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Non solo goal
L’Africa nel pallone, tra sogni e realtà
di Giulio
Litta Modignani
Calcio
dei poveri o calcio del futuro ? Per chiarirvi le idee non vi
resta che leggere la nostra inchiesta sul football africano.
Uno sguardo curioso e attento su un mondo in piena evoluzione,
fatto di giovani talenti, allenatori stranieri,
campioni-stregoni e stadi colmi di tifosi. Luci e ombre di uno
sport che fa sognare.
Dakar, 1992: Arrigo Sacchi,
giunto in trasferta per seguire la Coppa d’Africa delle
Nazioni (CAN), si sbilancia in una delle sue celebri
premonizioni e dichiara: «Il calcio africano sarà il calcio
del Duemila». Tunisi, 2004: Michel Platini, alla vigilia
dell’ultima edizione della Coppa d’Africa, si lascia scappare
una frase poco diplomatica e di tutt’altro tenore: «Gli
africani hanno un ritardo evidente nel calcio così come ce
l’hanno con il prodotto interno lordo».
In questi due giudizi tanto
distanti tra loro si celano tutte le potenzialità, i limiti e
le contraddizioni del pianeta calcistico africano. A dispetto
di una concentrazione di talenti seconda forse solo al
Brasile, e di una passione che coinvolge e accomuna intere
popolazioni, il calcio africano deve affrontare grossi
problemi organizzativi, che spesso esulano dal contesto
prettamente sportivo, sconfinando nella dimensione sociale e
politica.
Non è certo l’attenzione dei
tifosi a far difetto: il calcio è diventato lo sport nazionale
in quasi tutti i paesi africani. Le partite dei campionati
nazionali e delle competizioni continentali (la Champions
League africana e la Confederation Cup, corrispondente alla
nostra Coppa UEFA) sono seguite con grande interesse, per non
parlare delle squadre nazionali, capaci di polarizzare
l’attenzione di interi paesi fino a condizionarne la vita
politica.
Stadi
enormi e campi impossibili
L’ultima finale di Coppa
d’Africa giocata in Tunisia tra i padroni di casa e il Marocco
è stata seguita a Tunisi da 60 mila spettatori. I maggiori
stadi del Continente come Lagos, Il Cairo, Douala e
Johannesburg garantiscono una capienza di 80-100 mila persone,
un tetto che per la verità viene sfondato spesso e volentieri
con conseguenze anche drammatiche come crolli o tafferugli.
Anche le infrastrutture,
spesso a torto vituperate da osservatori superficiali, non
sono disprezzabili, ma spesso a trarne beneficio sono solo le
grandi squadre, mentre quelle delle leghe inferiori devono
accontentarsi di campi di gioco approssimativi e di
equipaggiamenti inadeguati.
Succede ad esempio che ad
Algeri vi siano solo 13 stadi per oltre 100 squadre, e che le
compagini di livello internazionale siano costrette ad
alternarsi con quelle amatoriali nei campi di allenamento, con
conseguenze facilmente immaginabili per la tenuta dei terreni.
In Mali, i pluricampioni del
Djoliba dispongono di un centro sportivo molto carente,
sebbene preferiscano giocare la Champions League in casa
piuttosto che affrontare trasferte come quella di Addis Abeba,
dove si gioca a 2400 metri di altitudine.
Spesso il clima non
favorisce la manutenzione dei campi di gioco: se nel Maghreb
il nemico si chiama sabbia, ai tropici sono le piogge
torrenziali a rendere i terreni impraticabili.
Soldi per pochi
I campionati meglio
organizzati si disputano in Marocco, Tunisia, Egitto,
Sudafrica: qui si trovano molti giocatori stranieri, tanto
africani quanto brasiliani o addirittura europei (oltre 80
atleti della Première Division francese giocano in Africa)
Purtroppo i grandi sponsor
si allontanano raramente da questi “big 4”, cosicché gli altri
campionati soffrono di scarsa professionalità (a cominciare da
arbitri non all’altezza che concedono, a fine partita, anche
dieci-quindici minuti di recupero) e soprattutto di mancanza
di finanziamenti. In Nigeria, dove le potenzialità sarebbero
altissime, il torneo è soggetto a sospensioni e rinvii, mentre
l’ex calciatore della Lazio, Massimo Piscedda, che aveva
intrapreso la carriera di allenatore nella Serie A ghanese, ha
rinunciato per carenza di mezzi. Come spesso accade in Africa
i soldi investiti tendono a finire nelle tasche di alcune
lobby invece che ai diretti beneficiari.
