|
|
IL VANGELO NEL DESERTO
L’orgoglio e le sfide della Chiesa in Algeria
di Marco Trovato
Nel cuore del Sahara algerino opera
un gruppo di missionari cattolici impegnati a tessere, giorno
dopo giorno, la tela del dialogo con la comunità musulmana.
Sono i testimoni silenziosi di una piccola Chiesa ferita dal
terrorismo. Che si ostina a voler rimanere accanto alla gente
Lo shimun, il
vento del deserto, sferza con violenza le pareti della tenda,
ma nessuno sembra preoccuparsene. Le gente è rapita dalle
parole del cantastorie. Ascolta in silenzio, ammassata su
tappeti sdruciti. In prima fila ci sono i bambini con gli
occhi sbarrati e la bocca aperta. Alle loro spalle, stretti
nei turbanti, gli uomini e gli anziani. Vicino all’ingresso,
nella penombra, si intravedono le donne avvolte nei veli
tradizionali. Tutti fissano Xavier, al centro della stanza,
mentre scorre le pagine di un libro ingiallito e pieno di
polvere. Legge con voce sommessa ma decisa, enfatizzando il
racconto con gesti plateali e una straordinaria mimica
facciale. Il pubblico segue attento, rompendo di tanto in
tanto il silenzio con battimani e fragorose risate.
MISSIONARIO E
MARABUTTO
Ci troviamo
nell’oasi di Beni Abbes, ai bordi del Grande Erg Occidentale,
il mare di dune che arriva a lambire i monti dell’Atlante
marocchino. Xavier, il cantastorie, è un religioso francese
della congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo. Vive in
un pittoresco eremo costruito nel 1901 dal visconte Charles de
Foucauld: una costruzione bassa, color sabbia, che ricorda
tanto i vecchi fortini legionari. Dopo il tramonto, da oltre
vent’anni, Xavier va a far visita ai numerosi amici sparsi nel
palmeto dell’oasi. «Porto sempre con me un vecchio libro di
favole», spiega. «I nomadi si divertono ad ascoltarle attorno
al fuoco della sera». La gente del posto lo chiama “marabut”,
che in arabo vuol dire uomo di fede, santone, guida spirituale
e tante altre cose, ma che in questo caso indica semplicemente
il rispetto e il prestigio che la comunità islamica gli
riconosce. «Oramai faccio parte della loro grande famiglia:
l’amicizia ha stemperato le differenze della fede e ha
permesso di costruire dei rapporti di autentica comunione»,
commenta Xavier. «In Occidente l’Islam viene spesso dipinto
come una religione ostica, chiusa, squassata dal
fondamentalismo e incapace di interfacciarsi con la nostra
civiltà... Eppure da quanto mi trovo in Algeria ho ricevuto
solo attestati di affetto e solidarietà».
MEDITARE TRA LE DUNE
Gli fanno da eco
le parole di padre Andres, suo confratello, da 15 anni nel
Sahara algerino: «I musulmani hanno una fede solida e
profonda: in un certo senso hanno molto da insegnarci...
Dobbiamo cercare nell’amicizia e nella solidarietà quel
terreno comune dove poter far germogliare i semi del
confronto».
E’ un approccio
partecipativo, il loro, e non dottrinale: una presenza
discreta, fatta di relazioni interpersonali costruite con
pazienza in anni di dialogo e di partecipazione alla vita
dell’oasi. «Non siamo interessati a fare proselitismi o
convertire la gente, desideriamo solo immergerci nella
quotidianità di questo Paese, testimoniando con la nostra
presenza l’amore verso i nostri amici algerini».
Di tanto in
tanto, i due missionari prendono una borraccia con un po’ di
acqua, il libro dei salmi e partono per trascorrere una
giornata di meditazione e di preghiera in completa solitudine.
«Il deserto è il luogo dell’essenziale, dove il superfluo è
stato spazzato via. Non ci sono distrazioni, in un certo senso
ci si sente obbligati a riflettere sul significato della
propria presenza», raccontano. «Il deserto è un invito a
vedere le cose al di là delle apparenze. E’ un’esortazione al
silenzio, alla riflessione, alla nudità interiore. Alla
preghiera».
UN PONTE TRA DUE
MONDI
Il ruolo dei
missionari in Algeria è profondamente cambiato negli ultimi
trent’anni ed oggi gli sforzi della Chiesa sono indirizzati in
primo luogo alla promozione della vita e al difficile
confronto interreligioso con il mondo islamico. «Un tempo le
chiese erano piene e la domenica era giorno di festa», mi
dice monsignor Michel Gagnon, canadese, 70 anni, vescovo di
Laghouat. «Poi, a partire dal 1962, anno del raggiungimento
dell’Indipendenza algerina dalla Francia, i coloni hanno fatto
ritorno in patria e la comunità cristiana si è svuotata. Le
scuole e gli ospedali gestiti dai religiosi sono stati
nazionalizzati. Molte basiliche e cattedrali sono state
abbandonate. Alcune sono state lasciate in eredità ai
rappresentanti della comunità islamica e sono state
trasformate in moschee». La presenza della Chiesa si è stretta
intorno a piccole comunità sparse nell’immensità del
territorio algerino. «Questi gruppi di cristiani rappresentano
un ponte tra due universi troppo spesso antagonisti.
