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Fino alla morte…
Il costo umano della violenza in Africa non
risparmia la Chiesa cattolica.
Tra i caduti degli
ultimi due anni vanno ricordati numerosi missionari,
come Annalena Tonelli e Richard ed Enid Eyeington,
impegnati nell’assistenza ai musulmani in Somalia,
padre Anton Probst, ucciso in Camerun, il sacerdote
keniano Martin Macharia Hjoroge, monsignor Michael
Aidan Courtney, nunzio apostolico in Burundi, padre
Francois-Xavier Mateso Bagura, padre Aimé Ndjabu e
padre Alphonse Kavenadiambuku, assassinati nella
Repubblica Democratica del Congo, mentre la guerra in
Uganda ha provocato la morte di quattro seminaristi,
di padre Matthew Okun Lagoro, di fratel Godfrey
Kiryowa e di padre Mario Mantovani.
L’ultimo
missionario ucciso in Africa è padre John Francio
Hannon, irlandese, della Società missioni africane
(Sma), assassinato nella parrocchia di Matasia, in
Kenya, da un commando di rapinatori. |
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SOMALIA - Una speranza
Si chiama Abdullahi Yusuf Ahmed,
la nuova speranza della Somalia distrutta da 13 anni
di guerra e di totale anarchia dominati dai clan e dai
loro leader.
Ex presidente della regione autonoma del
Puntland, Yusuf è stato eletto presidente della
Somalia da un Parlamento transitorio nel quale, per la
prima volta, sono rappresentati tutti i clan.
Il
neopresidente Yusuf ha ottenuto anche il sostegno
dell’Unione Africana che dovrebbe inviare una
missione internazionale per gestire la fase di
transizione.
Quale futuro avrà il Parlamento e quale
autonomia avrà il presidente? Difficile dirlo,
l’unica cosa certa è che per Yusuf la strada è
tutta in salita. Oltre ai problemi della
ricostruzione, il presidente dovrà sfoderare tutte le
sue abilità di mediatore per ricomporre una
situazione politica divisa e rissosa.
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IL LIBRO
La
quarta guerra mondiale, islam contro cristianesimo di
Giancarlo Giojelli (Piemme 2004, pp. 154, € 11,50): un
libro-inchiesta sulla jihad, la guerra santa dichiarata
dai terroristi islamici contro gli “infedeli”
occidentali… e contro gli stessi musulmani moderati che
credono nel dialogo e nella tolleranza. |
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Il
documento
Ogni anno il Segretariato Italiano dell’ACS
(Aiuto alla Chiesa che Soffre) pubblica un rapporto
dettagliato sulla libertà religiosa nel mondo.
Il documento può essere richiesto contattando il
Segretariato allo
06/69893911.
E’ inoltre possibile chiedere l’invio per email del
testo integrale inviando un messaggio a info@alleanzacattolica.org.
Per maggiori informazioni consultare il sito internet www.alleanzacattolica.org/acs |
Somalia
L'ex-cattedrale
di Mogadiscio ridotta ad un cumulo di macerie. In questo
paese vive un centinaio di fedeli cattolici, costretti a
tenere nascosta la propria fede |
 Sudan
Lo scorso
inverno, il regime arabo e fonfamentalista di Kartoum ha
firmato un accordo di pace con i guerrieri dello SPLA. Ma
i problemi per le cominità cristiane e per i missionari
permangono. |
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La Chiesa sofferente
I cristiani discriminati in
Africa
di Marco Trovato
Crocifissi
messi al bando, chiese bruciate, processioni proibite, missionari nel mirino
dei terroristi.
In molti paesi africani la libertà di religione non esiste. Specie
per i seguaci di Gesù Cristo.
Zanzibar
- Una vecchia chiesa, eredità della presenza coloniale. Negli
ultimi cinque anni,
su questa piccola isola si sono intensificate le tensioni tra
cristiani emusulmani.
