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RUANDA, DIECI ANNI DOPO
Nella primavera del
1994 si consumò in Ruanda uno dei più feroci genocidi della
storia dell’uomo. Oltre 800 mila persone furono massacrate da
bande addestrate e istigate dal regime estremista hutu. Molti
erano stati i segnali premonitori di quel che si stava
preparando, ma la comunità internazionale non seppe e non
volle impedire l’ecatombe. A dieci anni da quei tragici eventi
abbiamo preparato un dossier per non dimenticare. E per
cercare di capire le ragioni di quella follia.
I GIORNI DELLA FOLLIA
Il ricordo del genocidio, dieci
anni dopo
di Raffaele Masto
Il 6
aprile 1994 l’aereo sul quale viaggiava il presidente ruandese
Habyarimana assieme al presidente del Burundi Nytaryamira fu
abbattuto mentre stava atterrando a Kigali. Fu il segnale che
lanciò i partiti estremisti della maggioranza hutu contro la
minoranza tutsi all’opposizione e contro gli esponenti dei
partiti moderati hutu. Fu l’inizio del genocidio del Ruanda.
Riviviamo quei drammatici giorni di dieci anni fa attraverso i
ricordi di un giornalista che seguì la tragedia da molto
vicino.
L’operazione era preparata da tempo e fu un vero e proprio
genocidio: stime attendibili parlano di un numero di morti
impressionante, circa 800.000. Si svolse in soli tre mesi e
spinse i guerriglieri tutsi, che da tempo si preparavano in
territorio ugandese, a rovesciare il regime hutu e insediarsi
al potere nel paese. La guerra civile durò poche settimane ma
lasciò tra le colline del Ruanda ferite e orrori indelebili. I
ricordi che seguono sono tratti dal libro “In Africa” di
Raffaele Masto (Sperling & Kupfer Editore 2003).
LE MACERIE DELLA
GUERRA
Prima
della guerra Kigali era una bella città, arrampicata su verdi
colline con lunghi viali fiancheggiati da file di alberi,
ampie piazze con cespugli selvatici di fiori variopinti. Nei
negozi e al mercato si trovava di tutto, c’erano le banche, i
locali notturni, i quartieri residenziali per i bianchi e
l’élite locale. Anche le baraccopoli della periferia non
esprimevano lo stridente contrasto di molte megalopoli
africane.
La
guerra cambiò tutto. Alla fine della primavera del 1994 la
capitale era distrutta, e ogni angolo riportava i segni di ciò
che era avvenuto: muri punteggiati dai colpi dei proiettili,
vetri infranti, saracinesche divelte, macerie e masserizie
sparse per le strade. La capitale del paese più densamente
popolato dell’Africa era quasi deserta.
Anche percorrendo le belle
strade che, attraversando la nazione da una parte all’altra,
si inerpicano tra le colline si aveva la stessa impressione,
quella di una terra spopolata: coltivazioni di tè e banane
lasciate a se stesse, villaggi abbandonati con le porte delle
case spalancate e all’interno i segni del saccheggio.
BAMBINI FERITI
Una
delle ferite difficilmente rimarginabili mi sembrò in quei
giorni quella delle migliaia di bambini che venivano definiti
orfani. Questa parola di solito in Africa non ha senso. Un
bimbo che perde i genitori viene allevato senza problemi dagli
altri membri della famiglia allargata. Nel caso del Ruanda di
allora era invece appropriato definirli così. Si trattava di
bambini che avevano perso tutto il loro nucleo famigliare, ed
erano traumatizzati al punto che molti di loro avevano perso
la parola.
In
quel periodo mi trovai di fronte a storie che avevano
dell’incredibile, come quella di Alphonse, tredici anni, che
tornando a casa vide tutti i membri della sua famiglia uccisi
e mutilati. Svenne e fu trovato il giorno dopo dai miliziani
tutsi, che proprio in quelle ore avevano preso il controllo
della capitale. Inizialmente fu creduto morto, poi qualcuno si
accorse che respirava. Da allora Alphonse non riprese più
conoscenza: non aveva nessuna lesione organica, eppure era
totalmente paralizzato, chiuso nel totale rifiuto di vivere.
