AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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RUANDA, DIECI ANNI DOPO

 

 

Nella primavera del 1994 si consumò in Ruanda uno dei più feroci genocidi della storia dell’uomo. Oltre 800 mila persone furono massacrate da bande addestrate e istigate dal regime estremista hutu. Molti erano stati i segnali premonitori di quel che si stava preparando, ma la comunità internazionale non seppe e non volle impedire l’ecatombe. A dieci anni da quei tragici eventi abbiamo preparato un dossier per non dimenticare. E per cercare di capire le ragioni di quella follia.

 

 

I GIORNI DELLA FOLLIA

Il ricordo del genocidio, dieci anni dopo

 

di Raffaele Masto

 

Il 6 aprile 1994 l’aereo sul quale viaggiava il presidente ruandese Habyarimana assieme al presidente del Burundi Nytaryamira fu abbattuto mentre stava atterrando a Kigali. Fu il segnale che lanciò i partiti estremisti della maggioranza hutu contro la minoranza tutsi all’opposizione e contro gli esponenti dei partiti moderati hutu. Fu l’inizio del genocidio del Ruanda. Riviviamo quei drammatici giorni di dieci anni fa attraverso i ricordi di un giornalista che seguì la tragedia da molto vicino.

 

L’operazione era preparata da tempo e fu un vero e proprio genocidio: stime attendibili parlano di un numero di morti impressionante, circa 800.000. Si svolse in soli tre mesi e spinse i guerriglieri tutsi, che da tempo si preparavano in territorio ugandese, a rovesciare il regime hutu e insediarsi al potere nel paese. La guerra civile durò poche settimane ma lasciò tra le colline del Ruanda ferite e orrori indelebili. I ricordi che seguono sono tratti dal libro “In Africa” di Raffaele Masto (Sperling & Kupfer Editore 2003).

LE MACERIE DELLA GUERRA

Prima della guerra Kigali era una bella città, arrampicata su verdi colline con lunghi viali fiancheggiati da file di alberi, ampie piazze con cespugli selvatici di fiori variopinti. Nei negozi e al mercato si trovava di tutto, c’erano le banche, i locali notturni, i quartieri residenziali per i bianchi e l’élite locale. Anche le baraccopoli della periferia non esprimevano lo stridente contrasto di molte megalopoli africane.

La guerra cambiò tutto. Alla fine della primavera del 1994 la capitale era distrutta, e ogni angolo riportava i segni di ciò che era avvenuto: muri punteggiati dai colpi dei proiettili, vetri infranti, saracinesche divelte, macerie e masserizie sparse per le strade. La capitale del paese più densamente popolato dell’Africa era quasi deserta. Anche percorrendo le belle strade che, attraversando la nazione da una parte all’altra, si inerpicano tra le colline si aveva la stessa impressione, quella di una terra spopolata: coltivazioni di tè e banane lasciate a se stesse, villaggi abbandonati con le porte delle case spalancate e all’interno i segni del saccheggio.

BAMBINI FERITI

Una delle ferite difficilmente rimarginabili mi sembrò in quei giorni quella delle migliaia di bambini che venivano definiti orfani. Questa parola di solito in Africa non ha senso. Un bimbo che perde i genitori viene allevato senza problemi dagli altri membri della famiglia allargata. Nel caso del Ruanda di allora era invece appropriato definirli così. Si trattava di bambini che avevano perso tutto il loro nucleo famigliare, ed erano traumatizzati al punto che molti di loro avevano perso la parola.

In quel periodo mi trovai di fronte a storie che avevano dell’incredibile, come quella di Alphonse, tredici anni, che tornando a casa vide tutti i membri della sua famiglia uccisi e mutilati. Svenne e fu trovato il giorno dopo dai miliziani tutsi, che proprio in quelle ore avevano preso il controllo della capitale. Inizialmente fu creduto morto, poi qualcuno si accorse che respirava. Da allora Alphonse non riprese più conoscenza: non aveva nessuna lesione organica, eppure era totalmente paralizzato, chiuso nel totale rifiuto di vivere.

