|
|
Malawi:
l'incognita
del dopo elezioni
di Claudio Zuccala
La
recente tornata elettorale non ha fornito indicazioni chiare
per il futuro di questo travagliato Paese. La popolazione,
alle prese con una grave crisi economica, è andata a votare in
un clima di rassegnazione e di sfiducia nella classe politica.
Ma ora c'è bisogno di una svolta
Dieci anni or sono
un vento di novità spirava sull’Africa australe. Tra le
nazioni che assaporavano il gusto delle prime elezioni libere
della loro storia c’era anche il Malawi. Ex protettorato
britannico, indipendente dal 1964, questo piccolo paese (un
terzo dell’Italia, 12 milioni di abitanti) è stato governato
col pugno di ferro, per quasi trent'anni, da Hastings Kamuzu
Banda, un medico laureato negli Stati Uniti, autoproclamatosi
"salvatore nazionale" e "presidente a vita": un uomo avido (la
sua enorme fortuna personale era gelosamente custodita in
banche europee), privo di scrupoli (fece imprigionare,
torturare, uccidere migliaia di oppositori politici), amico
del governo segregazionista sudafricano (i legami con Pretoria
gli costarono le inimicizie di molti paesi africani). Il
regime di Banda collassò nel 1994, schiacciato dalle
difficoltà economiche, dal crescente malcontento interno e
dalle critiche internazionali per il suo autoritarismo. Dunque
dieci anni fa in Malawi si apriva una stagione di riforme
all'insegna della democrazia e del multipartitismo: all'epoca
l’ottimismo per un futuro migliore era palpabile e
generalmente diffuso tra la popolazione.
CRISI PROFONDA
Oggi il quadro è alquanto diverso e molte attese sono andate
deluse. Negli ultimi anni una decina di importanti compagnie
manifatturiere hanno chiuso i battenti con un taglio di 50.000
posti di lavoro. La chiusura delle fabbriche ha avuto
contraccolpi pesanti perché l’industria manifatturiera locale
produceva generi di prima necessità (olio per cucina, sapone e
tessuti) e assicurava prodotti “di uso quotidiano” come birra
e sigarette. Anche l'agricoltura - la principale risorsa
nazionale - è andata in crisi: lunghi periodi di siccità hanno
devastato le campagne, facendo crollare le esportazioni di
tabacco, tè, caffè, zucchero e cotone. Migliaia di cittadini
sono stati costretti a emigrare in Sudafrica e in altri paesi
circostanti per mancanza di lavoro. Il costo della vita è
aumentato drasticamente (ill 65% della popolazione vive con
meno di un dollaro il giorno). Oggi il Malawi è uno dei Paesi
più poveri del mondo. E si trova ai vertici della triste
classifica degli stati più colpiti dall’AIDS: l’Unicef stima
che siano più di un milione le persone contagiate dal virus
HIV.
VERSO LA DEMOCRAZIA
Questa è la
difficile situazione odierna del Paese. Ma per capire come si
è giunti all'attuale crisi, occorre fare qualche passo
indietro nel tempo... Alle prime elezioni del 1994, la
maggioranza dei voti andò all’UDF (Fronte dell’Unione
democratica), e al suo leader, Bakili Muluzi, scelto poi come
presidente. Questi, lodato per aver riportato la democrazia in
Malawi opponendosi al regime di Banda, si trasformò a sua
volta in un dittatore, sia pure con le sembianze di un
gioviale e spregiudicato democratico. Sul lato economico
intraprese strade discutibilissime come la privatizzazione di
tutte le imprese statali, mentre sul lato politico il
tentativo di cambiare la costituzione a suo personale
vantaggio, per poter diventare un nuovo presidente a vita, fu
solo l'inizio di una caccia disperata al potere. I suoi
oppositori più accaniti lo accusano di aver riportato indietro
il Paese di decenni, soprattutto dopo la sua rielezione
avvenuta nel 1999.
