Il leader dei Saharawi

Mohamed Abdelaziz è il leader del Fronte Polisario (il movimento di liberazione saharawi), nonché Presidente della autoproclamata Repubblica Araba Saharawi Democratica. Lo abbiamo incontrato nel suo quartier generale, un edificio coloniale che sorge in pieno deserto.

Abdelaziz, lei è Presidente di una nazione che non compare su molti atlanti geografici. Come si spiega ?
«La Repubblica Araba Saharawi Democratica, fondata nel 1976, ha una propria bandiera, un inno nazionale, una moneta ed un Governo autonomo. Tutto questo verrà riconosciuto ufficialmente dal mondo appena il referendum sancirà l'indipendenza del  Sahara Occidentale».

Ma questo referendum continua ad essere rimandato...
 «Il piano di pace sottoscritto dal Fronte Polisario e dal Marocco nel 1991 avrebbe dovuto portare in breve tempo allo svolgimento della consultazione referendaria. Ma il Marocco ha cercato di manipolare le liste elettorali e ciò ha fatto dilatare i tempi concordati».

Perché l'Occidente resta in silenzio di fronte al vostro dramma?
«Ci sono importanti interessi economici in gioco: l'Europa è il primo partner commerciale del Marocco e la Francia, in particolare, è uno degli sponsor più forti del Governo di Rabat».

Cosa farete se il piano di pace dovesse definitivamente fallire?
«Noi chiediamo la pace e l’indipendenza. Ma siamo anche stanchi di aspettare. Non abbiamo mai ceduto alla tentazione del terrorismo internazionale come arma di rivendicazione. Ma questa scelta ‑ a cui saremo sempre fedeli ‑ ha fatto il gioco di chi vuol far dimenticare il dramma del popolo saharawi...  Se non si arriverà ad un accordo decoroso col Marocco, dovremo riprendere nostro malgrado la via delle armi».

 

La disputa infinita del
Sahara Occidentale
di Paola Marelli  -   foto di Marco Trovato

 


Il popolo saharawi attende da trent’anni di poter tornarenella propria patria, occupata militarmente dal Marocco.  Ma il governo di Rabat non vuole ritirarsi.  E la Comunità internazionale resta in silenzio...

     È un dramma dimenticato. La tragedia del popolo saharawi viene ignorata dalla stampa e dalle diplomazie occidentali. Tutto inizia trent’anni fa. In Africa soffia il vento della decolonizzazione, ma il Sahara occidentale (un fazzoletto di terra incastrato tra l’Atlantico, il Marocco, l’Algeria e la Mauritania) è ancora occupato dagli spagnoli.
La popolazione autoctona, i "saharawi" (dall'arabo "gente del deserto"), viene assoggettata dalla potenza coloniale, in nome degli interessi economici celati sotto il terreno del protettorato (soprattutto giacimenti di fosfati). Solo nel '75, dopo la morte del dittatore Franco, Madrid decide di disfarsi di quel possedimento.
Ne approfitta il re del Marocco, Hassan II, per affermare i diritti del proprio paese sul suo "sud naturale": le forze armate reali marocchine occupano i territori del Sahara occidentale e prendono di mira le città saharawi, decimando la popolazione con massicci bombardamenti al napalm. Chi riesce a scappare, si ritira nel deserto algerino di Tindouf: una zona considerata tra le più invivibili del nostro pianeta.
Da trent’anni 200mila profughi vivono lì, in attesa di poter tornare alle proprie terre. Per rivendicare i loro diritti hanno creato il Fronte Polisario, un movimento di liberazione che si batte per ottenere l’indipendenza dal Marocco. Ma il Governo di Rabat continua ad attuare una progressiva annessione amministrativa ed economica del Sahara occidentale, costringendo all'esilio i saharawi.

Il sogno sfumato

Non sono bastati gli appoggi incondizionati alla causa saharawi di Algeria e Sudafrica (che hanno riconosciuto il governo in esilio del Fronte Polisario): lo scorso ottobre la Commissione ONU per la Decolonizzazione ha di fatto affossato il piano di pace dell'ex-Segretario di Stato americano James Baker, facendo praticamente tornare il processo di pace al punto di partenza. Con buona pace delle Nazioni Unite, che continuano a mantenere nella zona una delle missioni più costose della storia senza alcun risultato e del Marocco, che ha conseguito l'ennesima vittoria diplomatica.
La Commissione per la Decolonizzazione era stata chiamata ad esprimersi sul piano Baker, che prevedeva un referendum sull'autodeterminazione per il Sahara occidentale, che avrebbe potuto decidere se costituirsi in stato indipendente oppure entrare a far parte del territorio marocchino. Sui 191 stati membri della Commissione solo 52 hanno approvato il piano, mentre 89 (tra cui tutti e 25 i paesi della UE) si sono astenuti. Sebbene quindi la votazione abbia dato esito positivo, l'astensione di più di metà dei membri ha rimesso tutto in discussione, perché ha dimostrato come il piano goda di scarsa fiducia.
Tutto da rifare quindi. L'ONU sarà costretta a prolungare ancora la permanenza della propria missione di pace nella zona ed il Fronte Polisario vedrà ancora una volta sfumare il sogno di un Sahara occidentale indipendente.

