AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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Non solo goal

L’Africa nel pallone, tra sogni e realtà

 

di Giulio Litta Modignani

 Calcio dei poveri o calcio del futuro ? Per chiarirvi le idee non vi resta che leggere la nostra inchiesta sul football africano. Uno sguardo curioso e attento su un mondo in piena evoluzione, fatto di giovani talenti, allenatori stranieri, campioni-stregoni e stadi colmi di tifosi. Luci e ombre di uno sport che fa sognare.

 

Dakar, 1992: Arrigo Sacchi, giunto in trasferta per seguire la Coppa d’Africa delle Nazioni (CAN), si sbilancia in una delle sue celebri premonizioni e dichiara: «Il calcio africano sarà il calcio del Duemila». Tunisi, 2004: Michel Platini, alla vigilia dell’ultima edizione della Coppa d’Africa, si lascia scappare una frase poco diplomatica e di tutt’altro tenore: «Gli africani hanno un ritardo evidente nel calcio così come ce l’hanno con il prodotto interno lordo».

In questi due giudizi tanto distanti tra loro si celano tutte le potenzialità, i limiti e le contraddizioni del pianeta calcistico africano. A dispetto di una concentrazione di talenti seconda forse solo al Brasile, e di una passione che coinvolge e accomuna intere popolazioni, il calcio africano deve affrontare grossi problemi organizzativi, che spesso esulano dal contesto prettamente sportivo, sconfinando nella dimensione sociale e politica.

Non è certo l’attenzione dei tifosi a far difetto: il calcio è diventato lo sport nazionale in quasi tutti i paesi africani. Le partite dei campionati nazionali e delle competizioni continentali (la Champions League africana e la Confederation Cup, corrispondente alla nostra Coppa UEFA) sono seguite con grande interesse, per non parlare delle squadre nazionali, capaci di polarizzare l’attenzione di interi paesi fino a condizionarne la vita politica.

Stadi enormi e campi impossibili

L’ultima finale di Coppa d’Africa giocata in Tunisia tra i padroni di casa e il Marocco è stata seguita a Tunisi da 60 mila spettatori. I maggiori stadi del Continente come Lagos, Il Cairo, Douala e Johannesburg garantiscono una capienza di 80-100 mila persone, un tetto che per la verità viene sfondato spesso e volentieri con conseguenze anche drammatiche come crolli o tafferugli.

Anche le infrastrutture, spesso a torto vituperate da osservatori superficiali, non sono disprezzabili, ma spesso a trarne beneficio sono solo le grandi squadre, mentre quelle delle leghe inferiori devono accontentarsi di campi di gioco approssimativi e di equipaggiamenti inadeguati.

Succede ad esempio che ad Algeri vi siano solo 13 stadi per oltre 100 squadre, e che le compagini di livello internazionale siano costrette ad alternarsi con quelle amatoriali nei campi di allenamento, con conseguenze facilmente immaginabili per la tenuta dei terreni.

In Mali, i pluricampioni del Djoliba dispongono di un centro sportivo molto carente, sebbene preferiscano giocare la Champions League in casa piuttosto che affrontare trasferte come quella di Addis Abeba, dove si gioca a 2400 metri di altitudine.

Spesso il clima non favorisce la manutenzione dei campi di gioco: se nel Maghreb il nemico si chiama sabbia, ai tropici sono le piogge torrenziali a rendere i terreni impraticabili.