Mentre in Europa si discute sul velo islamico e sulle
strategie per integrare i musulmani nei nostri Paesi cristiani
(ma pur sempre laici e liberi), nel continente africano soffia
con sempre più vigore il vento dell’intolleranza nei
confronti dei fedeli della croce. E’ un vento insidioso che
nasce in Medio Oriente, avvolge l’intero Maghreb e raggiunge
il cuore dell’Africa nera.
CONVERTIRSI
IN EGITTO…
Essere seguaci di Gesù Cristo in Egitto diventa ogni
giorno più difficile. Nonostante il Paese esporti un’immagine
moderata e proclami l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini.
Nella terra delle piramidi, dove un cittadino su sette professa
la religione cristiana, ci sono grossi problemi per gli
ex-musulmani convertiti al cristianesimo: nell’ultimo anno le
organizzazioni umanitarie hanno denunciato decine di casi di
carcerazioni immotivate, vessazioni e torture inflitte dalla
polizia ai danni dei neobattezzati. Spiega l’ultimo Rapporto
sulla Libertà Religiosa nel Mondo: “Poiché ai
musulmani è proibito modificare il proprio status religioso,
chi si converte e assume illegalmente un nome cristiano rischia
il carcere, contrariamente a quanto accade se un cristiano si
converte all’Islam, caso nel quale i documenti sono pronti
entro 24 ore. Il matrimonio tra un cristiano e una musulmana è
vietato.
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Egitto. Le tipiche forme di una cattedrale copta. Anche in questo paese dal volto aperto, permangono problemi di intolleranza nei confronti dei cristani
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Per quanto riguarda i bambini è proibito a quelli con
un nome islamico ricevere un’educazione cristiana, mentre i
defunti con un nome islamico sono obbligatoriamente sepolti con
il rito previsto dal Corano. Una miriade di altri impedimenti
rende impossibile ai convertiti di seguire liberamente e senza
pericoli la propria fede”. A livello sociale le
discriminazioni sono molto diffuse e vedono i fedeli copti
trattati di fatto come stranieri, esclusi nell’amministrazione
pubblica, nella scuola, nell’esercito e nella polizia. Anche
nelle aziende private gestite da musulmani difficilmente un
cristiano trova lavoro anche solo come portiere o autista,
mentre in quelle gestite da cristiani non assumere musulmani
comporta grossi problemi con le autorità.
ALGERIA FERITA
In Algeria, durante gli anni bui della guerra che ha
opposto lo Stato all’Islamismo armato, i religiosi hanno
pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane: ricordiamo
tra gli altri, il massacro dei quattro Padri Bianchi a Tizi
Ouzou, il rapimento e l’uccisione dei sette monaci trappisti a
Tiberine, l’omicidio di Pierre Claverie, vescovo di Orano,
avvenuto nel 1996; la strage di altri sette religiosi uccisi con
armi da fuoco a Bab el-Qued; senza dimenticare il sacrificio di
decine di laici di origine straniera, assassinati per la loro
fede cristiana (è il caso dei 12 croati sgozzati nel dicembre
del ’93). Ancora
oggi la situazione è difficile per le piccole comunità
cristiane sparse nel nord del Paese (in Cabilia, sugli altopiani
del Mitidja, nella regione di Orano e di Algeri): qui i
religiosi devono spostarsi con estrema cautela e alla sera sono
costretti a barricarsi dentro le abitazioni. In questo clima è assai complicato svolgere
l’attività pastorale. L’assemblea interdiocesana della
chiesa algerina, tenutasi lo scorso autunno, ha riflettuto sul
senso della testimonianza cristiana nel Paese: “Dopo un
decennio di violenza e resistenza, oggi siamo chiamati a
reinventare un nuovo stile di presenza – hanno spiegato i
religiosi – Il dover vivere una quotidianità sempre incerta
ci ha impedito di pensare al futuro: la prima preoccupazione era
sopravvivere e restare. Il problema, però, torna oggi attuale,
allorché un avvenire può essere di nuovo disegnato”. Resta
aperto il problema dell’annuncio esplicito del Vangelo, come
spiega padre Bernard Lapize, vicario generale della diocesi di
Orano: «Gli algerini che sono attratti dal cristianesimo sono
oggetto di derisione e di critiche da parte degli organi di
informazione». L’intolleranza è particolarmente pesante nei
confronti delle donne, le cui libertà fondamentali sono spesso
calpestate.
