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Il seguente
articolo è stato tratto e adattato, per gentile concessione
dell'editore, dal libro
Viaggio tra gli dei africani, di Mauro Burzio, ed.
Mondadori, Milano. E' vietata qualsiasi riproduzione
SCHIAVE… IN
NOME DI DIO
Una sconcertante pratica
religiosa diffusa nel sud del Ghana
Testo
e foto di Mauro Burzio
Sono ragazze
vergini, talvolta bambine di pochi anni… Sacrificate dai
genitori per placare le ire di un dio potente e severo.
Condannate a lavorare tutta la vita come schiave per i «preti»
locali: obbligate a soddisfare i loro desideri sessuali e
costrette a procreare il maggior numero possibile di figli
(destinati anch’essi a vivere come schiavi). Accade nel sud
del Ghana. Ma c’è chi non ci sta e si ribella
Nel Ghana
meridionale, nei pressi della frontiera con il Togo, scorre il
grande fiume Volta. E’ un fiume importante e sacro: il popolo
ewé lo considera il confine che l’anima del defunto deve
attraversare per raggiungere la terra degli Antenati. Qui la
gente venera il dio del fiume, il dio Troxovi. Una divinità
potente e severa, per la quale i fedeli sono disposti a tutto…
Persino a ridurre le bambine in schiavitù.
OFFERTE AI
SACERDOTI
Nei
minuscoli villaggi costruiti dagli ewé lungo il tratto finale
del Volta, è diffusa infatti una secolare pratica religiosa di
schiavitù femminile a beneficio dei sacerdoti del dio Troxovi.
Una pratica sconcertante e crudele, che prosegue ancora oggi.
Bambine e ragazze vergini vengono cedute per l’intera vita al
tempio o convento del dio Troxovi come pagamento di colpe
commesse da familiari, colpe spesso sconosciute che possono
risalire a diverse generazioni precedenti. I reati sono vari e
vanno da quelli più seri, come l’omicidio e la rapina, a
quelli più leggeri. La pena consiste sempre nell’affidamento a
vita al sacerdote di una bimba o di una giovane ragazza, che
diventa troxosi («sposa del dio»).
Le spose
del dio devono svolgere i lavori domestici, lavorare nei campi
e soddisfare i desideri sessuali dei preti. Il tutto
ovviamente senza retribuzione, come schiave appunto. Le
testimonianze che ho raccolto tra le troxosi del Ghana sono
sconcertanti: molte mi hanno confessato di non aver diritto a
nessuna forma di educazione e di essere tenute a fare il
maggior numero possibile di figli. Il mantenimento dei bambini
è totalmente a carico delle stesse troxosi, poiché «fa parte
della punizione da pagare». Mentre il prete esercita
ampiamente i suoi diritti sessuali e alimentari, le sue mogli
e i suoi figli sono spesso denutriti.
L’ORRORE IN
UN DOCUMENTO
Le affermazioni virgolettate sono tratte da
un documento ufficiale redatto da 130 preti del dio Troxovi
riunitisi ad Akaktsi, in Ghana, nel gennaio 2002 per definire
e difendere la tradizione dei loro santuari. “Tutti i crimini,
anche lievi, come il furto di un tubero di cassava o di una
gallina, incorrono nella stessa condanna e nella medesima
punizione”: la consegna al sacerdote di una bambina o una
ragazza vergine. “Noi sacerdoti, che siamo i rappresentanti
terreni del dio, dobbiamo convivere con le Troxosi... Nessuna
di loro ha il diritto di decidere quale dei sacerdoti e quando
può avere rapporti sessuali con lei, poiché parte della
riparazione consiste nel gratificare sessualmente coloro che
servono il dio.” “Quando la Troxosi muore, la famiglia
colpevole deve fornire al tempio un’altra ragazza vergine”.
PRETI
CONTRO
In questi ultimi anni è cresciuta in Ghana la
schiera di coloro che chiedono la soppressione dell’usanza
delle “bambine schiave” affidate ai preti del dio Troxovi. La
principiale opposizione alla schiavitù religiosa non è venuta
dalla chiesa cattolica, che è rimasta sempre silenziosa,
nonostante il grande numero di missioni cattoliche che sorgono
nella regione. Sono stati i protestanti i primi ad opporsi
seriamente al fenomeno.
Mark Wisdom, un ghaniano cristiano evangelista nel 1987
iniziò una coraggiosa campagna contro l’istituzione delle
Trokosi, nella zona del Sourhern Volta. Con lui combatteva
Sharon Titian, una predicatrice evangelista di Ottawa, Canada,
che nei primi anni ‘90 fondò il Movimento di liberazione delle
schiave del feticcio (Fetish Slave Liberation Movement). Ma
la loro voce era flebile e i loro tentativi incontravano
resistenze massicce. I sacerdoti si opponevano con forza
all’abolizione di questa pratica e invocavano la necessità di
conservare la cultura ewé.
I
LIBERATORI VENUTI DA LONTANO
La
situazione cambiò quando nel 1995 giunsero in Ghana i
volontari di International Needs, un’organizzazione non
governativa (la cui sede principale è in Nuova Zelanda) che si
batte per la difesa dei diritti umani, l’abolizione di ogni
forma di schiavitù e la riabilitazione delle vittime. Dal
giorno del suo insediamento, questa organizzazione umanitaria
ha condotto una massiccia campagna internazionale per la
liberazione di migliaia di Troxosi. I risultati non si sono
fatti attendere: nell’agosto del 1998 il parlamento del Ghana
è stato costretto a promulgare una legge che condanna con la
reclusione “ogni forma di schiavitù rituale o tradizionale e
ogni forma di lavoro forzato collegato a rituali
tradizionali”.