«SIAMO MORTI TUTTI»

Un altro ragazzino, Lionel, otto anni, era stato trovato miracolosamente vivo nel campo di fronte alla baracca della sua famiglia. Intorno erano stati contati quattordici cadaveri, tutti suoi parenti: cugini, zii, genitori, fratelli e sorelle. Lui si era salvato cadendo in un fosso.

Era stato trovato sveglio, con gli occhi sbarrati, traumatizzato ma senza un graffio. Più volte interrogato su che cosa avesse visto, aveva raccontato tutto con precisione, descrivendo dettagli e particolari raccapriccianti. Spiegando come i militari hutu avevano sterminato la sua famiglia, terminava sempre dicendo: «…e poi siamo morti tutti».

Non era un errore, un lapsus del momento, ripeteva quella frase a chiunque gli chiedesse di raccontare, non c’era modo di fargli correggere quel plurale che comprendeva anche lui: si considerava davvero morto.

Mentre mi trovavo a Kigali ottenni il permesso di visitare la vecchia scuola francese che era stata trasformata in orfanotrofio. Fu una visita toccante: c’erano trecento bambini che stavano in perfetto silenzio e che mi seguirono con lo sguardo, appoggiati al muro, sdraiati sulle loro stuoie o seduti per terra, per tutto il tempo della mia permanenza. Erano immobili, imbambolati, non giocavano, non frignavano, i loro occhi non mostravano nessuna emozione. Pensai che quei bimbi rappresentavano il futuro del Ruanda.

UN ANNO DOPO

A un anno dalla fine della guerra civile tornai in Ruanda. A quei tempi la ferita era ancora sanguinante. Per le strade, nelle chiese, all’interno delle case si vedevano ancora centinaia di cadaveri, e quando non li si vedeva se ne sentiva l’odore. La gente li rimuoveva quasi senza emozione, anche quando si trattava di parenti stretti. Il sentimento prevalente che mi sembrava di vedere sui volti della popolazione era una calma innaturale, mista a una sorta di folle euforia per la recente vittoria che solo il macabro spettacolo di migliaia di cadaveri mutilati imponeva di reprimere. Poche menti in quei giorni rimanevano lucide.

Al contrario, a un anno di distanza, il dolore era venuto a galla con prepotenza, implacabile, violento. Per contrastarlo, per non esserne sopraffatta, alla gente non rimaneva altro che fare quello che non era stato possibile nei giorni immediatamente successivi al massacro. Era uno spettacolo impressionante: dai villaggi, all’alba, gruppetti di uomini armati di pale, picconi e zappette si inoltravano nella foresta alla ricerca delle fosse comuni in cui i massacratori avevano gettato migliaia di corpi dopo le esecuzioni.

“METTERE AL SICURO”

Sembrava andassero a colpo sicuro: individuavano il luogo dopo indagini sommarie, sulla base di testimonianze di sopravvissuti o frammenti di indizi raccolti qua e là. Raggiungevano un determinato spiazzo e cominciavano a scavare. Ben presto, a pochi centimetri dalla superficie, affioravano i primi scheletri. Gli uomini entravano allora nella fossa a piedi nudi, mentre nell’aria cominciava a diffondersi il fetore caratteristico dei corpi non ancora completamente decomposti. Era un odore insopportabile, pungente e appiccicoso, al quale non riuscivo ad abituarmi. Loro invece rimestavano fino al tramonto nella terra rimossa cercando di ricomporre i cadaveri, di riconoscerli attraverso piccoli indizi, un anello, un certo vestito, i denti mancanti. E facendo commenti sommessi sul modo in cui erano stati uccisi a seconda che trovassero un cranio con un foro dai contorni precisi della pallottola o spezzato da un colpo di machete. I resti di ogni salma venivano infine inseriti in un sacco di tela bianca, portati nella chiesa più vicina, composti in una bara in legno grezzo sulla quale, se possibile, veniva applicata una targa con il presunto nome dell’ucciso. Poi, qualche giorno dopo, veniva celebrato un funerale collettivo.

