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LA MODELLA, IL PASTICCERE e IL VAMPIRO
Tre storie
di imprenditori di successo
Gli africani sono maestri
inimitabili nell’arte dell’arrangiarsi: inventano mille
espedienti, tra i più fantasiosi e geniali, pur di sbarcare il
lunario e guadagnarsi la giornata. Perché il lavoro in Africa
non si cerca, ma si crea. Come dimostrano tre incredibili
storie di gente comune.
di Raffaele
Masto
PROFESSIONE
MODELLA
Deolinda
fa la modella. A Maputo, capitale del Mozambico. Ha 26 anni e
due figli. Le gravidanze non le hanno scalfito il fisico: è
slanciata, statuaria ed ha un portamento elegante ed elastico
esaltato da un sorriso irresistibile che mette in mostra denti
bianchi smaglianti su un viso ben disegnato color marrone
scuro.
Deolinda
abita in una baracca di lamiera in uno dei tanti slum della
periferia. Al mattino, di buon ora, quando il traffico in
città è caotico e le strade sono praticamente bloccate dalle
auto, Deolinda apre la malferma porta della sua baracca e
appare sull’uscio pronta per andare al lavoro. Con la sua voce
allegra e squillante saluta i vicini che si sono già alzati,
lancia un’ultima occhiata ai due figli che ancora dormono e
afferra con una mano il sacchetto con le scarpe eleganti. Lei
è scalza e, come è facile capire, non fa il suo lavoro di
modella su una passerella, con musica di sottofondo e un
pubblico sofisticato che la osserva ancheggiare dentro
lussuosi capi d’abbigliamento. Quelle scarpe eleganti Deolinda
non le calza, le vende. E non se le mette ai piedi, ma sul
capo. Si, proprio sul capo, in equilibrio come solo le donne
africane sanno fare.
Così, con
una scarpa di vernice nera e il tacco a spillo, sulla sua
testa ricciuta che fa da vetrina della merce in vendita,
Deolinda inizia a…sfilare tra le auto in coda nelle strade
della città. Vederla è uno spettacolo: compare sinuosa e
sorridente tra il cofano di una vettura e il fumo di
scappamento di un furgone scarburato, ancheggia provocante a
pochi centimetri dal gomito fuori dal finestrino di un uomo di
mezza età che appare spazientito dal traffico, lancia una
occhiata ammiccante al giovanotto alla guida di una vettura di
lusso sperando che abbia una fidanzata alla quale regalare le
sue scarpe in vendita.
Si,
perché quelle scarpe, per Deolinda sono da una settimana la
potenziale fonte di reddito per lei e i suoi bambini. Sono il
frutto di uno scambio tra una cassa di bottiglie di birra
sudafricana, comprata di contrabbando e per la quale Deolinda
aveva ottenuto una somma in denaro e le scarpe, appunto, che
lei aveva accettato sperando di venderle prima che il denaro
ottenuto per la birra finisse. E così, da una settimana
Deolinda si sta cimentando con il suo lavoro di…modella. Un
lavoro che la fa sognare e che la spinge spesso a desiderare
di indossare quelle scarpe eleganti. Ma non può, sono in
vendita…
FRITTELLE
SENZA FRONTIERE
Farina di
manioca, uova, olio di palma. Sono gli ingredienti delle
migliori frittelle di Kinshasa, almeno questo è quello che
sostiene Celestine che con le frittelle ci deve vivere. La sua
è una attività avviata. Chi vuole sa dove trovarlo, il suo
baracchino è sulla strada che porta al fiume Congo.
Celestine
è un imprenditore accorto. Tutti i giorni investe in uova,
farina e olio una parte della quantità di denaro che ha
guadagnato il giorno precedente. A volte, quando va male, il
denaro guadagnato il giorno precedente è sufficiente appena
all’investimento del giorno successivo e all’acquisto del cibo
per la cena della sua numerosa famiglia: una gallina, del
riso, dei fagioli. Quando va proprio male, la cena di moglie e
figli di Celestine consiste in un unico piatto: le frittelle
che sono rimaste invendute.
E’ chiaro
che l’attività di Celestine avrebbe bisogno di un impulso. Non
che vada male se si fa il confronto con buona parte della
popolazione di una megalopoli come Kinshasa, ma Celestine
vorrebbe trovare un sistema per uscire dalla precarietà e per
evitare, anche quelle poche volte che accade, di far mangiare
frittelle anche alla sua famiglia. Certo, lui ne è convinto,
sono le migliori della città ma questo può raccontarlo ai suoi
clienti non ai suoi figli.
Così i
pensieri di Celestine si concentrano spesso sulla ricerca di
un sistema per avere la sicurezza di vendere un numero di
frittelle adeguato tutti i giorni. Ha pensato di tutto: ha
proposto alla pasticceria sul corso di acquistarne tutti i
giorni una quantità adeguata da esporre in vetrina, ha cercato
di mettersi in società con un suo collega venditore che ha il
permesso di commerciare sui battelli che fanno la spola tra
Kinshasa e Brazzaville, metà del guadagno per ognuno, in modo
da allargare il raggio di potenziali clienti. Niente da fare,
almeno per il momento. Ma la mente fervida di Celestine è
ancora al lavoro. Per ora ha trovato solo un modo per rendere
chiaro, prima di tutto a se stesso, che le sue frittelle non
vogliono conoscere limiti e che sono, senza ombra di dubbio,
le migliori di tutta la regione.
