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Sulle
strade di Pikine
La sorprendente periferia di Dakar
di
Iolanda Pensa
Tre anni dopo le “elezioni del
cambiamento”, il presidente Wade e il suo Partito Democratico
non sembrano aver cambiato molto. I giovani sono delusi ma
esprimono le loro opinioni senza paura e si rimboccano le
maniche. A cominciare da Pikine, l’immensa città satellite di
Dakar che mostra tutta la miseria e i drammi del Senegal, ma
anche il suo straordinario spirito d’iniziativa.
Gabriel
ha ventisei anni, parla ondeggiando come un rapper americano e
sogna di andare a lavorare in Europa, per fare i soldi e
comprarsi un’automobile. E’ cattolico praticante ed
elettricista non praticante (ovvero disoccupato). Sopravvive
arrangiandosi, facendo qualche lavoretto e dormendo un po’ a
casa della nonna a Pikine e un po’ a casa di sua madre a
Dakar, dove sono ospite.
IL FURTO
Il mio
primo giorno in Senegal comincia tra le urla. Sento correre,
gridare, sbattere le porte. Dopo pochi minuti una piccola
folla è entrata in casa. Uomini e donne, giovani e vecchi
circondano un ragazzo accasciato a terra. Lo picchiano con le
mani, con un bastone. Lo insultano e da lontano vedo la sua
faccia sanguinare. «Tu non sai chi siamo noi! Tu non sai da
dove veniamo! – urla Gabriel sudato e furente – Noi veniamo da
Pikine!». I poliziotti entrano in casa. Trascinano fuori il
ragazzo, lo battono sulla testa, lo prendono a calci e lo
portano in commissariato. «Vieni – mi dice Gabriel rasserenato
e tranquillo – facciamo colazione». Lo osservo ancora
spaventata e lui comincia a raccontare. Il ladro era entrato
in casa dal giardino ed era stato sorpreso mentre cercava di
rubare il videoregistratore. Una volta lanciato l’allarme,
tutto il quartiere lo aveva inseguito e poi picchiato.
«Bisogna fargli passare la voglia di rubare – spiega Gabriel –
altrimenti sniffano un po’ di colla e il giorno dopo te li
ritrovi ancora in casa: la polizia mica li arresta, non c’è
abbastanza spazio nelle carceri: li porta in commissariato, li
pesta un altro po’ e poi li lascia andare». Sono costernata:
non capisco come si riesca a picchiare a sangue qualcuno e poi
fare colazione tranquillamente e non capisco perché Gabriel
urlava Pikine mentre colpiva la testa insanguinata di un
ladro. «Perché a Pikine i ladri li uccidiamo».
LA
PERIFERIA IN MOVIMENTO
Pikine è
un’immensa e incontrollata città alle porte di Dakar, talmente
priva di servizi da risultare la sua naturale periferia. Gli
abitanti gravitano sulla capitale per lavorare, studiare,
comprare, curarsi e sbrigare pratiche. Ogni giorno l’esodo si
ripete insieme a un incredibile e mastodontico ingorgo. Ci si
sposta con quello che si trova: car rapide (gli autobus
privati gialli e blu), taxi, bus di linea, clandos (i
taxi “clandestini”), carretti o semplicemente a piedi. «Mangi
demm afari» – «vado ad occuparmi delle mie faccende» –
risponde la gente in wolof quando gli si domanda dove sta
andando; rassegnata affronta la circolazione lenta e
difficile, le strade senza asfalto, il caos e il terribile
inquinamento. «Viaggiare è faticoso ma necessario», dice
Gabriel mentre ci uniamo ai pendolari di Pikine, schiacciati
in una car rapide che di “rapide” ha solo il nome. In
lontananza, verso il centro della capitale, si vedono i
grattacieli governativi e i bagliori dei buildings di
rappresentanza: un miraggio che qui chiamano semplicemente “la
ville”, “la città”.