Soldi per pochi

I campionati meglio organizzati si disputano in Marocco, Tunisia, Egitto, Sudafrica: qui si trovano molti giocatori stranieri, tanto africani quanto brasiliani o addirittura europei (oltre 80 atleti della Première Division francese giocano in Africa)

Purtroppo i grandi sponsor si allontanano raramente da questi “big 4”, cosicché gli altri campionati soffrono di scarsa professionalità (a cominciare da arbitri non all’altezza che concedono, a fine partita, anche dieci-quindici minuti di recupero) e soprattutto di mancanza di finanziamenti. In Nigeria, dove le potenzialità sarebbero altissime, il torneo è soggetto a sospensioni e rinvii, mentre l’ex calciatore della Lazio, Massimo Piscedda, che aveva intrapreso la carriera di allenatore nella Serie A ghanese, ha rinunciato per carenza di mezzi. Come spesso accade in Africa i soldi investiti tendono a finire nelle tasche di alcune lobby invece che ai diretti beneficiari.

Calcio e politica

Uno dei maggiori problemi del calcio africano è proprio la pressione politica a cui le squadre sono sottoposte: gli introiti delle maggiori competizioni, come la Champions League e la CAN, fanno gola a molti presidenti, per non parlare della visibilità anche internazionale che il calcio può offrire ai governi, specie se interessati a distogliere l’attenzione da problemi interni.

Succede ad esempio che Paul Kagame, presidente del Rwanda, si precipiti all’aeroporto alle tre del mattino scortato da moglie e figli per accogliere i giocatori della nazionale, reduci dalla qualificazione alla CAN ottenuta in Uganda. La stessa febbre del tifo ha colpito il leader dello Zimbabwe Mugabe, che non si era mai interessato di calcio prima della storica qualificazione della sua squadra a “Tunisia 2004”.

Il presidente del Camerun Paul Biya si è spinto anche oltre, imponendo il reintegro nella selezione nazionale prima di Milla e poi di Mboma, due giocatori che erano stati esclusi dalla squadra per volontà degli allenatori (tutto gli si può contestare tranne la mancanza di fiuto tecnico).

L’interesse della classe politica non è sempre così benevolo: nel febbraio del 2000, il premier della Costa d’Avorio, Robert Guei, fece rinchiudere i giocatori della nazionale in una caserma militare per punire la loro scarsa “disciplina”, che si era tradotta in un rendimento insoddisfacente.

Calciatori-emigrati

Episodi del genere contribuiscono a rendere sempre meno appetibile ai calciatori africani la permanenza nei paesi d’origine. Allo strapotere delle lobby politiche e al desiderio di ottenere maggiore visibilità internazionale si aggiunge poi il fattore economico, ormai divenuto decisivo.

Anche i campionati più prestigiosi offrono stipendi di gran lunga inferiori anche a quelli delle divisioni europee minori (vedi box accanto…).

L’emigrazione dei talenti africani non deve essere vista per forza come un fenomeno negativo da combattere, ma è innegabile che i già di per sé scarsi investimenti effettuati in loco siano sempre finalizzati all’esportazione dei giovani calciatori, tanto che qualcuno è giunto a parlare di una nuova forma di tratta degli schiavi. 

In Senegal esistono oltre 150 scuole-calcio e centri di formazione sportiva, tra cui uno recentemente fondato a Saly (70 km da Dakar) con il contributo di due campioni francesi di origine africana: Bernard Lama e Patrick Vieira. C’è da chiedersi quanti dei ragazzi avviati al calcio professionistico rimarranno in patria e quanti invece cercheranno fortuna in Europa.

I Paesi che forniscono il numero più alto di “emigranti” sono Nigeria e Ghana, seguiti da Senegal, Camerun e Congo RD, mentre le mete principali sono Francia e Belgio, anche se ormai si possono trovare calciatori africani in tutta Europa e in buona parte del mondo.

