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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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Il seguente articolo è stato tratto e adattato, per gentile concessione dell'editore, dal libro Viaggio tra gli dei africani, di Mauro Burzio, ed. Mondadori, Milano. E' vietata qualsiasi riproduzione

 

 

SCHIAVE… IN NOME DI DIO

Una sconcertante pratica religiosa diffusa nel sud del Ghana

 

Testo e foto di Mauro Burzio

 

Sono ragazze vergini, talvolta bambine di pochi anni… Sacrificate dai genitori per placare le ire di un dio potente e severo. Condannate a lavorare tutta la vita come schiave per i «preti» locali: obbligate a soddisfare i loro desideri sessuali e costrette a procreare il maggior numero possibile di figli (destinati anch’essi a vivere come schiavi). Accade nel sud del Ghana. Ma c’è chi non ci sta e si ribella

 

Nel Ghana meridionale, nei pressi della frontiera con il Togo, scorre il grande fiume Volta. E’ un fiume importante e sacro: il popolo ewé lo considera il confine che l’anima del defunto deve attraversare per raggiungere la terra degli Antenati. Qui la gente venera il dio del fiume, il dio Troxovi. Una divinità potente e severa, per la quale i fedeli sono disposti a tutto… Persino a ridurre le bambine in schiavitù.

OFFERTE AI SACERDOTI

Nei minuscoli villaggi costruiti dagli ewé lungo il tratto finale del Volta, è diffusa infatti una secolare pratica religiosa di schiavitù femminile a beneficio dei sacerdoti del dio Troxovi. Una pratica sconcertante e crudele, che prosegue ancora oggi. Bambine e ragazze vergini vengono cedute per l’intera vita al tempio o convento del dio Troxovi come pagamento di colpe commesse da familiari, colpe spesso sconosciute che possono risalire a diverse generazioni precedenti. I reati sono vari e vanno da quelli più seri, come l’omicidio e la rapina, a quelli più leggeri. La pena consiste sempre nell’affidamento a vita al sacerdote di una bimba o di una giovane ragazza, che diventa troxosi («sposa del dio»).

Le spose del dio devono svolgere i lavori domestici, lavorare nei campi e soddisfare i desideri sessuali dei preti. Il tutto ovviamente senza retribuzione, come schiave appunto.  Le testimonianze che ho raccolto tra le troxosi del Ghana sono sconcertanti: molte mi hanno confessato di non aver diritto a nessuna forma di educazione e di essere tenute a fare il maggior numero possibile di figli. Il mantenimento dei bambini è totalmente a carico delle stesse troxosi, poiché «fa parte della punizione da pagare». Mentre il prete esercita ampiamente i suoi diritti sessuali e alimentari, le sue mogli e i suoi figli sono spesso denutriti.

L’ORRORE IN UN DOCUMENTO

Le affermazioni virgolettate sono tratte da un documento ufficiale redatto da 130 preti del dio Troxovi riunitisi ad Akaktsi, in Ghana, nel gennaio 2002 per definire e difendere la tradizione dei loro santuari. “Tutti i crimini, anche lievi, come il furto di un tubero di cassava o di una gallina, incorrono nella stessa condanna e nella medesima punizione”: la consegna al sacerdote di una bambina o una ragazza vergine. “Noi sacerdoti, che siamo i rappresentanti terreni del dio, dobbiamo convivere con le Troxosi... Nessuna di loro ha il diritto di decidere quale dei sacerdoti e quando può avere rapporti sessuali con lei, poiché parte della riparazione consiste nel gratificare sessualmente coloro che servono il dio.” “Quando la Troxosi muore, la famiglia colpevole deve fornire al tempio un’altra ragazza vergine”.

PRETI CONTRO

In questi ultimi anni è cresciuta in Ghana la schiera di coloro che chiedono la soppressione dell’usanza delle “bambine schiave” affidate ai preti del dio Troxovi. La principiale opposizione alla schiavitù religiosa non è venuta dalla chiesa cattolica, che è rimasta sempre silenziosa, nonostante il grande numero di missioni cattoliche che sorgono nella regione. Sono stati i protestanti i primi ad opporsi seriamente al  fenomeno.   

Mark Wisdom, un ghaniano cristiano evangelista  nel  1987 iniziò  una coraggiosa campagna contro l’istituzione delle Trokosi, nella zona del Sourhern Volta. Con lui combatteva Sharon Titian, una predicatrice evangelista di Ottawa, Canada, che nei primi anni ‘90 fondò il Movimento di liberazione delle schiave del feticcio  (Fetish Slave Liberation Movement). Ma la loro voce era flebile e i loro tentativi incontravano resistenze massicce. I sacerdoti si opponevano con forza all’abolizione di questa pratica e invocavano la necessità di conservare la cultura ewé.

I LIBERATORI VENUTI DA LONTANO

La situazione cambiò quando nel 1995 giunsero in Ghana i volontari di International Needs, un’organizzazione non governativa (la cui sede principale è in Nuova Zelanda) che si batte per la difesa dei diritti umani, l’abolizione di ogni forma di schiavitù e la riabilitazione delle vittime. Dal giorno del suo insediamento, questa organizzazione umanitaria ha condotto una massiccia campagna internazionale per la liberazione di migliaia di Troxosi. I risultati non si sono fatti attendere: nell’agosto del 1998 il parlamento del Ghana è stato costretto a  promulgare una legge che condanna con la reclusione “ogni forma di schiavitù rituale o tradizionale e ogni forma di lavoro forzato collegato a rituali tradizionali”.