UN
GROVIGLIO DI CASE E BARACCHE
A partire dagli anni
Cinquanta, gli abitanti in esubero di Dakar e i contadini che
arrivavano dai villaggi furono isolati e bloccati
dall’amministrazione francese nella zona più esterna della
penisola del Cap-Vert, dove appunto sorge la città. Nel giro
di pochi anni la migrazione verso la capitale fu però così
inaspettatamente massiccia che il progetto urbanistico
coloniale è oggi quasi irriconoscibile: ovunque palazzine,
edifici bassi, baracche e giacigli si addossano gli uni agli
altri senza soluzione di continuità, dal centro alla
periferia. Le ondate di questa immigrazione continuano
incessanti, inarrestabili: nell'ultimo decennio tutte le
pianificazioni demografiche sono state ignorate, tutti gli
equilibri sono saltati. Ora nessuno conosce più il numero
esatto degli abitanti di Dakar: un milione e mezzo ? Due ?
Forse tre. Siamo oramai a un terzo della popolazione totale
del paese. Pikine oggi è uno sterminato groviglio di lamiere e
cemento, senza più confini, senza più leggi, senza più logiche
da seguire. E’ un confuso e allegro calderone di disperati e
dispersi, un cimitero di sogni infranti. Strade di fango,
odore di piscio, abitazioni fatiscenti. Un dormitorio
sovraffollato dove acqua, corrente elettrica e servizi
igienici sono ancora un lusso, mentre normale è miseria,
disoccupazione e delinquenza. Qui i pochi negozi hanno grate
che separano i commercianti dai clienti e l’immenso mercato è
tristemente celebre per le aggressioni.
NUOVA
ENERGIA
Le
difficoltà sociali e il degrado sono onnipresenti, insieme
però ad una grande energia. Molti giovani sono nati qui e
provano la rabbia e il desiderio di migliorare le cose, di
cambiarle e di fare strada. A differenza dei loro genitori,
non sono più così legati ai villaggi d’origine: loro sentono
di essere “di Pikine” e quando parlano usano lo slang
wolof-inglese, forse per immaginarsi in un ghetto americano,
come in un film. Questo spirito di appartenenza alla città
pericolosa e dimenticata è una delle principali spinte verso
il cambiamento: i giovani sognano la rivincita sociale e si
armano di spirito d’iniziativa, come tanti gruppi musicali
senegalesi incoraggiano a fare. Negli ultimi anni diverse
organizzazioni locali e internazionali hanno aperto centri di
assistenza, di aggregazione ed Internet Café; la zona ha la
sua emittente radio Oxy-Jeunes dal 1999 e i figli della
periferia di Dakar cominciano ad occupare posti di lavoro
rilevanti. Il merito è senza dubbio legato all’istruzione,
anche se la situazione statale è ancora molto difficile.
SCUOLE PRIVATE
Le scuole
pubbliche senegalesi sono spesso fatiscenti e sovraffollate,
senza materiale didattico e con insegnanti insoddisfatti. La
debolezza del sistema scolastico pubblico genera malcontento e
scioperi, ma dà anche un forte impulso alle scuole private,
presenti oggi in tutti i quartieri di Dakar e perfino a Pikine.
Il costo dell’istruzione privata è proporzionato al reddito
della famiglia; i professori seguono gli alunni anche nel
pomeriggio e assicurano una preparazione tale da permettere il
superamento dell’esame di diploma, tutt’altro che garantito
nelle scuole pubbliche. I genitori sono sempre più coscienti
dell’importanza dell’istruzione, si organizzano in
associazioni e sostengono le iniziative delle scuole, come la
raccolta di fondi per l’acquisto di libri o la corrispondenza
internazionale.