Scene come questa erano frequentissime nel Ruanda di quei giorni, accadevano in ogni villaggio, in ogni quartiere delle città. Erano talmente frequenti che la lingua ruandese, il kyniaruanda, si è arricchita in quel periodo di un nuovo significativo termine: gushyingura, che è intraducibile ma che letteralmente significa «mettere al sicuro».

LA MALATTIA DEI CUORI FERITI

Davanti a me c’erano gli effetti a distanza di un trauma tremendo, quasi insopportabile dalla psiche umana, aggravato dal fatto che non era nemmeno più placabile con la vendetta, dato che quasi tutti i responsabili del massacro erano ormai fuggiti oltre i confini ruandesi. La popolazione stava vivendo uno psicodramma collettivo che non era possibile rimuovere e che devastava le menti. Anche in questo caso la lingua ruandese aveva forgiato un modo di dire estremamente significativo: imitima yarakomeretse, la «malattia dei cuori feriti».

Tutto ciò appariva ancor più chiaro se si andava a visitare i luoghi nei quali erano stati compiuti i massacri di più vaste proporzioni. Nella parrocchia di Nyamata, per esempio, dove le milizie del vecchio regime avevano stipato la chiesa di donne e bambini, vi avevano lanciato dentro le bombe a mano e poi avevano finito a colpi di machete i superstiti, la popolazione aveva voluto che tutto rimanesse esattamente come era stato trovato dopo il massacro. A un anno di distanza la chiesa era ancora piena di cadaveri ormai scheletriti, ammassati esattamente nel luogo preciso nel quale erano stati uccisi. Intorno all’altare, imbrattato da vaste macchie di sangue rappreso, c’era inoltre una grande quantità di sacchi di svariate dimensioni e colori con all’interno ossa che erano state raccolte nel circondario e che probabilmente erano appartenute a quanti avevano cercato di fuggire al massacro ma erano stati raggiunti dagli assassini. Entrare in quella chiesa era come rivivere la tragedia di un anno prima. Si ripiombava immediatamente nell’atmosfera di cupo terrore che doveva avere avvolto, per chi lo aveva subito, i giorni del genocidio. E se lo era per me che, tutto sommato, avevo vissuto quei momenti con gli occhi distaccati dell’inviato, tanto più lo era per loro. In sostanza quella popolazione si stava comportando in modo del tutto anomalo rispetto ad altri popoli che nella storia hanno subìto un genocidio. Gli ebrei, dopo l’olocausto nazista, non hanno pensato a conservare, visibili, i resti delle centinaia di migliaia di persone uccise. Certo, hanno costruito monumenti, hanno cercato di mantenere vivo, tra di loro e per il resto del mondo, il ricordo di quanto era avvenuto, ma non hanno trasformato le camere a gas in ossari a cielo aperto. In Ruanda c’era qualcosa di diverso, qualcosa di più profondo che allora, come adesso, non riesco a spiegarmi.

 

 L’EQUILIBRIO SPEZZATO

I regni del Ruanda e dell’Urundi, l’attuale Burundi, nacquero intorno al XV secolo. Le loro società erano fondate su una razionale divisione del lavoro: gli hutu, in quanto contadini, avevano il compito di garantire, con la loro attività, il sostentamento dell’intera società, mentre i tutsi, nobili e guerrieri, erano destinati a difendere il regno dalle aggressioni esterne e ad assicurarne la discendenza. In questo modo, sebbene con le contraddizioni interne di qualunque società, passarono secoli di convivenza, il cui equilibrio venne turbato dall’arrivo dei primi coloni, a cominciare da quelli tedeschi, che nel 1890 assunsero il controllo del territorio, che diventò parte dell’Africa Orientale Tedesca fino alla prima guerra mondiale. Successivamente il dominio passò al Belgio, fino al 1961. Ed è proprio questa l’epoca in cui ci furono le prime rivolte e i primi scontri su larga scala tra hutu e tutsi. È evidente che la causa scatenante fu l’avvento di una civiltà vincente, quella occidentale, che cercava di modellare quelle società sui propri criteri e sui propri interessi.

