AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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Malawi: l'incognita

 del dopo elezioni

di Claudio Zuccala

 

La recente tornata elettorale non ha fornito indicazioni chiare per il futuro di questo travagliato Paese. La popolazione, alle prese con una grave crisi economica, è andata a votare in un clima di rassegnazione e di sfiducia nella classe politica. Ma ora c'è bisogno di una svolta

Dieci anni or sono un vento di novità spirava sull’Africa australe. Tra le nazioni che assaporavano il gusto delle prime elezioni libere della loro storia c’era anche il Malawi. Ex protettorato britannico, indipendente dal 1964, questo piccolo paese (un terzo dell’Italia, 12 milioni di abitanti) è stato governato col pugno di ferro, per quasi trent'anni, da Hastings Kamuzu Banda, un medico laureato negli Stati Uniti, autoproclamatosi "salvatore nazionale" e "presidente a vita": un uomo avido (la sua enorme fortuna personale era gelosamente custodita in banche europee), privo di scrupoli (fece imprigionare, torturare, uccidere migliaia di oppositori politici), amico del governo segregazionista sudafricano (i legami con Pretoria gli costarono le inimicizie di molti paesi africani). Il regime di Banda collassò nel 1994, schiacciato dalle difficoltà economiche, dal crescente malcontento interno e dalle critiche internazionali per il suo autoritarismo. Dunque dieci anni fa in Malawi si apriva una stagione di riforme all'insegna della democrazia e del multipartitismo: all'epoca l’ottimismo per un futuro migliore era palpabile e generalmente diffuso tra la popolazione.

CRISI PROFONDA

Oggi il quadro è alquanto diverso e molte attese sono andate deluse.  Negli ultimi anni una decina di importanti compagnie manifatturiere hanno chiuso i battenti con un taglio di 50.000 posti di lavoro. La chiusura delle fabbriche ha avuto contraccolpi pesanti perché l’industria manifatturiera locale produceva generi di prima necessità (olio per cucina, sapone e tessuti) e assicurava prodotti “di uso quotidiano” come birra e sigarette.  Anche l'agricoltura - la principale risorsa nazionale - è andata in crisi: lunghi periodi di siccità hanno devastato le campagne, facendo crollare le esportazioni di tabacco, tè, caffè, zucchero e cotone. Migliaia di cittadini sono stati costretti a emigrare in Sudafrica e in altri paesi circostanti per mancanza di lavoro. Il costo della vita è aumentato drasticamente (ill 65% della popolazione vive con meno di un dollaro il giorno). Oggi il Malawi è uno dei Paesi più poveri del mondo. E si trova ai vertici della triste classifica degli stati più colpiti dall’AIDS: l’Unicef stima che siano più di un milione le persone contagiate dal virus HIV.

VERSO LA DEMOCRAZIA

Questa è la difficile situazione odierna del Paese. Ma per capire come si è giunti all'attuale crisi, occorre fare qualche passo indietro nel tempo... Alle prime elezioni del 1994, la maggioranza dei voti andò all’UDF (Fronte dell’Unione democratica), e al suo leader, Bakili Muluzi, scelto poi come presidente. Questi, lodato per aver riportato la democrazia in Malawi opponendosi al regime di Banda, si trasformò a sua volta in un dittatore, sia pure con le sembianze di un gioviale e spregiudicato democratico. Sul lato economico intraprese strade discutibilissime come la privatizzazione di tutte le imprese statali, mentre sul lato politico il tentativo di cambiare la costituzione a suo personale vantaggio, per poter diventare un nuovo presidente a vita, fu solo l'inizio di una caccia disperata al potere. I suoi oppositori più accaniti lo accusano di aver riportato indietro il Paese di decenni, soprattutto dopo la sua rielezione avvenuta nel 1999.

A CACCIA DI VOTI

E veniamo alle ultime elezioni politiche tenutesi il 21 maggio scorso. Le settimane che hanno preceduto il voto, sono state segnate dalla grande mobilitazione dei politici e dal diffuso disinteresse della popolazione: la gente è stanca e quasi rassegnata dopo dieci anni di mal governo. I candidati alla presidenza erano ben coscienti che sarebbero state le classi meno abbienti a votare il domani del Paese, perché l'ottanta per cento dei malawiani vive nei villaggi dove sopravvive grazie ad un’economia di sussistenza. È quindi nei villaggi che si è combattuta la campagna elettorale e in prima fila c’è sempre stato l’onnipresente Bakili Muluzi, che con la carovana propagandistica ha raggiunto gli angoli più remoti del paese. Bakili,  presidente uscente, ha trainato verso la vittoria il candidato del suo partito, l'anziano Bingu wa Mutharika (classe 1932), economista di fama internazionale: un uomo politico di scarsa personalità, senza capacità oratorie, che con tutta probabilità si affiderà molto al suo vice, il musulmano Cassim Chilumpha, propugnatore di un oscuro programma di islamizzazione del paese.