APERTURE
IN MAROCCO
Segnali di
apertura, da questo punto di vista, provengono dal Marocco. Qui
sono state introdotte dal Parlamento alcune importanti riforme
del diritto di famiglia che riguardano la condizione femminile,
finora fortemente limitata da norme ispirate a
un’interpretazione restrittiva della sharia. Con il nuovo
ordinamento, per la celebrazione di un matrimonio non è più
obbligatorio il consenso del padre, del fratello o del tutore
della donna. Inoltre all’interno della famiglia i coniugi
condividono la responsabilità e possono anche stipulare un
contratto per la gestione dei beni materiali. Viene parificata
anche la richiesta di divorzio, la cui iniziativa non è più
esclusiva dell’uomo, al quale rimane comunque la possibilità
di ripudiare la moglie senza alcuna giustificazione,
conformemente alla legge islamica. Allo stesso modo, non è
stata formalmente abolita la poligamia, sebbene sia stata
introdotta la necessità del consenso della prima moglie per la
celebrazione del secondo matrimonio. Nessun passo avanti è
stato compiuto invece riguardo alla possibilità che una donna
musulmana sposi un uomo non musulmano. Nel complesso comunque il
Marocco sta sperimentando una stagione di riforme che indicano
una direzione opposta al fondamentalismo. Uno sforzo di apertura
contrastato però dalla proliferazione di cellule terroristiche
legate ad al-Qaeda.
SUDAN: UNA
PACE PARZIALE
Pulsioni
fondamentaliste non mancano in Sudan. Per anni i soldati
dell’esercito regolare hanno sferrato attacchi contro le
comunità cristiane, specie sulle Montagne Nuba e nel Sud del
Paese, con la scusa di voler colpire gruppi di guerriglieri. Ora
che la pace tra il governo e i ribelli dell’SPLA è stata
firmata, le rappresaglie del regime di Kartum si sono accanite
contro la popolazione della regione del Darfur. Sul versante
della libertà religiosa per i cristiani le cose non sono
cambiate. Per costruire una chiesa in Sudan occorrono
autorizzazioni assai difficili da ottenere. In compenso la legge
impone uno stretto controllo governativo sulla vita ecclesiale.
Il regime censura la stampa, specie quella religiosa: l’anno
scorso il giornale “Khartoum Monitor” è stato chiuso dalle
autorità per aver pubblicato un articolo ritenuto blasfemo.
Secondo il rapporto di Amnesty International è ancora molto
diffuso l’uso di punizioni corporali inflitte dalla polizia
per chi non rispetta la legge coranica, in particolare il
divieto di fare uso di alcolici. Una ragazza di 14 anni,
accusata di adulterio, è stata condannata a 100 frustate. Ma
non è tutto: il Governo limita le riunioni dei religiosi e
talvolta crea difficoltà nel rilascio di visti o permessi di
residenza ai missionari cattolici. Dal punto di vista sociale e
lavorativo, i cristiani sono spesso trattati come cittadini di
seconda categoria e talvolta sono minacciati o addirittura
arrestati dalle forze dell’ordine in modo pretestuoso.
Un’ultima preoccupante notizia legata all’attualità: il
ministro sudanese degli affari sociali, Al-Nou Ibrahim, ha di
recente accusato le organizzazioni cristiane di sfruttare le
attività umanitarie per fare proselitismo in Darfur: “Abbiamo
elaborato un piano di intervento urgente – ha dichiarato il
ministro - per contenere le campagne missionarie con
l’obiettivo di difendere l’Islam”.
