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SULLE STRADE DELL’AFRICA
Viaggi in bus tra stupore e
avventura
di Raffaele Masto
In Kenya li chiamano “matatu”, in Ghana
“tro-tro”, in Senegal “taxi de brousse”. Sono i bus africani:
colorati e affollatissimi, scassati e imprevedibili, spassosi
e massacranti… I veicoli ideali per immergersi completamente
nella cultura locale. Come testimonia un giornalista divenuto
passeggero per necessità e passione.
Se sbagliate hotel a Nairobi vi sarà
difficile dormire. Al mattino, una buona mezz’ora prima
dell’alba, un indiavolato strombazzare di clacson e di strilli
incomprensibili infrangerà i vostri sogni lasciandovi sul
letto con gli occhi sbarrati. I clacson sono quelli dei matatu
e gli strilli quelli dei “buttadentro”, cioè dei ragazzotti
che cercano di accaparrarsi clienti urlando la località verso
la quale il matatu è diretto e il percorso che seguirà.
Avviene così: l’autista del matatu ferma il pulmino ad un paio
di metri dal marciapiede, lascia acceso il motore e si
concentra sul clacson pigiandolo senza pietà con il palmo
della mano. Col piede intanto assesta generosi colpi di
acceleratore ammorbando l’aria intorno di fumo nero e
puzzolente. Il motivo di tutto questa agitazione e che la via
è piena di matatu, autisti e “buttadentro” che si fanno
concorrenza cercando di conquistare i passeggeri che già
affollano le strade della città. Ecco spiegato il chiasso che,
sotto forma di decine di migliaia di decibel, oltrepassa i
vetri della finestra della vostra camera in quel hotel
“sbagliato” che qualche amico, con il sonno un po’ pesante, vi
ha consigliato. A Nairobi, dunque, se “sbagliate” hotel
conviene non prendersela e godersi la scena.
LE BUGIE DEI
“BUTTADENTRO”
I più affannati sono
i “buttadentro”. Operano nel raggio di tre metri dal pulmino e
aggrediscono letteralmente i passanti urlando loro nelle
orecchie, tirandoli per la maglietta, assicurandogli una
comoda sistemazione e una corsa rapida e confortevole.
Non c’è da
credergli. Tutti i matatu sono già pieni all’inverosimile e i
malcapitati che accettano di salire vengono pigiati
all’interno dell’involucro di metallo dai “buttadentro” senza
troppi riguardi. Nessuno si lamenta. Solo quando il matatu è
sul punto di scoppiare si parte, sgommando naturalmente e
lasciandosi dietro una fetida nuvola di fumo nero. Ad ogni
fermata il “buttadentro” ha il suo da fare. Se a scendere è un
passeggero lontano dalla porta scorrevole, il pulmino si deve
svuotare, il groviglio di braccia e gambe si dipana fino a
quando intorno al matatu si forma una piccola folla dalla
quale infine emerge il passeggero che ha concluso la sua
corsa. A quel punto gli altri cominciano a rientrare
nell’abitacolo come rassegnati. Gli ultimi vengono pigiati a
forza dal “buttadentro” che lancia una occhiata in giro per
vedere se c’è qualche altro passeggero da accalappiare. Si
riparte: una accelerata, una frenata e la matassa di corpi si
assesta.
PROIETTILI COLORATI
Il matatu sfreccia
tra baracche di lamiera, variopinti mercati in allestimento,
montagne di spazzatura ammucchiata negli angoli delle strade.
Ma il matatu non è solo un pulmino, il matatu ha una storia,
una personalità propria che assume e si modella su quella del
proprietario che, prima di lanciarlo sulle strade di Nairobi e
dintorni, lo battezza con un nome e ne dipinge la carrozzeria.
Ci sono i matatu
dedicati ad eroi del cinema, Bruce Lee, per esempio, o a
personaggi dello sport o a squadre di calcio internazionali
come il Real Madrid, l’Inter o la Juventus. Non mancano quelli
con nomi esotici come “Brasil” o quelli intitolati a località
geografiche come il fiume Nilo o le cascate del Niagara o la
città di New York. E poi ci sono quelli consacrati agli
antenati, il vecchio nonno patriarca capo della famiglia
allargata o il capo tribù che ha dato il nome al villaggio dal
quale il proprietario proviene.
E sulla carrozzeria
del matatu non un angolo di lamiera viene lasciato libero.
Prima di metterlo in attività il pulmino viene affidato ad un
professionista dell’immagine, di solito il più bravo
disegnatore della baraccopoli che, con vernici dai colori
sgargianti, lo dipinge con illustrazioni assortite, fumetti,
caricature in ogni angolo della carrozzeria raccontando le
gesta del personaggio, del luogo o della squadra alla quale il
matatu è dedicato.
Il risultato è un
proiettile colorato che sfreccia in ogni angolo della città
con visi, nasi, braccia e schiene incollate ai finestrini
impregnati di ogni umore corporale. Insomma un mezzo di
locomozione, ma con un’anima.
