La luce dell’alba è improvvisa. Come se un sipario splendente si fosse alzato sul paesaggio del più grande altopiano d’Africa e avesse fatto riprendere una nuova vita alla conca della città santa di Lalibela, cuore remoto dell’Etiopia. Le colossali euforbie, dai rami come un candelabro rovesciato e dai grandi fiori rossi, riconquistano i loro colori. La terra, lavorata da secoli e secoli con gli stessi aratri, crepata da un’erosione incessante, è come uno sfondo scuro su quale scorrono immagini bibliche: uomini e donne si alzano, avvolti nei pesanti shamma di cotone bianco e, frastornati da una notte insonne, si muovono con passi affrettati. Come un esercito silenzioso, si assiepano attorno ad una strana vasca a forma di croce.
Diaconi e chierici sono già in bilico sui bordi della fontana,
hanno in mano candele di sego (grasso pastoso di origine animale) e fiori rossi, piccole croci d’argento spuntano dalle loro vesti. Eremiti, isolati dal mondo per mesi e mesi, non si curano della folla e spingono come ossessi pur di conquistare la prima fila.
È l’ora, la notte è finalmente finita: l’abuna, il vescovo, ha vesti di velluto pesante intessute di filigrane dorate; sale anche lui sul muretto della vasca, solleva la croce verso il cielo, aspetta che il primo raggio del sole scavalchi la vetta della montagna. Come se afferrasse quella luce improvvisa, il vescovo si inchina, immerge la croce nell’acqua, vi spegne la fiammella della candela, recita la sua benedizione. I diaconi gettano i fiori, il vescovo provoca piccole ondate muovendo la sua croce. La folla ondeggia con scarti nervosi.
UNA FESTA D’ACQUA
E la tensione della notte senza fine, della veglia, delle nenie e dei salmi recitati fino a cadere storditi, svanisce di colpo. L’acqua del battesimo divino è stata benedetta. Dio è sceso sulla Terra. È tra noi. È il momento dell’ebbrezza, della gioia, del gioco.
I ragazzi sono i primi a gettarsi nell’acqua santificata, altri afferrano secchi e la scaraventano sulla gente che vuole bagnarsi il più possibile. I turisti sono travolti, sbandano intimoriti, gli uomini rovesciano bottiglie sulla testa delle donne. Qualcuno afferra perfino una canna di plastica e lancia per aria colonne d’acqua santa. È come se l’alba del giorno più sacro del calendario religioso etiopico, il 19 gennaio, l’Epifania ortodossa, Timkat, fosse una liberazione improvvisa dai patemi di ogni giorno. Una festa pura e quasi fanciullesca.
Un rito antico che ha bisogno dell’acqua: per questo si celebra sulle sponde dei fiumi, dei laghi o in equilibrio sui bordi di grandi vasche: non ricorda l’arrivo dei Magi a Betlemme, ma il battesimo di Gesù Cristo con le acque del Giordano. I ragazzini continuano, per ore, a rincorrersi con sacchetti di plastica pieni di acqua, mentre preti e fedeli, finalmente, mangiano focaccia acida e verdure spezziate. Hanno bisogno di forze: la giornata santa è ancora lunga, colma di processioni, litanie, musiche, danze, prediche e preghiere.
GERUSALEMME D’AFRICA
Lalibela è un miracolo africano. Fino a pochi anni fa era irraggiungibile. Qui, sul grande altopiano circondato, nei lontani bassopiani, da terre islamiche, eremiti e contadini cristiani del Medioevo etiopico, realizzarono un sogno impossibile. Gerusalemme, oramai (erano gli anni attorno al XII° secolo), era in mano musulmana: nessun pellegrino cristiano poteva sperare di raggiungerla.