(R.M)

 

UNA LUNGA STORIA DI SANGUE

Abitato in origine dagli hutu, l’attuale Ruanda è stato meta della prima immigrazione tutsi dopo il 1300. La rivalità delle due etnie, complice la politica coloniale tedesca e belga, ha segnato la storia recente di questo piccolo e martoriato paese.

1959-62 In seguito alla violenze etniche, il re tutsi Kigeri V è costretto, come decine di migliaia di migliaia di tutsi, alla fuga in Uganda. Sotto la guida dell’esponente hutu G. Kaybanda, nel ’62 il Ruanda diventa una repubblica indipendente.

1963-1993 Dopo un’incursione dei ribelli tutsi con base in Burundi, circa 20 mila tutsi vengono uccisi per rappresaglia dalle milizie hutu. Nel ’73 Kaybanda viene deposto da un golpe di J. Habyarimana, di etnia hutu. Per anni proseguono le violenze e i tentativi di trovare un accordo tra le etnie.

1994-1998 Dopo aver avviato tentativi di pace con i rappresentanti dei tutsi, il presidente Habyarimana muore in un attentato. I tutsi, accusati di essere i responsabili della sua morte, vengono massacrati dalle milizie estremiste hutu e dall’esercito: stime ufficiali parlano di 800 mila vittime in 100 giorni.

2000 Il presidente Bizimungu rassegna le dimissioni e il parlamento nomina al suo posto il leader tutsi Paul Kagame

2001 Si insediano i tribunali popolari, i gacaca, per i crimini minori del genocidio. Di indagare sui massacri si occupa anche il Tribunale Internazionale, istituito dall’Onu ad Arusha (Tanzania).

2003 Kagame viene eletto presidente nelle prime elezioni che si tengono in Ruanda dal ’94.

 

 

IDENTIKIT DEL RUANDA

Noto come “Paese dalle mille colline” per la sua posizione geografica tra due formazioni montuose, il Ruanda si trova al centro del continente africano. La sua terra è fertile e ben irrigata da fiumi e laghi.

Popolazione: 7.300.000

Superficie: 26.340 kmq

Capitale: Kigali

Lingua: Kinyarwanda, inglese, francese

Religione: cattolici 50%, tradizionali 35%, protestanti 13%, musulmani 2%

Speranza di vita: 41 anni

Figli per donna: 6

 

 

 

 

 

 

IL DOVERE DELLA MEMORIA

Le radici dell’odio, le responsabilità dell’Onu, i fantasmi della storia coloniale:

tutto ciò che non si può e non si deve dimenticare

 

di Daniele Scaglione

 

Il genocidio ruandese è stato l’evento più importante della seconda metà del secolo scorso eppure, a distanza di dieci anni, sembra quasi completamente dimenticato. L’ecatombe del 1994 deve essere ricordata, studiata, analizzata, discussa perché contiene un gran numero di lezioni, che se apprese ci aiuterebbero a meglio affrontare il nostro tempo.