Anche
l’azione sul territorio e la propaganda nei villaggi e nei
templi ha ottenuto risultati straordinari: alla fine del 2002
International Needs aveva riscattato e liberato tremila
Troxosi. L’associazione ha persuaso i preti a liberare le loro
schiave con pressioni costanti, con offerte di denaro,
bestiame e trattori che sostituiscono le prestazioni
lavorative delle donne. Negli ultimi anni la legge ha
funzionato come bastone, che ha reso più appetibile l’offerta
della carota ai sacerdoti ostili e riluttanti.
UNA NUOVA
VITA
Ma le
schiave liberate non potevano semplicemente ritornare nei
poverissimi villaggi originari con un nugolo di figli al
seguito, aggravando così le tribolazioni economiche e le paure
dei parenti, timorosi della vendetta del dio offeso. Il grande
problema di queste donne analfabete, emarginate e sottomesse,
prive di fiducia e di autonomia, è stato il loro reinserimento
sociale.
Per
questo nella città di Adidome è stata creata una scuola dove
si insegnano alcuni mestieri: insieme a quello di parrucchiera
e sarta, le donne liberate imparano a cuocere il pane, a
stampare batik, a tessere tappeti, a fare il sapone e creme di
bellezza. Alle allieve, tutte analfabete, viene inoltre
impartita un’alfabetizzazione di base, che comprende inglese,
matematica, educazione sanitaria e sessuale, informazioni
nutrizionali e pianificazione familiare (durante il periodo di
riabilitazione, i figli più piccoli vengono ospitati nel
vicino asilo).
Circa
ottocento donne hanno già imparato un mestiere e sono tornate
nei villaggi originari. International Needs ha fornito loro
gli utensili per iniziare il lavoro imparato e un
finanziamento tramite una cooperativa di microcrediti, che
permette loro di sviluppare un’esistenza degna ed
economicamente indipendente.
UNA LUNGA
BATTAGLIA
Queste
donne emancipate sono le profetesse di una nuova era di
uguaglianza. Le ho viste danzare tutte insieme durante
un’assemblea di villaggio e i loro occhi cantavano la gioia di
una libertà ritrovata. Ma la battaglia sarà ancora lunga,
perché in Africa il femminismo è un’eresia. Nel 2003, ancora
duemila Trokosi erano ancora incarcerate nei templi di Klikor,
Afife, Big Ada, Agave, Old bakpa, Anloga e Whenu. In ognuno di
questi grandi conventi sono tuttora imprigionate da 50 a 200
spose del dio Troxovi. Sterminato il numero dei loro figli,
di proprietà del tempio. Donne coraggiose e combattive,
venute dall’altra parte del mare, stanno combattendo per la
loro libertà. Le spose del dio del fiume attendono pazienti la
loro liberazione. Esse hanno la testa china e parlano
sottovoce, quasi sussurrando. La loro vita è stata difficile e
ingiusta. Ma come potevano delle bambine africane opporsi alla
volontà dei genitori e sfidare il dio irato ed offeso?
Gli
occhi grandi conservano lo sguardo dolce e sottomesso di chi
ha accettato serenamente il calvario della schiavitù, imposta
da una religione disumana e da ingranaggi culturali potenti e
terribili, sulle rive del grande fiume dove tuttora non si
muove foglia che Troxovi non voglia.
I
VILLAGGI DELLE SCHIAVE
L’usanza delle Trokosi, le
giovani schiave offerte ai sacerdoti del dio Troxovi, è
diffusa nel sud del Ghana, tra i tempi e i conventi che si
trovano nei distretti di cultura ewè di Tongu, di Dangme, di
Akatsi e Ketu. I villaggi interessati sono quelli Ada, Adidome,
Afife, Agave, Alakple, Anloga, Anyanu, Avak, Bakpa Kebenu,
Battor, Dorfor, Klikor, Kpokazi, Mafi Mepe Osudoku e Whenu.
Per difendere la pratica delle Trokosi, i sacerdoti del dio
Troxovi hanno fondato l’associazione Afrikania Mission.
LE
RELIGIONI DEL GHANA
In Ghana circa il 50 per cento della popolazione è cristiana
(i cattolici sono una minoranza) il 15% è musulmana e il
restante 35% pratica le religioni ancestrali tradizionali
(come quella di cui si parla nell’articolo). I cristiani si
concentrano soprattutto nel sud del Paese mentre i fedeli
dell’Islam sono presenti principalmente nelle zone
settentrionali. Cospicue minoranze musulmane sono presenti
anche nelle grandi città meridionali come Accra e Kumasi, dove
si concentrano in quartieri chiamati “zongo”.
L’ORIGINE
DELL’USANZA
L’usanza di offrire ai preti le piccole schiave troxosi
sarebbe sorta in Nigeria nella notte di tempi, per arginare la
criminalità, che prima era punita con poco efficaci multe in
bestiame, in villaggi dove l’unica autorità era quella
religiosa dei sacerdoti. Spiegano i sacerdoti del dio Troxovi:
“La nostra divinità è usata come una misura deterrente per il
crimine, soprattutto quando qualcuno offende gli altri. Il
dio, chiamato in causa dalla parte lesa, fa il suo lavoro
causando misteriose calamità nella famiglia del colpevoli fino
a quando questa consulta un indovino e viene sentenziato di
affidare una vergine al tempio per placare le offese.
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