Calcio
e politica
Uno dei maggiori problemi
del calcio africano è proprio la pressione politica a cui le
squadre sono sottoposte: gli introiti delle maggiori
competizioni, come la Champions League e la CAN, fanno gola a
molti presidenti, per non parlare della visibilità anche
internazionale che il calcio può offrire ai governi, specie se
interessati a distogliere l’attenzione da problemi interni.
Succede ad esempio che Paul
Kagame, presidente del Rwanda, si precipiti all’aeroporto alle
tre del mattino scortato da moglie e figli per accogliere i
giocatori della nazionale, reduci dalla qualificazione alla
CAN ottenuta in Uganda. La stessa febbre del tifo ha colpito
il leader dello Zimbabwe Mugabe, che non si era mai
interessato di calcio prima della storica qualificazione della
sua squadra a “Tunisia 2004”.
Il presidente del Camerun
Paul Biya si è spinto anche oltre, imponendo il reintegro
nella selezione nazionale prima di Milla e poi di Mboma, due
giocatori che erano stati esclusi dalla squadra per volontà
degli allenatori (tutto gli si può contestare tranne la
mancanza di fiuto tecnico).
L’interesse della classe
politica non è sempre così benevolo: nel febbraio del 2000, il
premier della Costa d’Avorio, Robert Guei, fece rinchiudere i
giocatori della nazionale in una caserma militare per punire
la loro scarsa “disciplina”, che si era tradotta in un
rendimento insoddisfacente.
Calciatori-emigrati
Episodi del genere
contribuiscono a rendere sempre meno appetibile ai calciatori
africani la permanenza nei paesi d’origine. Allo strapotere
delle lobby politiche e al desiderio di ottenere maggiore
visibilità internazionale si aggiunge poi il fattore
economico, ormai divenuto decisivo.
Anche i campionati più
prestigiosi offrono stipendi di gran lunga inferiori anche a
quelli delle divisioni europee minori (vedi box accanto…).
L’emigrazione dei talenti
africani non deve essere vista per forza come un fenomeno
negativo da combattere, ma è innegabile che i già di per sé
scarsi investimenti effettuati in loco siano sempre
finalizzati all’esportazione dei giovani calciatori, tanto che
qualcuno è giunto a parlare di una nuova forma di tratta degli
schiavi.
In Senegal esistono oltre
150 scuole-calcio e centri di formazione sportiva, tra cui uno
recentemente fondato a Saly (70 km da Dakar) con il contributo
di due campioni francesi di origine africana: Bernard Lama e
Patrick Vieira. C’è da chiedersi quanti dei ragazzi avviati al
calcio professionistico rimarranno in patria e quanti invece
cercheranno fortuna in Europa.
I Paesi che forniscono il
numero più alto di “emigranti” sono Nigeria e Ghana, seguiti
da Senegal, Camerun e Congo RD, mentre le mete principali sono
Francia e Belgio, anche se ormai si possono trovare calciatori
africani in tutta Europa e in buona parte del mondo.
