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I
pozzi che cantano
Nelle stagioni più secche del Sud
dell’Etiopia, sentirete la terra cantare fra i
calanchi a ridosso dei confini con il Kenya.
Trecentomila bovini, accuditi con cure maniacali dai
pastori borana, pascolano in queste savane. Nei mesi
senza piogge le mandrie vengono sospinte verso una
regione di pozzi scavati fino a preziose polle
d’acqua. Questi pozzi sono formidabili opere di
ingegneria idraulica: profondi decine di metri, sono
scavati a salti successivi con una ‘strada’ che
consente l’accesso delle vacche fino ai loro bordi.
Gli uomini si calano nel pozzo e, secchio dopo
secchio, fanno salire l’acqua fino ad un
abbeveratoio. Un antropologo-ragioniere ha calcolato
che i mandriani borana sono capaci di sollevare, in
pochi minuti, fino a 170 litri di acqua. Un fatica
dura: allietata dai canti degli uomini mentre si
passano, come in una cordata, i secchi. Per la savana
si diffonde una sorta di nenia ritmata, una nota rauca
di blues che sembra uscire dalla terra.
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Il lago nero
El Sod, la
‘casa del sale’, si trova ai confini con il Kenya.
Estremo Sud dell’Etiopia. E’ come se,
all’interno del cono di un antico vulcano, ci fosse
un grande occhio nero. Le acque del lago, centro
perfetto del cratere, sono color catrame. El Sod
nasconde uno dei più strani depositi salini
dell’Africa orientale. Fra gennaio e febbraio, la
gente dei villaggi della regione scende fino alle
sponde del lago e si immerge nelle sue acque per
estrarre un prezioso sale nero. Con lunghi pali e
rozze vanghe cercheranno di andare fin nel profondo
della melma nerastra: il sale dei fondali è
considerato di maggior pregio. Il sale più
superficiale, misto a fanghiglie e detriti, invece è
destinato agli animali. Gli italiani, negli anni del
colonialismo, progettarono perfino una teleferica fra
il lago nero e gli orli del vulcano per trasportare il
sale. Oggi le famiglie di El Sod conservano, per
consuetudine diventata legge, il diritto di estrarre
una quantità di sale sufficiente per caricare venti
muli.
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Fotografia
La Valle dell’Omo è un luogo di
struggente bellezza paesaggistica ed etnografica: per
averne conferma si può sfogliare le pagine del libro
fotografico Ultima
Africa (di Gianni Giansanti, edizioni White Star
2004, 29,90 euro). Frutto di mesi di lavoro e di
viaggi faticosi in regioni remote, il volume è uno
strepitoso collage di scatti d’autore dedicato alle
popolazioni del Sud Etiopia, un lavoro imponente
arricchito da saggi antropologici, didascalie ben
curate e un dvd-documentario.
Altri libri consigliati:
Omo River e
dintorni (di Giovanni Merenghetti e Christian
Grassini, Periplo edizioni Lecco 2002), Sulle Orme di
Bottego (di Renzo Milanesio, Gribaudo editore
1998).
E per chi desidera partire segnaliamo la guida Etiopia
di Massimo Bocale e Piera Borghetti (Polaris Firenze
2003, pp. 29 €) che illustra itinerari e
trekking tra il fiume Omo e la regione dei Surma.
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La Valle
dell'Omo
e
il profondo sud
dell'Etiopia |

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testo e foto di
Andrea Semplici |
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Viaggio nel cuore della Rift
Valley,
in una delle regioni africane più remote e
affascinanti.
Tra fiumi leggendari, vallate rigogliose, crateri
coperti di sale.
E popoli nobili e fieri che hanno conservato ritmi e
costumi di vita invariati da secoli.
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Non
aveva nome. O, forse, il suo nome, nelle lingue tradizionali,
era sufficiente: riusciva a riassumerne ogni altro. Per le
genti di questa regione dell’Africa, bassipiani
dell’Etiopia, quel corso d’acqua e di fango, incuneato nel
canalone geologico della Rift Valley, era solo ‘il fiume’.
Questo voleva e vuol dire ‘Omo’ nelle lingue trasmesse dai
loro padri. Per chi scende dai contrafforti dell’altopiano
etiopico e percorre la strada che conduce alle frontiere con
il Kenya, il viaggio è un vero ‘capovolgimento’: ci si
accorge di sprofondare in un’altra terra, ci si rende conto
di essere finiti in un altro mondo. E così è: questa è
‘l’altra Etiopia’. Quella ‘non cristiana’, ‘non
civilizzata’, ‘non moderna’. Un’Africa ‘primitiva’
e ‘selvaggia’. Guardata con razzismo mal celato dagli
abitanti dell’altopiano.