La globalizzazione del calcio

In questi ultimi anni è emerso un fenomeno nuovo nel panorama degli spostamenti calcistici: è cresciuto il numero di giocatori europei e sudamericani (e talvolta di africani residenti in Occidente) che hanno deciso di emigrare per intraprendere un’avventura sportiva in Africa. Gli esempi non mancano: il Marocco ha arruolato per la CAN 2004 quattro figli di emigranti dall’Europa, alcuni dei quali non avevano mai messo piede nella loro terra d’origine. All’atto di presentarsi nel ritiro della nazionale, il camerunese Lauren parlava solo spagnolo, tanto da essere costretto a prendere lezioni di francese per comunicare coi compagni. Certo, talvolta si sono registrati anche degli eccessi in questo senso: il Togo ha naturalizzato in tutta fretta cinque brasiliani, senza peraltro riuscire a qualificarsi per la fase finale della CAN. In Tunisia si sono viste altre stranezze: il brasiliano Dos Santos è diventato una stella della nazionale, dopo aver ottenuto il passaporto tunisino in tempi per lo meno sospetti, mentre il nigeriano Odemwingie è nato addirittura in Uzbekistan. La pratica delle naturalizzazioni selvagge corre il rischio di diventare una piaga (basti pensare che il Qatar ha minacciato di schierare nella propria nazionale Rivaldo e altri dieci brasiliani), tanto che la FIFA ha promesso di correre ai ripari modificando gli attuali regolamenti.

Allenatori in trasferta

Di certo il cammino verso il prossimo Mondiale di calcio (Germania 2006) vedrà sempre più nazionali africane dirette da allenatori stranieri. Roger Lemerre, già campione d’Europa con la Francia, ha condotto la Tunisia al titolo continentale; l’argentino Pedro Pablo Pasculli (ex Lecce) è finito addirittura in Uganda; l’Italia, dopo aver mandato Dossena ad allenare il Ghana, Matté il Mali, Scoglio la Tunisia e Bersellini la Libia, vede ora Tardelli tentare l’avventura in Egitto.

Accanto ai nomi più celebri c’è però una schiera di CT semisconosciuti, soprattutto francesi ma anche tedeschi, che vengono inspiegabilmente preferiti a quelli locali, e che talvolta si recano in Africa per ragioni personali che nulla hanno a spartire con questioni calcistiche.

Sembra che si sia creato un circolo vizioso che spinge in Europa i giocatori più talentuosi portando in cambio tecnici spesso mediocri.

Con poche eccezioni, gli allenatori africani sono ritenuti meno competenti, anche se è innegabile che essi conoscano le abitudini, la lingua e le realtà locali molto meglio dei colleghi europei o sudamericani. A volte il problema nasce proprio dai “senatori” dei campionati europei, che una volta tornati in patria si mostrano poco propensi a collaborare con CT africani.

La superstizione scende in campo

I mass media europei non sembrano aiutare molto il calcio africano a conquistare nuovi mercati: l’interesse per i campionati africani resta nullo, tanto per gli sponsor quanto per la stampa di tutta Europa, e neanche le competizioni per squadre nazionali riescono a suscitare particolari entusiasmi. In occasione dell’ultima Coppa d’Africa, gli articoli principali hanno riguardato soprattutto gli aspetti folkloristici della manifestazione.

France Football assicura che il Benin ha assoldato una specie di mago/guaritore per neutralizzare gli avversari con l’uso di “bottiglie-missili”… Visti i risultati non crediamo che lo stregone sarà riconfermato per la prossima edizione. Sicuramente più utile si è rivelato lo stratagemma dei senegalesi, che in passato, in occasione degli incontri contro compagini di paesi musulmani, facevano correre sul campo dei maiali, per turbare le coscienze degli avversari più religiosi. 

Il Camerun ha suscitato scalpore quando ha annunciato di volersi presentare con una nuova divisa che riuniva in un pezzo unico maglietta e pantaloncini. Questa sorta di “body”, che a detta di alcuni mirava a intimorire gli avversari mettendo in risalto la prestanza fisica dei camerunesi, è stato dichiarato irregolare dalla FIFA, che già nel 2002 aveva proibito alla compagine africana di indossare magliette senza maniche.