NIGERIA E
CORANO
Ancora più
complessa e delicata è la situazione in Nigeria. Sebbene la
Costituzione garantisca la libertà di praticare la propria fede
e di manifestare e diffondere il proprio credo, alcuni Governi
locali limitano fortemente questi diritti perché tendono a
radicalizzare il processo di islamizzazione dei loro Stati.
Le
tensioni e la conflittualità tra cristiani e musulmani sono
drammaticamente aumentate dopo che, dal novembre 1999, la sharia è stata
introdotta in 12 Stati. Da allora centinaia di persone sono
state imprigionate e picchiate dalla polizia con l’accusa di
vendere o consumare alcolici. I tribunali islamici hanno emesso
numerose sentenze di amputazione, flagellazione e morte per
lapidazione. Nello Stato di Bauchi tutte le ragazze con più di
16 anni, sia musulmane che cristiane, sono state “invitate”
a sposarsi entro 90 giorni altrimenti sarebbero state accusate
di prostituzione e arrestate.
Il
presidente Obasanjo, pur ribadendo in più occasioni
l’incostituzionalità dell’introduzione della legge
coranica, non è intervenuto con adeguati provvedimenti. La
situazione è esplosiva: in vaste regioni della Nigeria
processioni e manifestazioni religiose pubbliche sono proibite
per evitare violenze. Ma in cinque anni i violenti scontri a
sfondo etnico-religioso hanno provocato almeno 10mila morti.
SEGNALI
PREOCCUPANTI
Pure nei cosiddetti “paesi islamici moderati” non
mancano i problemi per i cristiani. Lo scorso inverno sull’isola di Zanzibar, in
Tanzania, una
chiesa cattolica è stata incendiata da individui mascherati non
ancora identificati. Si tratta del terzo attacco di questo tipo
in pochi mesi. Il reverendo Vincent Shiyo, prete cattolico
sull'isola, non ha esitato a puntare il dito contro il
crescente integralismo islamico: «La cosa più triste è
l’assenza di una condanna ufficiale dell’accaduto» ha
dichiarato. Secondo la polizia locale gli attacchi sarebbero
legati alle elezioni previste per la fine del 2005:
l’intenzione dei terroristi sarebbe quella di convincere la
popolazione cristiana ad abbandonare l’isola per favorire la
vittoria della fazione islamica. In Ciad di recente una chiesa
cristiana nella città di Abeche è stata distrutta e
saccheggiata da un gruppo di musulmani jihadisti (i fanatici che
incitano alla guerra santa contro gli “infedeli”). Sul
fronte delle discriminazioni segnali preoccupanti provengono
anche dal Senegal, uno stato laico ma fortemente islamizzato.
Alcune fazioni islamiche radicali hanno sollecitato
l’introduzione di leggi e la creazione di tribunali che si
ispirano alla legge islamica. Il Governo ha espulso alcune
organizzazioni caritative islamiche sospettate di propaganda
fondamentalista. Tuttavia l’aumento dell’intolleranza a
sfondo religioso desta le preoccupazioni di molti, al punto che
una coalizione di partiti, intellettuali e organizzazioni della
società civile ha lanciato l’allarme, sottolineando il
pericolo sociale e culturale che minaccia il Paese.
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Essere cattolici in Somalia
di
Enrico Casale
Primo:
nascondere i crocifissi.
Secondo: celebrare le messe in
gran segreto.
Terzo: non dare mai dell’occhio.
Solo
così i cattolici possono sperare di sopravvivere in
Somalia. La denuncia di un testimone d’eccezione
Le
loro Chiese sono appartamenti con le finestre
preferibilmente sbarrate. I loro altari sono modesti
tavoli da cucina. I loro crocifissi sono simboli
preziosi da custodire nascosti, magari solo nel cuore.
Loro sono i cattolici somali. Una piccolissima minoranza
in un Paese totalmente musulmano (99,9%). Un Paese
travolto dall’anarchia, senza Stato né autorità.
Dove la vita è già un azzardo di per sé, ancora di più
se sei membro della Chiesa cattolica.
