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Malattia e cura degli infermi
nella tradizione e
nella pratica
dell’islam
di Gian Battista Maffi
Il dolore, la sofferenza,
soprattutto quella del giusto innocente, la morte...
Temi che l’uomo deve affrontare, in ogni epoca,
trovando risposte a livello religioso, filosofico e
comportamentale.
Continua la riflessione sulla posizione dell’islam
su questi misteri dell’esistenza.
La sofferenza come purificazione
La sofferenza appare talora come provvidenziale, in quanto
purifica dalle colpe in questa vita e prepara alla ricompensa
nella vita futura. In questo senso vanno alcune tradizioni
islamiche le quali ancora riecheggiano affermazioni dell’Antico e
del Nuovo Testamento:
«Dio purifica con la sofferenza coloro che egli più
specialmente ama».
«Colui al quale Iddio conceda un bene, sarà colpito a causa di
esso».
Attraverso questi detti sorge anche nell’islam l’enigma della
sofferenza innocente. E tuttavia non ne viene chiesto conto ad
Allâh. Piuttosto viene invertito il senso del dolore: non più come
punizione ma come segno di amore. Il credente è immediatamente
spinto a porre la sua fiducia nel Dio provvidente, «misericordioso
e compassionevole», di cui parla in continuazione il Corano. La
prima delle due tradizioni richiama in particolare Ben Sira (Sir
2,1-7) e la lettera di Giacomo (Gc 1,2-4), mentre la seconda
introduce il concetto della sofferenza come prezzo da pagare in
risposta ai doni divini, che in ogni caso hanno un valore
immensamente superiore al loro costo in sofferenza.
In questo contesto emerge anche il tema della sofferenza come
prova della fedeltà, che qui indica la volontà di sottomettersi
liberamente e totalmente, senza ribellarsi alla volontà divina:
L’Inviato di Dio disse: «Il credente e la credente non
cessano mai dall’essere messi alla prova, in se stessi, nei loro
figli e nei loro beni, finché incontreranno Iddio Altissimo, non
avendo un peccato a loro carico».
Il dolore è dunque il segno umanamente sperimentabile della
pedagogia purificatrice divina nei confronti dei suoi fedeli: non
più oggetto di maledizione ma di benedizione, motivo di
ringraziamento. Questo si fonda soprattutto sulla fiducia cieca in
Allâh, che non desidera il male degli uomini e che quando usa il
bastone lo fa solo in vista di un bene maggiore.
Il dolore assume allora funzione di espiazione, già in questa
vita, dei peccati commessi:
Dal Profeta, che disse: «Non coglierà il Musulmano
sofferenza, o malattia, o afflizione, o dolore, o danno, o
tristezza, o financo la puntura di una spina che abbia a subire,
senza che per questo cancelli Iddio qualcuno dei suoi peccati».
Si noti che non viene considerato l’uomo in generale ma
direttamente il fedele, qualificato come «musulmano».
Evidentemente si tratta di una «catechesi» interna, tesa a
rispondere a quesiti posti dalla comunità dei credenti musulmani.
Comportamento e retribuzione
Non manca certo nell’islam il rapporto tra condotta e
retribuzione. Ma nella tradizione riportata questa relazione non è
affatto evidente. Tutto dipende dalla volontà suprema dell’Uno,
che sovranamente distribuisce gioie e dolori. Il paradiso e
l’inferno dopo la morte non sono frutto dei meriti umani ma della
decisione divina, che spinge i fedeli e gli infedeli ad assumere
atteggiamenti morali coerenti con quanto è stato decretato per
l’al di là. È dunque possibile che il male e il bene operati
dall’uomo non abbiano conseguenze visibili in questa vita.
Eliminando il rapporto tra condotta e retribuzione su questa
terra, viene lasciata aperta fino al momento del giudizio finale
la soluzione degli enigmi della vita, gli stessi che tormentavano
l’uomo biblico, (vedi Geremia, Giobbe, Qohelet) tanto da farlo
dubitare della giustizia divina. Solo così potrà apparire nel suo
vero splendore il Decreto divino e si comprenderà l’apparente
ingiustizia della prosperità dell’empio durante l’esistenza
terrena e il senso delle sventure che accadono all’umanità.
La sofferenza in quanto purificazione e prova della fedeltà, cioè
della sottomissione di fede ad Allâh, ha segnato in maniera
significativa la vita del Profeta dell’islam, decretandone però
alla fine il successo davanti a Dio e agli uomini. Per questo egli
viene presentato come il «bel modello» (Corano 33,21) per tutti
coloro che hanno creduto al messaggio affidatogli dal Signore. I
musulmani sono invitati ad avere fiducia nel loro Dio e a
esercitare la pazienza attendendo la fine di tutte le cose.
La cura degli ammalati
L’islam raccomanda di visitare i fratelli nella fede, specialmente
se sono ammalati e si trovano nel bisogno. La visita è motivata da
puro amore in Dio nei confronti del fratello. C’è una tradizione
che richiama da vicino il testo del giudizio finale di Matteo 25,
31-46 e che ha Alcuni come presupposto la vicinanza di Allâh ai
suoi fedeli e il suo amore per loro. Mostra che l’islam non è una
religione che non conosce l’amore di Dio per gli uomini, come si
sente spesso affermare. L’islam sunnita ortodosso infatti nega
assolutamente che l’amore di Dio per l’uomo sia uguale all’amore
tra le creature umane. Il musulmano crede fermamente che Allâh è
misericordioso e colmo di amore ma non si sbilancia ad affermarne
la natura, timoroso com’è di deturpare in qualsiasi modo la
trascendenza divina mediante il riferimento a ciò che è immanente
e corporeo, cioè umano.