«SIAMO MORTI TUTTI»
Un
altro ragazzino, Lionel, otto anni, era stato trovato
miracolosamente vivo nel campo di fronte alla baracca della
sua famiglia. Intorno erano stati contati quattordici
cadaveri, tutti suoi parenti: cugini, zii, genitori, fratelli
e sorelle. Lui si era salvato cadendo in un fosso.
Era
stato trovato sveglio, con gli occhi sbarrati, traumatizzato
ma senza un graffio. Più volte interrogato su che cosa avesse
visto, aveva raccontato tutto con precisione, descrivendo
dettagli e particolari raccapriccianti. Spiegando come i
militari hutu avevano sterminato la sua famiglia, terminava
sempre dicendo: «…e poi siamo morti tutti».
Non
era un errore, un lapsus del momento, ripeteva quella frase a
chiunque gli chiedesse di raccontare, non c’era modo di fargli
correggere quel plurale che comprendeva anche lui: si
considerava davvero morto.
Mentre
mi trovavo a Kigali ottenni il permesso di visitare la vecchia
scuola francese che era stata trasformata in orfanotrofio. Fu
una visita toccante: c’erano trecento bambini che stavano in
perfetto silenzio e che mi seguirono con lo sguardo,
appoggiati al muro, sdraiati sulle loro stuoie o seduti per
terra, per tutto il tempo della mia permanenza. Erano
immobili, imbambolati, non giocavano, non frignavano, i loro
occhi non mostravano nessuna emozione. Pensai che quei bimbi
rappresentavano il futuro del Ruanda.
UN ANNO DOPO
A un
anno dalla fine della guerra civile tornai in Ruanda. A quei
tempi la ferita era ancora sanguinante. Per le strade, nelle
chiese, all’interno delle case si vedevano ancora centinaia di
cadaveri, e quando non li si vedeva se ne sentiva l’odore. La
gente li rimuoveva quasi senza emozione, anche quando si
trattava di parenti stretti. Il sentimento prevalente che mi
sembrava di vedere sui volti della popolazione era una calma
innaturale, mista a una sorta di folle euforia per la recente
vittoria che solo il macabro spettacolo di migliaia di
cadaveri mutilati imponeva di reprimere. Poche menti in quei
giorni rimanevano lucide.
Al
contrario, a un anno di distanza, il dolore era venuto a galla
con prepotenza, implacabile, violento. Per contrastarlo, per
non esserne sopraffatta, alla gente non rimaneva altro che
fare quello che non era stato possibile nei giorni
immediatamente successivi al massacro. Era uno spettacolo
impressionante: dai villaggi, all’alba, gruppetti di uomini
armati di pale, picconi e zappette si inoltravano nella
foresta alla ricerca delle fosse comuni in cui i massacratori
avevano gettato migliaia di corpi dopo le esecuzioni.
“METTERE AL SICURO”
Sembrava andassero a colpo sicuro: individuavano il luogo dopo
indagini sommarie, sulla base di testimonianze di
sopravvissuti o frammenti di indizi raccolti qua e là.
Raggiungevano un determinato spiazzo e cominciavano a scavare.
Ben presto, a pochi centimetri dalla superficie, affioravano i
primi scheletri. Gli uomini entravano allora nella fossa a
piedi nudi, mentre nell’aria cominciava a diffondersi il
fetore caratteristico dei corpi non ancora completamente
decomposti. Era un odore insopportabile, pungente e
appiccicoso, al quale non riuscivo ad abituarmi. Loro invece
rimestavano fino al tramonto nella terra rimossa cercando di
ricomporre i cadaveri, di riconoscerli attraverso piccoli
indizi, un anello, un certo vestito, i denti mancanti. E
facendo commenti sommessi sul modo in cui erano stati uccisi a
seconda che trovassero un cranio con un foro dai contorni
precisi della pallottola o spezzato da un colpo di machete. I
resti di ogni salma venivano infine inseriti in un sacco di
tela bianca, portati nella chiesa più vicina, composti in una
bara in legno grezzo sulla quale, se possibile, veniva
applicata una targa con il presunto nome dell’ucciso. Poi,
qualche giorno dopo, veniva celebrato un funerale collettivo.