DONNE E AFFARI
Awa ha
vent’otto anni e due bambini. Con il marito ha investito un
piccolo capitale nella creazione della scuola «Serigne Saliou
Borom Diamono» dove
studiano i suoi figli. Le attività di Awa sono però
molteplici: vende biglietti della lotteria in un ufficio dello
stato, affitta degli spazi nel suo frigorifero e nel suo
freezer alle vicine di casa, commercia in prodotti di pulizia
importati dall’Italia da una cognata e ogni tanto subaffitta
una camera. Lo spirito di iniziativa di Awa non è però
un’eccezione in Senegal: l’arte dell’arrangiarsi – che in
termini economici si chiama “settore informale” – domina circa
il 60% delle attività imprenditoriali del paese e comprende
ogni sorta di piccola attività che sfugge ai calcoli sul
reddito medio nazionale: vendita di succhi di frutta fatti in
casa, ristorazione di strada, commercio di prodotti coltivati
nei giardini, pulitura del pesce al mercato... Le donne in
particolare sembrano essere le più abili nelle piccole
attività imprenditoriali, mentre gli uomini sognano di andare
a lavorare all’estero.
SOGNANDO L’EUROPA
Sono
soprattutto i giovani che sognano di partire: vogliono andare
a lavorare in Europa e negli Stati Uniti e vogliono tornare a
casa con i soldi necessari per avviare un’attività
imprenditoriale. In Africa non è facile mettere insieme un
capitale: appena si risparmia qualcosa, i parenti lo vengono a
sapere e inevitabilmente il gruzzolo finisce per dover essere
condiviso con i familiari più bisognosi. L’unico sistema per
accumulare il denaro per fare un investimento è andare il più
lontano possibile dalla famiglia, dove c’è lavoro e i salari
sono alti. In Senegal dagli anni Ottanta e con la presidenza
di Amadou Diouf (al potere dal 1981 al 2000) la gente ha
cominciato ad avere meno difficoltà ad ottenere il passaporto
ed ha avuto inizio il fenomeno dell’emigrazione, esploso poi
alla fine degli anni Novanta. «Ho un cugino che vive in
Italia», si sente ripetere spesso. Nel nostro paese vivono
circa 40.000 immigrati senegalesi con permesso di soggiorno
(dati Istat 2000). Alcuni sono riusciti a partire per l’Italia
raccogliendo i soldi tra i parenti, altri hanno messo da parte
il denaro necessario lavorando per anni in città (lontano
dalla famiglia lasciata al villaggio) e risparmiando ogni
centesimo, altri ancora sono stati aiutati dalla loro
confraternita. Molti dei senegalesi che vivono in Italia fanno
parte della Confraternita dei Mourides.
L’ISLAM NERO
Appartenere ad una confraternita è un po’ come appartenere ad
un club socio-religioso: ci si incontra, ci si aiuta e si
segue la filosofia del gruppo, ubbidendo alla gerarchia di
marabut e califfi. In particolare l’influente e numerosa
Confraternita dei Mourides – diffusa soprattutto tra i
contadini e tra gli abitanti della periferia urbana –
considera fondamentale la dedizione al lavoro, la solidarietà
tra i suoi membri e la sottomissione. Visto che il lavoro è un
atto di fede e visto che bisogna dare parte del ricavato ai
marabut (le massime autorità religiose), la Confraternita dei
Mourides è molto ricca e potente: controlla gran parte della
coltivazione dell’arachide, dell’import-export e riceve
donazioni dagli emigrati senegalesi in Europa; si è costruita
una suntuosissima moschea a Touba (a 193 km da Dakar) e ha un
peso rilevante nelle elezioni politiche. Dopo aver sostenuto
il presidente Senghor e poi il presidente Diouf, nel 2000 ha
espresso una preferenza per il candidato e confratello
Abdoullaye Wade, che – vinte le elezioni - pare abbia
ricompensato “gli amici” con dei terreni (non bisogna
dimenticare che aree molto legate alla confraternita, come
Pikine, hanno un’immensa forza elettorale a causa della
vastissima popolazione).
