetti di artigianato locale. Il campionario della merce è ricco e variegato: si va dalle tipiche porte in legno dei granai, sulle quali sono intagliati simboli curiosi, ai chiavistelli delle capanne, anch’essi decorati con figure mitologiche.
Non mancano statuette in ebano, maschere allegoriche, braccialetti, sculture, feticci e tamburi in miniatura. I ragazzi Dogon sono disposti a smantellare le loro abitazioni, scardinando dai muri le porte e le finestre, pur di rifilare ai visitatori europei “reperti antichi e preziosi”. «In verità – mi confida l’amico Moise – quella roba è preparata apposta per i turisti. La gente intaglia lastre di legno, le lascia un po’ di tempo sotto terra per farle sembrare vecchie, e poi le sostituisce ai pezzi originali: un inganno semplice e geniale».
Africa vera
Tutto qui pare una finzione: persino le maschere rituali, che per tradizione dovrebbero materializzarsi solo in occasione di importanti cerimonie religiose, oggi compaiono di frequente davanti ai turisti. Vengono indossate dai giovani del villaggio che, dietro l’esborso di una generosa mancia, danzano al ritmo dei tamburi, dando vita a balletti coreografici.
Commenta lo studioso Marco Aime nel suo libro «Diario Dogon»: “Le danze tradizionali sono “etniche”, queste sono teatrali. Qui non vige neppure più il tradizionale divieto per le donne di assistervi: le turiste possono tranquillamente guardare le danze…
D’altro canto bisogna riconoscere che talvolta è proprio la performance turistica a mantenere in vita, sebbene a livello più di forma che di contenuto, tradizioni in via di sparizione… Se da un lato il comportamento dei Dogon rischia di tradursi in una sorta di presepe vivente, dall’altro potrebbe essere interpretato come un atteggiamento difensivo teso a limitare i danni”.
Eppure alcuni Dogon sono seriamente preoccupati per i repentini cambiamenti sociali provocati dall’impatto col turismo. «Di questo passo la nostra civiltà morirà – dice Sekou, proprietario di un piccolo ristorante – Anch’io ho scelto di lavorare coi turisti, ma a certe condizioni: non ho rinunciato alla mia libertà né alla mia dignità.
Oggi i ragazzi sono disposti a fare qualsiasi cosa, anche ridicolizzare i propri costumi, per raggranellare pochi soldi. Le strade sono piene di giovani che passano il tempo a mendicare, anziché lavorare nei campi. I bambini non vanno più a scuola e preferiscono accompagnare i turisti nella speranza di guadagnare una moneta, una biro, una caramella. Persino i nostri padri, i vecchi custodi della saggezza Dogon, hanno ceduto alla tentazione del “guadagno facile” assicurato dai bianchi… E’ davvero la fine».
Saggezza dogon
Sekou esagera: basta lasciarsi alle spalle il caos di Sanga e allontanarsi dalle rotte dei circuiti turistici, per ritrovare la tranquillità e l’armonia della vita rurale. La terre dell’altopiano sono disseminate di centinaia di villaggi solitari dove il tempo scorre lento e sereno come sempre. I pochi uomini bianchi che arrivano in queste località sono missionari o antropologi. Non si vedono comitive di turisti, semmai qualche innocuo viaggiatore fai-da-te: ma è un evento raro che non disturba. Gli anziani passano le ore a chiacchierare all’ombra del “toguna”, l’imponente costruzione tradizionale consacrata alle discussioni che riguardano la comunità.
Le giornate sono scandite dalle rumore ritmato dei mortai di legno usati dalle donne per macinare i cereali. Le settimane (che per i Dogon durano solo cinque giorni) sono regolate dalla rotazione ciclica dei mercati tra i villaggi. L’alternarsi delle stagioni è contrassegnato da un calendario costellato di feste sacre, riti di passaggio e danze propiziatorie: un calendario intriso di magia. Pur essendo quasi totalmente islamizzati, i Dogon hanno mantenuto tradizioni e credenze animiste, eredità delle antiche religioni tribali. I loro villaggi sono disseminati di feticci protettivi appesi ai tetti delle case e di altari propiziatori usati per sacrificare i polli alle divinità.
Gran parte della popolazione non ha cambiato le abitudini né i costumi della tradizione: vive isolata, senza luce, telefono, acqua corrente. Ma non se ne lamenta. E’ gente semplice, industriosa, solidale: la comunità Dogon è chiamata a prendersi carico dei più deboli, a sostenere chi necessità di aiuto.
Nei villaggi non è raro vedere persone handicappate o affette da malattie mentali che vivono pienamente integrate all’interno delle famiglie. Presso altri popoli africani, questi individui sarebbero considerati degli appestati o degli indemoniati: verrebbero picchiati, incatenati, cacciati o uccisi. Qui, tra i Dogon, vengono curati con la medicina tradizionale, l’affetto dei famigliari e la coesione sociale. «I soldi dei turisti bianchi non sono tutto nella vita - dice Moise - ci sono valori e conoscenze che non hanno prezzo: bisogna tenerseli stretti».