Scene
come questa erano frequentissime nel Ruanda di quei giorni,
accadevano in ogni villaggio, in ogni quartiere delle città.
Erano talmente frequenti che la lingua ruandese, il
kyniaruanda, si è arricchita in quel periodo di un nuovo
significativo termine: gushyingura, che è intraducibile ma che
letteralmente significa «mettere al sicuro».
LA MALATTIA DEI
CUORI FERITI
Davanti a me c’erano gli effetti a distanza di un trauma
tremendo, quasi insopportabile dalla psiche umana, aggravato
dal fatto che non era nemmeno più placabile con la vendetta,
dato che quasi tutti i responsabili del massacro erano ormai
fuggiti oltre i confini ruandesi. La popolazione stava vivendo
uno psicodramma collettivo che non era possibile rimuovere e
che devastava le menti. Anche in questo caso la lingua
ruandese aveva forgiato un modo di dire estremamente
significativo: imitima yarakomeretse, la «malattia dei cuori
feriti».
Tutto
ciò appariva ancor più chiaro se si andava a visitare i luoghi
nei quali erano stati compiuti i massacri di più vaste
proporzioni. Nella parrocchia di Nyamata, per esempio, dove le
milizie del vecchio regime avevano stipato la chiesa di donne
e bambini, vi avevano lanciato dentro le bombe a mano e poi
avevano finito a colpi di machete i superstiti, la popolazione
aveva voluto che tutto rimanesse esattamente come era stato
trovato dopo il massacro. A un anno di distanza la chiesa era
ancora piena di cadaveri ormai scheletriti, ammassati
esattamente nel luogo preciso nel quale erano stati uccisi.
Intorno all’altare, imbrattato da vaste macchie di sangue
rappreso, c’era inoltre una grande quantità di sacchi di
svariate dimensioni e colori con all’interno ossa che erano
state raccolte nel circondario e che probabilmente erano
appartenute a quanti avevano cercato di fuggire al massacro ma
erano stati raggiunti dagli assassini. Entrare in quella
chiesa era come rivivere la tragedia di un anno prima. Si
ripiombava immediatamente nell’atmosfera di cupo terrore che
doveva avere avvolto, per chi lo aveva subito, i giorni del
genocidio. E se lo era per me che, tutto sommato, avevo
vissuto quei momenti con gli occhi distaccati dell’inviato,
tanto più lo era per loro. In sostanza quella popolazione si
stava comportando in modo del tutto anomalo rispetto ad altri
popoli che nella storia hanno subìto un genocidio. Gli ebrei,
dopo l’olocausto nazista, non hanno pensato a conservare,
visibili, i resti delle centinaia di migliaia di persone
uccise. Certo, hanno costruito monumenti, hanno cercato di
mantenere vivo, tra di loro e per il resto del mondo, il
ricordo di quanto era avvenuto, ma non hanno trasformato le
camere a gas in ossari a cielo aperto. In Ruanda c’era
qualcosa di diverso, qualcosa di più profondo che allora, come
adesso, non riesco a spiegarmi.
L’EQUILIBRIO
SPEZZATO
I
regni del Ruanda e dell’Urundi, l’attuale Burundi, nacquero
intorno al XV secolo. Le loro società erano fondate su una
razionale divisione del lavoro: gli hutu, in quanto contadini,
avevano il compito di garantire, con la loro attività, il
sostentamento dell’intera società, mentre i tutsi, nobili e
guerrieri, erano destinati a difendere il regno dalle
aggressioni esterne e ad assicurarne la discendenza. In questo
modo, sebbene con le contraddizioni interne di qualunque
società, passarono secoli di convivenza, il cui equilibrio
venne turbato dall’arrivo dei primi coloni, a cominciare da
quelli tedeschi, che nel 1890 assunsero il controllo del
territorio, che diventò parte dell’Africa Orientale Tedesca
fino alla prima guerra mondiale. Successivamente il dominio
passò al Belgio, fino al 1961. Ed è proprio questa l’epoca in
cui ci furono le prime rivolte e i primi scontri su larga
scala tra hutu e tutsi. È evidente che la causa scatenante fu
l’avvento di una civiltà vincente, quella occidentale, che
cercava di modellare quelle società sui propri criteri e sui
propri interessi.
