donna masai con bambini

Tra i masai la poligamia non ha limiti: gli uomini possono avere quante mogli desiderano, purché dispongano di bovini sufficienti per acquistarle dalle famiglie di origine.
Alle ragazze di età compresa tra i nove e i tredici anni è permesso avere rapporti sessuali prima del matrimonio.
Per tradizione esse possono avere fino a tre amanti contemporaneamente. 
La stessa libertà viene concessa ai giovani guerrieri, i morana. 
Sia i ragazzi sia le ragazze sono sottoposti a mutilazioni sessuali iniziatiche. 

ragazze masai con collanine

Benvenuta donna

Nella foto alcune ragazze masai abbigliate con le tradizionali collane di perline multicolori. Le ragazze sono normalmente iniziate alla prima mestruazione, e lasciano i loro guerriglieri per sposare uomini che hanno di solito il doppio della loro età. Gli uomini si sposano in genere dopo i trent’anni, perché devono avere il tempo per accumulare la ricchezza richiesta per contrarre il matrimonio. Quando una ragazza masai lascia la casa materna per quella dello sposo, è benedetta dal padre, il quale sputa un sorso di latte sotto il suo collare e l’avverte di non guardare indietro, altrimenti diventerà di pietra. All’entrata della proprietà del marito, la giovane donna viene ricevuta dalle sue nuove parenti, che la accoglieranno tirandole dello sterco di vacca e insultandola, in genere per la statura, che è un punto di orgoglio per i masai. Questo è un rituale che punta a mettere alla prova le giovani spose di fronte alle avversità della vita.

I masai sono circa 350 mila. I maschi di questa tribù sono organizzati in rigide classi di età (ragazzi, guerrieri e anziani) e il matrimonio delle figlie viene spesso negoziato dal padre prima della loro nascita.
Le capanne, a forma di igloo, sono fatte con rami e foglie, ricoperte con lo sterco del bestiame. Dalle vacche i pastori ricavano il nutrimento di ogni giorno: latte e sangue.

Orgoglio masai
di Luca Spampinato

la rivolta dei guerrieri  della savana

Li hanno sfrattati dalle loro terre, confinati in zone piccole e povere, trattati alla stregua degli animali per attrarre i turisti.
Ma oggi i masai hanno rialzato la testa 

danzatore masai

I masai, uno dei più famosi popoli africani, sono sul piede di guerra: una guerra d’orgoglio e di sopravvivenza che sta insanguinando le verdi praterie del Kenya e della Tanzania.

Un tempo quelle terre appartenevano ai celebri pastori della savana: nel corso del XIX secolo i guerrieri masai avevano conquistato i migliori pascoli della regione sottomettendo le altre tribù. Il declino della loro egemonia cominciò nel 1890 con la diffusione della peste bovina, una febbre infettiva forse veicolata dai colonizzatori europei, che decimò il bestiame provocando una carestia. Seguì una terribile epidemia di vaiolo che uccise migliaia di persone.

A tutto questo si aggiunse la fame di terre dei coloni: le zone più fertili abitate dai masai furono dichiarate "terre senza proprietario" e sequestrate dagli europei.

Nella sola Africa orientale tedesca la deportazione dei masai causò la perdita di 40mila kmq di pascoli. In Kenya la terra confiscata dagli inglesi ai pastori superò i 90mila kmq.

Faide di sangue 

Oggi i masai rivendicano il diritto di riacquisire i loro territori ancestrali, dove un tempo pascolavano liberamente le loro mandrie e dove riposano gli spiriti dei loro antenati. Per fare valere questo diritto, in Kenya non hanno esitato ad usare la forza, sfidando le autorità e occupando i campi che ora appartengono ai contadini dell’etnia kikuyu (il principale gruppo bantu della paese): le violenze hanno già provocato una cinquantina di morti e più di quattrocento feriti.

L’ultimo scontro risale a poche settimane fa, quando un gruppo di masai del distretto di Narok ha attaccato alcuni contadini kikuyu, uccidendone uno a colpi di machete e ferendone altri. I masai hanno voluto così vendicare un membro del loro clan ucciso poco prima da alcuni componenti del gruppo rivale, alimentando una catena di vendette e faide che si è intensificata il 21 gennaio scorso.

