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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 6-2008

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IL VANGELO NEL DESERTO

 

L’orgoglio e le sfide della Chiesa in Algeria

 

di Marco Trovato

 

Nel cuore del Sahara algerino opera un gruppo di missionari cattolici impegnati a tessere, giorno dopo giorno, la tela del dialogo con la comunità musulmana. Sono i testimoni silenziosi di una piccola Chiesa ferita dal terrorismo. Che si ostina a voler rimanere accanto alla gente

 

Lo shimun, il vento del deserto, sferza con violenza le pareti della tenda, ma nessuno sembra preoccuparsene. Le gente è rapita dalle parole del cantastorie. Ascolta in silenzio, ammassata su tappeti sdruciti. In prima fila ci sono i bambini con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Alle loro spalle, stretti nei turbanti, gli uomini e gli anziani. Vicino all’ingresso, nella penombra, si intravedono le donne avvolte nei veli tradizionali. Tutti fissano Xavier, al centro della stanza, mentre scorre le pagine  di un libro ingiallito e pieno di polvere. Legge con voce sommessa ma decisa, enfatizzando il racconto con gesti plateali e una straordinaria mimica facciale. Il pubblico segue attento, rompendo di tanto in tanto il silenzio con battimani e fragorose risate.

MISSIONARIO E MARABUTTO

Ci troviamo nell’oasi di Beni Abbes, ai bordi del Grande Erg Occidentale, il mare di dune che arriva a lambire i monti dell’Atlante marocchino. Xavier, il cantastorie, è un religioso francese della congregazione dei Piccoli Fratelli del Vangelo. Vive in un pittoresco eremo costruito nel 1901 dal visconte Charles de Foucauld: una costruzione bassa, color sabbia, che ricorda tanto i vecchi fortini legionari. Dopo il tramonto, da oltre vent’anni, Xavier va a far visita ai numerosi amici sparsi nel palmeto dell’oasi. «Porto sempre con me un vecchio libro di favole», spiega. «I nomadi si divertono ad ascoltarle attorno al fuoco della sera». La gente del posto lo chiama “marabut”, che in arabo vuol dire uomo di fede, santone, guida spirituale e tante altre cose, ma che in questo caso indica semplicemente il rispetto e il prestigio che la comunità islamica gli riconosce. «Oramai faccio parte della loro grande famiglia: l’amicizia ha stemperato le differenze della fede e ha permesso di costruire dei rapporti di autentica comunione», commenta Xavier. «In Occidente l’Islam viene spesso dipinto come una religione ostica, chiusa, squassata dal fondamentalismo e incapace di interfacciarsi con la nostra civiltà... Eppure da quanto mi trovo in Algeria ho ricevuto solo attestati di affetto e solidarietà».

MEDITARE TRA LE DUNE

Gli fanno da eco le parole di padre Andres, suo confratello, da 15 anni nel Sahara algerino: «I musulmani hanno una fede solida e profonda: in un certo senso hanno molto da insegnarci... Dobbiamo cercare nell’amicizia e nella solidarietà quel terreno comune dove poter far germogliare i semi del confronto».

E’ un approccio partecipativo, il loro, e non dottrinale: una presenza discreta, fatta di relazioni interpersonali costruite con pazienza in anni di dialogo e di partecipazione alla vita dell’oasi. «Non siamo interessati a fare proselitismi o convertire la gente, desideriamo solo immergerci nella quotidianità di questo Paese, testimoniando con la nostra presenza l’amore verso i nostri amici algerini».

Di tanto in tanto, i due missionari prendono una borraccia con un po’ di acqua, il libro dei salmi e partono per trascorrere una giornata di meditazione e di preghiera in completa solitudine. «Il deserto è il luogo dell’essenziale, dove il superfluo è stato spazzato via. Non ci sono distrazioni, in un certo senso ci si sente obbligati a riflettere sul significato della propria presenza», raccontano. «Il deserto è un invito a vedere le cose al di là delle apparenze. E’ un’esortazione al silenzio, alla riflessione, alla nudità interiore. Alla preghiera». 