(R.M)
UNA LUNGA
STORIA DI SANGUE
Abitato in origine dagli hutu, l’attuale Ruanda è stato meta
della prima immigrazione tutsi dopo il 1300. La rivalità delle
due etnie, complice la politica coloniale tedesca e belga, ha
segnato la storia recente di questo piccolo e martoriato
paese.
1959-62 In
seguito alla violenze etniche, il re tutsi Kigeri V è
costretto, come decine di migliaia di migliaia di tutsi, alla
fuga in Uganda. Sotto la guida dell’esponente hutu G. Kaybanda,
nel ’62 il Ruanda diventa una repubblica indipendente.
1963-1993 Dopo
un’incursione dei ribelli tutsi con base in Burundi, circa 20
mila tutsi vengono uccisi per rappresaglia dalle milizie hutu.
Nel ’73 Kaybanda viene deposto da un golpe di J. Habyarimana,
di etnia hutu. Per anni proseguono le violenze e i tentativi
di trovare un accordo tra le etnie.
1994-1998 Dopo
aver avviato tentativi di pace con i rappresentanti dei tutsi,
il presidente Habyarimana muore in un attentato. I tutsi,
accusati di essere i responsabili della sua morte, vengono
massacrati dalle milizie estremiste hutu e dall’esercito:
stime ufficiali parlano di 800 mila vittime in 100 giorni.
2000 Il
presidente Bizimungu rassegna le dimissioni e il parlamento
nomina al suo posto il leader tutsi Paul Kagame
2001 Si insediano
i tribunali popolari, i gacaca, per i crimini minori del
genocidio. Di indagare sui massacri si occupa anche il
Tribunale Internazionale, istituito dall’Onu ad Arusha
(Tanzania).
2003 Kagame viene
eletto presidente nelle prime elezioni che si tengono in
Ruanda dal ’94.
IDENTIKIT DEL RUANDA
Noto come
“Paese dalle mille colline” per la sua posizione geografica
tra due formazioni montuose, il Ruanda si trova al centro del
continente africano. La sua terra è fertile e ben irrigata da
fiumi e laghi.
Popolazione: 7.300.000
Superficie: 26.340 kmq
Capitale:
Kigali
Lingua:
Kinyarwanda, inglese, francese
Religione:
cattolici 50%, tradizionali 35%, protestanti 13%, musulmani 2%
Speranza
di vita: 41 anni
Figli per
donna: 6
IL DOVERE DELLA MEMORIA
Le radici dell’odio, le
responsabilità dell’Onu, i fantasmi della storia coloniale:
tutto ciò che non si può e
non si deve dimenticare
di Daniele Scaglione
Il
genocidio ruandese è stato l’evento più importante della
seconda metà del secolo scorso eppure, a distanza di dieci
anni, sembra quasi completamente dimenticato. L’ecatombe del
1994 deve essere ricordata, studiata, analizzata, discussa
perché contiene un gran numero di lezioni, che se apprese ci
aiuterebbero a meglio affrontare il nostro tempo.