La
globalizzazione del calcio
In questi ultimi anni è
emerso un fenomeno nuovo nel panorama degli spostamenti
calcistici: è cresciuto il numero di giocatori europei e
sudamericani (e talvolta di africani residenti in Occidente)
che hanno deciso di emigrare per intraprendere un’avventura
sportiva in Africa. Gli esempi non mancano: il Marocco ha
arruolato per la CAN 2004 quattro figli di emigranti
dall’Europa, alcuni dei quali non avevano mai messo piede
nella loro terra d’origine. All’atto di presentarsi nel ritiro
della nazionale, il camerunese Lauren parlava solo spagnolo,
tanto da essere costretto a prendere lezioni di francese per
comunicare coi compagni. Certo, talvolta si sono registrati
anche degli eccessi in questo senso: il Togo ha naturalizzato
in tutta fretta cinque brasiliani, senza peraltro riuscire a
qualificarsi per la fase finale della CAN. In Tunisia si sono
viste altre stranezze: il brasiliano Dos Santos è diventato
una stella della nazionale, dopo aver ottenuto il passaporto
tunisino in tempi per lo meno sospetti, mentre il nigeriano
Odemwingie è nato addirittura in Uzbekistan. La pratica delle
naturalizzazioni selvagge corre il rischio di diventare una
piaga (basti pensare che il Qatar ha minacciato di schierare
nella propria nazionale Rivaldo e altri dieci brasiliani),
tanto che la FIFA ha promesso di correre ai ripari modificando
gli attuali regolamenti.
Allenatori in trasferta
Di certo il cammino verso il
prossimo Mondiale di calcio (Germania 2006) vedrà sempre più
nazionali africane dirette da allenatori stranieri. Roger
Lemerre, già campione d’Europa con la Francia, ha condotto la
Tunisia al titolo continentale; l’argentino Pedro Pablo
Pasculli (ex Lecce) è finito addirittura in Uganda; l’Italia,
dopo aver mandato Dossena ad allenare il Ghana, Matté il Mali,
Scoglio la Tunisia e Bersellini la Libia, vede ora Tardelli
tentare l’avventura in Egitto.
Accanto ai nomi più celebri
c’è però una schiera di CT semisconosciuti, soprattutto
francesi ma anche tedeschi, che vengono inspiegabilmente
preferiti a quelli locali, e che talvolta si recano in Africa
per ragioni personali che nulla hanno a spartire con questioni
calcistiche.
Sembra che si sia creato un
circolo vizioso che spinge in Europa i giocatori più
talentuosi portando in cambio tecnici spesso mediocri.
Con poche eccezioni, gli
allenatori africani sono ritenuti meno competenti, anche se è
innegabile che essi conoscano le abitudini, la lingua e le
realtà locali molto meglio dei colleghi europei o
sudamericani. A volte il problema nasce proprio dai “senatori”
dei campionati europei, che una volta tornati in patria si
mostrano poco propensi a collaborare con CT africani.
La
superstizione scende in campo
I mass media europei non
sembrano aiutare molto il calcio africano a conquistare nuovi
mercati: l’interesse per i campionati africani resta nullo,
tanto per gli sponsor quanto per la stampa di tutta Europa, e
neanche le competizioni per squadre nazionali riescono a
suscitare particolari entusiasmi. In occasione dell’ultima
Coppa d’Africa, gli articoli principali hanno riguardato
soprattutto gli aspetti folkloristici della manifestazione.
France Football
assicura che il Benin ha assoldato una specie di
mago/guaritore per neutralizzare gli avversari con l’uso di
“bottiglie-missili”… Visti i risultati non crediamo che lo
stregone sarà riconfermato per la prossima edizione.
Sicuramente più utile si è rivelato lo stratagemma dei
senegalesi, che in passato, in occasione degli incontri contro
compagini di paesi musulmani, facevano correre sul campo dei
maiali, per turbare le coscienze degli avversari più
religiosi.
Il Camerun ha suscitato
scalpore quando ha annunciato di volersi presentare con una
nuova divisa che riuniva in un pezzo unico maglietta e
pantaloncini. Questa sorta di “body”, che a detta di alcuni
mirava a intimorire gli avversari mettendo in risalto la
prestanza fisica dei camerunesi, è stato dichiarato irregolare
dalla FIFA, che già nel 2002 aveva proibito alla compagine
africana di indossare magliette senza maniche.
