AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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Sulle strade di Pikine

La sorprendente periferia di Dakar

 di Iolanda Pensa

Tre anni dopo le “elezioni del cambiamento”, il presidente Wade e il suo Partito Democratico non sembrano aver cambiato molto. I giovani sono delusi ma esprimono le loro opinioni senza paura e si rimboccano le maniche. A cominciare da Pikine, l’immensa città satellite di Dakar che mostra tutta la miseria e i drammi del Senegal, ma anche il suo straordinario spirito d’iniziativa.

 

Gabriel ha ventisei anni, parla ondeggiando come un rapper americano e sogna di andare a lavorare in Europa, per fare i soldi e comprarsi un’automobile. E’ cattolico praticante ed elettricista non praticante (ovvero disoccupato). Sopravvive arrangiandosi, facendo qualche lavoretto e dormendo un po’ a casa della nonna a Pikine e un po’ a casa di sua madre a Dakar, dove sono ospite.

IL FURTO

Il mio primo giorno in Senegal comincia tra le urla. Sento correre, gridare, sbattere le porte. Dopo pochi minuti una piccola folla è entrata in casa. Uomini e donne, giovani e vecchi circondano un ragazzo accasciato a terra. Lo picchiano con le mani, con un bastone. Lo insultano e da lontano vedo la sua faccia sanguinare. «Tu non sai chi siamo noi! Tu non sai da dove veniamo! – urla Gabriel sudato e furente – Noi veniamo da Pikine!». I poliziotti entrano in casa. Trascinano fuori il ragazzo, lo battono sulla testa, lo prendono a calci e lo portano in commissariato. «Vieni – mi dice Gabriel rasserenato e tranquillo – facciamo colazione». Lo osservo ancora spaventata e lui comincia a raccontare. Il ladro era entrato in casa dal giardino ed era stato sorpreso mentre cercava di rubare il videoregistratore. Una volta lanciato l’allarme, tutto il quartiere lo aveva inseguito e poi picchiato. «Bisogna fargli passare la voglia di rubare – spiega Gabriel – altrimenti sniffano un po’ di colla e il giorno dopo te li ritrovi ancora in casa: la polizia mica li arresta, non c’è abbastanza spazio nelle carceri: li porta in commissariato, li pesta un altro po’ e poi li lascia andare». Sono costernata: non capisco come si riesca a picchiare a sangue qualcuno e poi fare colazione tranquillamente e non capisco perché Gabriel urlava Pikine mentre colpiva la testa insanguinata di un ladro. «Perché a Pikine i ladri li uccidiamo».

LA PERIFERIA IN MOVIMENTO

Pikine è un’immensa e incontrollata città alle porte di Dakar, talmente priva di servizi da risultare la sua naturale periferia. Gli abitanti gravitano sulla capitale per lavorare, studiare, comprare, curarsi e sbrigare pratiche. Ogni giorno l’esodo si ripete insieme a un incredibile e mastodontico ingorgo. Ci si sposta con quello che si trova: car rapide (gli autobus privati gialli e blu), taxi, bus di linea, clandos (i taxi “clandestini”), carretti o semplicemente a piedi. «Mangi demm afari» – «vado ad occuparmi delle mie faccende» – risponde la gente in wolof quando gli si domanda dove sta andando; rassegnata affronta la circolazione lenta e difficile, le strade senza asfalto, il caos e il terribile inquinamento. «Viaggiare è faticoso ma necessario», dice Gabriel mentre ci uniamo ai pendolari di Pikine, schiacciati in una car rapide che di “rapide”  ha solo il nome. In lontananza, verso il centro della capitale, si vedono i grattacieli governativi e i bagliori dei buildings di rappresentanza: un miraggio che qui chiamano semplicemente “la ville”, “la città”.

UN GROVIGLIO DI CASE E BARACCHE

A partire dagli anni Cinquanta, gli abitanti in esubero di Dakar e i contadini che arrivavano dai villaggi furono isolati e bloccati dall’amministrazione francese nella zona più esterna della penisola del Cap-Vert, dove appunto sorge la città. Nel giro di pochi anni la migrazione verso la capitale fu però così inaspettatamente massiccia che il progetto urbanistico coloniale è oggi quasi irriconoscibile: ovunque palazzine, edifici bassi, baracche e giacigli si addossano gli uni agli altri senza soluzione di continuità, dal centro alla periferia. Le ondate di questa immigrazione continuano incessanti, inarrestabili: nell'ultimo decennio tutte le pianificazioni demografiche sono state ignorate, tutti gli equilibri sono saltati. Ora nessuno conosce più il numero esatto degli abitanti di Dakar: un milione e mezzo ? Due ? Forse tre. Siamo oramai a un terzo della popolazione totale del paese. Pikine oggi è uno sterminato groviglio di lamiere e cemento, senza più confini, senza più leggi, senza più logiche da seguire. E’ un confuso e allegro calderone di disperati e dispersi, un cimitero di sogni infranti. Strade di fango, odore di piscio, abitazioni fatiscenti. Un dormitorio sovraffollato dove acqua, corrente elettrica e servizi igienici sono ancora un lusso, mentre normale è miseria, disoccupazione e delinquenza. Qui i pochi negozi hanno grate che separano i commercianti dai clienti e l’immenso mercato è tristemente celebre per le aggressioni.