Quel giorno, alcuni masai fecero irruzione nel campo di un coltivatore kikuyu, colpevole di aver deviato il corso del fiume Ewaso Kedong per irrigare i propri campi, lasciando a secco le mandrie dei celebri guerrieri della savana. Il governo keniano ha assicurato che metterà presto fine agli scontri tribali, ma la tensione sugli altopiani della Rift Valley resta alta: lo prova il fatto che centinaia di persone hanno abbandonato le proprie case nella zona centrale del Kenya nel timore di nuovi scontri tra masai e kikuyu. 

tradizionale capigliatura masai Una storia complicata 

La controversia territoriale in Kenya ha radici storiche profonde e intricate: durante l’occupazione coloniale, i masai si rifiutarono di collaborare con gli inglesi, esponendosi alle ritorsioni e alle violenze del loro esercito. Alla fine, sotto la minaccia delle armi, dovettero cedere. I capitribù masai furono costretti a firmare nel 1904 un trattato (poi ratificato nel 1911), che assegnava gratuitamente – per novantanove anni - ampi appezzamenti dei loro territori ai coloni. 

Questo accordo è scaduto il 15 agosto 2003: motivo per cui i masai invocano la restituzione dei territori tribali. «Quella terra apparteneva a noi, ci è stata sottratta con la forza – dice William Ole Ntimama, uno dei leader della rivolta in Kenya – Il Governo deve restituircela oppure pagarcela». Il ministro dell'agricoltura keniano, Amos Kimunya, ha escluso la possibilità di rimettere in discussione "trattati che risalgono a un secolo fa". 

Un portavoce del governo Kibaki si è spinto oltre, dichiarando che «i masai sbagliano perché il contratto è valido per 999 anni, non 99 anni, e dunque i pastori dovranno aspettare fino al 3004». Non è chiaro se parlasse seriamente o se volesse semplicemente provocare. 

Il problema comunque non è di facile soluzione: il trattato era stato sottoscritto coi coloni britannici, ma oggi i farmers bianchi in Kenya e Tanzania sono pochi (quasi tutti lasciarono l’Africa con la fine dell’occupazione coloniale) mentre la gran parte dei territori è in mano ad africani che li hanno legittimamente acquistati o presi in affitto (Yomo Kenyatta, primo presidente del Kenya, di origini kikuyu, distribuì le terre migliori ai contadini della sua etnia, relegando i pastori in aree povere). Una strada percorribile per accontentare i masai potrebbe essere quella del risarcimento.

La richiesta avanzata dai pastori del Kenya alle autorità britanniche e al governo di Nairobi è di circa 700 milioni di euro a titolo di indennizzo per oltre un milione di ettari confiscati. La richiesta è probabilmente legittima, ma non è chiaro chi debba pagare. 

La guerra dei parchi

Anche in Tanzania il malumore dei masai si fa sentire. Qui il problema è rappresentato soprattutto dalla difficile convivenza tra i pastori e i parchi nazionali istituiti dalle autorità per proteggere la fauna. La costruzione di villaggi turistici e riserve naturali ha drasticamente fatto diminuire i pascoli disponibili. I masai, pur non essendo cacciatori e non cibandosi abitualmente di selvaggina, vengono allontanati dalle aree protette. E con la scusa di tutelare il patrimonio forestale viene loro vietato l’accesso ai pascoli di montagna alle pendici del Kilimangiaro. 

Particolarmente dolorosa è stata la vicenda della Mkomazi Game Reserve, nel nord del paese, per la quale centinaia di masai sono stati "trasferiti" con la forza in un territorio di terra arida tra la riserva e il monte Pare. Qui la scarsa vegetazione è stata presto divorata dagli animali, gran parte del bestiame è morto e i masai hanno perduto la loro unica fonte di sostentamento.

Lo stesso destino aveva colpito in passato migliaia di pastori costretti - prima dai tedeschi poi dagli inglesi e infine, dopo l’indipendenza ottenuta nel 1961, dal governo tanzaniano – ad abbandonare le terre che oggi ospitano i parchi nazionali del Ngorongoro e del Serengeti. Una convinzione lega gli ex coloni europei agli attuali governanti africani: prima vengono i diritti degli animali, poi quelli dei masai. 

Una tribù affascinante

Hanno la fama di valorosi guerrieri ed un portamento fiero e nobile. Vivono nelle preterie del Kenya e della Tanzania. Sono circa 350 mila pastori semi-nomadi, allevano soprattutto bovini e di conseguenza la loro vita è molto condizionata dalla presenza di acqua e pascoli per gli animali. Per i masai la terra è sacra al punto che non può essere profanata per coltivare o per scavare pozzi. E neppure per seppellire i defunti: i pastori preferiscono abbandonare i corpi dei morti in pasto agli animali della savana. La terra appartiene esclusivamente al dio Enkai. Per esigenze pratiche può essere divisa, ma nessuno individuo può diventarne padrone.