Un giorno
che aveva venduto abbastanza frittelle, invece di comprare una
gallina per la sua famiglia, ha investito in un telo e in
vernice. L’ispirazione gli è venuta dalla insegna che sta di
fianco alla sua bancarella e che segnala che all’interno del
negozio, con tanto di tende e aria condizionata, ha sede una
sezione della famosa organizzazione umanitaria Medici senza
Frontiere. Celestine ha scritto con la vernice sul suo telo
“FRITTELLE SENZA FRONTIERE”. Ha cercato anche di copiare i
caratteri con i quali l’insegna è scritta, così che la sua
bancarella sembri, in qualche modo, legata alla importante
organizzazione. Un risultato lo ha ottenuto: i cooperanti che
lavorano all’interno del negozio adesso fanno colazione con le
sue frittelle.
IL VAMPIRO
Anche la
salute altrui in Africa finisce per essere un canale con il
quale intere famiglie trovano da vivere giorno per giorno. In
gran parte del continente, per esempio, le farmacie popolari
(quelle nelle baraccopoli, ovviamente, non certo quelle nel
centro della città che di solito servono la comunità bianca o
l'elite locale) vendono pastiglie sfuse, divise per colori o
per dimensione indipendentemente dalle malattie che curano.
Quasi sempre quelle pillole sono il frutto di furti negli
ospedali o provengono da qualche medico compiacente che, per
far vivere la propria famiglia, trafuga medicine che vengono
poi vendute, a peso, al "farmacista" dello slum.
Non è
difficile, ancora, vedere, sempre nelle baraccopoli, insegne
in lamiera con scritto "Studio Medico" (non è raro qualche
errore di ortografia) campeggiare su baracche del tutto simili
alle altre. Il titolare di quello studio, con molta
probabilità, non è un medico, nemmeno un infermiere ma
semplicemente qualcuno che nel passato ha lavorato come
facchino, o inserviente, o lavapiatti nell'ospedale della
città. Quell'esperienza viene poi messa a frutto, appunto, in
una attività propria che, quasi sempre, oltre a dare un alone
di scientificità al sedicente medico, gli procura da vivere.
Raphael
ha fatto di più. Giovanotto intraprendente e simpatico ha
trovato il modo di diventare collaboratore-consulente di un
ospedale privato di Brazzaville. Lui è addetto a procurare il
sangue per le trasfusione che, come è noto, in Africa non è
facile trovare, non perché manchino i donatori (a pagamento si
trovano anche arti e organi di ricambio), ma per la carenza di
attrezzature per i prelievi e la conservazione del sangue.
Questa sua attività gli ha fatto guadagnare il soprannome di
"vampiro".
Un
soprannome che non si addice al suo comportamento gioviale e
radioso, ma che è perfettamente azzeccato per chi conosce il
modo con cui lui svolge la sua attività. I medici
dell'ospedale non lo sanno e, vista l'affidabilità negli anni
di Raphael, non si preoccupano nemmeno più di capire come
faccia a svolgere una attività così delicata senza commettere
mai un errore. Non è mai capitato, infatti, che una sacca di
sangue di Raphael abbia mandato al creatore l'ammalato che ne
aveva bisogno.
Lui ha
inventato un sistema geniale che, oltretutto, fa vivere un
intero villaggio sulla sua attività. Il villaggio è il suo,
quello di origine, a pochi chilometri da Brazzaville, e i
donatori sono quasi tutti suoi parenti o conoscenti. Sono
stati testati negli anni in modo che sia chiaro che lo zio
anziano è Rh Positivo, il figlio dell'amico del nonno Rh
negativo e così via. Raphael conserva tutte queste
fondamentali osservazioni nella sua testa e, di fronte ad una
precisa richiesta dell'ospedale, va a colpo sicuro a
vampirizzare, con le attrezzature fornite dai medici, lo zio
anziano o il figlio dell'amico del nonno. Al donatore Raphael
dà un quarto del denaro ottenuto con la vendita della sacca,
il resto lo tiene per sé.
Nessuno
sa come abbia fatto Raphael a testare tutti gli abitanti del
suo piccolo villaggio. Forse in un passato ormai dimenticato
qualche paziente sarà pure morto per incompatibilità con il
sangue fornito da Raphael, o forse ha avuto solo una grande
fortuna. Se il paziente non moriva il gruppo sanguigno era
quello richiesto. Il colpo di genio di Raphael è stato quello
di non dimenticare mai, assieme al nome dei suoi parenti e
conoscenti, anche il tipo di sangue che circola nelle loro
vene.
ALTRI
IMPRENDITORI GENIALI
-
IL
VESTITO DELLA DOMENICA
Paul abita a Kinshasa. Alla domenica, per guadagnarsi la
giornata, noleggia l’unico vestito decente che possiede. I
suoi clienti sono i fedeli cristiani che si recano a messa.
-
IL BUSINESS DEL FRIGOR
Madame Awa, 28 anni, vive a Dakar. Una parte del suo
reddito deriva dall’affitto che riscuote dalle donne del
quartiere che usano il secondo e terzo ripiano del suo
frigorifero.
-
IL “TAPPABUCHI” Enrique è un ragazzino togolese
e di mestiere fa il “tappabuchi”, nel senso che passa la
giornata a riempire di sassi le buche delle strade dissestate.
Agli autisti di passaggio chiede una mancia.
-
I SOLDI CON LA TV Aziz, 35 anni, algerino,
possiede l’unica televisione dell’oasi dove vive. Per
raggranellare qualche soldo, fa pagare un biglietto agli
uomini che vogliono vedere le partite di Champions League con
la sua TV.
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