LE
RENAULT 4 DI TANA’
La capitale del
Madagascar ha un nome impossibile: Antananarivo. Ma tutti, per
evitare nodi alla lingua, la chiamano semplicemente Tanà. E’
da qui che si capisce che nel paese la Renault ha avuto un
ruolo fondamentale. Il parco macchine che calca le strade di
questa città è in buona parte fatto dalle vecchie R4, mitica
vettura che in Europa ha lasciato il segno su generazioni di
giovani contestatori del post-sessantotto.
Se si esce da Tanà,
ci si rende conto che nel resto del paese la “mitica” è
praticamente l’unica vettura in circolazione e naturalmente,
con gli opportuni aggiustamenti, questa auto è anche il taxi
collettivo ufficiale di tutto il paese. Con gli opportuni
aggiustamenti, abbiamo detto, che consistono praticamente
nello svuotamento totale dell’abitacolo all’interno del quale
rimane solo il sedile per il conducente, la cloche per le
marce e un autoradio appeso ai fili collegati alla batteria
dal quale esce musica ad un volume assordante. Nella “mitica”
i passeggeri si siedono per terra, sulla lamiera che spesso è
corrosa dalla ruggine e lascia intravedere la strada. Alcuni
passeggeri usano pacchi, ceste e come sedili, così si guadagna
spazio.
Anche la “mitica”
non parte se non è piena come un uovo. E in questo caso sono i
noti ammortizzatori ad assestare il “carico”. Ad ogni curva i
passeggeri ondeggiano, gli impropri sedili scivolano sotto i
sederi, ginocchia e schiene trovano un equilibrio più stabile.
Se si guarda la data di immatricolazione di queste vetture, si
scopre che sono tutte ben avanti nell’età: quindici-venti anni
di onorato servizio in media. Eppure vanno, e sembrano delle
ragazzine.
IL
PULMINO CHE NON C’E’
In Uganda per andare
da Kampala a Musaka, 140 chilometri, si prende un pulmino
bianco alla periferia sud della capitale. Non serve
prenotazione, il biglietto lo si fa sul posto e sull’ora di
partenza non ci sono informazioni precise. Si sa solo che il
pulmino parte sicuramente ogni giorno e scarica a destinazione
ben più viaggiatori di quanti ne potrebbe portare. Quando si
arriva sul posto (e, con la mia mentalità occidentale, lo
faccio abbastanza presto) si comprende subito perché mancano
informazioni sugli orari di partenza e di arrivo: il pulmino
non c’è ancora. In compenso il proprietario del baracchino che
vende frittelle, sigarette, sapone, lamette, acqua, coca, etc.,
mi assicura che arriverà. E infatti arriva che sono ancora
l’unico passeggero. Chiedo timidamente all’autista quando più
o meno saremo a destinazione. Lui mi sorride e alza le spalle:
non lo sa, e un minuto dopo dorme accasciato al posto di
guida.
COMPAGNI DI VIAGGIO
Mi accomodo sulla
poltroncina meno sbrecciata, vicino al finestrino. E poco dopo
cominciano ad arrivare i miei primi compagni di viaggio.
Arrivano in successione. Un signore con un abito nero e il
viso triste; una donna giovane con due bambini, uno legato
sulla schiena, l’altro, sei anni circa, da sopprimere per
eccessiva vivacità; due donne cariche di fagotti, ognuna con
tre galline vive legate per le zampe; un ragazzotto con la
maglietta di Batman; altri tre ragazzotti amici di quello
precedente; tre donne: una anziana, una di mezza età, una
giovane, tre generazioni; due uomini che trasportano a fatica
una specie di cassapanca. Tutta questa folla arriva nell’arco
di un ora e mezza circa e io mi trovo sepolto sulla mia
poltroncina con il ragazzino vispo che, vinta la soggezzione
dell’uomo bianco, decide che vuole stare vicino al finestrino
e mi monta senza riguardi sulle gambe. Comprendo la completa
incertezza sugli orari: si parte solo quando l’autista decide
che il pulmino è pieno abbastanza. Qualcuno lo sveglia dal suo
torpore, lui si guarda indietro e mette in moto. Si va,
finalmente.
GAZZELLE E “DONNONE”
Prima fermata dopo
una ventina di minuti circa. Non scende nessuno, sale invece
una splendida ragazza vestita a festa, con un tajour azzurro,
scarpe di vernice, gonna bianca. Sul viso scuro risalta una
fila perfetta di denti bianchi smaglianti. Mi accorgo di
preoccuparmi per lei, da quella calca ne uscirà malconcia. Lei
non sembra per nulla intimidita, sale con eleganza e si
ritaglia il suo angolo. Dalla mia posizione vedo solo un
ritaglio della sua gonna candida.