Un fiume
misterioso
Sono
sterminate le terre del bassopiano etiopico su cui hanno
regnato gli imperi cristiani dei Negus abissini. Poco più di
un secolo fa i soldati del re Menelik II° sottomisero la
valle dell’Omo. Fu un’impresa spietata e coloniale: i
confini dell’Etiopia di oggi sono il frutto di quella
conquista, che avveniva mentre altri avventurieri bianchi,
uomini altrettanto feroci e privi di ogni pietà, come
l’esploratore italiano Vittorio Bottego, cercavano, oltre
alla gloria personale, anche una risposta a uno dei misteri
che assillava i geografi di quegli anni. Nessuno aveva ancora
disegnato su una carta il corso dell’Omo. Non se conoscevano
le sorgenti. E poi: dove sfociava quel fiume sconosciuto? Era
davvero un affluente del Nilo come pur qualcuno aveva
sostenuto? Riusciva a raggiungere le coste dell’oceano
Indiano? L’Omo faceva ammattire: sembrava viaggiare senza
una meta. Con rapide improvvise, ma anche con lentissimi
meandri, con curve limacciose, con lentezze da grande fiume
mentre attraversa foreste profonde e savane a perdita
d’occhio. Ottocento chilometri di corso e una foce a delta
che non finisce in un mare: il Fiume non trova vie d’uscita
dalla frattura della Rift Valley e, tranquillamente, si
rassegna al suo destino. Le sue acque si disperdono, con una
rete di acquitrini, nel lago Turkana, l’antico lago Rodolfo.
Sulle rive
dell’Omo
A
Omorate, ultimo grande villaggio ai confini con il Kenya, una
pista sembra essere stata tracciata con un righello: è una
linea retta perfetta che finisce solo sulle sponde, privi di
argini, dell’Omo. Paesaggio africano: i campi di sorgo sono
protetti da bambini-spaventapasseri che, armati di fionde e
frombole, scacciano i corvi. Nella stagione secca, uomini con
kalashnikov a tracolla, spingono mandrie di vacche lungo piste
di terra rossa fino alle sponde del fiume. Cortei di donne
vanno e vengono dalle acque dell’Omo con grandi zucche in
equilibrio sulla testa. Pescatori dai corpi lucidi e dalle
profonde cicatrici issano grandi pesci sulle spalle e li
trasportano all’ombra del primo albero. Giovani barcaioli
spingono tronchi-canoa: con una pertica sfidano la corrente
fino all’approdo di fango dell’altra sponda. Seduti sulle
pietre altri uomini guardano il fiume: loro sono eleganti e
orgogliosi. Hanno i capelli rasati e una corona decorata da
tre piume di struzzo: sono i segni che ricordano un atto
eroico compiuto, la testimonianza della propria forza,
resistenza, velocità. Segni di orgoglio e di status sociale
nell’Africa profonda.
Un mosaico
di popoli
La
Valle dell’Omo è un melting-pot di etnie. Manuali, guide e
saggi di antropologia non coincidono: le fonti ufficiali
dell’Etiopia contano 45 popoli in questa regione. Vi sono
studiosi che raddoppiano questi calcoli. Qui si parlano
un’ottantina di lingue, oltre cento dialetti. Qui vivono
agricoltori sedentari, cacciatori seminomadi, pastori
transumanti, mandriani per le quali le vacche sono tutto,
guerrieri armati più di fucili che di lance. Le donne, come
ovunque in Africa, tengono assieme famiglia e società. Queste
sono genti divise dal controllo dei territori e del bestiame.
E accomunati da una vita dura e difficile: qui le risorse sono
scarse, la ricerca del cibo e di un benessere elementare è
spesso affannosa. Costante ed endemica è la minaccia di gravi
morbi come la malaria o la malattia del sonno. Qui si
sopravvive grazie ad un’agricoltura di sussistenza ed ad
un’economia arcaica. I popoli dell’Omo hanno tradizioni
che si contaminano fra di loro. Ritualità e cerimonie, feste,
lutti e appuntamenti annuali (le lotte con i bastoni, le
cerimonie del salto del toro per gli hamer, le danze nei
momenti di felicità) sono eventi rurali, semplici e complessi
allo stesso tempo. Il puzzle etnico appare, a occhi profani,
inestricabile. «Qui non ci sono purezze etniche e
linguistiche – osserva Alessandro Triulzi, docente di storia
dell’Africa Subsahariana a Napoli – Questi popoli vivono
mischiati e si plasmano gli uni contro gli altri».