 

I massacri del 1994 non sono il frutto di un’esplosione di follia collettiva, ma la massima espressione di un odio che ha cominciato a manifestarsi molti anni prima. Il Ruanda precoloniale certamente non era un paese dove tutti godevano di pari dignità e opportunità, vi erano divisioni di tipo sociale, di ceto, vi era un sistema monarchico articolato che distribuiva privilegi e ricchezze. Ma nell’esasperata divisione del paese in due gruppi, tutsi e hutu, le potenze coloniali – Germania prima e Belgio poi – hanno grandi responsabilità. Con l’introduzione nel 1932 da parte dei belgi della carta di identità etnica, si giunse a un punto di non ritorno: twa, hutu e tutsi vennero divisi in modo ufficiale, ed è solo a una ristretta èlite tra i terzi che i colonizzatori accordarono privilegi e posti di comando, suscitando un odio crescente negli hutu. I colonizzatori, dopo aver lasciato il paese, assistettero alla presa del potere da parte della maggioranza hutu sino ad allora oppressa, senza cercare di stemperare le tensioni accumulate anche a causa delle loro politiche scellerate. Nel corso degli anni Settanta, quando al potere salì Juvenal Habyarimana, un gran numero di paesi occidentali gli concesse un credito illimitato, in termini politici e più propriamente economici. Gli aiuti esteri giunsero al 22% del prodotto interno lordo, accompagnati da lodi da parte della Banca Mondiale, nonostante che il governo di Habyarimana reprimesse in modo sistematico e duro i dissenzienti.

Armare la guerra civile

Con il passare degli anni il coinvolgimento di alcune potenze straniere si fece sempre più intenso, le responsabilità sempre più gravi. La fondamentale accelerazione verso il genocidio si ebbe nell’ottobre del 1990. Il Fronte Patriottico Ruandese, la formazione politico-militare nata dalle comunità di tutsi fuggiti all’estero dopo la fine del colonialismo, varcò la frontiera con l’Uganda e iniziò la guerra civile. La Francia si schierò dalla parte del governo di Habyarimana, ma ad alimentare il conflitto arrivarono anche armi egiziane, britanniche, italiane, sudafricane, israeliane, zairesi e di altri paesi ancora. Il Rwanda, piccolo paese povero e affamato dalla carestia, divenne il terzo importatore di armi del continente africano. Tra il gennaio 1993 e il marzo 1994, sempre grazie soprattutto a finanziamenti francesi, acquistò dalla Cina 581.000 machete, armi improprie ma decisamente più economiche. Le potenze occidentali e gli organismi internazionali non monitorarono questo commercio, non imposero alcuna moratoria, cosicché nei mercati rwandesi divenne più facile trovare granate che frutta o verdura.

Accordi di carta

 Le Nazioni Unite, l’Organizzazione per l’Unità Africana e alcuni governi riuscirono a portare le parti in conflitto – il governo di Habyarimana e il Fronte Patriottico – intorno a un tavolo di trattative, istituito nella città tanzaniana di Arusha. I rispettivi rappresentanti firmarono un articolato trattato di pace, che rimase solo sulla carta. D’altra parte nessuna delle organizzazioni coinvolte né tanto meno le diplomazie di paesi occidentali, si preoccupò di andare a verificare cosa accadeva in concreto. I due contendenti continuarono ad armarsi sino ai denti, in Ruanda le violenze contro i tutsi aumentarono di settimana in settimana. Alcune parti del trattato sembrarono addirittura essere controproducenti, non facendo altro che esasperare le frange più estreme. La stampa sotto il controllo del clan degli Akazu, legato alla moglie del presidente Habyarimana, osteggiò gli accordi in modo duro e nacque un’emittente che divenne tragicamente famosa per il suo incitamento all’odio durante il genocidio: Radio Mille Colline. Nonostante questi sviluppi, la missione di caschi blu inviata in Rwanda per favorire l’implementazione degli accordi, fu particolarmente debole.