Risultati importanti

Ma al di là di questi aspetti di costume, il calcio africano non suscita più l’ilarità di un tempo, quando ai Mondiali la compagine africana di turno veniva puntualmente travolta dagli avversari a suon di gol (memorabile un Jugoslavia-Zaire del 1970, terminato sul punteggio di 9 a 0). Per primo fu il Marocco ad accedere agli ottavi di finale nel 1986. Quattro anni dopo i “Leoni indomabili” del Camerun infiammarono le notti magiche di Italia ’90 con il loro gioco spettacolare, sfiorando l’accesso alle semifinali, eliminati solo ai tempi supplementari di una palpitante gara contro l’Inghilterra, che usufruì di ben due rigori (tra le stelle camerunesi si distinse l’attaccante Roger Milla, capace di andare a segno anche nell’edizione successiva della Coppa del Mondo, all’età di 38 anni!). Nel ’94 la Nigeria fu a un passo dall’eliminare l’Italia agli ottavi, mentre nel ’98 sconfisse addirittura la blasonata Spagna. Nel 2002 il Senegal eguagliò il record del Camerun raggiungendo i quarti di finale, dove cedette di fronte alla Turchia: resta negli annali la partita inaugurale del Mondiale nippo-coreano, quando Diouf e compagni sconfissero la Francia campione in carica.

Inoltre, le ultime due edizioni dei giochi olimpici hanno visto compagini africane aggiudicarsi la medaglia d’oro di calcio: la Nigeria ad Atlanta ’96 e il Camerun a Sydney 2000 (quest’anno ad Atene l’impresa sarà ritentata da Mali, Tunisia, Marocco e Ghana).

Dove il calcio fa bene

Sembra proprio che il pallone abbia tutte le potenzialità per diventare il biglietto da visita di molti paesi africani, e non è tutto. Nel caso del Rwanda, la nazionale di calcio sta svolgendo un importante ruolo di riconciliazione nazionale, a dieci anni di distanza dal terribile genocidio del 1994. Le “Vespe” rwandesi hanno centrato la qualificazione alla CAN tunisina, guadagnandosi la nomea di “squadra della pace”, dove Hutu e Tutsi, etnie storicamente contrapposte, si ritrovano a lottare per la stessa maglia.

Sebbene questa fama sia un po’ artefatta, è indubbio che la nazionale rwandese abbia saputo infiammare gli animi di tutta la nazione con le sue imprese sportive: se nel 1995 occupava il 168° posto nel raking FIFA, oggi è risalita al numero 101, grazie anche all’abile guida del serbo Ratomir Dujkovic, che ha già esperienza di situazioni etnicamente delicate.

Guardando al futuro

Come spesso accade, il calcio diventa una metafora, uno specchio che riflette i problemi da cui l’Africa è afflitta. Per chi crede nel valore dello sport come mezzo di avvicinamento tra i popoli, aiutare il calcio africano ad esprimersi in tutte le sue potenzialità rappresenta una forma importante di cooperazione allo sviluppo. Ma la soluzione ai problemi del calcio africano non può derivare soltanto da un intervento esterno: tocca alle federazioni calcistiche nazionali sbloccare la situazione, cominciando col sottrarre gli introiti del pallone al monopolio delle lobby di potere. Il denaro deve essere massicciamente reinvestito, non soltanto negli impianti e nelle scuole per calciatori, ma anche, ad esempio, in quelle per allenatori e per arbitri, da uniformarsi agli standard internazionali. In questo modo sarà possibile limitare, se non proprio arrestare, il fenomeno dell’emigrazione incontrollata dei talenti africani: i campionati locali acquisteranno sempre maggior interesse, e le nazionali non potranno che migliorare, fino a cogliere (perché no?) la prima storica vittoria nella Coppa del Mondo, magari proprio in Africa nel 2010.

Che il calcio possa contribuire ad abbattere le barriere lo dimostra una frase dell’uomo che forse più di ogni altro impersona lo spirito di questo sport, il grande Pelé: “Io non sono di colore, io sono di tutti i colori”.