I
massacri del 1994 non sono il frutto di un’esplosione di
follia collettiva, ma la massima espressione di un odio che ha
cominciato a manifestarsi molti anni prima. Il Ruanda
precoloniale certamente non era un paese dove tutti godevano
di pari dignità e opportunità, vi erano divisioni di tipo
sociale, di ceto, vi era un sistema monarchico articolato che
distribuiva privilegi e ricchezze. Ma nell’esasperata
divisione del paese in due gruppi, tutsi e hutu, le potenze
coloniali – Germania prima e Belgio poi – hanno grandi
responsabilità. Con l’introduzione nel 1932 da parte dei belgi
della carta di identità etnica, si giunse a un punto di non
ritorno: twa, hutu e tutsi vennero divisi in modo ufficiale,
ed è solo a una ristretta èlite tra i terzi che i
colonizzatori accordarono privilegi e posti di comando,
suscitando un odio crescente negli hutu. I colonizzatori, dopo
aver lasciato il paese, assistettero alla presa del potere da
parte della maggioranza hutu sino ad allora oppressa, senza
cercare di stemperare le tensioni accumulate anche a causa
delle loro politiche scellerate. Nel corso degli anni
Settanta, quando al potere salì Juvenal Habyarimana, un gran
numero di paesi occidentali gli concesse un credito
illimitato, in termini politici e più propriamente economici.
Gli aiuti esteri giunsero al 22% del prodotto interno lordo,
accompagnati da lodi da parte della Banca Mondiale, nonostante
che il governo di Habyarimana reprimesse in modo sistematico e
duro i dissenzienti.
Armare la guerra
civile
Con il
passare degli anni il coinvolgimento di alcune potenze
straniere si fece sempre più intenso, le responsabilità sempre
più gravi. La fondamentale accelerazione verso il genocidio si
ebbe nell’ottobre del 1990. Il Fronte Patriottico Ruandese, la
formazione politico-militare nata dalle comunità di tutsi
fuggiti all’estero dopo la fine del colonialismo, varcò la
frontiera con l’Uganda e iniziò la guerra civile. La Francia
si schierò dalla parte del governo di Habyarimana, ma ad
alimentare il conflitto arrivarono anche armi egiziane,
britanniche, italiane, sudafricane, israeliane, zairesi e di
altri paesi ancora. Il Rwanda, piccolo paese povero e affamato
dalla carestia, divenne il terzo importatore di armi del
continente africano. Tra il gennaio 1993 e il marzo 1994,
sempre grazie soprattutto a finanziamenti francesi, acquistò
dalla Cina 581.000 machete, armi improprie ma decisamente più
economiche. Le potenze occidentali e gli organismi
internazionali non monitorarono questo commercio, non imposero
alcuna moratoria, cosicché nei mercati rwandesi divenne più
facile trovare granate che frutta o verdura.
Accordi di carta
Le
Nazioni Unite, l’Organizzazione per l’Unità Africana e alcuni
governi riuscirono a portare le parti in conflitto – il
governo di Habyarimana e il Fronte Patriottico – intorno a un
tavolo di trattative, istituito nella città tanzaniana di
Arusha. I rispettivi rappresentanti firmarono un articolato
trattato di pace, che rimase solo sulla carta. D’altra parte
nessuna delle organizzazioni coinvolte né tanto meno le
diplomazie di paesi occidentali, si preoccupò di andare a
verificare cosa accadeva in concreto. I due contendenti
continuarono ad armarsi sino ai denti, in Ruanda le violenze
contro i tutsi aumentarono di settimana in settimana. Alcune
parti del trattato sembrarono addirittura essere
controproducenti, non facendo altro che esasperare le frange
più estreme. La stampa sotto il controllo del clan degli Akazu,
legato alla moglie del presidente Habyarimana, osteggiò gli
accordi in modo duro e nacque un’emittente che divenne
tragicamente famosa per il suo incitamento all’odio durante il
genocidio: Radio Mille Colline. Nonostante questi sviluppi, la
missione di caschi blu inviata in Rwanda per favorire
l’implementazione degli accordi, fu particolarmente debole.