Segnali ignorati

A guidare i militari era il generale quarantasettenne Romeo Dallaire. Il compito assegnatoli era mantenere la pace, ma nel ‘paese delle mille colline’ la pace proprio non si vedeva. Il giorno prima che egli arrivasse a destinazione, nel vicino Burundi i tutsi a capo dell’esercito ammazzarono il primo presidente democraticamente eletto nella storia del paese, l’hutu Ndadaye. Ne seguirono scontri in cui persero la vita circa 50.000 persone, in maggioranza hutu. Molti altri scapparono nel Ruanda meridionale. Non era il primo massacro di hutu ad opera dei tutsi burundesi, e neppure è il più grave: nel 1972 ne erano stati massacrati almeno 200.000, a seguito di un presunto tentativo di colpo di stato. Le violenze ad opera dei tutsi militari del Burundi alimentarono sempre più l’odio di molti hutu contro i tutsi rwandesi. Quello che occorreva, Dallaire lo capì in fretta, era il rapido dispiegamento di una forza multinazionale ben preparata, in grado di riportare l’ordine, interrompere il flusso di armi in entrata, tutelare la sicurezza dei civili e dei leader politici. Dal dicembre 1993 all’aprile 1994, Dallaire la chiese più volte, ai suoi capi all’ONU e a chiunque gli venisse sotto tiro. Non ottenne mai ascolto. La sera del 6 aprile 1994, il presidente Habyarimana venne ucciso – ancora oggi non si sa da chi – e la guardia presidenziale, parti dell’esercito e un numero enorme di squadroni della morte, lanciarono la caccia al tutsi secondo un piano ben organizzato. Gli effetti di questo sterminio, secondo le stime più caute, sono di cinquecentomila morti, secondo quelle meno prudenti, di un milione. Dallaire si affannò a chiedere altri cinquemila uomini, convinto che fossero sufficienti per fermare i massacri (ipotesi che nel 1998 fu confermata da un gruppo di esperti militari). Ma la mattina del 7 aprile dieci caschi blu ai suoi ordini vennero uccisi, e il Consiglio di Sicurezza decise di riportare a casa la grande maggioranza dei soldati della missione. Dallaire rimase con circa quattrocento caschi blu, in massima parte volontari ghanesi e tunisini. Salvarono 25.000 persone, ma il genocidio si fermò solo quando il Fronte Patriottico vinse la guerra civile. I soldati del Fronte, ben addestrati e molto disciplinati, non lesinarono rappresaglie, attacchi a postazioni civili come ospedali e chiese. Nel loro operato non si ravvisano le intenzioni genocide degli estremisti hutu, ma i crimini di guerra di cui si sono resi responsabili devono essere condannati con forza.

La rimozione

Le potenze occidentali e più in generale tutti coloro che hanno avuto responsabilità nella scelta di abbandonare il Ruanda a se stesso, hanno successivamente fornito spiegazioni per il loro comportamento. I referenti di Dallaire all’Onu, guidati dal futuro segretario generale Kofi Annan, si sono rammaricati dei loro errori, ma ritengono di aver fatto tutto quanto era in loro potere. Bill Clinton, presidente degli USA che osteggiarono con forza un intervento internazionale per fermare i massacri, ha chiesto scusa affermando che all’epoca ‘non sapeva’ cosa stava accadendo in Ruanda. Il Belgio ha chiesto perdono ma ha scelto di accusare di tutto i propri caschi blu, i cui capi sono anche finiti sotto corte marziale. Ha chiesto scusa anche il Vaticano ed esponenti di altre religioni. In quei mesi si è registrata l’uccisione di 103 preti, 76 suore e 53 frati, ma molti esponenti della gerarchie religiose – cattoliche o anglicane che fossero – erano compromessi con il regime degli estremisti hutu. Gli unici a non chiedere scusa sono governo e parlamento francesi, cioè coloro che hanno sostenuto sino in fondo gli estremisti hutu, anche dopo l’uccisione di Habyarimana. A commento di un’inchiesta compiuta nel 1998, il parlamento di Parigi ammette qualche errore, ma dichiara che “nessuno ha fatto quanto la Francia per fermare le violenze”.