(L’inchiesta sul calcio africano continua sul prossimo numero di Africa)

 

Fuga di talenti

Il confronto tra i salari dei calciatori in Africa e in Europa non lascia scampo a chi attribuisce la colpa dell’emigrazione al solo desiderio di notorietà. Gli unici campionati professionistici o semi-professionistici si tengono in Sudafrica, Tunisia, Marocco ed Egitto: tutti gli altri paesi offrono ben poche possibilità agli atleti. In Ruanda, solo due delle 12 squadre di prima divisione possono garantire stipendi superiori ai 100 €. Non molto meglio va ai calciatori dei campionati camerunese (che percepiscono intorno ai 500 €) e algerino (600 €). In Inghilterra, qualsiasi giocatore può guadagnare mediamente dalle 10 alle 15.000 sterline in una sola settimana.

 

Il pallone nella Rete

Ecco i siti Internet dove trovare risultati, classifiche, interviste, testimonianze e curiosità sul calcio africano.

Il sito www.cafonline.com è aggiornato quotidianamente sulle principali competizioni africane (doppia versione inglese e francese).

Informazioni e curiosità anche sulla sezione africana del sito della BBC (news.bbc.co.uk/sport1/hi/football/africa), che offre in diretta i risultati delle gare internazionali (aggiornamenti a fine primo tempo!).

Il sito in francese www.africafoot.com è interamente dedicato al football africano, e nella sezione “Foot en prose” dà spazio a racconti di narrativa a tema calcistico.

www.afrique-sport.com, anch’esso in francese, offre una panoramica completa sullo sport africano, ma conserva un occhio di riguardo per il calcio con dossier, risultati e commenti.

Molto attento ai risvolti sociali e politici del pallone è il sito della rivista “Jeune Afrique” (www.lintelligent.com) che informa puntualmente sui principali campionati nazionali africani.

 

Io allenatore in Africa”

Bersellini e l’avventura libica

Dopo oltre dieci anni di esperienza nella Serie A italiana, Eugenio Bersellini è diventato CT della nazionale libica nel 1999. A Tripoli ha allenato poi le due maggiori squadre di club (Al Ahly e Al Itthiad), conquistando due campionati e due coppe nazionali, e fino al 2003 ha continuato a collaborare con la nazionale, allenata da Scoglio, curando il settore giovanile.

«E’ stata un’esperienza molto positiva, soprattutto sul piano umano – racconta Bersellini - dopo anni di embargo la nazionale era tutta da riorganizzare, ma con calma e pazienza abbiamo raggiunto risultati importanti, come il terzo posto ai Giochi Panarabi in Giordania, un ottimo esordio per la Libia: al ritorno siamo stati accolti da vincitori, con una festa incredibile.  

Qual è stato l’aspetto più positivo della sua avventura africana ? «Direi proprio la grande passione che circonda questo sport. Quando una nazionale africana gioca in casa, la spinta del pubblico è spesso decisiva: a Kinshasa, in Congo, ho visto 120 mila persone stipate in uno stadio da 100 mila posti, mentre a Tripoli, quando abbiamo giocato contro l’Italia a livello giovanile, si è registrato il tutto esaurito. Il calcio è lo sport più seguito quasi ovunque, dal Gabon al Malawi».

Cosa manca al calcio africano per decollare ? «La professionalità nei “settori chiave”: tra le squadre nazionali, gli allenatori locali sono pochissimi, e anche il personale tecnico, dai preparatori atletici e quelli dei portieri, viene spesso dall’Europa».

Nordafrica e Africa nera: chi vince la sfida calcistica ? «Le nazionali dell’Africa Nera sono più forti sotto il profilo atletico e tecnico, ma quelle del Nordafrica fanno più squadra. Nel complesso il potenziale è altissimo, anche a livello giovanile: nei prossimi Mondiali non mi stupirei di trovare un’africana tra le prime quattro classificate».