Esilio terribile

Il deserto algerino nei dintorni dell'oasi di Tindouf è un mare irrequieto e monotono di pietre, sabbia e arbusti rinsecchiti. Non un filo di vento, neppure una leggera brezza che lenisca il caldo insopportabile di tutti i giorni. La terra è arroventata dal sole: un posto impossibile. Ai tempi della colonia era stato prescelto come luogo di punizione per i riottosi della Legione Straniera.
Oggi è abitato dai Saharawi, 200 mila profughi costretti da trent’anni a vivere in una manciata di accampamenti allestiti dall'ONU. Alcune tendopoli dispongono di piccoli pozzi, ma non sempre c'è da fidarsi: epatite, colera e tifo sono realtà presenti in maniera endemica e tutti i bambini, a turno, soffrono di dissenteria acuta. Per cucinare nelle tendopoli si usano vecchie bombole di gas (legna non ce n’è): basta una leggerezza perchè scoppino improvvisamente. L'unità chirurgica delle tendopoli ospita molte persone ustionate: in maggioranza donne e bambini. Altra gente viene ricoverata per i morsi dei serpenti, le punture degli scorpioni, le infezioni provocate dal sole e dalla sabbia.

L’orgoglio di un popolo

Gli accampamenti dei profughi saharawi in Algeria sono ordinati e puliti.  Niente a che vedere con la pochezza e lo squallore di tante tendopoli africane che le immagini della tv ci hanno abituato a considerare veri e propri inferni senza redenzione.
Con l'aiuto della Mezzaluna algerina (l'equivalente della nostra Croce Rossa), i Saharawi sono riusciti a realizzare un eccezionale sistema solidaristico basato sul mutuo‑soccorso che assicura un'assistenza più che dignitosa a tutti. Nei campi profughi non circola denaro: insegnanti, militari, artigiani e contadini non hanno remunerazione per il loro lavoro.  L'utile prodotto è destinato all'acquisto dei beni di prima necessità, distribuiti alle persone più vulnerabili, che altrimenti non ce la farebbero a cavarsela.
Ciò che colpisce è che i Saharawi, pur non rifiutando gli aiuti provenienti dall'estero, non vogliono adagiarsi sull'assistenzialismo e sulla solidarietà paternalistica. C'è un grande desiderio di riscatto e l'orgogliosa consapevolezza di appartenere ad una cultura antica, ricca, più che mai vivace.


Da leggere

Figlie del deserto (Sperling & Kupfer 2004, pp. 247, €15,00) - La scrittrice catalana Ana Tortajada racconta le donne saharawi, che da quasi trent’anni sono costrette a vivere in esilio.
Fiabe sahrawi
(EMI 2002, 190 pp. € 9,00) - Quaranta racconti popolari del Sahara Occidentale raccolti da Carme Aris e Lluisa Cladellas, con ricca introduzione storiografica di Luciano Ardesi
Sahara Occidentale (Editrice Internazionale/CISP 1998, 120 pp. € 11,00) - A cura di Giulia Olmi: la storia di una guerra dimenticata e il fascino di una società poverissima ma nobile.
Polisario, un’astronave dimenticata nel deserto
(Gamberetti editrice 1997, 120 pp.) di Fabrizia Ramondino - Gli appunti di viaggio di una scrittrice italiana ospitata nei campi profughi saharawi.  

Nel deserto una Repubblica di Pace
(Fondazione Internazionale Lelio Basso 1985) di Gian Butturini - Bel volume fotografico, da cercare in biblioteca, sui campi profughi e i soldati del Fronte Polisario.

Alta tensione

Per difendere l’occupazione del Sahara Occidentale, l’esercito marocchino utilizza vecchie mine di produzione italiana, assieme a sofisticati congegni bellici forniti da Francia e Stati Uniti. I guerriglieri saharawi del Fronte Polisario possono invece contare sull’appoggio logistico e militare dell’Algeria. Dal 1991, anno in cui è stato firmato un fragile accordo di pace, nel Sahara Occidentale le armi tacciono. Ma la tensione lungo i confini resta alta e, se la diplomazia dovesse fallire, la situazione potrebbe precipitare.

Vecchie mine di produzione italiana usate dal Marocco per difendere l’occupazione del Sahara Occidentale