La forza dell’ONU

Sulle mille colline del Ruanda è morta la speranza che, con la fine del bipolarismo tra USA e URSS, l’ONU potesse guidare il mondo verso un futuro di pace. Nei primi anni Novanta le Nazioni Unite si impegnarono in decine di missioni di peacekeeping, la migliore dimostrazione della capacità del Palazzo di Vetro di essere incisivo ed efficace nel prevenire le situazioni di crisi. In Ruanda ogni ottimismo venne sepolto sotto montagne di cadaveri. Fallì il dipartimento per le operazioni di peacekeeping, fallì il segretariato generale, fallì il consiglio di sicurezza. L’assemblea generale e la commissione per i diritti umani stettero a guardare, i rapporti dei funzionari restarono inascoltati. Ma la lezione più sbagliata che si può apprendere dalle vicende del Ruanda è che l’ONU sia un organismo inutile.

Il genocidio del 1994 dimostra esattamente il contrario. L’ONU ha avuto i mezzi per comprendere quello che stava accadendo e sarebbe potuto accadere. Aveva le possibilità di prevenire i massacri, se avesse dato ascolto alle pressanti richieste di Dallaire. Avrebbe potuto interrompere o comunque limitare notevolmente le violenze tra l’aprile e il luglio del 1994, se avesse inviato al generale canadese i rinforzi che chiedeva. Avrebbe potuto affrontare con efficacia la questione dei profughi prima che causasse l’esplosione della ‘guerra mondiale africana’ se avesse deciso di intervenire in tempo e di utilizzare meglio le grandi risorse economiche messe a disposizione per quell’emergenza.

Sul Ruanda l’ONU ha fallito per responsabilità personale di funzionari, dirigenti e responsabili di governo. Sarà inutile parlare di qualsivoglia riforma delle Nazioni Unite sino a quando non si discuterà in modo aperto e trasparente dei comportamenti dei singoli. Il genocidio ruandese è uno degli eventi peggiori della storia dell’umanità. Tra chi l’ha pianificato e attuato, alcuni – pochi – stanno cominciando a pagare. Tra chi poteva intervenire per fermarlo e non l’ha fatto, nessuno ha di che preoccuparsi.

Il Ruanda oggi cerca con grande fatica la stabilità. Alla guida del paese, in posizione molto salda, dopo le trionfanti elezioni elettorali conseguite alla fine dell’estate scorsa, vi è Paul Kagame, il generale tutsi che nel 1994 guidò il Fronte Patriottico alla vittoria della guerra civile. Il suo governo ha ottenuto importanti risultati in ambito economico e sociale, ma è responsabile di gravi violazioni dei diritti umani, di limitazioni alle libertà individuale, è ancora coinvolto – anche se in modo minore rispetto al passato – nella guerra che nella Repubblica Democratica del Congo ha portato alla morte di oltre tre milioni di persone. La situazione della giustizia e le condizioni di vita nelle carceri del paese sono gravissime.

Pace, sviluppo, diritti umani

A quasi dieci anni di distanza, Romeo Dallaire ha finalmente raccontato la sua versione dei fatti in un libro di oltre 500 pagine uscito nell’ottobre del 2003 (Shake Hands With The Devil, Random House). Nella conclusione del suo lavoro, Dallaire scrive di aver rivisto ancora molte altre volte l’odio che ha devastato il Ruanda. Nei miliziani che combattono la guerra in Congo, nella violenza terrorista che è alla base degli attacchi suicidi, a Manhattan come in Israele. Secondo il generale quest’odio deve essere sradicato alla radice e questo può essere fatto in un solo modo: operando contro la povertà, in difesa dei diritti umani, facendo sì – per usare sue parole – che come il Novecento è stato il “secolo dei genocidi”, il Duemila sia il “secolo dell’umanità”.