Questi cristiani d’Africa decisero, allora, di ricostruire Gerusalemme nel loro altopiano. Scavarono colline, svuotarono la roccia delle montagne, aprirono tunnel e gallerie, innalzarono, nel ventre della terra, undici cattedrali di pietra e le unirono con un labirinto sotterraneo di passaggi e canyon artificiali. Aprirono perfino, come se avessero avuto a disposizione una spada colossale, il cuore di una montagna: volevano farci passare un fiume e non poteva che essere il Giordano.
Quattro chiese sorgono direttamente dalla roccia, saldate alla terra dal pavimento. Bet Abba Libanos è inchiodata alla montagna dal soffitto. Se nell’oscurità di Medhane Alem sono stati collocate le tombe dei patriarchi, nella Cappella della Santissima Trinità davvero si trova il simbolo del sepolcro di Cristo. La minuscola chiesagrotta di Bet Daneghel, la Casa delle Vergini, ricorda il martirio delle donne del monastero femminile di Edessa, uccise, nel IV° secolo, dall’imperatore Giuliano l’Apostata. I cristiani d’Etiopia non avevano legami con il mondo del Mediterraneo: eppure l’eco dei miracoli e delle tragedie della loro religione era arrivato fino a loro.
CRISTIANI TRA LE ROCCE
Bisogna credere alle leggende sacre: la geografia rupestre di Lalibela, il più straordinario complesso di roccia della storia dell’umanità antica, fu stravolta in soli 24 anni. Tanto impiegarono gli operai (angeli divini e non, come vuole la cronaca storica, carpentieri egiziani e siriani) a costruire queste straordinarie architetture rupestri. San Giorgio in persona vigilò sui lavori: al punto che pretese che la chiesa a lui dedicata fosse eretta, come un gigantesco monolito a forma di croce saldato, fuori dall’intreccio delle basiliche di Lalibela.
È la chiesa più bella, invisibile fino a quando non si sta per cadere nella trincea dove è stata scavata. Nella roccia, ti spiegano, è impressa perfino l’impronta dello zoccolo del cavallo di San Giorgio. I pellegrini che, ogni gennaio, si dirigono verso Lalibela sono i fedeli di un cristianesimo ostinato e conservatore: il regno di Axum, grande impero dell’antichità africana, è stato la prima terra
cristiana della storia dell’umanità. Attorno al Trecento, prima, quindi, della conversione dell’imperatore Costantino, fu il re africano Ezana ad abbracciare la nuova religione. È stato un processo storico inverso a quello di Roma: nel più potente impero dell’antichità mediterranea, il cristianesimo si diffuse lentamente, dopo tre secoli di persecuzioni e dopo una cocciuta evangelizzazione riuscì a raggiungere la corte imperiale.
Ad Axum, grazie a predicatori siriani, la religione fu subito fede di stato, credo ufficiale di una corte regale. Si convertì l’imperatore e il suo popolo di montanari abbandonò il paganesimo: per questo le gerarchie della chiesa ortodossa d’Etiopia sono sempre state un anello fondamentale del potere dei ‘re dei re’, dall’antichità axumita fino agli anni del negus Hailé Selassiè. E nemmeno la tirannia comunista di Menghistu, padrone dell’Etiopia per 17 anni, riuscì più di tanto a scalfirne il potere profondo.
Dispute teologiche intricate hanno segnato la storia dei cristiani d’Etiopia: dopo il concilio di Calcedonia (anno 451), la chiesa di questi altopiani aderì alla scissione ‘monofisita’ (i monofisiti negano la doppia natura, umana e divina, di Gesù Cristo).
NATALE SULL’ALTOPIANO
Nei giorni del Natale i pellegrini verso Lalibela sono una processione che non ha uguali. Vestiti di panni luridi, le shamma ridotte a stracci laceri dopo troppo cammino, il cibo raccolto in cestini sospesi sulle spalle, finalmente possono inginocchiarsi davanti alle possenti chiese di pietra. Baciano le croci che i preti estraggono da sotto le vesti e donano miseri regali.
