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Un
Premio Nobel per la Pace inatteso e scomodo
Il Nobel per la Pace dell'ottobre scorso
ha stupito tutti. Poche, infatti, sono le figure così
altamente simboliche per questo riconoscimento.
Alcuni, invece, hanno subito fatto il
legame con il Nobel del 1979 assegnato, quella volta, a Madre
Teresa di Calcutta: il simbolo per eccellenza dei diritti dei
poveri tra i più poveri.
Con la designazione
dell'iraniana Shirin Ebadi si è voluto premiare ancora una
volta il simbolo che incarna: la dissidenza a un potere
politico-religioso islamico qual è quello iraniano.
Questa donna,
giurista musulmana di primo piano a livello internazionale
impegnata per la difesa dei diritti umani nel suo paese, fa
parte di un gruppo di dissidenti, o meglio, di intellettuali
contestatori, che sono la voce della corrente modernista e
moderata dell'islam sciita iraniano. Una voce soffocata dallo
stesso potere.
Lei è stata messa
alla ribalta con questo prestigioso premio ma altri, non meno
meritevoli, sono contemplati in questo simbolo. Come, ad
esempio, il filosofo e teologo iraniano Hashem Aghajari,
condannato a morte nel 2002 per blasfemia solo per aver
sostenuto un ritorno all'islam autentico, contro i privilegi
del clero islamico politico.
Oppure un'altra
iraniana, l'avvocatessa Mehranghiz Kar, autrice di una ricerca
sulla violenza contro le donne in Iran, che per il suo impegno
è stata condannata, nel 2001, a una pena detentiva.
Diritti umani
congiunti ad un islam rivisto in chiave moderna, sono i temi
che animano anche il movimento degli studenti e delle donne
più giovani che, però, faticano a trovare la loro espressione
nel sistema politico dell'Iran di oggi. Basti pensare che le
ragazze sono il 57,2 % degli iscritti alle università
iraniane. Nell'agosto 2000 una tale presenza negli atenei ha
obbligato i religiosi sciiti a emanare una sentenza giuridica
(fatwa) per permettere alle donne di guidare la
preghiera nella comunità femminile. Incredibile? Non proprio,
nel clima di rinnovamento post-Khomeinista.
Donna Shirin
Avviata alla
carriera giudiziaria, tra il 1975 e il 1979 la signora Shirin
Ebadi è già ben conosciuta dalla società civile poiché è una
delle poche donne-giudici e la prima a presiedere una sezione
del tribunale di Teheran. Finché, all'avvento della
Rivoluzione di Komeini, gli ayatollah, con una interpretazione
rigida della legge islamica, la Sharîa, stabilirono che
nessuna donna poteva giudicare un uomo, donde il divieto di
ricoprire la carica di giudice.
Nello stesso anno
1979, il regime rivoluzionario islamico cancellò in blocco
numerose conquiste sociali in favore delle donne: mise fuori
legge il diritto di famiglia del 1967, limitò rigidamente alle
donne gli impegni nella vita pubblica, introdusse l'obbligo
del foulard sul posto di lavoro e nei luoghi pubblici...
Ritrovandosi di
punto in bianco senza lavoro, poiché rifiuta di essere
"riciclata" nell'amministrazione, ripiega sull'avvocatura
imbattendosi, così, sui diritti civili in un sistema giuridico
fondamentalista e maschilista, qual è quello impostato dal
regime rivoluzionario. La sua opposizione pacifica ma ostinata
al regime degli ayatollah, congiunta ad una rigida onestà
intellettuale, le varranno molti guai. Durante la sua carriera
di avvocato, infatti, conoscerà, a diverse riprese, gli
arresti e il carcere. Il colpo più duro inferto alla classe
dirigente e ai religiosi sciiti furono le prove che essa
diffuse sulla responsabilità dei servizi segreti iraniani
nella catena di omicidi di intellettuali, scrittori e
dissidenti avvenuti nel 1999.