 

 

 Istruzioni per un genocidio

Il libro-verità sul Ruanda

Daniele Scaglione, per anni presidente della sezione italiana di Amnesty International, affronta con coraggio alcuni nodi spinosi del massacro ruandese (un “massacro evitabile”, precisa l’autore): il mancato invio dei caschi blu, la disastrosa gestione degli campi per i rifugiati, l’impreparazione e l’inerzia delle diplomazie occidentali, il fallimento del processo di riconciliazione nazionale. Una ricostruzione impietosa della tragedia  ruandese, che svela le pesanti responsabilità della comunità internazionale, colpevole di non essere intervenuta per fermare il massacro e, successivamente, di non aver voluto aiutare il Ruanda a superare il trauma del genocidio.  di Daniele Scaglione, Ega editore 2003, 256 pp. 12 €  www.egalibri.it

 

 

LA RICONCILIAZIONE POSSIBILE

di Angelo Ferrari

 

Félicien Mubiligi è stato vicario episcopale della diocesi di Butare, attualmente ricopre la carica di direttore in un centro di spiritualità a Kigali. Ecco le sue riflessioni sulla situazione ruandese .

Sono passati dieci anni da quel tragico 1994. La società civile in Ruanda sta cercando di uscire dall’incubo del genocidio e dell’odio. Quali sono le prospettive per una riconciliazione nazionale?

Si, in effetti, il Ruanda cerca in tutti i modi di uscire dall’incubo del genocidio e dalle sue conseguenze. Tuttavia l’attività della società civile resta condizionata da tendenze ideologiche legate all’una o all’altra fazione politica, attuale o del vecchio regime. E questo indebolisce la qualità dei suoi interventi. L’attuale governo ruandese prende molte iniziative per affrontare le conseguenze del genocidio. Si potrebbero citare gli sforzi fatti per assistere le vedove e gli orfani. Oppure i tribunali popolari, i “gacaca”, che sono preposti a giudicare i numerosi presunti autori del genocidio, facendo ricorso al metodo tradizionale di metter fine ai conflitti attraverso persone integerrime, elette dalla popolazione stessa… Quando, nella sua domanda, lei parla di “incubo del genocidio e dell’odio” avrei auspicato che venisse fatta una distinzione netta tra le parole  “genocidio” e “odio”, dal momento che quest’ultimo è un sentimento, mentre il genocidio è un crimine. In Ruanda siamo diventati sensibili a tutto ciò che potrebbe ridurre il vero senso criminale del genocidio.

Secondo lei, qual è la strada che dovrebbe percorrere il Ruanda per arrivare a una vera riconciliazione?

Per ottenere la riconciliazione, il Ruanda ha già intrapreso molte iniziative che hanno solamente bisogno di essere appoggiate dall’aiuto internazionale. Ma si potrebbe dire che certi settori della vita della popolazione meritano un’attenzione particolare: la lotta contro l’ignoranza e la povertà, lo sviluppo economico del mondo rurale, la battaglia contro l’impunità nella giustizia, la sicurezza dei beni e delle persone. Da qualche anno ci sono in Ruanda due importanti commissioni nel quadro della promozione della riconciliazione nazionale: la Commissione per l’unità e la riconciliazione e la Commissione per i diritti dell’Uomo. Queste organizzano regolarmente dei corsi di formazione ai quali partecipano molti giovani e quadri dell’amministrazione pubblica. Il risultati di questa sensibilizzazione è soddisfacente. Ci si deve augurare un ulteriore sviluppo.

Il mondo occidentale può aiutare il Ruanda a trovare vie credibili di pace e sviluppo? Come?

Sì! Certamente! Oggi l’aiuto dei Paesi occidentali in favore del Ruanda rimane indispensabile. Tuttavia sembra che gli aiuti promessi non siano sempre concessi, talvolta per dei pretesti poco giustificati. Durante i primi sei mesi del 2002, il Ruanda non ha ricevuto alcuno degli aiuti promessi. Quanto alla pace, i ruandesi sono, in generale, troppo delusi dal ruolo giocato dalla comunità internazionale all’epoca del genocidio e negli anni che l’hanno immediatamente seguito. Non hanno apprezzato né il “partito preso” di certi Paesi contro il Ruanda, né l’inefficacia della Nazioni Unite. Ma non è ragionevole restare confinati in questa delusione.