A CACCIA DI VOTI
E veniamo alle
ultime elezioni politiche tenutesi il 21 maggio scorso. Le
settimane che hanno preceduto il voto, sono state segnate
dalla grande mobilitazione dei politici e dal diffuso
disinteresse della popolazione: la gente è stanca e quasi
rassegnata dopo dieci anni di mal governo. I candidati alla
presidenza erano ben coscienti che sarebbero state le classi
meno abbienti a votare il domani del Paese, perché l'ottanta
per cento dei malawiani vive nei villaggi dove sopravvive
grazie ad un’economia di sussistenza. È quindi nei villaggi
che si è combattuta la campagna elettorale e in prima fila c’è
sempre stato l’onnipresente Bakili Muluzi, che con la carovana
propagandistica ha raggiunto gli angoli più remoti del paese.
Bakili, presidente uscente, ha trainato verso la vittoria il
candidato del suo partito, l'anziano Bingu wa Mutharika
(classe 1932), economista di fama internazionale: un uomo
politico di scarsa personalità, senza capacità oratorie, che
con tutta probabilità si affiderà molto al suo vice, il
musulmano Cassim Chilumpha, propugnatore di un oscuro
programma di islamizzazione del paese.
UN FUTURO INCERTO
I partiti usciti
sconfitti dalla tornata elettorale hanno lanciato pesanti
accuse di brogli e il lungo ritardo prima della divulgazione
dei risultati definitivi non ha fatto che aumentare queste
voci. Gli osservatori internazionali hanno fatto osservare le
molte e serie irregolarità avvenute durante tutto il processo
elettorale. Tafferugli e disordini sono scoppiati a Blantyre,
la capitale commerciale, nel sud del paese: la polizia ha
provveduto a sedarle sparando gas lacrimogeni e fucilate.
Quella di Bingu wa Mutharika però è stata una vittoria e metà:
il suo partito (il Fronte Democratico Unito al potere sin dal
1994) infatti ha perso la maggioranza in parlamento. Segno che
il malcontento è assai diffuso tra la popolazione. Del resto,
il clima di scoraggiamento e di rassegnazione presente prima
delle elezioni non ha fatto che aumentare dopo l'esito delle
urne. In Malawi oggi nessuno è più capace di sognare un futuro
migliore. «Non c’è altro che povertà qui attorno - si lamenta
Gideon Phiri, 34 anni, mentre sfoltisce l’erba con l’aiuto di
una lunga lama ricurva in un giardino di un sobborgo di
Lilongwe, la capitale. L’uomo guadagna meno di 50 centesimi al
giorno, del tutto insufficienti per sostentare la moglie e un
bambino di 4 anni. «Il governo ne ha combinate di tutti i
colori e il risultato è che mentre noi facciamo la fame, loro
sono tutti obesi. E chiunque governerà in futuro farà lo
stesso». Di certo, anche dopo che si sarà calmato il polverone
di queste contestate elezioni, i nuovi governanti erediteranno
un pesante deficit lasciato dalla gestione Muluzi. Per la
maggior parte dei malawiani sembra che il peggio non sia
ancora passato. “Titani nanga?”(che possiamo farci?) si
sente spesso dire: una domanda dolorosa che per ora non ha
risposta.