Negli ultimi anni ha
contribuito ad una proposta di legge, non ancora discussa in
parlamento, per alzare a diciotto anni l'età minima della pena
capitale, in modo che i minori non siano più condannati a
morte. E' il primo passo che ne nasconde un altro: quello
dell'abolizione della pena capitale. La strada da percorrere,
in questo senso, è molto lunga e necessita dei presupposti,
tra i quali il riconoscimento della Carta dei Diritti Umani
del 1948, che il mondo dell'islam non è ancora pronto ad
adottare.
Il suo non è un caso
isolato ma esso rappresenta, infine, il risultato di un secolo
di impegno politico e intellettuale delle donne in questo
paese. Infatti quando nel 1892, lo Shah Nasreddin diede a uno
straniero la concessione per lo sfruttamento e la vendita del
tabacco, un prodotto ad alto consumo nell'Iran di quell'epoca,
l'ayatollah Shirazi vietò agli iraniani di fumare. In quell'occasione
le donne fecero fronte comune con i religiosi e i mercanti
spodestati del loro commercio, obbligando lo Shah ad annullare
la concessione. Fu quello l'inizio di un movimento di
rivendicazioni che sfociò con il diritto di voto alle donne
concesso da Muhammad Reza Shah nel 1963, ma poi abrogato
durante la rivoluzione del 1979.
Diritti umani e Sharîa
Nell'ultimo quarto
di secolo la repubblica islamica dell'Iran ha comunque, seppur
in minima parte, migliorato la condizione delle donne. Tra le
riforme promosse, senza dubbio in contrasto con la Sharîa,
vi è l'adeguamento al tasso di inflazione del mehreh,
il prezzo che lo sposo si impegna a versare alla moglie in
caso di divorzio. Un altro dibattito in corso è il cosiddetto
"prezzo del sangue": in caso di omicidio alla famiglia della
donna uccisa spetta la metà del prezzo del riscatto rispetto a
quella in cui a morire è un uomo. Tenuto conto del contributo
della popolazione femminile all'economia del paese, sostengono
le iraniane, questa differenza non ha alcun senso.
La Sharîa
discrimina le donne anche in merito all'eredità: "Riguardo ai
vostri figli Iddio vi raccomanda di lasciare al maschio la
parte di due femmine" recita il Corano (sura 4, vers. 11). E
la testimonianza di una donna, in tribunale o altrove, vale la
metà di quella di un uomo.
Questi temi, insieme
a quello dei diritti dei bambini e la liberazione dei
prigionieri politici in Iran, sono il cavallo di battaglia
della signora Ebadi, determinata a lottare pacificamente
contro quei principi discriminatori ben radicati nella legge
islamica.
Una donna musulmana
e iraniana che si batte in prima fila nella difesa dei diritti
delle donne e della persona umana all'interno della "Madre
delle Teocrazie" – la Repubblica islamica d'Iran, appunto –
rappresenta una minaccia reale, un cancro in embrione, per chi
detiene il potere assoluto. Ma essa rappresenta anche una
speranza, quella di un islam che si coniughi al plurale,
legalitario e garante delle libertà personali.
Una riflessione che s'impone
Il Nobel per la Pace
a Shirin Ebadi è un monito e un avvertimento alla "Guida
Suprema", Ali Khamenei, Presidente della Repubblica islamica
dell'Iran, e al Consiglio dei Guardiani, l'organo predisposto
a salvare la compatibilità delle leggi votate in parlamento
con la Sharîa. Si tratta di un problema cruciale per
l'Iran ma anche per tutti i paesi musulmani dove i principi
della legge islamica costituiscono un ostacolo quasi
insormontabile per entrare nel consesso della legalità
internazionale e arrivare allo stato di diritto.
Queste riflessioni
sono d'obbligo non solo per la classe dirigente iraniana ma
anche per tutti i leader politici del mondo arabo e i
responsabili religiosi del mondo musulmano. I riflettori si
sono accesi, una volta di più, su una parte del mondo dove i
diritti umani e la libertà di coscienza sembrano non poter
collimare con una visione religiosa che non sa o non vuole
distinguersi dal potere politico.
Shirin Ebadi è
diventata il simbolo non solo delle aspirazioni della società
civile iraniana, ma anche del vento nuovo che spira in alcuni
strati delle società islamiche che guardano più lontano della
loro porta di casa.
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