Risultati importanti
Ma al di là di questi
aspetti di costume, il calcio africano non suscita più
l’ilarità di un tempo, quando ai Mondiali la compagine
africana di turno veniva puntualmente travolta dagli avversari
a suon di gol (memorabile un Jugoslavia-Zaire del 1970,
terminato sul punteggio di 9 a 0). Per primo fu il Marocco ad
accedere agli ottavi di finale nel 1986. Quattro anni dopo i
“Leoni indomabili” del Camerun infiammarono le notti magiche
di Italia ’90 con il loro gioco spettacolare, sfiorando
l’accesso alle semifinali, eliminati solo ai tempi
supplementari di una palpitante gara contro l’Inghilterra, che
usufruì di ben due rigori (tra le stelle camerunesi si
distinse l’attaccante Roger Milla, capace di andare a segno
anche nell’edizione successiva della Coppa del Mondo, all’età
di 38 anni!). Nel ’94 la Nigeria fu a un passo dall’eliminare
l’Italia agli ottavi, mentre nel ’98 sconfisse addirittura la
blasonata Spagna. Nel 2002 il Senegal eguagliò il record del
Camerun raggiungendo i quarti di finale, dove cedette di
fronte alla Turchia: resta negli annali la partita inaugurale
del Mondiale nippo-coreano, quando Diouf e compagni
sconfissero la Francia campione in carica.
Inoltre, le ultime due
edizioni dei giochi olimpici hanno visto compagini africane
aggiudicarsi la medaglia d’oro di calcio: la Nigeria ad
Atlanta ’96 e il Camerun a Sydney 2000 (quest’anno ad Atene
l’impresa sarà ritentata da Mali, Tunisia, Marocco e Ghana).
Dove il
calcio fa bene
Sembra proprio che il
pallone abbia tutte le potenzialità per diventare il biglietto
da visita di molti paesi africani, e non è tutto. Nel caso del
Rwanda, la nazionale di calcio sta svolgendo un importante
ruolo di riconciliazione nazionale, a dieci anni di distanza
dal terribile genocidio del 1994. Le “Vespe” rwandesi hanno
centrato la qualificazione alla CAN tunisina, guadagnandosi la
nomea di “squadra della pace”, dove Hutu e Tutsi, etnie
storicamente contrapposte, si ritrovano a lottare per la
stessa maglia.
Sebbene questa fama sia un
po’ artefatta, è indubbio che la nazionale rwandese abbia
saputo infiammare gli animi di tutta la nazione con le sue
imprese sportive: se nel 1995 occupava il 168° posto nel
raking FIFA, oggi è risalita al numero 101, grazie anche
all’abile guida del serbo Ratomir Dujkovic, che ha già
esperienza di situazioni etnicamente delicate.
Guardando al futuro
Come spesso accade, il
calcio diventa una metafora, uno specchio che riflette i
problemi da cui l’Africa è afflitta. Per chi crede nel valore
dello sport come mezzo di avvicinamento tra i popoli, aiutare
il calcio africano ad esprimersi in tutte le sue potenzialità
rappresenta una forma importante di cooperazione allo
sviluppo. Ma la soluzione ai problemi del calcio africano non
può derivare soltanto da un intervento esterno: tocca alle
federazioni calcistiche nazionali sbloccare la situazione,
cominciando col sottrarre gli introiti del pallone al
monopolio delle lobby di potere. Il denaro deve essere
massicciamente reinvestito, non soltanto negli impianti e
nelle scuole per calciatori, ma anche, ad esempio, in quelle
per allenatori e per arbitri, da uniformarsi agli standard
internazionali. In questo modo sarà possibile limitare, se non
proprio arrestare, il fenomeno dell’emigrazione incontrollata
dei talenti africani: i campionati locali acquisteranno sempre
maggior interesse, e le nazionali non potranno che migliorare,
fino a cogliere (perché no?) la prima storica vittoria nella
Coppa del Mondo, magari proprio in Africa nel 2010.
Che il calcio possa
contribuire ad abbattere le barriere lo dimostra una frase
dell’uomo che forse più di ogni altro impersona lo spirito di
questo sport, il grande Pelé: “Io non sono di colore, io sono
di tutti i colori”.
