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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Un Premio Nobel per la Pace inatteso e scomodo

 

Il Nobel per la Pace dell'ottobre scorso ha stupito tutti. Poche, infatti, sono le figure così altamente simboliche per questo riconoscimento.

Alcuni, invece, hanno subito fatto il legame con il Nobel del 1979 assegnato, quella volta, a Madre Teresa di Calcutta: il simbolo per eccellenza dei diritti dei poveri tra i più poveri.

 

Con la designazione dell'iraniana Shirin Ebadi si è voluto premiare ancora una volta il simbolo che incarna: la dissidenza a un potere politico-religioso islamico qual è quello iraniano.

Questa donna, giurista musulmana di primo piano a livello internazionale impegnata per la difesa dei diritti umani nel suo paese, fa parte di un gruppo di dissidenti, o meglio, di intellettuali contestatori, che sono la voce della corrente modernista e moderata dell'islam sciita iraniano. Una voce soffocata dallo stesso potere.

 

Lei è stata messa alla ribalta con questo prestigioso premio ma altri, non meno meritevoli, sono contemplati in questo simbolo. Come, ad esempio, il filosofo e teologo iraniano Hashem Aghajari, condannato a morte nel 2002 per blasfemia solo per aver sostenuto un ritorno all'islam autentico, contro i privilegi del clero islamico politico.

Oppure un'altra iraniana, l'avvocatessa Mehranghiz Kar, autrice di una ricerca sulla violenza contro le donne in Iran, che per il suo impegno è stata condannata, nel 2001, a una pena detentiva.

Diritti umani congiunti ad un islam rivisto in chiave moderna, sono i temi che animano anche il movimento degli studenti e delle donne più giovani che, però, faticano a trovare la loro espressione nel sistema politico dell'Iran di oggi. Basti pensare che le ragazze sono il 57,2 % degli iscritti alle università iraniane. Nell'agosto 2000 una tale presenza negli atenei ha obbligato i religiosi sciiti a emanare una sentenza giuridica (fatwa) per permettere alle donne di guidare la preghiera nella comunità femminile. Incredibile? Non proprio, nel clima di rinnovamento post-Khomeinista.

 

Donna Shirin

 

Avviata alla carriera giudiziaria, tra il 1975 e il 1979 la signora Shirin Ebadi è già ben conosciuta dalla società civile poiché è una delle poche donne-giudici e la prima a presiedere una sezione del tribunale di Teheran. Finché, all'avvento della Rivoluzione di Komeini, gli ayatollah, con una interpretazione rigida della legge islamica, la Sharîa, stabilirono che nessuna donna poteva giudicare un uomo, donde il divieto di ricoprire la carica di giudice.

Nello stesso anno 1979, il regime rivoluzionario islamico cancellò in blocco numerose conquiste sociali in favore delle donne: mise fuori legge il diritto di famiglia del 1967, limitò rigidamente alle donne gli impegni nella vita pubblica, introdusse l'obbligo del foulard sul posto di lavoro e nei luoghi pubblici...

 

Ritrovandosi di punto in bianco senza lavoro, poiché rifiuta di essere "riciclata" nell'amministrazione, ripiega sull'avvocatura imbattendosi, così, sui diritti civili in un sistema giuridico fondamentalista e maschilista, qual è quello impostato dal regime rivoluzionario. La sua opposizione pacifica ma ostinata al regime degli ayatollah, congiunta ad una rigida onestà intellettuale, le varranno molti guai. Durante la sua carriera di avvocato, infatti, conoscerà, a diverse riprese, gli arresti e il carcere. Il colpo più duro inferto alla classe dirigente e ai religiosi sciiti furono le prove che essa diffuse sulla responsabilità dei servizi segreti iraniani nella catena di omicidi di intellettuali, scrittori e dissidenti avvenuti nel 1999.

