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ZURIGO-MAPUTO,
SOLO ANDATA
Una vita per i
bambini del Mozambico
Ha
lasciato la Svizzera per aiutare i bambini di strada del
Mozambico. Ma Barbara Hofmann non è affatto pentita della sua
scelta, anzi… Ecco la storia di una donna tenace, ambiziosa,
piena di vitalità. Che oggi si riprende le sue rivincite
di Claudio Zuccala
Barbara Hofmann ha 41 anni.
Per lungo tempo ha vissuto nel suo Paese natale, la Svizzera,
dove ha lavorato presso banche e grandi imprese
internazionali: la sicurezza e i soldi non le mancavano.
Eppure nel 1989 ha mollato tutto ed è partita per il
Mozambico. Qui ha fondato un’associazione che si occupa di
aiutare i bambini in difficoltà: orfani, poveri, disabili,
ragazzi di strada. La sua casa di Beira ne è piena, ma è sulle
strade polverose della città che Barbara trascorre gran parte
del suo tempo. La sua missione? Sottrarre dalla miseria e
dalla violenza i figli più sfortunati del Mozambico. Gli
stessi che ora la cercano chiamandola “mãe”, mamma.
Ho incontrato Barbara in un
assolato giorno di luglio. Approfittando del fatto che si
trovava in Italia, le ho telefonato per proporle
un’intervista. Così ci siamo trovati in un bar vicino
all’autostrada, rubando un paio d’ore alla sua nutritissima
agenda. Con straordinaria semplicità e cortesia, ha risposto
alle mie domande, non perdendomi mai di vista con i suoi occhi
vivi e penetranti.
Come
sei arrivata in Mozambico?
Sono arrivata nel settembre
dell’89, con un’organizzazione internazionale. Ho lasciato
quell’organizzazione 6 mesi dopo, per vari motivi. Nel
frattempo avevo conosciuto la realtà della guerra e dei
bambini di strada e , mi sono detta che quella era la strada
da seguire.
Così sono tornata in Europa,
ho costituito l’Asem, ho venduto tutto e sono partita.
Così, semplicemente…
Sì, così. Ormai il cuore mi
diceva che dovevo seguire quella direzione per cui non mi
restava altro che seguirlo e farmi portare da lui là dove
avevo trovato il mio tesoro
Perché hai scelto proprio i bambini ?
Perché sono le prime vittime
di ogni conflitto (Barbara è arrivata in Mozambico durante una
sanguinosa guerra civile, terminata nel ’92, che ha causato 1
milione di morti, quasi 2 milioni di rifugiati e oltre 4
milioni di “deslocados”, NDR.). Sono i più vulnerabili, i più
indifesi, quelli che non riescono a reagire nemmeno a parole…
E poi sono come le radici di un albero: bisogna prendersene
cura quando sono ammalate, altrimenti prima o poi l’intero
albero cadrà.
Torniamo ai ricordi: quando hai fatto ritorno a Beira?
In effetti non sono più
partita, tranne qualche mese nel 1991 per costituire l’Asem.
Volevamo creare un centro per i bambini vittime della guerra.
Cominciammo a far pressione sull’amministrazione locale
affinché ci concedesse un pezzo di terra in città… Credimi,
non è stato facile chiedere qualcosa senza essere pronti a
dare qualcosa in cambio.
Come
te la sei cavata?
Ho chiesto a tutti, ho
bussato a tutte le porte, presentandomi con un biglietto da
visita semplice e essenziale: “ i bambini del Mozambico sono i
nostri bambini”.
I
risultati ?
Di tutto: promesse vaghe mai
mantenute, minacce perché ero vista come un potenziale
ostacolo a certi loschi traffici come quello dello
sfruttamento della prostituzione infantile, derisione e
cinismo… Cominciarono a chiamarmi a “louca chata”, la
rompiscatole pazza… Ma trovai anche tanta gente che mi diede
un aiuto provvidenziale: le forze dell’Onumoz (la Missione Onu
per il Mozambico, NDR.), gli alpini italiani di stanza a
Chimoio, alcune istituzioni e molte persone di buona volontà.
Non
ti è mai venuta voglia di mollare e di tornare ad una vita
normale?
No, non ho mai pensato di
abbandonare tutto e andarmene. Molte volte mi sono sentita
stanca e scoraggiata, ma mai vinta.
Cosa
ti sostiene nelle tua missione?
Ho sempre sentito una forza
interiore che viene in gran parte dai bambini stessi. Io mi
ricarico quando sto assieme a loro: per questo cerco sempre di
trovare del tempo - tra i mille impegni quotidiani - per
sedermi con loro, ascoltare le loro storie, condividere le
loro piccole o grandi gioie e preoccupazioni… E poi sento di
avere i miei “angeli custodi” che mi assistono, mi
accompagnano e mi incoraggiano.
C’è
un ricordo a cui sei particolarmente affezionata ?
Ne ho due. Un giorno ero al
centro e dovevo assentarmi per cercare del cibo, perché ormai
non avevamo quasi più nulla in dispensa. Stavo spiegando le
situazione ad un gruppo di bambini con cui mi ero messa a
chiacchierare. Loro non volevano sentir parlare di una mia
assenza e allora io dissi: “Se non parto in cerca di cibo, voi
non potrete mangiare”. Dopo un momento di silenzio, uno di
loro rispose: ”Siamo pronti a restare a pancia vuota purché
rimanga un po’ di più con noi”.