NUOVA ENERGIA

Le difficoltà sociali e il degrado sono onnipresenti, insieme però ad una grande energia. Molti giovani sono nati qui e provano la rabbia e il desiderio di migliorare le cose, di cambiarle e di fare strada. A differenza dei loro genitori, non sono più così legati ai villaggi d’origine: loro sentono di essere “di Pikine” e quando parlano usano lo slang wolof-inglese, forse per immaginarsi in un ghetto americano, come in un film. Questo spirito di appartenenza alla città pericolosa e dimenticata è una delle principali spinte verso il cambiamento: i giovani sognano la rivincita sociale e si armano di spirito d’iniziativa, come tanti gruppi musicali senegalesi incoraggiano a fare. Negli ultimi anni diverse organizzazioni locali e internazionali hanno aperto centri di assistenza, di aggregazione ed Internet Café; la zona ha la sua emittente radio Oxy-Jeunes dal 1999 e i figli della periferia di Dakar cominciano ad occupare posti di lavoro rilevanti. Il merito è senza dubbio legato all’istruzione, anche se la situazione statale è ancora molto difficile.

SCUOLE PRIVATE

Le scuole pubbliche senegalesi sono spesso fatiscenti e sovraffollate, senza materiale didattico e con insegnanti insoddisfatti. La debolezza del sistema scolastico pubblico genera malcontento e scioperi, ma dà anche un forte impulso alle scuole private, presenti oggi in tutti i quartieri di Dakar e perfino a Pikine. Il costo dell’istruzione privata è proporzionato al reddito della famiglia; i professori seguono gli alunni anche nel pomeriggio e assicurano una preparazione tale da permettere il superamento dell’esame di diploma, tutt’altro che garantito nelle scuole pubbliche. I genitori sono sempre più coscienti dell’importanza dell’istruzione, si organizzano in associazioni e sostengono le iniziative delle scuole, come la raccolta di fondi per l’acquisto di libri o la corrispondenza internazionale.

DONNE E AFFARI

Awa ha vent’otto anni e due bambini. Con il marito ha investito un piccolo capitale nella creazione della scuola «Serigne Saliou Borom Diamono» dove studiano i suoi figli. Le attività di Awa sono però molteplici: vende biglietti della lotteria in un ufficio dello stato, affitta degli spazi nel suo frigorifero e nel suo freezer alle vicine di casa, commercia in prodotti di pulizia importati dall’Italia da una cognata e ogni tanto subaffitta una camera. Lo spirito di iniziativa di Awa non è però un’eccezione in Senegal: l’arte dell’arrangiarsi – che in termini economici si chiama “settore informale” – domina circa il 60% delle attività imprenditoriali del paese e comprende ogni sorta di piccola attività che sfugge ai calcoli sul reddito medio nazionale: vendita di succhi di frutta fatti in casa, ristorazione di strada, commercio di prodotti coltivati nei giardini, pulitura del pesce al mercato... Le donne in particolare sembrano essere le più abili nelle piccole attività imprenditoriali, mentre gli uomini sognano di andare a lavorare all’estero.

SOGNANDO L’EUROPA

Sono soprattutto i giovani che sognano di partire: vogliono andare a lavorare in Europa e negli Stati Uniti e vogliono tornare a casa con i soldi necessari per avviare un’attività imprenditoriale. In Africa non è facile mettere insieme un capitale: appena si risparmia qualcosa, i parenti lo vengono a sapere e inevitabilmente il gruzzolo finisce per dover essere condiviso con i familiari più bisognosi. L’unico sistema per accumulare il denaro per fare un investimento è andare il più lontano possibile dalla famiglia, dove c’è lavoro e i salari sono alti. In Senegal dagli anni Ottanta e con la presidenza di Amadou Diouf (al potere dal 1981 al 2000) la gente ha cominciato ad avere meno difficoltà ad ottenere il passaporto ed ha avuto inizio il fenomeno dell’emigrazione, esploso poi alla fine degli anni Novanta. «Ho un cugino che vive in Italia», si sente ripetere spesso. Nel nostro paese vivono circa 40.000 immigrati senegalesi con permesso di soggiorno (dati Istat 2000). Alcuni sono riusciti a partire per l’Italia raccogliendo i soldi tra i parenti, altri hanno messo da parte il denaro necessario lavorando per anni in città (lontano dalla famiglia lasciata al villaggio) e risparmiando ogni centesimo, altri ancora sono stati aiutati dalla loro confraternita. Molti dei senegalesi che vivono in Italia fanno parte della Confraternita dei Mourides.