Segnali ignorati
A
guidare i militari era il generale quarantasettenne Romeo
Dallaire. Il compito assegnatoli era mantenere la pace, ma nel
‘paese delle mille colline’ la pace proprio non si vedeva. Il
giorno prima che egli arrivasse a destinazione, nel vicino
Burundi i tutsi a capo dell’esercito ammazzarono il primo
presidente democraticamente eletto nella storia del paese, l’hutu
Ndadaye. Ne seguirono scontri in cui persero la vita circa
50.000 persone, in maggioranza hutu. Molti altri scapparono
nel Ruanda meridionale. Non era il primo massacro di hutu ad
opera dei tutsi burundesi, e neppure è il più grave: nel 1972
ne erano stati massacrati almeno 200.000, a seguito di un
presunto tentativo di colpo di stato. Le violenze ad opera dei
tutsi militari del Burundi alimentarono sempre più l’odio di
molti hutu contro i tutsi rwandesi. Quello che occorreva,
Dallaire lo capì in fretta, era il rapido dispiegamento di una
forza multinazionale ben preparata, in grado di riportare
l’ordine, interrompere il flusso di armi in entrata, tutelare
la sicurezza dei civili e dei leader politici. Dal dicembre
1993 all’aprile 1994, Dallaire la chiese più volte, ai suoi
capi all’ONU e a chiunque gli venisse sotto tiro. Non ottenne
mai ascolto. La sera del 6 aprile 1994, il presidente
Habyarimana venne ucciso – ancora oggi non si sa da chi – e la
guardia presidenziale, parti dell’esercito e un numero enorme
di squadroni della morte, lanciarono la caccia al tutsi
secondo un piano ben organizzato. Gli effetti di questo
sterminio, secondo le stime più caute, sono di cinquecentomila
morti, secondo quelle meno prudenti, di un milione. Dallaire
si affannò a chiedere altri cinquemila uomini, convinto che
fossero sufficienti per fermare i massacri (ipotesi che nel
1998 fu confermata da un gruppo di esperti militari). Ma la
mattina del 7 aprile dieci caschi blu ai suoi ordini vennero
uccisi, e il Consiglio di Sicurezza decise di riportare a casa
la grande maggioranza dei soldati della missione. Dallaire
rimase con circa quattrocento caschi blu, in massima parte
volontari ghanesi e tunisini. Salvarono 25.000 persone, ma il
genocidio si fermò solo quando il Fronte Patriottico vinse la
guerra civile. I soldati del Fronte, ben addestrati e molto
disciplinati, non lesinarono rappresaglie, attacchi a
postazioni civili come ospedali e chiese. Nel loro operato non
si ravvisano le intenzioni genocide degli estremisti hutu, ma
i crimini di guerra di cui si sono resi responsabili devono
essere condannati con forza.
La rimozione
Le potenze occidentali
e più in generale tutti coloro che hanno avuto responsabilità
nella scelta di abbandonare il Ruanda a se stesso, hanno
successivamente fornito spiegazioni per il loro comportamento.
I referenti di Dallaire all’Onu, guidati dal futuro segretario
generale Kofi Annan, si sono rammaricati dei loro errori, ma
ritengono di aver fatto tutto quanto era in loro potere. Bill
Clinton, presidente degli USA che osteggiarono con forza un
intervento internazionale per fermare i massacri, ha chiesto
scusa affermando che all’epoca ‘non sapeva’ cosa stava
accadendo in Ruanda. Il Belgio ha chiesto perdono ma ha scelto
di accusare di tutto i propri caschi blu, i cui capi sono
anche finiti sotto corte marziale. Ha chiesto scusa anche il
Vaticano ed esponenti di altre religioni. In quei mesi si è
registrata l’uccisione di 103 preti, 76 suore e 53 frati, ma
molti esponenti della gerarchie religiose – cattoliche o
anglicane che fossero – erano compromessi con il regime degli
estremisti hutu. Gli unici a non chiedere scusa sono governo e
parlamento francesi, cioè coloro che hanno sostenuto sino in
fondo gli estremisti hutu, anche dopo l’uccisione di
Habyarimana. A commento di un’inchiesta compiuta nel 1998, il
parlamento di Parigi ammette qualche errore, ma dichiara che
“nessuno ha fatto quanto la Francia per fermare le violenze”.