Tutto quel che hanno: un tozzo di pane risparmiato, l’ultimo centesimo conservato in un fazzoletto. In cambio vengono benedetti, possono sfiorare con le labbra quella croce mostrata quasi con indifferenza. Donne anziane si prostrano fino a terra con una pietra sulla testa, prova della loro estrema penitenza. Cristianesimo feudale e mistico: la notte del Natale non ha mai fine. Si sale il corridoio, inciso nella roccia, che conduce a Bet Maryam, la Casa di Maria e ci si ritrova, per tutte le ore del buio, stretti fra migliaia e migliaia di persone, compressi fra vesti di cotone crudo e sudore che gela nel freddo della notte. In un angolo, preti e diaconi cantano e danzano al ritmo di pesanti tamburi e del tintinnio dei sistri, sonagli dorati agitati a ogni passo di danza. È una nenia-preghiera, un insonne trance sacra che non avrà soste in attesa dell’alba.
Ancora una volta è l’alba a purificare il mondo: solo allora, il corteo dei preti si schiera, insensibile a ogni vertigine, lungo le trincee della voragine in cui è stata scolpita la chiesa di Bet Maryam e, al primo raggio di sole, esplode il canto della nascita, la gioia che scaccia ogni fatica: “È nato, è nato”. Felicità pura per gli attimi del grido, delle urla delle donne, della stanchezza che scompare in un attimo.
Ma il destino dei pellegrini è implacabile: quel giorno stesso si rimetteranno in moto, raccoglieranno in un sacco averi inesistenti e si incammineranno nuovamente per percorrere a ritroso i cammini verso i lontanissimi villaggi dell’altopiano.
PREGHIERE SENZA FINE
Alcuni decideranno di rimanere nella città santa. Aspettano Timkat, la festa dell’Epifania, vivendo di carità. Un’attesa di dodici giorni. Quel giorno, dopo l’esplosione del battesimo, a metà mattinata, una lunga processione si snoderà per le strade polverose di Lalibela.
Nelle chiese di pietra devono tornare le tabot, gli scrigni, simbolo delle Tavole della Legge, che sono copia delle pietre su cui Dio, sul monte Sinai, incise i Dieci Comandamenti. In Etiopia, secondo le leggende salomonidi, si conserva, ad Axum, la vera Arca dell’Alleanza, l’urna originale nella quale furono custodite le pietre fondanti della religione cristiana.
Da sempre, nel luogo più sacro e nascosto di ogni chiesa etiopica, è custodita una replica di questa Arca: alla vigilia di Timkat viene portata, sulla testa di un sacerdote, celata a ogni sguardo sotto velluti e broccati, fin al luogo dove avverrà il rito del battesimo. Dopo il bagno sacro dell’alba, a Lalibela, il giorno dell’Epifania, una processione tumultuosa risalirà la montagna per ricondurre le tabot nei propri tabernacoli segreti. È un corteo di festa: ancora una volta diaconi e cantori, dalle tuniche bianche e rosse, si schiereranno lungo le trincee che sovrastano il cammino ondeggiando con i loro tamburi e i loro sistri.
I preti danzano come se stessero per entrare nel tempio. I giovani fedeli ballano in cerchio come faceva re David quando leggeva i salmi. La processione ha innumerevoli soste: il rullo di tamburi si mischia alla preghiera, mentre direttori d’orchestra occulti, ma ben presenti, dirigono i passi e i gesti dei preti.
Si venerano le tabot protette dai suoi velluti e da ombrelli che raffigurano, nei loro disegni dorati, la volta celeste, fino a quando, con un movimento improvviso, i preti che le sorreggono non svaniscono in un varco scolpito nella roccia. Allora, di colpo, il silenzio si fa improvviso e nella prima oscurità si accende qualche candela, le donne quasi si accasciano, gli uomini, spossati, si offrono una schiumosa birra tradizionale. La processione è finita, la stanchezza dei pellegrini è immensa, ma nell’interno delle chiese le preghiere di pietra riprendono il loro cantilenare di sottofondo. È la musica perenne di questa Gerusalemme d’Africa.