Negli ultimi anni ha contribuito ad una proposta di legge, non ancora discussa in parlamento, per alzare a diciotto anni l'età minima della pena capitale, in modo che i minori non siano più condannati a morte. E' il primo passo che ne nasconde un altro: quello dell'abolizione della pena capitale. La strada da percorrere, in questo senso, è molto lunga e necessita dei presupposti, tra i quali il riconoscimento della Carta dei Diritti Umani del 1948, che il mondo dell'islam non è ancora pronto ad adottare.

Il suo non è un caso isolato ma esso rappresenta, infine, il risultato di un secolo di impegno politico e intellettuale delle donne in questo paese. Infatti quando nel 1892, lo Shah Nasreddin diede a uno straniero la concessione per lo sfruttamento e la vendita del tabacco, un prodotto ad alto consumo nell'Iran di quell'epoca, l'ayatollah Shirazi vietò agli iraniani di fumare. In quell'occasione le donne fecero fronte comune con i religiosi e i mercanti spodestati del loro commercio, obbligando lo Shah ad annullare la concessione. Fu quello l'inizio di un movimento di rivendicazioni che sfociò con il diritto di voto alle donne concesso da Muhammad Reza Shah nel 1963, ma poi abrogato durante la rivoluzione del 1979.

 

Diritti umani e Sharîa

 

Nell'ultimo quarto di secolo la repubblica islamica dell'Iran ha comunque, seppur in minima parte, migliorato la condizione delle donne. Tra le riforme promosse, senza dubbio in contrasto con la Sharîa, vi è l'adeguamento al tasso di inflazione del mehreh, il prezzo che lo sposo si impegna a versare alla moglie in caso di divorzio. Un altro dibattito in corso è il cosiddetto "prezzo del sangue": in caso di omicidio alla famiglia della donna uccisa spetta la metà del prezzo del riscatto rispetto a quella in cui a morire è un uomo. Tenuto conto del contributo della popolazione femminile all'economia del paese, sostengono le iraniane, questa differenza non ha alcun senso.

 

La Sharîa discrimina le donne anche in merito all'eredità: "Riguardo ai vostri figli Iddio vi raccomanda di lasciare al maschio la parte di due femmine" recita il Corano (sura 4, vers. 11). E la testimonianza di una donna, in tribunale o altrove, vale la metà di quella di un uomo.

Questi temi, insieme a quello dei diritti dei bambini e la liberazione dei prigionieri politici in Iran, sono il cavallo di battaglia della signora Ebadi, determinata a lottare pacificamente contro quei principi discriminatori ben radicati nella legge islamica.

Una donna musulmana e iraniana che si batte in prima fila nella difesa dei diritti delle donne e della persona umana all'interno della "Madre delle Teocrazie" – la Repubblica islamica d'Iran, appunto – rappresenta una minaccia reale, un cancro in embrione, per chi detiene il potere assoluto. Ma essa rappresenta anche una speranza, quella di un islam che si coniughi al plurale, legalitario e garante delle libertà personali.

 

Una riflessione che s'impone

 

Il Nobel per la Pace a Shirin Ebadi è un monito e un avvertimento alla "Guida Suprema", Ali Khamenei, Presidente della Repubblica islamica dell'Iran, e al Consiglio dei Guardiani, l'organo predisposto a salvare la compatibilità delle leggi votate in parlamento con la Sharîa. Si tratta di un problema cruciale per l'Iran ma anche per tutti i paesi musulmani dove i principi della legge islamica costituiscono un ostacolo quasi insormontabile per entrare nel consesso della legalità internazionale e arrivare allo stato di diritto.

Queste riflessioni sono d'obbligo non solo per la classe dirigente iraniana ma anche per tutti i leader politici del mondo arabo e i responsabili religiosi del mondo musulmano. I riflettori si sono accesi, una volta di più, su una parte del mondo dove i diritti umani e la libertà di coscienza sembrano non poter collimare con una visione religiosa che non sa o non vuole distinguersi dal potere politico.

Shirin Ebadi è diventata il simbolo non solo delle aspirazioni della società civile iraniana, ma anche del vento nuovo che spira in alcuni strati delle società islamiche che guardano più lontano della loro porta di casa.