La forza dell’ONU
Sulle
mille colline del Ruanda è morta la speranza che, con la fine
del bipolarismo tra USA e URSS, l’ONU potesse guidare il mondo
verso un futuro di pace. Nei primi anni Novanta le Nazioni
Unite si impegnarono in decine di missioni di peacekeeping, la
migliore dimostrazione della capacità del Palazzo di Vetro di
essere incisivo ed efficace nel prevenire le situazioni di
crisi. In Ruanda ogni ottimismo venne sepolto sotto montagne
di cadaveri. Fallì il dipartimento per le operazioni di
peacekeeping, fallì il segretariato generale, fallì il
consiglio di sicurezza. L’assemblea generale e la commissione
per i diritti umani stettero a guardare, i rapporti dei
funzionari restarono inascoltati. Ma la lezione più sbagliata
che si può apprendere dalle vicende del Ruanda è che l’ONU sia
un organismo inutile.
Il
genocidio del 1994 dimostra esattamente il contrario. L’ONU ha
avuto i mezzi per comprendere quello che stava accadendo e
sarebbe potuto accadere. Aveva le possibilità di prevenire i
massacri, se avesse dato ascolto alle pressanti richieste di
Dallaire. Avrebbe potuto interrompere o comunque limitare
notevolmente le violenze tra l’aprile e il luglio del 1994, se
avesse inviato al generale canadese i rinforzi che chiedeva.
Avrebbe potuto affrontare con efficacia la questione dei
profughi prima che causasse l’esplosione della ‘guerra
mondiale africana’ se avesse deciso di intervenire in tempo e
di utilizzare meglio le grandi risorse economiche messe a
disposizione per quell’emergenza.
Sul
Ruanda l’ONU ha fallito per responsabilità personale di
funzionari, dirigenti e responsabili di governo. Sarà inutile
parlare di qualsivoglia riforma delle Nazioni Unite sino a
quando non si discuterà in modo aperto e trasparente dei
comportamenti dei singoli. Il genocidio ruandese è uno degli
eventi peggiori della storia dell’umanità. Tra chi l’ha
pianificato e attuato, alcuni – pochi – stanno cominciando a
pagare. Tra chi poteva intervenire per fermarlo e non l’ha
fatto, nessuno ha di che preoccuparsi.
Il
Ruanda oggi cerca con grande fatica la stabilità. Alla guida
del paese, in posizione molto salda, dopo le trionfanti
elezioni elettorali conseguite alla fine dell’estate scorsa,
vi è Paul Kagame, il generale tutsi che nel 1994 guidò il
Fronte Patriottico alla vittoria della guerra civile. Il suo
governo ha ottenuto importanti risultati in ambito economico e
sociale, ma è responsabile di gravi violazioni dei diritti
umani, di limitazioni alle libertà individuale, è ancora
coinvolto – anche se in modo minore rispetto al passato –
nella guerra che nella Repubblica Democratica del Congo ha
portato alla morte di oltre tre milioni di persone. La
situazione della giustizia e le condizioni di vita nelle
carceri del paese sono gravissime.
Pace, sviluppo,
diritti umani
A
quasi dieci anni di distanza, Romeo Dallaire ha finalmente
raccontato la sua versione dei fatti in un libro di oltre 500
pagine uscito nell’ottobre del 2003 (Shake Hands With The
Devil, Random House). Nella conclusione del suo lavoro,
Dallaire scrive di aver rivisto ancora molte altre volte
l’odio che ha devastato il Ruanda. Nei miliziani che
combattono la guerra in Congo, nella violenza terrorista che è
alla base degli attacchi suicidi, a Manhattan come in Israele.
Secondo il generale quest’odio deve essere sradicato alla
radice e questo può essere fatto in un solo modo: operando
contro la povertà, in difesa dei diritti umani, facendo sì –
per usare sue parole – che come il Novecento è stato il
“secolo dei genocidi”, il Duemila sia il “secolo
dell’umanità”.
