AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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LA MODELLA, IL PASTICCERE e IL VAMPIRO

 

Tre storie di imprenditori di successo

 

Gli africani sono maestri inimitabili nell’arte dell’arrangiarsi: inventano mille espedienti, tra i più fantasiosi e geniali, pur di sbarcare il lunario e guadagnarsi la giornata. Perché il lavoro in Africa non si cerca, ma si crea. Come dimostrano tre incredibili storie di gente comune.

 

di Raffaele Masto

 

PROFESSIONE MODELLA

Deolinda fa la modella. A Maputo, capitale del Mozambico. Ha 26 anni e due figli. Le gravidanze non le hanno scalfito il fisico: è slanciata, statuaria ed ha un portamento elegante ed elastico esaltato da un sorriso irresistibile che mette in mostra denti bianchi smaglianti su un viso ben disegnato color marrone scuro.

Deolinda abita in una baracca di lamiera in uno dei tanti slum della periferia. Al mattino, di buon ora, quando il traffico in città è caotico e le strade sono praticamente bloccate dalle auto, Deolinda apre la malferma porta della sua baracca e appare sull’uscio pronta per andare al lavoro. Con la sua voce allegra e squillante saluta i vicini che si sono già alzati, lancia un’ultima occhiata ai due figli che ancora dormono e afferra con una mano il sacchetto con le scarpe eleganti. Lei è scalza e, come è facile capire, non fa il suo lavoro di modella su una passerella, con musica di sottofondo e un pubblico sofisticato che la osserva ancheggiare dentro lussuosi capi d’abbigliamento. Quelle scarpe eleganti Deolinda non le calza, le vende. E non se le mette ai piedi, ma sul capo. Si, proprio sul capo, in equilibrio come solo le donne africane sanno fare.

Così, con una scarpa di vernice nera e il tacco a spillo, sulla sua testa ricciuta che fa da vetrina della merce in vendita, Deolinda inizia a…sfilare tra le auto in coda nelle strade della città. Vederla è uno spettacolo: compare sinuosa e sorridente tra il cofano di una vettura e il fumo di scappamento di un furgone scarburato, ancheggia provocante a pochi centimetri dal gomito fuori dal finestrino di un uomo di mezza età che appare spazientito dal traffico, lancia una occhiata ammiccante al giovanotto alla guida di una vettura di lusso sperando che abbia una fidanzata alla quale regalare le sue scarpe in vendita.

Si, perché quelle scarpe, per Deolinda sono da una settimana la potenziale fonte di reddito per lei e i suoi bambini. Sono il frutto di uno scambio tra una cassa di bottiglie di birra sudafricana, comprata di contrabbando e per la quale Deolinda aveva ottenuto una somma in denaro e le scarpe, appunto, che lei aveva accettato sperando di venderle prima che il denaro ottenuto per la birra finisse. E così, da una settimana Deolinda si sta cimentando con il suo lavoro di…modella. Un lavoro che la fa sognare e che la spinge spesso a desiderare di indossare quelle scarpe eleganti. Ma non può, sono in vendita…

 

FRITTELLE SENZA FRONTIERE

Farina di manioca, uova, olio di palma. Sono gli ingredienti delle migliori frittelle di Kinshasa, almeno questo è quello che sostiene Celestine che con le frittelle ci deve vivere. La sua è una attività avviata. Chi vuole sa dove trovarlo, il suo baracchino è sulla strada che porta al fiume Congo.

Celestine è un imprenditore accorto. Tutti i giorni investe in uova, farina e olio una parte della quantità di denaro che ha guadagnato il giorno precedente. A volte, quando va male, il denaro guadagnato il giorno precedente è sufficiente appena all’investimento del giorno successivo e all’acquisto del cibo per la cena della sua numerosa famiglia: una gallina, del riso, dei fagioli. Quando va proprio male, la cena di moglie e figli di Celestine consiste in un unico piatto: le frittelle che sono rimaste invendute.

E’ chiaro che l’attività di Celestine avrebbe bisogno di un impulso. Non che vada male se si fa il confronto con buona parte della popolazione di una megalopoli come Kinshasa, ma Celestine vorrebbe trovare un sistema per uscire dalla precarietà e per evitare, anche quelle poche volte che accade, di far mangiare frittelle anche alla sua famiglia. Certo, lui ne è convinto, sono le migliori della città ma questo può raccontarlo ai suoi clienti non ai suoi figli.

Così i pensieri di Celestine si concentrano spesso sulla ricerca di un sistema per avere la sicurezza di vendere un numero di frittelle adeguato tutti i giorni. Ha pensato di tutto: ha proposto alla pasticceria sul corso di acquistarne tutti i giorni una quantità adeguata da esporre in vetrina, ha cercato di mettersi in società con un suo collega venditore che ha il permesso di commerciare sui battelli che fanno la spola tra Kinshasa e Brazzaville, metà del guadagno per ognuno, in modo da allargare il raggio di potenziali clienti. Niente da fare, almeno per il momento. Ma la mente fervida di Celestine è ancora al lavoro. Per ora ha trovato solo un modo per rendere chiaro, prima di tutto a se stesso, che le sue frittelle non vogliono conoscere limiti e che sono, senza ombra di dubbio, le migliori di tutta la regione.