UN PONTE TRA DUE MONDI

Il ruolo dei missionari in Algeria è profondamente cambiato negli ultimi trent’anni ed oggi gli sforzi della Chiesa sono indirizzati in primo luogo alla promozione della vita e al difficile confronto interreligioso con il mondo islamico. «Un tempo le chiese erano piene e la domenica era giorno di  festa», mi dice monsignor Michel Gagnon, canadese, 70 anni, vescovo di Laghouat. «Poi, a partire dal 1962, anno del raggiungimento dell’Indipendenza algerina dalla Francia, i coloni hanno fatto ritorno in patria e la comunità cristiana si è svuotata. Le scuole e gli ospedali gestiti dai religiosi sono stati nazionalizzati. Molte basiliche e cattedrali sono state abbandonate. Alcune sono state lasciate in eredità ai rappresentanti della comunità islamica e sono state trasformate in moschee». La presenza della Chiesa si è stretta intorno a piccole comunità sparse nell’immensità del territorio algerino. «Questi gruppi di cristiani rappresentano un ponte tra due universi troppo spesso antagonisti. Preservano preziosi spazi di accoglienza, di libertà, di condivisione... Di speranza», afferma monsignor Gagnon. «Sono la testimonianza più autentica della possibilità che cristiani e musulmani possano vivere ed operare insieme nel rispetto vicendevole, imparando a conoscersi e a dialogare».

LA LUNGA SCIA DI SANGUE

Oggi in Algeria i cattolici sono circa 3 mila (compresi i numerosi occidentali che lavorano nei cantieri delle società petrolifere), cioè lo 0,01 per cento della popolazione. Sono distribuiti in 4 diocesi, con 37 parrocchie; i sacerdoti sono un centinaio, circa 180 le religiose. E’ un Chiesa piccola ma forte, che ha dovuto affrontare prove difficili e attraversare momenti particolarmente drammatici. Durante gli anni bui della guerra che ha opposto lo Stato all’Islamismo armato infatti, i religiosi hanno pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane (si contano 18 persone ammazzate dai terroristi): ricordiamo tra gli altri, il massacro dei quattro Padri Bianchi a Tizi Ouzou, il rapimento e l’uccisione dei sette monaci trappisti a Tiberine, l’omicidio di Pierre Claverie, vescovo di Orano, avvenuto nel 1996; la strage di altri sette religiosi uccisi con armi da fuoco nelle vie della casbah di Bab el-Qued; senza dimenticare il sacrificio di decine di laici di origine straniera, assassinati per la loro fede cristiana (è il caso dei 12 croati sgozzati nel dicembre del ’93). 

Particolarmente difficile è stata la situazione delle comunità sparse al nord del Paese: in Cabilia, sugli altopiani del Mitidja, nella regione di Orano e di Algeri, i luoghi-simbolo delle stragi più sanguinose commesse dai terroristi. «In molti villaggi le tensione è ancora forte e i religiosi sono costretti a spostarsi con la scorta», mi dicono alla casa diocesana  di Algeri. «Alla sera restano barricati dentro le abitazioni, porte e finestre ben sigillate».

Eppure, nonostante le ferite impresse dall’ondata di violenze, la Chiesa ha deciso di rimanere accanto alla gente: le congregazioni religiose hanno inviato nuovo personale, le comunità colpite dai terroristi hanno riaperto.

MISSIONI DIFFICILI

«Non è stato facile», ammette Padre Philippe Thiriez, che per lungo tempo è stato responsabile della missione di Ghardaya, una di quelle che hanno subito gli attacchi delle bande armate. «Ma sulla paura ha prevalso la volontà di testimoniare la nostra solidarietà verso la gente di questo Paese stupendo». La missione di Ghardaya oggi è circondata da un muro altissimo che la isola dal resto dell’oasi. «Abbiamo dovuto alzarlo per questioni di sicurezza» - commenta Padre Thiriez – «Ma non ci piace perché una comunità cristiana, per sua natura, non dovrebbe avere dei muri di recinzione».

Le attività proseguono come sempre: vengono organizzati dei corsi di lingua straniera per ragazzi, viene gestita una biblioteca in favore dei giovani. Ma soprattutto si cerca di tessere, giorno dopo giorno, la tela del dialogo con i musulmani. «Si dà priorità alla qualità delle relazioni e non alla dimensione delle opere di solidarietà», mi spiegano in missione. «E’ necessario superare l’immagine tradizionale del religioso che converte, evangelizza, dona al prossimo... Prima di parlare di dialogo interreligioso occorre  conquistarsi la fiducia e l’amicizia della gente».

IL NUOVO RUOLO DELLA CHIESA

La situazione economica e sociale in Algeria resta difficile. Tredici anni di guerra e violenze hanno prodotto duecentomila morti, un milione di feriti e l’isolamento internazionale del Paese. Il processo di riconciliazione nazionale, promosso dal presidente Bouteflika, non è riuscito a fermare i massacri degli irriducibili militanti dei Gruppi islamici armati.