Tanti nomi
e culture
E noi,
viaggiatori occidentali, cerchiamo di imprigionarli dentro
schemi elementari: i galeb
sono eleganti e vanitosi, i mursi sono celebri per
le loro impressionanti deformazioni labiali, i konso sono gli scultori di totem raffinati, ma anche contadini
esperti, fabbri provetti, artigiani apprezzati. Gli hamer sono tranquilli, disponibili, affascinanti: colpisce la loro
socialità e bellezza, sorprendono i loro mercati,
straordinario luogo di libertà per decine e decine di donne.
I surma, popolo
della sponda occidentale dell’Omo, sono bellicosi e
diffidenti. I karo
spesso sono nervosi e scontrosi. Le loro donne si traforano il
labbro inferiore con un chiodo. Più a est, fuori dai confini
della valle dell’Omo, i sidamo sono agricoltori
e pastori. Più a Nord, i dorze sono considerati
i migliori tessitori dell’Etiopia. Le loro abitazioni
attraggono ogni attenzione: sono capanne alte una dozzina di
metri con un ingresso che ricorda la forma di un naso. I borana, dispersi lungo
la frontiera con il Kenya, sono il più importante dei gruppi
oromo dell’Etiopia meridionale. E ancora: i tasselli del
mosaico dell’estremo sud dell’Etiopia è composto decine
di altre etnie microscopiche.
Un mondo
che cambia
Piccole-grandi ipocrisie del mondo
occidentale: se scorrete l’elenco dei ‘patrimoni
dell’umanità’ dell’Unesco, trovate la valle dell’Omo.
E’ un riconoscimento virtuale (e ‘inutile’) che risale
agli anni Ottanta. Strano: non fu per la formidabile ricchezza
etnografica che la valle dell’Omo ebbe il suo ‘premio’,
ma perché qui era vissuto l’homo gracilis, uno
dei tanti anelli dell’evoluzione umana che hanno calcato il
vallone della Rift Valley. I turisti che si spingono fin nella
valle dell’Omo non hanno mai sentito parlare di questo
ominide e viaggiano sull’onda di un mito antropologico. Ma
tutto sta cambiando nel Sud dell’Etiopia: scricchiola sempre
più il potere tradizionale degli anziani, i conflitti fra i
popoli e i villaggi a volte sono sanguinosi. Razzie e dispute
territoriali sono combattute con il fucile e non certo più
con le lance. La siccità e la scarsità di cibo,
l’incertezza del futuro inasprisce le tensioni. I gruppi più
deboli stanno soccombendo. I turisti, anche se i numeri
rimangono ridotti, stanno aumentando: viaggiano per itinerari
consolidati, collaudati. Gli operatori turistici conoscono i
giorni dei mercati, oramai hanno referenti fidati nei villaggi
che organizzano danze e ‘sedute’ fotografiche in cambio di
una manciata di monete. L’avvertimento delle guide
turistiche ai viaggiatori occidentali è sempre lo stesso:
partite per la Valle dell’Omo con banconote di piccolo
taglio e in buono stato…
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Piercing
africano
Le donne mursi usano
inserire un disco labiale “decorativo” nel labbro
inferiore; per applicarlo si sottopongono ad
un’operazione dolorosa: l’eliminazione degli
incisivi inferiori mediante uno scalpello.
Le donne karo
utilizzano delle schegge di osso o di avorio per
forare lo stesso labbro: la punta sembra spuntare dal
mento. Scarificazioni addominali incidono il loro
corpo: sono un irresistibile richiamo sensuale.
Le dolcissime ragazze hamer
indossano un disco di alluminio fra i capelli: sta a
significare che sono ancora nubili e possono essere
corteggiate.
Le donne hamer sposate, invece, quasi si
imprigionano il collo in pesanti bracciali-collana.
Gli oggetti del mondo occidentale si trasformano in
‘gioielli’ nel Sud dell’Etiopia: le donne borana si
modellano collane con l’alluminio delle lattine di
bibite. Scatolette di rullini fotografici si
trasformano in orecchini.
Tappi di bottiglia sono appesi ai polpacci: fanno un
bel rumore durante i balli.
I surma quasi non conoscono vesti, ma i loro corpi, spesso, sono
tavolozze di ghirigori e di geometrie della savana.
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