I BAMBINI DEI
MARABUT
Oltre che
di questioni terrene, i marabut della Confraternita dei
Mourides si occupano anche di istruzione religiosa. I genitori
affidano i bambini ai marabut, affinché ricevano la prescritta
istruzione islamica e una prima educazione al lavoro
all’intero delle dare. In queste scuole coraniche, i
taalibé, ovvero gli studenti, imparano a memoria i
versetti del testo sacro e inizialmente si occupano della loro
sussistenza e di quella del marabut chiedendo l’elemosina. La
questua è una pratica diffusa in Africa anche perché
sostituisce il sistema di assistenza pubblica: disabili,
orfani, albini, vecchi, pazzi e lebbrosi vivono tutti grazie
alla solidarietà della gente. Il sistema delle dare –
che nelle campagne aveva una sua logica – è degenerato con la
crisi agricola e con l’urbanizzazione: oggi vi è uno stretto
legame tra le scuole coraniche e il numero immenso di
mendicanti che girano per la città. I taalibé sono
schiavi vestiti di stracci che si muovono in piccoli gruppi e
battono una latta vuota per attirare l’attenzione e
raccogliere l’elemosina. Le loro condizioni igieniche e
nutrizionali sono drammatiche e la loro vita è dominata da
violenze e abusi.
UN FENOMENO
PREOCCUPANTE
L’esplosione del fenomeno dei
bambini di strada ha spinto sia il Governo che gli organismi
di assistenza internazionale a interrogarsi sul rapporto tra
mendicità e scuola coranica, e sulle strategie per impedire
che quest'ultima diventi un serbatoio di disadattamento e
marginalità. Le difficoltà per affrontare il problema non
mancano: le confraternite islamiche, forti del loro potere
economico e del diffusissimo consenso popolare, esercitano
anche a livello politico‑amministrativo un'influenza enorme.
Oltretutto accusando i maestri religiosi di sfruttamento si
rischierebbe di far saltare delicatissimi equilibri sociali in
un Paese ufficialmente laico ma, nei fatti, fortemente
islamizzato. Si preferisce, dunque, puntare sulla
sensibilizzazione della gente (soprattutto con spot televisivi
e radiofonici che denunciano il problema) e sulla promozione
allo sviluppo in aree a rischio, in collaborazione coi
marabut onesti. D’altronde non è sotto accusa la figura
carismatica dei dignitari religiosi. Ma una rete di
sfruttamento infantile che niente ha a che fare con l'Islam e
il Corano.
La carta d’identità del
Senegal
Capitale:
Dakar
Popolazione: 10 milioni
Religione: 95% musulmani, 4 cristiani e 1% animisti
Lingue
principali: francese (ufficiale), wolof, diola e mandingo
Siti internet:
www.insenegal.org e
www.senegalaisement.com
L’importanza del saluto
Il saluto senegalese è un rituale lungo e fondamentale.
L’intera operazione – che non dura mai meno di due minuti – si
apre con “Na nga def?”, che significa “come va?”. La risposta
di rito è “Maa ngi fi rekk”, ovvero “sono sempre qui”. Dal
personale si passa poi al generale, con una carrellata di
domande su parenti, bestiame, mobili e immobili che ovviamente
“sono sempre qui” oppure “sono sempre là”. La litania per gli
stranieri che parlano in francese si conclude infine con una
nota esotica “Et Paris?
Ça va Paris?”.
A questo punto, per non interrompere il ritmo, si finisce per
annuire con grandi sorrisi, anche se in realtà si abita a
Trapani o Vipiteno. La mancanza di una lingua comune rende il
rito dei saluti ancora più importante e soprattutto ancora più
frequente: appena la conversazione langue ecco che subito
qualcuno esclama “Na nga def?”, vivacizzando l’atmosfera e
caricandola di nuove aspettative.
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