In una fase così delicata per della vita del Paese, dove è ancora forte la minaccia di un ritorno del fanatismo islamico, la presenza della Chiesa rappresenta una garanzia di pluralità e di tolleranza da preservare. «E’ il diritto alla differenza che viene rivendicato dalla nostra presenza», spiega Henri Teissier, arcivescovo di Algeri. «Un diritto che la grande maggioranza dei musulmani riconosce, apprezzando una diversità che per loro è ricchezza». Avendo trascorso oltre 50 anni nel Maghreb, Teissier è uno dei maggiori conoscitori del mondo musulmano e viene considerato dal Vaticano l’uomo del dialogo con l’Islam nordafricano. Succeduto al cardinale Etienne Duval nel 1988 alla giuda della Chiesa algerina, ha vissuto in prima persona le tensioni della guerra tra Stato e terroristi islamici.

«La gente ha molto apprezzato il fatto che la Chiesa sia rimasta accanto alla gente nei momenti più difficili della crisi: il sacrificio dei religiosi martirizzati non è passato inosservato... Ora possiamo inaugurare una nuova stagione del confronto e del dialogo».

«L’importante è lasciarsi alla spalle i pregiudizi» prosegue a spiegare Teissier. «Paghiamo decenni di arretratezza culturale nello studio di una fede che per molti aspetti ci è vicina: il rapporto con l’Islam sarà la grande sfida del nuovo millennio. Non dobbiamo farci illusioni: sarà un incontro-scontro, ma ci arricchirà reciprocamente».

  

 

I NUMERI DELLA CRISI ALGERINA

A tredici anni dall’esplosione della guerra civile, provocata dall’annullamento delle elezioni del ’91, la situazione in Algeria resta difficile. L’economia è soffocata dal debito estero e rimane vincolata all’esportazione degli idrocarburi, la produzione agricola è ridotta ai minimi termini, il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30 per cento. Il Paese ha bisogno di almeno 30 miliardi di dollari per ammodernare la propria economia. E’ ovvio che questo fiume di denaro affluirà dall’estero solo se sul piano interno consolideranno la stabilità e la sicurezza. Su questa scommessa si gioca il prestigio del presidente Bouteflika ma soprattutto il destino del popolo algerino.

 

I GRANDI DELLA CHIESA ALGERINA

Nonostante l’Algeria sia oggi un Paese quasi totalmente musulmano, la sua storia conta alcune personalità cristiane che hanno lasciato un segno indelebile. Ricordiamo, tra gli altri, S. Agostino (354-430), vescovo di Ippona, l’attuale Annaba,; monsignor Charles Lavigerie (1825-1892), primo arcivescovo di Algeri e fondatore dell’ordine missionario dei Padri Bianchi e delle Suore Bianche;  il visconte Charles de Foucauld (1858-1916) che dopo anni di vita sregolata decise di stabilirsi nel deserto per vivere tra i musulmani una vita di povertà e preghiera ispirata alla vita di Gesù (nella foto: la sua tomba nel cuore del Sahara algerino). Non possiamo non citare, infine, monsignor Pierre Claverie, a capo della diocesi di Orano, ucciso con una bomba il 1° agosto 1996: aveva dedicato la sua vita a favorire il dialogo fra Islam e Cristianesimo ed era conosciuto come “il vescovo dei musulmani”.

 

IL PAESE IN CIFRE 

L’Algeria è il più esteso dei Paesi maghrebini e, dopo, il Sudan, il secondo dell’intero continente africano. Oltre l’80 % del suo territorio è costituito da regioni aride e desertiche: questo spiega perché più del 95 % della popolazione sia concentrata nel 12 % del territorio, a nord e soprattutto lungo i 1200 km della costa mediterranea. L’ultimo censimento ha contato quasi 30 milioni di abitanti. La lingua ufficiale è l’arabo, sono diffusi anche il francese e il berbero. Oltre il 99 per cento della popolazione professa la religione islamica sunnita. L’aspettativa di vita è di 69 anni. 

 

UNA STORIA TUMULTUOSA

La recente storia algerina è stata macchiata dalla violenza e dal sangue. Dopo una lunga guerra di Liberazione, costata la vita a quasi un milione di persone, l’Algeria ottiene l’Indipendenza dalla Francia nel 1962. Al potere vanno gli uomini del Fronte di Liberazione Nazionale, manovrati dalla potente lobby militar-affaristica che in trent’anni prosciugherà le casse dello Stato. Nel 1989 la nuova Costituzione mette fine al regime socialista del partito unico. In vista dell’affermazione del Fronte Islamico di Salvezza, nel 1991 il Governo annulla le elezioni politiche e sospende le garanzie costituzionali. Il processo di democratizzazione viene interrotto, inizia la guerra civile. Nell’aprile del ’99 viene eletto presidente Bouteflika: promette di chiudere il tragico capito del terrorismo e di fare uscire dalla crisi l’Algeria. Ma i massacri non si fermano.