Un giorno che aveva venduto abbastanza frittelle, invece di comprare una gallina per la sua famiglia, ha investito in un telo e in vernice. L’ispirazione gli è venuta dalla insegna che sta di fianco alla sua bancarella e che segnala che all’interno del negozio, con tanto di tende e aria condizionata, ha sede una sezione della famosa organizzazione umanitaria Medici senza Frontiere. Celestine ha scritto con la vernice sul suo telo “FRITTELLE SENZA FRONTIERE”. Ha cercato anche di copiare i caratteri con i quali l’insegna è scritta, così che la sua bancarella sembri, in qualche modo, legata alla importante organizzazione. Un risultato lo ha ottenuto: i cooperanti che lavorano all’interno del negozio adesso fanno colazione con le sue frittelle.

 

IL VAMPIRO

Anche la salute altrui in Africa finisce per essere un canale con il quale intere famiglie trovano da vivere giorno per giorno. In gran parte del continente, per esempio, le farmacie popolari (quelle nelle baraccopoli, ovviamente, non certo quelle nel centro della città che di solito servono la comunità bianca o l'elite locale) vendono pastiglie sfuse, divise per colori o per dimensione indipendentemente dalle malattie che curano. Quasi sempre quelle pillole sono il frutto di furti negli ospedali o provengono da qualche medico compiacente che, per far vivere la propria famiglia, trafuga medicine che vengono poi vendute, a peso, al "farmacista" dello slum.

Non è difficile, ancora, vedere, sempre nelle baraccopoli, insegne in lamiera con scritto "Studio Medico" (non è raro qualche errore di ortografia) campeggiare su baracche del tutto simili alle altre. Il titolare di quello studio, con molta probabilità, non è un medico, nemmeno un infermiere ma semplicemente qualcuno che nel passato ha lavorato come facchino, o inserviente, o lavapiatti nell'ospedale della città. Quell'esperienza viene poi messa a frutto, appunto, in una attività propria che, quasi sempre, oltre a dare un alone di scientificità al sedicente medico, gli procura da vivere.

Raphael ha fatto di più. Giovanotto intraprendente e simpatico ha trovato il modo di diventare collaboratore-consulente di un ospedale privato di Brazzaville. Lui è addetto a procurare il sangue per le trasfusione che, come è noto, in Africa non è facile trovare, non perché manchino i donatori (a pagamento si trovano anche arti e organi di ricambio), ma per la carenza di attrezzature per i prelievi e la conservazione del sangue. Questa sua attività gli ha fatto guadagnare il soprannome di "vampiro".

Un soprannome che non si addice al suo comportamento gioviale e radioso, ma che è perfettamente azzeccato per chi conosce il modo con cui lui svolge la sua attività. I medici dell'ospedale non lo sanno e, vista l'affidabilità negli anni di Raphael, non si preoccupano nemmeno più di capire come faccia a svolgere una attività così delicata senza commettere mai un errore. Non è mai capitato, infatti, che una sacca di sangue di Raphael abbia mandato al creatore l'ammalato che ne aveva bisogno.

Lui ha inventato un sistema geniale che, oltretutto, fa vivere un intero villaggio sulla sua attività. Il villaggio è il suo, quello di origine, a pochi chilometri da Brazzaville, e i donatori sono quasi tutti suoi parenti o conoscenti. Sono stati testati negli anni in modo che sia chiaro che lo zio anziano è Rh Positivo, il figlio dell'amico del nonno Rh negativo e così via. Raphael conserva tutte queste fondamentali osservazioni nella sua testa e, di fronte ad una precisa richiesta dell'ospedale, va a colpo sicuro a vampirizzare, con le attrezzature fornite dai medici, lo zio anziano o il figlio dell'amico del nonno. Al donatore Raphael dà un quarto del denaro ottenuto con la vendita della sacca, il resto lo tiene per sé.

Nessuno sa come abbia fatto Raphael a testare tutti gli abitanti del suo piccolo villaggio. Forse in un passato ormai dimenticato qualche paziente sarà pure morto per incompatibilità con il sangue fornito da Raphael, o forse ha avuto solo una grande fortuna. Se il paziente non moriva il gruppo sanguigno era quello richiesto. Il colpo di genio di Raphael è stato quello di non dimenticare mai, assieme al nome dei suoi parenti e conoscenti, anche il tipo di sangue che circola nelle loro vene.

 

ALTRI IMPRENDITORI GENIALI

 

-         IL VESTITO DELLA DOMENICA Paul abita a Kinshasa. Alla domenica, per guadagnarsi la giornata, noleggia l’unico vestito decente che possiede. I suoi clienti sono i fedeli cristiani che si recano a messa.

-         IL BUSINESS DEL FRIGOR Madame Awa, 28 anni, vive a Dakar. Una parte del suo reddito deriva dall’affitto che riscuote dalle donne del quartiere che usano il secondo e terzo ripiano del suo frigorifero.

-         IL “TAPPABUCHI” Enrique è un ragazzino togolese e di mestiere fa il “tappabuchi”, nel senso che passa la giornata a riempire di sassi le buche delle strade dissestate. Agli autisti di passaggio chiede una mancia.

-         I SOLDI CON LA TV Aziz, 35 anni, algerino, possiede l’unica televisione dell’oasi dove vive. Per raggranellare qualche soldo, fa pagare un biglietto agli uomini che vogliono vedere le partite di Champions League con la sua TV.