Preservano preziosi spazi di accoglienza, di libertà, di
condivisione... Di speranza», afferma monsignor Gagnon. «Sono
la testimonianza più autentica della possibilità che cristiani
e musulmani possano vivere ed operare insieme nel rispetto
vicendevole, imparando a conoscersi e a dialogare».
LA LUNGA SCIA DI
SANGUE
Oggi in Algeria i
cattolici sono circa 3 mila (compresi i numerosi occidentali
che lavorano nei cantieri delle società petrolifere), cioè lo
0,01 per cento della popolazione. Sono distribuiti in 4
diocesi, con 37 parrocchie; i sacerdoti sono un centinaio,
circa 180 le religiose. E’ un Chiesa piccola ma forte, che ha
dovuto affrontare prove difficili e attraversare momenti
particolarmente drammatici. Durante gli anni bui della guerra
che ha opposto lo Stato all’Islamismo armato infatti, i
religiosi hanno pagato un prezzo molto alto in termini di vite
umane (si contano 18 persone ammazzate dai terroristi):
ricordiamo tra gli altri, il massacro dei quattro Padri
Bianchi a Tizi Ouzou, il rapimento e l’uccisione dei sette
monaci trappisti a Tiberine, l’omicidio di Pierre Claverie,
vescovo di Orano, avvenuto nel 1996; la strage di altri sette
religiosi uccisi con armi da fuoco nelle vie della casbah di
Bab el-Qued; senza dimenticare il sacrificio di decine di
laici di origine straniera, assassinati per la loro fede
cristiana (è il caso dei 12 croati sgozzati nel dicembre del
’93).
Particolarmente
difficile è stata la situazione delle comunità sparse al nord
del Paese: in Cabilia, sugli altopiani del Mitidja, nella
regione di Orano e di Algeri, i luoghi-simbolo delle stragi
più sanguinose commesse dai terroristi. «In molti villaggi le
tensione è ancora forte e i religiosi sono costretti a
spostarsi con la scorta», mi dicono alla casa diocesana di
Algeri. «Alla sera restano barricati dentro le abitazioni,
porte e finestre ben sigillate».
Eppure,
nonostante le ferite impresse dall’ondata di violenze, la
Chiesa ha deciso di rimanere accanto alla gente: le
congregazioni religiose hanno inviato nuovo personale, le
comunità colpite dai terroristi hanno riaperto.
MISSIONI DIFFICILI
«Non è stato
facile», ammette Padre Philippe Thiriez, che per lungo tempo è
stato responsabile della missione di Ghardaya, una di quelle
che hanno subito gli attacchi delle bande armate. «Ma sulla
paura ha prevalso la volontà di testimoniare la nostra
solidarietà verso la gente di questo Paese stupendo». La
missione di Ghardaya oggi è circondata da un muro altissimo
che la isola dal resto dell’oasi. «Abbiamo dovuto alzarlo per
questioni di sicurezza» - commenta Padre Thiriez – «Ma non ci
piace perché una comunità cristiana, per sua natura, non
dovrebbe avere dei muri di recinzione».
Le attività
proseguono come sempre: vengono organizzati dei corsi di
lingua straniera per ragazzi, viene gestita una biblioteca in
favore dei giovani. Ma soprattutto si cerca di tessere, giorno
dopo giorno, la tela del dialogo con i musulmani. «Si dà
priorità alla qualità delle relazioni e non alla dimensione
delle opere di solidarietà», mi spiegano in missione. «E’
necessario superare l’immagine tradizionale del religioso che
converte, evangelizza, dona al prossimo... Prima di parlare di
dialogo interreligioso occorre conquistarsi la fiducia e
l’amicizia della gente».
IL NUOVO RUOLO DELLA
CHIESA
La situazione
economica e sociale in Algeria resta difficile. Tredici anni
di guerra e violenze hanno prodotto duecentomila morti, un
milione di feriti e l’isolamento internazionale del Paese. Il
processo di riconciliazione nazionale, promosso dal presidente
Bouteflika, non è riuscito a fermare i massacri degli
irriducibili militanti dei Gruppi islamici armati.