Anche l’azione sul territorio e la propaganda nei villaggi e nei templi ha ottenuto risultati straordinari: alla fine del 2002 International Needs aveva riscattato e liberato tremila Troxosi. L’associazione ha persuaso i preti a liberare le loro schiave con pressioni costanti, con offerte di denaro, bestiame e trattori che sostituiscono le prestazioni lavorative delle donne. Negli ultimi anni la legge ha funzionato come bastone, che ha reso più appetibile l’offerta della carota ai sacerdoti ostili e riluttanti.

UNA NUOVA VITA

Ma le schiave liberate non potevano semplicemente ritornare nei poverissimi villaggi originari con un nugolo di figli al seguito, aggravando così le tribolazioni economiche e le paure dei parenti, timorosi della vendetta del dio offeso. Il grande problema di queste donne analfabete, emarginate e sottomesse, prive di fiducia e di autonomia, è stato il loro reinserimento sociale.

Per questo nella città di Adidome è stata creata una scuola dove si insegnano alcuni mestieri: insieme a quello di parrucchiera e sarta, le donne liberate imparano a cuocere il pane, a stampare batik, a tessere tappeti, a fare il sapone e creme di bellezza. Alle allieve, tutte analfabete, viene inoltre impartita un’alfabetizzazione di base, che comprende inglese, matematica, educazione sanitaria e sessuale, informazioni nutrizionali e pianificazione familiare (durante il periodo di riabilitazione, i figli più piccoli vengono ospitati nel vicino asilo).

Circa ottocento donne hanno già imparato un mestiere e sono tornate nei villaggi originari. International Needs ha fornito loro gli utensili per iniziare il lavoro imparato e un finanziamento tramite una cooperativa di microcrediti, che permette loro di sviluppare un’esistenza degna ed economicamente indipendente.

UNA LUNGA BATTAGLIA

Queste donne emancipate sono le profetesse di una nuova era di uguaglianza. Le ho viste danzare tutte insieme durante un’assemblea di villaggio e i loro occhi cantavano la gioia di una libertà ritrovata.  Ma la battaglia sarà ancora lunga, perché in Africa il femminismo è un’eresia. Nel 2003,  ancora duemila Trokosi erano ancora incarcerate nei templi di Klikor, Afife, Big Ada, Agave, Old bakpa, Anloga e Whenu. In ognuno di questi grandi conventi sono tuttora imprigionate da 50 a 200 spose del dio Troxovi.  Sterminato il numero dei loro figli, di proprietà del tempio.  Donne coraggiose e combattive, venute dall’altra parte del mare, stanno combattendo per la loro libertà. Le spose del dio del fiume attendono pazienti la loro liberazione. Esse hanno la testa china e parlano sottovoce, quasi sussurrando. La loro vita è stata difficile e ingiusta. Ma come potevano delle bambine africane opporsi alla volontà dei genitori e sfidare il dio irato ed offeso? 

 Gli occhi grandi conservano lo sguardo dolce e sottomesso di chi ha accettato serenamente il calvario della schiavitù, imposta da una religione disumana e da ingranaggi culturali potenti e terribili, sulle rive del grande fiume dove tuttora non si muove foglia che Troxovi non voglia.

 

I VILLAGGI DELLE SCHIAVE

L’usanza delle Trokosi, le giovani schiave offerte ai sacerdoti del dio Troxovi, è diffusa nel sud del Ghana, tra i tempi e i conventi che si trovano nei distretti di cultura ewè di Tongu, di Dangme, di Akatsi e Ketu. I villaggi interessati sono quelli Ada, Adidome, Afife, Agave, Alakple, Anloga, Anyanu, Avak, Bakpa Kebenu, Battor, Dorfor, Klikor,  Kpokazi, Mafi Mepe Osudoku e Whenu. Per difendere la pratica delle Trokosi, i sacerdoti del dio Troxovi hanno fondato l’associazione Afrikania Mission.

 

LE RELIGIONI DEL GHANA

In Ghana circa il 50 per cento della popolazione è cristiana (i cattolici sono una minoranza) il 15% è musulmana e il restante 35% pratica le religioni ancestrali tradizionali (come quella di cui si parla nell’articolo). I cristiani si concentrano soprattutto nel sud del Paese mentre i fedeli dell’Islam sono presenti principalmente nelle zone settentrionali. Cospicue minoranze musulmane sono presenti anche nelle grandi città meridionali come Accra e Kumasi, dove si concentrano in quartieri chiamati “zongo”. 

 

 L’ORIGINE DELL’USANZA

L’usanza di offrire ai preti le piccole schiave troxosi sarebbe sorta in Nigeria nella notte di tempi, per arginare la criminalità, che prima era punita con poco efficaci multe in bestiame, in villaggi dove l’unica autorità era quella religiosa dei sacerdoti. Spiegano i sacerdoti del dio Troxovi: “La nostra divinità è usata come una misura deterrente per il crimine, soprattutto quando qualcuno offende gli altri. Il dio, chiamato in causa dalla parte lesa, fa il suo lavoro causando misteriose calamità nella famiglia del colpevoli fino a quando questa consulta un indovino e viene sentenziato di affidare una vergine al tempio per placare le offese.