Uno
degli obiettivi che vi prefiggete è di raggiungere
l’autofinanziamento del vostro centro: un’impresa difficile ?
Ci stiamo muovendo nella
direzione giusta. La gran parte del finanziamento viene
tuttora dall’estero, però la gestione del centro è totalmente
in mano ai mozambicani, che hanno dato una grande prova della
loro capacità quando, tre anni fa, io ho rischiato di morire
per una grave forma di malaria cerebrale che mi ha lasciato
fuori gioco per vari mesi.
I
bambini che ospitate nei vostri centri potranno, un giorno,
riavere una vera famiglia ?
In Africa c'è
un concetto di famiglia estesa molto più ampio di quello
occidentale, per questo si parla di famiglia naturale e di
famiglia allargata. I bambini che sono ospitati nei nostri
centri hanno spesso un parente che sarebbe disposto ad
accoglierlo in casa, se avesse i mezzi economici per farlo. L'Asem
si propone di ricostruire la storia di ogni bambino per
aiutarlo a rintracciare la famiglia e valutare la possibilità
di un reinserimento nella comunità di origine. Questo processo
prevede una serie di visite all'eventuale famiglia di
reinserimento, in seguito alle quali viene lasciata la libertà
di scelta al bambino. Dopo il reinserimento l'Asem assicura
comunque un sostegno economico: al bambino, affinché possa
continuare a frequentare la scuola; ai ragazzi più grandi, per
avviare una attività che garantisca una minima indipendenza.
Cosa
occorre per riuscire a lavorare in un posto così difficile ?
La forza dell’amore: devi
sentirla dentro di te e sperla trasmettere. E poi il contatto
diretto coi bambini: noi non siamo dei funzionari, loro non
sono degli ospiti di un istituto… Siamo una grande famiglia,
tutto qui.
Un approccio inusuale per chi si occupa di
assistenza all’infanzia in Africa…
Ci manteniamo fuori dal
“sistema” in cui operano tante organizzazione umanitarie. E
rivendichiamo la nostra libertà: quello che possiamo fare lo
facciamo da soli, senza dovere poi favori a destra o a
sinistra, o accettare politiche che non condividiamo.
Negli ultimi anni hai ricevuto titoli onorifici e premi: una
bella soddisfazione e forse anche una rivincita su chi ti
chiamava “louca chata”…
Sinceramente non mi sento
cambiata da questi riconoscimenti e non ho provato nemmeno un
senso di rivalsa su chi mi aveva trattato come un pezza da
piedi. Mi auguro che abbiano capito che avevano sbagliato, ma
è comunque acqua passata. Cercare la felicità è anche questo:
saper archiviare i torti e passare ad altro.
Sei stata ricevuta anche dal Papa: cosa
conservi di quell’incontro?
Un ricordo che parrà strano:
il Papa aveva un occhio socchiuso ma l’altro mi fissava
attentamente e in esso ho visto l’apertura verso il mondo in
cui viviamo, il desiderio di amarlo così com’è prima di
cambiarlo. Nella profondità di quello sguardo ho intravisto un
cuore ancora giovane, dinamico e bello.
HA
RISCHIATO DI MORIRE. ORA E’ AMBASCITRICE DI PACE
Nel 2001 Barbara Hoffman ha
contratto una grave forma di malaria, che le ha danneggiato
polmoni, fegato e reni, portandola vicino alla morte.
Ricoverata in stato di coma in una clinica in Sud Africa, è
stata per circa un mese in condizioni gravissime. Ora sta
meglio e ha ripreso ad occuparsi dai bambini e dei ragazzi
mozambicani in difficoltà. Il lavoro non le manca: in
Mozambico, il 45% della popolazione è costituita da giovani al
di sotto dei 20 anni, molti dei quali sono costretti a vivere
di espedienti: accattonaggio, piccoli furti, prostituzione.
Per la sua attività disinteressata in favore dell’infanzia
mozambicana, Barbara è stata nominata "Chevalier de l'Ordre
National de Merite" dal Presidente francese Jacques Chirac, e
“Ambasciatrice di Pace” dal Centro Internazionale per la Pace
fra i Popoli.
UN’ASSOCIAZIONE
CONTRO L’ORRORE DELLA GUERRA
L’Asem è una organizzazione di
solidarietà, fondata nel 1991 da Barbara Hofmann, per aiutare
i giovani del Mozambico. In questo Paese devastato da anni di
guerre, molti bambini sono orfani: vivono per strada e spesso
sono vittime di abusi sessuali. I ragazzi più grandi hanno
subito gli orrori della guerra: alcuni sono stati torturati o
imprigionati, altri mutilati dalle mine. Per i giovani
mozambicani l'Asem
rappresenta un’alternativa alla vita di strada e
all'esclusione sociale. L’associazione infatti dispone di
due case di accoglienza - nel centro di Macurungo e nel centro
di Manga - che ospitano complessivamente 200 bambini (ai quali
viene garantita l'istruzione primaria e secondaria). E per i
ragazzi più grandi si organizzano corsi di formazione
professionale: meccanica, falegnameria, agricoltura,
costruzione, ceramica, scultura, tessitura e un corso per
barbieri. Per informazioni contattare
Asem Italia Onlus allo 06.47.48.12.37.
www.asemitalia.it
e-mail:
info@asemitalia.it
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