In
Somalia i cattolici sono un centinaio. Di questi solo
una trentina è d’origine somala. Gli altri sono
stranieri, in gran parte operatori umanitari. La loro
guida spirituale è monsignor Giorgio Bertin (vedi foto in
calce), vescovo di
Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio,
profondo conoscitore della realtà somala (dal 1978 fino
agli anni ’90 ha vissuto a Mogadiscio, poi è stato
costretto ad andarsene).
Il
clima per i cattolici in Somalia è diventato pesante
prima del crollo del regime del dittatore Siad Barre.
Nel 1989, un commando di anonimi sicari uccise nella
cattedrale di Mogadiscio il vescovo mons. Salvatore Colombo. «Probabilmente furono gli
sgherri di Barre a commettere l’omicidio – dice
Mons. Bertin, a quel tempo vicario vescovile – Ma la
responsabilità dell’uccisione venne fatta ricadere
sui fondamentalisti islamici».
Il
crollo dell’autorità statale e l’inizio della
guerra dei clan hanno fatto fuggire molti cattolici dal
Paese. L’università italiana ha chiuso i battenti e i
professori sono tornati in patria. Le organizzazioni
della cooperazione hanno gettato la spugna: troppo
rischioso lavorare in quell’ambiente. Anche i vecchi
coloni hanno dovuto rassegnarsi e partire. Sono rimasti
solo alcuni coraggiosi volontari e qualche religioso. Un
centinaio di persone, appunto. «La situazione è delicata -
spiega monsignor Bertin – nel Paese non c’è un
sentimento diffuso di anticristianità, ma lo stato di
anarchia rende tutto più confuso e frange estremiste
potrebbero approfittarne. Per questo motivo non incontro
mai più di qualche fedele alla volta».
A
Mogadiscio lavorano anche quattro suore della Consolata.
Gestiscono un centro dove danno assistenza a orfani,
bambini malati e mamme: un’opera preziosa, apprezzata
dai somali. Monsignor Bertin spesso le va a trovare e
ogni volta è un’avventura. «A Mogadiscio arrivano
solo aerei sporadici - racconta - Quando prendo uno di
questi voli è sempre a mio rischio. Giunto in Somalia
devo mascherarmi per non dare troppo nell’occhio.
Chiunque potrebbe fermarmi, derubarmi e, perché no,
uccidermi. Però il lavoro delle suore è prezioso e non
posso lasciarle sole».
In
Somalia non ci sono più chiese. La cattedrale di
Mogadiscio è stata distrutta. Solo ad Hargeysa
(capitale del Somaliland, lo Stato nato sul territorio
dell’ex Somalia britannica e autoproclamatosi
indipendente nel 1991) esiste una chiesetta,
ristrutturata di recente. «Quando vado a Mogadiscio
dalle suore - spiega monsignor Bertin - celebro la messa
in casa. Facciamo la Via Crucis tra la
cucina e il salotto. Ad Hargeysa potremmo utilizzare la
chiesetta, ma è troppo rischioso. Nella regione del
Somaliland sono attivi gruppi di fondamentalisti
islamici: l’uccisione di due volontari inglesi e di
Annalena Tonelli sono preoccupanti testimonianze della
loro presenza».
Le
nomine del Parlamento transitorio e del presidente della
Somalia hanno suscitato grandi speranze. «Il presidente Yusuf è un capo tradizionale,
politico e militare – commenta mons. Bertin - pur
essendo musulmano, non vuole l’ingerenza dei religiosi
islamici nelle questioni di Stato. Certamente è un
nemico dei fondamentalisti. Tutto ciò potrebbe essere
una garanzia per noi cattolici. Prossimamente lo vorrei
incontrare. Per porgli il problema della sicurezza dei
nostri fedeli, ma anche per fargli presente che la
Chiesa è pronta a fare la sua parte, specie in ambito
sociale e sanitario, per contribuire alla rinascita
della Somalia».
Mons. Giorgio
Bertin
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