L’ISLAM NERO

Appartenere ad una confraternita è un po’ come appartenere ad un club socio-religioso: ci si incontra, ci si aiuta e si segue la filosofia del gruppo, ubbidendo alla gerarchia di marabut e califfi. In particolare l’influente e numerosa Confraternita dei Mourides – diffusa soprattutto tra i contadini e tra gli abitanti della periferia urbana – considera fondamentale la dedizione al lavoro, la solidarietà tra i suoi membri e la sottomissione. Visto che il lavoro è un atto di fede e visto che bisogna dare parte del ricavato ai marabut (le massime autorità religiose), la Confraternita dei Mourides è molto ricca e potente: controlla gran parte della coltivazione dell’arachide, dell’import-export e riceve donazioni dagli emigrati senegalesi in Europa; si è costruita una suntuosissima moschea a Touba (a 193 km da Dakar) e ha un peso rilevante nelle elezioni politiche. Dopo aver sostenuto il presidente Senghor e poi il presidente Diouf, nel 2000 ha espresso una preferenza per il candidato e confratello Abdoullaye Wade, che – vinte le elezioni - pare abbia ricompensato “gli amici” con dei terreni (non bisogna dimenticare che aree molto legate alla confraternita, come Pikine, hanno un’immensa forza elettorale a causa della vastissima popolazione).

I BAMBINI DEI MARABUT

Oltre che di questioni terrene, i marabut della Confraternita dei Mourides si occupano anche di istruzione religiosa. I genitori affidano i bambini ai marabut, affinché ricevano la prescritta istruzione islamica e una prima educazione al lavoro all’intero delle dare. In queste scuole coraniche, i taalibé, ovvero gli studenti, imparano a memoria i versetti del testo sacro e inizialmente si occupano della loro sussistenza e di quella del marabut chiedendo l’elemosina. La questua è una pratica diffusa in Africa anche perché sostituisce il sistema di assistenza pubblica: disabili, orfani, albini, vecchi, pazzi e lebbrosi vivono tutti grazie alla solidarietà della gente. Il sistema delle dare – che nelle campagne aveva una sua logica – è degenerato con la crisi agricola e con l’urbanizzazione: oggi vi è uno stretto legame tra le scuole coraniche e il numero immenso di mendicanti che girano per la città. I taalibé sono schiavi vestiti di stracci che si muovono in piccoli gruppi e battono una latta vuota per attirare l’attenzione e raccogliere l’elemosina. Le loro condizioni igieniche e nutrizionali sono drammatiche e la loro vita è dominata da violenze e abusi.

UN FENOMENO PREOCCUPANTE

L’esplosione del fenomeno dei bambini di strada ha spinto sia il Governo che gli organismi di assistenza internazionale a interrogarsi sul rapporto tra mendicità e scuola coranica, e sulle strategie per impedire che quest'ultima diventi un serbatoio di disadattamento e marginalità. Le difficoltà per affrontare il problema non mancano: le confraternite islamiche, forti del loro potere economico e del diffusissimo consenso popolare, esercitano anche a livello politico‑amministrativo un'influenza enorme. Oltretutto accusando i maestri religiosi di sfruttamento si rischierebbe di far saltare delicatissimi equilibri sociali in un Paese ufficialmente laico ma, nei fatti, fortemente islamizzato. Si preferisce, dunque, puntare sulla sensibilizzazione della gente (soprattutto con spot televisivi e radiofonici che denunciano il problema) e sulla promozione allo sviluppo in aree a rischio,  in collaborazione coi marabut onesti. D’altronde non è sotto accusa la figura carismatica dei dignitari religiosi. Ma una rete di sfruttamento infantile che niente ha a che fare con l'Islam e il Corano.

 

La carta d’identità del Senegal

Capitale: Dakar

Popolazione: 10 milioni

Religione: 95% musulmani, 4 cristiani e 1% animisti

Lingue principali: francese (ufficiale), wolof, diola e mandingo

Siti internet: www.insenegal.org e www.senegalaisement.com

 

L’importanza del saluto

Il saluto senegalese è un rituale lungo e fondamentale. L’intera operazione – che non dura mai meno di due minuti – si apre con “Na nga def?”, che significa “come va?”. La risposta di rito è “Maa ngi fi rekk”, ovvero “sono sempre qui”. Dal personale si passa poi al generale, con una carrellata di domande su parenti, bestiame, mobili e immobili che ovviamente “sono sempre qui” oppure “sono sempre là”. La litania per gli stranieri che parlano in francese si conclude infine con una nota esotica “Et Paris? Ça va Paris?”. A questo punto, per non interrompere il ritmo, si finisce per annuire con grandi sorrisi, anche se in realtà si abita a Trapani o Vipiteno. La mancanza di una lingua comune rende il rito dei saluti ancora più importante e soprattutto ancora più frequente: appena la conversazione langue ecco che subito qualcuno esclama “Na nga def?”, vivacizzando l’atmosfera e caricandola di nuove aspettative.