Preti contro
Il delicato ruolo delle Chiese
Sebbene in Malawi
molta gente sia di fede animista o comunque pratichi un
sincretismo diffuso, il ruolo sociale delle chiese,
presbiteriana e cattolica, è molto forte. In particolare
l’attività di predicazione ha una forte incidenza
sull’orientamento del voto nelle aree rurali dove l’unica
forma di informazione, oltre alla radio di stato, è costituita
proprio dall’attività della chiesa. Nel periodo della
dittatura di Banda, le chiese hanno peccato per la loro
soggezione al potere: sotto il pretesto che era meglio evitare
lo scontro a viso aperto e collaborare con un regime che
assicurava tranquillità interna e una relativa libertà di
azione, si è taciuto per troppo tempo e su aspetti troppo
importanti. Poi c’è stata la svolta. Si può affermare che il
cambio politico del Malawi iniziò nel 1992 con la lettera
pastorale dei vescovi cattolici del Malawi: Living our Faith
(Vivere la nostra Fede). Negli anni successivi, la Chiesa
presbiteriana (CCAP) e la Chiesa Cattolica hanno giocato un
ruolo fondamentale nella politica del paese quando hanno
appoggiato il passaggio al multipartitismo. Più recentemente
hanno strenuamente difeso l’assetto democratico quando si sono
opposte all’azione di Muluzi per legittimare la sua terza
candidatura presidenziale. Questo ha contribuito ad aumentare
l’attrito tra chiese e partito di governo. È comprensibile
quindi che la tensione sia andata aumentando nel periodo sotto
le elezioni. Le chiese hanno subito negli ultimi mesi attacchi
violenti da parte dell’ala più intransigente dei giovani
militanti dell’UDF nella sostanziale indifferenza del governo.
L'attacco ai religiosi è stato sistematico: chi non poteva
essere "comperato", è stato accusato sulla stampa e messo in
ridicolo. Sera dopo sera, la televisione nazionale, saldamente
in mano al governo, ha presentato in prima visione la
testimonianza di preti favorevoli al governo e contrari alle
prese di posizione del resto del clero. Un scontro aperto ha
diviso il mondo religioso. Una frattura che i vescovi non
hanno voluto saldare, colpevolmente, preferendo trincerarsi
nel silenzio: in pratica hanno lasciato ai preti un'autonomia
totale che ha avuto un influsso negativo su una già
disorientata comunità cristiana.
I Padri Bianchi in Malawi
Pionieri delle missioni
Il
primo missionario europeo a giungere in Malawi fu il celebre
esploratore Livingstone nel 1861, seguito dai presbiteriani
scozzesi. I primi missionari cattolici furono i Padri Bianchi.
Nel 1888 raccolsero l’invito del Portogallo, sospettoso
dell’attività missionaria britannica attorno al lago Malawi, a
stabilirsi nell'allora protettorato del Nyassaland. Alla fine
del 1889, cinque Padri Bianchi si stabilirono nel villaggio
di Mponda, presso le rive meridionali del lago, tra il popolo
Yao. Presto però si accorsero che in città esistevano almeno
una dozzina di scuole coraniche, segno che l’Islam era già
penetrato tra gli Yao. A causa della mutata scena politica e
del trattato anglo-portoghese del 1890 i missionari si videro
costretti ad abbandonare il loro avamposto nel maggio del
1891. Torneranno nel Paese, questa volta con più successo, una
decina d’anni più tardi. Oggi i Padri Bianchi presenti in
Malawi sono una trentina
Il Paese in breve
Il
Malawi è attraversato da nord a sud dall'estremità meridionale
della profonda depressione della Rift Valley dove si
trova il lago Niassa, noto anche come lago Malawi, (il
terzo per estensione del continente africano), che occupa
circa un quarto dell'intera superficie del paese. Con quasi
12 milioni di abitanti, il Malawi è una delle nazioni più
densamente popolate dell'Africa (87 unità per km2).
Circa il 99% della popolazione, concentrata perlopiù nelle
aree rurali, è composto da neri africani (i principali
gruppi etnici sono i chewa, i lomwe, i nyanja e gli yao),
mentre nelle città è presente un’esigua minoranza di coloni di
origine inglese e indiana. La lingua ufficiale è l'inglese,
adottato anche a livello scolastico, ma più diffusi sono le
lingue bantu. Circa il 60% degli abitanti è di fede
cristiana, il 20% pratica religioni tradizionali e i
musulmani ammontano al 15%.
|