Istruzioni per un
genocidio
Il libro-verità sul Ruanda
Daniele Scaglione, per
anni presidente della sezione italiana di Amnesty
International, affronta con coraggio alcuni nodi spinosi del
massacro ruandese (un “massacro evitabile”, precisa l’autore):
il mancato invio dei caschi blu, la disastrosa gestione degli
campi per i rifugiati, l’impreparazione e l’inerzia delle
diplomazie occidentali, il fallimento del processo di
riconciliazione nazionale. Una ricostruzione impietosa della
tragedia ruandese, che svela le pesanti responsabilità della
comunità internazionale, colpevole di non essere intervenuta
per fermare il massacro e, successivamente, di non aver voluto
aiutare il Ruanda a superare il trauma del genocidio.
di Daniele Scaglione, Ega editore
2003, 256 pp. 12 €
www.egalibri.it
LA RICONCILIAZIONE POSSIBILE
di Angelo Ferrari
Félicien
Mubiligi è stato vicario episcopale della diocesi di Butare,
attualmente ricopre la carica di direttore in un centro di
spiritualità a Kigali. Ecco le sue riflessioni sulla
situazione ruandese .
Sono passati dieci anni da quel tragico
1994. La società civile in Ruanda sta cercando di uscire
dall’incubo del genocidio e dell’odio. Quali sono le
prospettive per una riconciliazione nazionale?
Si, in effetti, il Ruanda
cerca in tutti i modi di uscire dall’incubo del genocidio e
dalle sue conseguenze. Tuttavia l’attività della società
civile resta condizionata da tendenze ideologiche legate
all’una o all’altra fazione politica, attuale o del vecchio
regime. E questo indebolisce la qualità dei suoi interventi.
L’attuale governo ruandese prende molte iniziative per
affrontare le conseguenze del genocidio. Si potrebbero citare
gli sforzi fatti per assistere le vedove e gli orfani. Oppure
i tribunali popolari, i “gacaca”, che sono preposti a
giudicare i numerosi presunti autori del genocidio, facendo
ricorso al metodo tradizionale di metter fine ai conflitti
attraverso persone integerrime, elette dalla popolazione
stessa… Quando, nella sua domanda, lei parla di “incubo del
genocidio e dell’odio” avrei auspicato che venisse fatta una
distinzione netta tra le parole “genocidio” e “odio”, dal
momento che quest’ultimo è un sentimento, mentre il genocidio
è un crimine. In Ruanda siamo diventati sensibili a tutto ciò
che potrebbe ridurre il vero senso criminale del genocidio.
Secondo lei, qual è la strada che dovrebbe
percorrere il Ruanda per arrivare a una vera riconciliazione?
Per ottenere la riconciliazione, il Ruanda ha
già intrapreso molte iniziative che hanno solamente bisogno di
essere appoggiate dall’aiuto internazionale. Ma si potrebbe
dire che certi settori della vita della popolazione meritano
un’attenzione particolare: la lotta contro l’ignoranza e la
povertà, lo sviluppo economico del mondo rurale, la battaglia
contro l’impunità nella giustizia, la sicurezza dei beni e
delle persone. Da qualche anno ci sono in Ruanda due
importanti commissioni nel quadro della promozione della
riconciliazione nazionale: la Commissione per l’unità e la
riconciliazione e la Commissione per i diritti dell’Uomo.
Queste organizzano regolarmente dei corsi di formazione ai
quali partecipano molti giovani e quadri dell’amministrazione
pubblica. Il risultati di questa sensibilizzazione è
soddisfacente. Ci si deve augurare un ulteriore sviluppo.
Il mondo occidentale può aiutare il Ruanda
a trovare vie credibili di pace e sviluppo? Come?
Sì! Certamente! Oggi l’aiuto dei Paesi
occidentali in favore del Ruanda rimane indispensabile.
Tuttavia sembra che gli aiuti promessi non siano sempre
concessi, talvolta per dei pretesti poco giustificati. Durante
i primi sei mesi del 2002, il Ruanda non ha ricevuto alcuno
degli aiuti promessi. Quanto alla pace, i ruandesi sono, in
generale, troppo delusi dal ruolo giocato dalla comunità
internazionale all’epoca del genocidio e negli anni che
l’hanno immediatamente seguito. Non hanno apprezzato né il
“partito preso” di certi Paesi contro il Ruanda, né
l’inefficacia della Nazioni Unite. Ma non è ragionevole
restare confinati in questa delusione.
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