AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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ZURIGO-MAPUTO, SOLO ANDATA

Una vita per i bambini del Mozambico

 

Ha lasciato la Svizzera per aiutare i bambini di strada del Mozambico. Ma Barbara Hofmann non è affatto pentita della sua scelta, anzi… Ecco la storia di una donna tenace, ambiziosa, piena di vitalità. Che oggi si riprende le sue rivincite

 

di Claudio Zuccala

 

Barbara Hofmann ha 41 anni. Per lungo tempo ha vissuto nel suo Paese natale, la Svizzera, dove ha lavorato presso banche e grandi imprese internazionali: la sicurezza e i soldi non le mancavano. Eppure nel 1989 ha mollato tutto ed è partita per il Mozambico. Qui ha fondato un’associazione che si occupa di aiutare i bambini in difficoltà: orfani, poveri, disabili, ragazzi di strada. La sua casa di Beira ne è piena, ma è sulle strade polverose della città che Barbara trascorre gran parte del suo tempo. La sua missione? Sottrarre dalla miseria e dalla violenza i figli più sfortunati del Mozambico. Gli stessi che ora la cercano chiamandola “mãe”, mamma.

Ho incontrato Barbara in un assolato giorno di luglio. Approfittando del fatto che si trovava in Italia, le ho telefonato per proporle un’intervista. Così ci siamo trovati in un bar vicino all’autostrada, rubando un paio d’ore alla sua nutritissima agenda. Con straordinaria semplicità e cortesia, ha risposto alle mie domande, non perdendomi mai di vista con i suoi occhi vivi e penetranti.

Come sei arrivata in Mozambico?

Sono arrivata nel settembre dell’89, con un’organizzazione internazionale. Ho lasciato quell’organizzazione 6 mesi dopo, per vari motivi. Nel frattempo avevo conosciuto la realtà  della guerra e dei bambini di strada e , mi sono detta che quella era la strada da seguire.

Così sono tornata in Europa, ho costituito l’Asem, ho venduto tutto e sono partita.

Così, semplicemente…

Sì, così. Ormai il cuore mi diceva che dovevo seguire quella direzione per cui non mi restava altro che seguirlo e farmi portare da lui là dove avevo trovato il mio tesoro

Perché hai scelto proprio i bambini ?

Perché sono le prime vittime di ogni conflitto (Barbara è arrivata in Mozambico durante una sanguinosa guerra civile, terminata nel ’92, che ha causato 1 milione di morti, quasi 2 milioni di rifugiati e oltre 4 milioni di “deslocados”, NDR.). Sono i più vulnerabili, i più indifesi, quelli che non riescono a reagire nemmeno a parole… E poi sono come le radici di un albero: bisogna prendersene cura quando sono ammalate, altrimenti prima o poi l’intero albero cadrà.

Torniamo ai ricordi: quando hai fatto ritorno a Beira?

In effetti non sono più partita, tranne qualche mese nel 1991 per costituire l’Asem. Volevamo creare un centro per i bambini vittime della guerra. Cominciammo a far pressione sull’amministrazione locale affinché ci concedesse un pezzo di terra in città… Credimi, non è stato facile chiedere qualcosa senza essere pronti a dare qualcosa in cambio.

Come te la sei cavata?

Ho chiesto a tutti, ho bussato a tutte le porte, presentandomi con un biglietto da visita semplice e essenziale: “ i bambini del Mozambico sono i nostri bambini”.

I risultati ?

Di tutto: promesse vaghe mai mantenute, minacce perché ero vista come un potenziale ostacolo a certi loschi traffici come quello dello sfruttamento della prostituzione infantile, derisione e cinismo… Cominciarono a chiamarmi a “louca chata”, la rompiscatole pazza… Ma trovai anche tanta gente che mi diede un aiuto provvidenziale: le forze dell’Onumoz (la Missione Onu per il Mozambico, NDR.), gli alpini italiani di stanza a Chimoio, alcune istituzioni e molte persone di buona volontà.

Non ti è mai venuta voglia di mollare e di tornare ad una vita normale?

No, non ho mai pensato di abbandonare tutto e andarmene. Molte volte mi sono sentita stanca e scoraggiata, ma mai vinta.

Cosa ti sostiene nelle tua missione?

Ho sempre sentito una forza interiore che viene in gran parte dai bambini stessi. Io mi ricarico quando sto assieme a loro: per questo cerco sempre di trovare del tempo - tra i  mille impegni quotidiani - per sedermi con loro, ascoltare le loro storie, condividere le loro piccole o grandi gioie e preoccupazioni… E poi sento di avere i miei “angeli custodi” che mi assistono, mi accompagnano e mi incoraggiano.

C’è un ricordo a cui sei particolarmente affezionata ?

Ne ho due. Un giorno ero al centro e dovevo assentarmi per cercare del cibo, perché ormai non avevamo quasi più nulla in dispensa. Stavo spiegando le situazione ad un gruppo di bambini con cui mi ero messa a chiacchierare. Loro non volevano sentir parlare di una mia assenza e allora io dissi: “Se non parto in cerca di cibo, voi non potrete mangiare”. Dopo un momento di silenzio, uno di loro rispose: ”Siamo pronti a restare a pancia vuota purché rimanga un po’ di più con noi”.