Dio è infatti «il ricco», nel senso dell’assoluta autosufficienza,
incomparabile e incompatibile con la povertà umana. Questa
concezione spiega anche perché Egli non possa identificarsi con un
uomo, tanto meno con un uomo in difficoltà. Ma il suo amore e la
sua misericordia sono vicini al povero e all’indigente per
calcolare e testimoniare la preziosità dell’opera di colui che
visita l’ammalato, come attesta un'altra tradizione:
L’Inviato di Dio disse: «A chi va a trovare un malato, o fa
visita a un suo fratello in Dio, un annunciatore proclama: “Sei
stato buono, ed è buono quello che è stato preparato per te, e
verrai ad abitare una dimora nel Paradiso”».
La visita agli ammalati è talmente importante che diventa un vero
e proprio ordine dato dal Profeta ai suoi seguaci:
L’Inviato di Dio disse: «Andate a trovare l’ammalato, date da
mangiare all’affamato, e rimettete in libertà il prigioniero».
La cura del corpo è funzionale alla cura dello spirito, per cui la
fede nel Dio dell’islam è preferibile alla guarigione fisica.
Questo spiega la sollecitudine del Profeta di fronte a un ammalato
non musulmano:
Un ragazzo ebreo che era al servizio del Profeta s’ammalò, e
il Profeta andò a trovarlo: sedette all’altezza del suo capo, e
lo esortò: «Fatti musulmano»; il ragazzo guardò verso suo padre,
che gli stava vicino; questi disse: «Obbedisci a Muhammad»; ed
egli si fece musulmano. E il Profeta uscì dicendo: «Sia lode a
Dio che lo ha strappato all’inferno».
Per l’islam quindi la cura dell’ammalato è molto importante:
assicura la ricompensa eterna quando è fatta con e per amore e
conduce vicino ad Allâh, il quale è particolarmente presente
accanto alla persona che soffre ed è nel bisogno.
Ma anche il modo in cui curare l’ammalato va considerato. Ad
esempio, il pudore femminile, soprattutto nell’islam arabo, è
assai rilevante. Da parte degli operatori sanitari sarà necessaria
una particolare attenzione a questo dato culturale. Una tradizione
racconta:
Un discepolo chiese al Profeta: «Vuoi che ti faccia vedere
una donna che fa parte della gente del Paradiso?»;
«Certamente!», risposi; disse: «Questa donna negra si recò dal
Profeta e disse: “Ho degli attacchi di epilessia, e poi mi
ritrovo scoperta: prega Iddio Altissimo per me”. Egli disse: “Se
vuoi, sii paziente, e per te ci sarà il Paradiso; oppure, se
vuoi, pregherò Iddio Altissimo perché ti risani”. E lei decise:
“Che io sia paziente”; poi aggiunse: “Io però mi ritrovo
scoperta: prega Iddio che non mi ritrovi scoperta”. Ed egli
pregò per lei».
Viatico e preghiere per i defunti
La preghiera di intercessione pone un grosso e controverso
problema per l’islam. Se tutto proviene da ciò che il Dio Uno e
Unico ha decretato, che senso ha pregare affinché egli cambi
decisione? Non si instaurerebbe in qualche modo una specie di
«debolezza» di Dio? Se Dio può cambiare, non si crea forse una
crepa nella sua perfezione? La riflessione musulmana ha risposto
in molti modi all’obiezione. Le formule di scongiuro sono
indirizzate soprattutto contro le presenze infauste che causano la
malattia nei fedeli e viene sempre invocato l’Unico Signore
affinché li liberi. In nessun modo dunque viene intaccato il dogma
dell’assoluta unicità di Allâh.
Ma che cosa dire quando ci si trova presso un moribondo o un
morto? Così si esprime una tradizione:
L’Inviato di Dio disse: «Quando siete in presenza di un
ammalato o di un morto, dite cose buone, perché gli Angeli
aggiungeranno “Amen” a quello che direte». Quando morì Abu
Salama, andai dal Profeta a dirgli: «Inviato di Dio, Abu Salama
è morto!»; ed egli: «Dì: ‘Mio Dio perdona a me e a lui, e
fammene avere in cambio buona riuscita’». Feci come mi aveva
detto, e Iddio mi fece avere in cambio chi è stato per me
migliore di quanto sia stato lui, Muhammad.
Il detto, oltre a favorire l’atteggiamento di rispetto verso la
persona colpita o i suoi familiari, si riferisce alla presenza
particolare di Allâh e dei suoi angeli accanto all’ammalato o al
morto. Il momento dunque diventa maggiormente propizio per
ottenere favori dal Signore mediante la preghiera.
Infine la tradizione afferma:
L’Inviato di Dio disse: «Colui le cui ultime parole sono “Non
vi è dio oltre a Dio” entrerà in Paradiso».
La formula, che ha il sapore di una giaculatoria, è ripetuta mille
volte con un’infinità di varianti nella Sunna. È la sintesi della
fede musulmana. Nell’islam, dicono i saggi, c’è un solo peccato
che non potrà mai essere perdonato: l’associazionismo, cioè il
«dare dei compagni ad Allâh», o, in termini teologici, la
negazione del monoteismo assoluto. Questa formula è inculcata fin
dalla più tenera età ed è anche l’ultima che affiora sulle labbra
di ogni pio musulmano. Se non può esprimerla con parole a causa
della malattia mortale, la esprimerà con gesti. Non è raro vedere
un musulmano che muore alzando l’indice della mano destra: il suo
modo estremo di testimoniare la fede nell’Unico Dio.
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