(L’inchiesta sul calcio africano continua sul prossimo numero
di Africa)
Fuga di
talenti
Il confronto tra i
salari dei calciatori in Africa e in Europa non lascia scampo
a chi attribuisce la colpa dell’emigrazione al solo desiderio
di notorietà. Gli unici campionati professionistici o
semi-professionistici si tengono in Sudafrica, Tunisia,
Marocco ed Egitto: tutti gli altri paesi offrono ben poche
possibilità agli atleti. In Ruanda, solo due delle 12 squadre
di prima divisione possono garantire stipendi superiori ai 100
€. Non molto meglio va ai calciatori dei campionati camerunese
(che percepiscono intorno ai 500 €) e algerino (600 €). In
Inghilterra, qualsiasi giocatore può guadagnare mediamente
dalle 10 alle 15.000 sterline in una sola settimana.
Il pallone nella
Rete
Ecco i siti Internet
dove trovare risultati, classifiche, interviste, testimonianze
e curiosità sul calcio africano.
Il sito
www.cafonline.com è aggiornato
quotidianamente sulle principali competizioni africane (doppia
versione inglese e francese).
Informazioni e curiosità anche sulla
sezione africana del sito della BBC (news.bbc.co.uk/sport1/hi/football/africa),
che offre in diretta i risultati delle gare internazionali
(aggiornamenti a fine primo tempo!).
Il sito in francese
www.africafoot.com è interamente
dedicato al football africano, e nella sezione “Foot en prose”
dà spazio a racconti di narrativa a tema calcistico.
www.afrique-sport.com, anch’esso in
francese, offre una panoramica completa sullo sport africano,
ma conserva un occhio di riguardo per il calcio con dossier,
risultati e commenti.
Molto attento ai risvolti sociali e
politici del pallone è il sito della rivista “Jeune Afrique” (www.lintelligent.com)
che informa puntualmente sui principali campionati nazionali
africani.
“Io
allenatore in Africa”
Bersellini e l’avventura libica
Dopo
oltre dieci anni di esperienza nella Serie A italiana, Eugenio
Bersellini è diventato CT della nazionale libica nel 1999. A
Tripoli ha allenato poi le due maggiori squadre di club (Al
Ahly e Al Itthiad), conquistando due campionati e due coppe
nazionali, e fino al 2003 ha continuato a collaborare con la
nazionale, allenata da Scoglio, curando il settore giovanile.
«E’ stata
un’esperienza molto positiva, soprattutto sul piano umano –
racconta Bersellini - dopo anni di embargo la nazionale era
tutta da riorganizzare, ma con calma e pazienza abbiamo
raggiunto risultati importanti, come il terzo posto ai Giochi
Panarabi in Giordania, un ottimo esordio per la Libia: al
ritorno siamo stati accolti da vincitori, con una festa
incredibile.
Qual è stato
l’aspetto più positivo della sua avventura africana ?
«Direi proprio la grande passione che circonda questo sport.
Quando una nazionale africana gioca in casa, la spinta del
pubblico è spesso decisiva: a Kinshasa, in Congo, ho visto 120
mila persone stipate in uno stadio da 100 mila posti, mentre a
Tripoli, quando abbiamo giocato contro l’Italia a livello
giovanile, si è registrato il tutto esaurito. Il calcio è lo
sport più seguito quasi ovunque, dal Gabon al Malawi».
Cosa manca al
calcio africano per decollare ?
«La professionalità nei “settori chiave”: tra le squadre
nazionali, gli allenatori locali sono pochissimi, e anche il
personale tecnico, dai preparatori atletici e quelli dei
portieri, viene spesso dall’Europa».
Nordafrica e
Africa nera: chi vince la sfida calcistica ?
«Le nazionali
dell’Africa Nera sono più forti sotto il profilo atletico e
tecnico, ma quelle del Nordafrica fanno più squadra. Nel
complesso il potenziale è altissimo, anche a livello
giovanile: nei prossimi Mondiali non mi stupirei di trovare
un’africana tra le prime quattro classificate».
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