Uno degli obiettivi che vi prefiggete è di raggiungere l’autofinanziamento del vostro centro: un’impresa difficile ?

Ci stiamo muovendo nella direzione giusta. La gran parte del finanziamento viene tuttora dall’estero, però la gestione del centro è totalmente in mano ai mozambicani, che hanno dato una grande prova della loro capacità quando, tre anni fa, io ho rischiato di morire per una grave forma di malaria cerebrale che mi ha lasciato fuori gioco per vari mesi.

I bambini che ospitate nei vostri centri potranno, un giorno, riavere una vera famiglia ?

In Africa c'è un concetto di famiglia estesa molto più ampio di quello occidentale, per questo si parla di famiglia naturale e di famiglia allargata. I bambini che sono ospitati nei nostri centri hanno spesso un parente che sarebbe disposto ad accoglierlo in casa, se avesse i mezzi economici per farlo. L'Asem si propone di ricostruire la storia di ogni bambino per aiutarlo a rintracciare la famiglia e valutare la possibilità di un reinserimento nella comunità di origine. Questo processo prevede una serie di visite all'eventuale famiglia di reinserimento, in seguito alle quali viene lasciata la libertà di scelta al bambino. Dopo il reinserimento l'Asem assicura comunque un sostegno economico: al bambino, affinché possa continuare a frequentare la scuola; ai ragazzi più grandi, per avviare una attività che garantisca una minima indipendenza.

Cosa occorre per riuscire a lavorare in un posto così difficile ?

La forza dell’amore: devi sentirla dentro di te e sperla trasmettere. E poi il contatto diretto coi bambini: noi non siamo dei funzionari, loro non sono degli ospiti di un istituto… Siamo una grande famiglia, tutto qui.

Un approccio inusuale per chi si occupa di assistenza all’infanzia in Africa…

Ci manteniamo fuori dal “sistema” in cui operano tante organizzazione umanitarie. E rivendichiamo la nostra libertà: quello che possiamo fare lo facciamo da soli, senza dovere poi favori a destra o a sinistra, o accettare politiche che non condividiamo.

Negli ultimi anni hai ricevuto titoli onorifici e premi: una bella soddisfazione e forse anche una rivincita su chi ti chiamava “louca chata”…

Sinceramente non mi sento cambiata da questi riconoscimenti e non ho provato nemmeno un senso di rivalsa su chi mi aveva trattato come un pezza da piedi. Mi auguro che abbiano capito che avevano sbagliato, ma è comunque acqua passata. Cercare la felicità è anche questo: saper archiviare i torti e passare ad altro.

Sei stata ricevuta anche dal Papa: cosa conservi di quell’incontro?

Un ricordo che parrà strano: il Papa aveva un occhio socchiuso ma l’altro mi fissava attentamente e in esso ho visto l’apertura verso il mondo in cui viviamo, il desiderio di amarlo così com’è prima di cambiarlo. Nella profondità di quello sguardo ho intravisto un cuore ancora giovane, dinamico e bello.

 

 

 HA RISCHIATO DI MORIRE. ORA E’ AMBASCITRICE DI PACE

Nel 2001 Barbara Hoffman ha contratto una grave forma di malaria, che le ha danneggiato polmoni, fegato e reni, portandola vicino alla morte. Ricoverata in stato di coma in una clinica in Sud Africa, è stata per circa un mese in condizioni gravissime. Ora sta meglio e ha ripreso ad occuparsi dai bambini e dei ragazzi mozambicani in difficoltà. Il lavoro non le manca: in Mozambico, il 45% della popolazione è costituita da giovani al di sotto dei 20 anni, molti dei quali sono costretti a vivere di espedienti: accattonaggio, piccoli furti, prostituzione. Per la sua attività disinteressata in favore dell’infanzia mozambicana, Barbara è stata nominata "Chevalier de l'Ordre National de Merite" dal Presidente francese Jacques Chirac, e “Ambasciatrice di Pace” dal Centro Internazionale per la Pace fra i Popoli.

 

 

UN’ASSOCIAZIONE CONTRO L’ORRORE DELLA GUERRA

L’Asem è una organizzazione di solidarietà, fondata nel 1991 da Barbara Hofmann, per aiutare i giovani del Mozambico. In questo Paese devastato da anni di guerre, molti bambini sono orfani: vivono per strada e spesso sono vittime di abusi sessuali.  I ragazzi più grandi hanno subito gli orrori della guerra: alcuni sono stati torturati o imprigionati, altri mutilati dalle mine. Per i giovani mozambicani l'Asem rappresenta un’alternativa alla vita di strada e all'esclusione sociale. L’associazione infatti dispone di due case di accoglienza - nel centro di Macurungo e nel centro di Manga - che ospitano complessivamente 200 bambini (ai quali viene garantita l'istruzione primaria e secondaria). E per i ragazzi più grandi si organizzano corsi di formazione professionale: meccanica, falegnameria, agricoltura, costruzione, ceramica, scultura, tessitura e un corso per barbieri. Per informazioni contattare Asem Italia Onlus allo 06.47.48.12.37. www.asemitalia.it e-mail: info@asemitalia.it