UN FUTURO INCERTO

I partiti usciti sconfitti dalla tornata elettorale hanno lanciato pesanti accuse di brogli e il lungo ritardo prima della divulgazione dei risultati definitivi non ha fatto che aumentare queste voci. Gli osservatori internazionali hanno fatto osservare le molte e serie irregolarità avvenute durante tutto il processo elettorale. Tafferugli e disordini sono scoppiati a Blantyre, la capitale commerciale, nel sud del paese: la polizia ha provveduto a sedarle sparando gas lacrimogeni e fucilate. Quella di Bingu wa Mutharika però è stata una vittoria e metà: il suo partito (il Fronte Democratico Unito al potere sin dal 1994) infatti ha perso la maggioranza in parlamento. Segno che il malcontento è assai diffuso tra la popolazione. Del resto, il clima di scoraggiamento e di rassegnazione presente prima delle elezioni non ha fatto che aumentare dopo l'esito delle urne. In Malawi oggi nessuno è più capace di sognare un futuro migliore. «Non c’è altro che povertà qui attorno - si lamenta Gideon Phiri, 34 anni, mentre sfoltisce l’erba con l’aiuto di una lunga lama ricurva in un giardino di un sobborgo di Lilongwe, la capitale. L’uomo guadagna meno di 50 centesimi al giorno, del tutto insufficienti per sostentare la moglie e un bambino di 4 anni. «Il governo ne ha combinate di tutti i colori e il risultato è che mentre noi facciamo la fame, loro sono tutti obesi. E chiunque governerà in futuro farà lo stesso». Di certo, anche dopo che si sarà calmato il polverone di queste contestate elezioni, i nuovi governanti erediteranno un pesante deficit lasciato dalla gestione Muluzi. Per la maggior parte dei malawiani sembra che il peggio non sia ancora passato. “Titani nanga?”(che possiamo farci?) si sente spesso dire: una domanda dolorosa che per ora non ha risposta.

 

 

 

 

 

 

  Preti contro

Il delicato ruolo delle Chiese

Sebbene in Malawi molta gente sia di fede animista o comunque pratichi un sincretismo diffuso, il ruolo sociale delle chiese, presbiteriana e cattolica, è molto forte. In particolare l’attività di predicazione ha una forte incidenza sull’orientamento del voto nelle aree rurali dove l’unica forma di informazione, oltre alla radio di stato, è costituita proprio dall’attività della chiesa. Nel periodo della dittatura di Banda, le chiese hanno peccato per la loro soggezione al potere: sotto il pretesto che era meglio evitare lo scontro a viso aperto e collaborare con un regime che assicurava tranquillità interna e una relativa libertà di azione, si è taciuto per troppo tempo e su aspetti troppo importanti. Poi c’è stata la svolta. Si può affermare che il cambio politico del Malawi iniziò nel 1992 con la lettera pastorale dei vescovi cattolici del Malawi: Living our Faith (Vivere la nostra Fede). Negli anni successivi, la Chiesa presbiteriana (CCAP) e la Chiesa Cattolica hanno giocato un ruolo fondamentale nella politica del paese quando hanno appoggiato il passaggio al multipartitismo. Più recentemente hanno strenuamente difeso l’assetto democratico quando si sono opposte all’azione di Muluzi per legittimare la sua terza candidatura presidenziale. Questo ha contribuito ad aumentare l’attrito tra chiese e partito di governo. È comprensibile quindi che la tensione sia andata aumentando nel periodo sotto le elezioni. Le chiese hanno subito negli ultimi mesi attacchi violenti da parte dell’ala più intransigente dei giovani militanti dell’UDF nella sostanziale indifferenza del governo. L'attacco ai religiosi è stato sistematico: chi non poteva essere "comperato", è stato accusato sulla stampa e messo in ridicolo. Sera dopo sera, la televisione nazionale, saldamente in mano al governo, ha presentato in prima visione la testimonianza di preti favorevoli al governo e contrari alle prese di posizione del resto del clero. Un scontro aperto ha diviso il mondo religioso. Una frattura che i vescovi non hanno voluto saldare, colpevolmente, preferendo trincerarsi nel silenzio: in pratica hanno lasciato ai preti un'autonomia totale che ha avuto un influsso negativo su una già disorientata comunità cristiana.

 

 I Padri Bianchi in Malawi

Pionieri delle missioni

Il primo missionario europeo a giungere in Malawi fu il celebre esploratore Livingstone nel 1861, seguito dai presbiteriani scozzesi. I primi missionari cattolici furono i Padri Bianchi. Nel 1888 raccolsero l’invito del Portogallo, sospettoso dell’attività missionaria britannica attorno al lago Malawi, a stabilirsi nell'allora protettorato del Nyassaland. Alla fine del 1889, cinque  Padri Bianchi si stabilirono nel villaggio di Mponda, presso le rive meridionali del lago, tra il popolo Yao. Presto però si accorsero che in città esistevano almeno una dozzina di scuole coraniche, segno che l’Islam era già penetrato tra gli Yao. A causa della mutata scena politica e del trattato anglo-portoghese del 1890 i missionari si videro costretti ad abbandonare il loro avamposto nel maggio del 1891. Torneranno nel Paese, questa volta con più successo, una decina d’anni più tardi. Oggi i Padri Bianchi presenti in Malawi sono una trentina

 

Il Paese in breve

Il Malawi è attraversato da nord a sud dall'estremità meridionale della profonda depressione della Rift Valley dove si trova il lago Niassa, noto anche come lago Malawi, (il terzo per estensione del continente africano), che occupa circa un quarto dell'intera superficie del paese. Con quasi 12 milioni di abitanti, il Malawi è una delle nazioni più densamente popolate dell'Africa (87 unità per km2). Circa il 99% della popolazione, concentrata perlopiù nelle aree rurali, è composto da neri africani (i principali gruppi etnici sono i chewa, i lomwe, i nyanja e gli yao), mentre nelle città è presente un’esigua minoranza di coloni di origine inglese e indiana. La lingua ufficiale è l'inglese, adottato anche a livello scolastico, ma più diffusi sono le lingue bantu. Circa il 60% degli abitanti è di fede cristiana, il 20% pratica religioni tradizionali e i musulmani ammontano al 15%.