In una fase così
delicata per della vita del Paese, dove è ancora forte la
minaccia di un ritorno del fanatismo islamico, la presenza
della Chiesa rappresenta una garanzia di pluralità e di
tolleranza da preservare. «E’ il diritto alla differenza che
viene rivendicato dalla nostra presenza», spiega Henri
Teissier, arcivescovo di Algeri. «Un diritto che la grande
maggioranza dei musulmani riconosce, apprezzando una diversità
che per loro è ricchezza». Avendo trascorso oltre 50 anni nel
Maghreb, Teissier è uno dei maggiori conoscitori del mondo
musulmano e viene considerato dal Vaticano l’uomo del dialogo
con l’Islam nordafricano. Succeduto al cardinale Etienne Duval
nel 1988 alla giuda della Chiesa algerina, ha vissuto in prima
persona le tensioni della guerra tra Stato e terroristi
islamici.
«La gente ha
molto apprezzato il fatto che la Chiesa sia rimasta accanto
alla gente nei momenti più difficili della crisi: il
sacrificio dei religiosi martirizzati non è passato
inosservato... Ora possiamo inaugurare una nuova stagione del
confronto e del dialogo».
«L’importante è
lasciarsi alla spalle i pregiudizi» prosegue a spiegare
Teissier. «Paghiamo decenni di arretratezza culturale nello
studio di una fede che per molti aspetti ci è vicina: il
rapporto con l’Islam sarà la grande sfida del nuovo millennio.
Non dobbiamo farci illusioni: sarà un incontro-scontro, ma ci
arricchirà reciprocamente».
I
NUMERI DELLA CRISI ALGERINA
A tredici anni dall’esplosione della
guerra civile, provocata dall’annullamento delle elezioni del
’91, la situazione in Algeria resta difficile. L’economia è
soffocata dal debito estero e rimane vincolata
all’esportazione degli idrocarburi, la produzione agricola è
ridotta ai minimi termini, il tasso di disoccupazione
giovanile sfiora il 30 per cento. Il Paese ha bisogno di
almeno 30 miliardi di dollari per ammodernare la propria
economia. E’ ovvio che questo fiume di denaro affluirà
dall’estero solo se sul piano interno consolideranno la
stabilità e la sicurezza. Su questa scommessa si gioca il
prestigio del presidente Bouteflika ma soprattutto il destino
del popolo algerino.
I GRANDI DELLA CHIESA ALGERINA
Nonostante l’Algeria sia oggi un Paese
quasi totalmente musulmano, la sua storia conta alcune
personalità cristiane che hanno lasciato un segno indelebile.
Ricordiamo, tra gli altri, S. Agostino (354-430), vescovo di
Ippona, l’attuale Annaba,; monsignor Charles Lavigerie
(1825-1892), primo arcivescovo di Algeri e fondatore
dell’ordine missionario dei Padri Bianchi e delle Suore
Bianche; il visconte Charles de Foucauld (1858-1916) che dopo
anni di vita sregolata decise di stabilirsi nel deserto per
vivere tra i musulmani una vita di povertà e preghiera
ispirata alla vita di Gesù (nella foto: la sua tomba nel cuore
del Sahara algerino). Non possiamo non citare, infine,
monsignor Pierre Claverie, a capo della diocesi di Orano,
ucciso con una bomba il 1° agosto 1996: aveva dedicato la sua
vita a favorire il dialogo fra Islam e Cristianesimo ed era
conosciuto come “il vescovo dei musulmani”.
IL PAESE IN
CIFRE
L’Algeria è il più esteso dei Paesi
maghrebini e, dopo, il Sudan, il secondo dell’intero
continente africano. Oltre l’80 % del suo territorio è
costituito da regioni aride e desertiche: questo spiega perché
più del 95 % della popolazione sia concentrata nel 12 % del
territorio, a nord e soprattutto lungo i 1200 km della costa
mediterranea. L’ultimo censimento ha contato quasi 30 milioni
di abitanti. La lingua ufficiale è l’arabo, sono diffusi anche
il francese e il berbero. Oltre il 99 per cento della
popolazione professa la religione islamica sunnita.
L’aspettativa di vita è di 69 anni.
UNA STORIA TUMULTUOSA
La recente storia algerina è stata
macchiata dalla violenza e dal sangue. Dopo una lunga guerra
di Liberazione, costata la vita a quasi un milione di persone,
l’Algeria ottiene l’Indipendenza dalla Francia nel 1962. Al
potere vanno gli uomini del Fronte di Liberazione Nazionale,
manovrati dalla potente lobby militar-affaristica che in
trent’anni prosciugherà le casse dello Stato. Nel 1989 la
nuova Costituzione mette fine al regime socialista del partito
unico. In vista dell’affermazione del Fronte Islamico di
Salvezza, nel 1991 il Governo annulla le elezioni politiche e
sospende le garanzie costituzionali. Il processo di
democratizzazione viene interrotto, inizia la guerra civile.
Nell’aprile del ’99 viene eletto presidente Bouteflika:
promette di chiudere il tragico capito del terrorismo e di
fare uscire dalla crisi l’Algeria. Ma i massacri non si
fermano.
|