Seconda fermata. Non
scende nessuno, sale un donnone da cento chili che si fa
simpaticamente spazio ridendo. Spinge, ride e parla ad alta
voce in dialetto. Tutti ridono con lei che intanto è riuscita
ad arrivare fino a me. Vede la mia gamba libera (quella non
occupata dal ragazzino) e decide di sedervisi. Vi si abbandona
letteralmente e quando si accorge che è di un bianco scoppia a
ridere ancora più fragorosamente. Tutti ridono con lei e io
penso di avere un femore fratturato.
Comincia a fare
caldo, sudo e le mie narici sono percorse dai più svariati
vapori corporali. Nessuno sembra farci caso. La donnona
continua a parlare e a fare ridere i passeggeri.
Finalmente
arriviamo. Il ragazzino scalcia, vuole essere il primo a
scendere, praticamente mi cammina addosso. Il pulmino comincia
a svuotarsi, scende anche la splendida ragazza. Si da una
riassettata svogliata alla gonna e una tiratina al tajour. Non
è nemmeno sgualcito. Lei sembra uscita da un salotto con aria
condizionata e si allontana che sembra una gazzella.
I BUS DEL GHANA
Raccontati da Kapuscinski
A che cosa somiglia
la stagione degli autobus di Accra? Più di tutto
all’accampamento di un grande circo di passaggio. Musica e
colori ovunque. Gli autobus sembrano più dei carrozzoni… Sono
ricoperti di disegni dai colori violenti. Sulle cabine di
guida e sulle fiancate coccodrilli spalancano le fauci
dentate, si attorcigliano serpenti pronti all’attacco, branchi
di pavoni saltellano sugli alberi, antilopi inseguite dal
leone galoppano nella savana… Tutto di un kitsch sfacciato, ma
quanto pieno di fantasia e di vita ! Ma la parte più
importante sono le scritte. Attorniate da ghirlande di fiori
si estendono a caratteri cubitali visibili da lontano, poiché
devono servire da invito o da monito. Riguardano Dio, la
gente, i doveri e le proibizioni… Salendo in autobus,
l’africano non chiede quando si parte. Sale, occupa un posto
libero e sprofonda immediatamente nello stato in cui trascorre
buona parte delle propria vita: l’attesa passiva. (Tratto da
Ebano di Ryszard Kapuscinski, Feltrinelli 2000).
I CONSIGLI PER CHI PARTE
Fondamentale: non avere fretta
Vi trovate in Africa e volete prendere un bus
? Per prima cosa informatevi dove si trova la stazione
cittadina (chiamata gare routière nei paesi francofoni,
garage, lorry park o motor park nei paesi angolofoni e
paragem nei paesi di lingua portoghese). Raggiungetela
alle prime ore del mattino (ma non illudetevi di partire
presto). Fatevi strada tra la folla, facendo massima
attenzione al vostro portafoglio: i ladri sono sempre in
agguato.
Se ci sono più bus per la vostra
destinazione, scegliete il veicolo che vi dà maggiore
sicurezza: i mezzi africani sono reperti di archeologia
automobilistica assemblati con pezzi di scarto di ogni genere,
hanno l’aria di scoppiare da un momento all’altro,
sbuffano nuvole nere di smog, ma riescono a percorrere
centinaia di chilometri su strade impossibili, grazie
all’ingegnosità dei meccanici locali.
Non fatevi ingannare dalle botte della
carrozzeria, dalle dimensioni delle saldature, dai finestrini
rotti o mancanti (sciocchezze di poco conto in Africa),
piuttosto non sottovalutate l’usura dei sguardo del
conducente non vi ispira fiducia, lasciate perdere: alcuni
autisti sono prudenti e assennati, altri sconfinano nella
follia. Il costo del biglietto in genere è fissato dal
Governo, ma è opportuno contrattate la tariffa per il bagaglio
(il tpneumatici e il buon funzionamento delle luci
(questione di sicurezza). Se lo urista che evita di farlo non
viene considerato un “signore”, ma solo un “fesso”).
A questo punto non rimane altro che prendere
posto e attendere: i bus africani non hanno orario e
partono quando sono strapieni (i conducenti si rifiutano di
mettere in moto, fino a quando i gomiti e le gambe dei
passeggeri non sono completamente immobilizzati per
l’eccessivo affollamento); dunque se il veicolo è vuoto,
potrete scegliere le posizioni migliori ma dovrete attendere
più tempo.
In ogni caso, se sono rimasti solo due o tre
posti liberi e aspettate già da molto, potete mettervi
d’accordo con gli altri passeggeri e dividere con loro il
costo dei sedili vuoti per consentire al bus di partire. Ma
non è detto che troviate gente solidale con la vostra fretta:
in Africa il tempo non è denaro. Il viaggio sarà
probabilmente scomodo, interminabile, massacrante… Tutto
fuorché noioso: un’esperienza da non perdere.
(Marco Trovato)
SUL TAXI BROUSSE
La voce noiosa e
cantilenante di Ibrahim continua a tormentarmi attraverso il
finestrino aperto. Il taxi brousse non si decide a partire
anche se i posti sono ormai tutti occupati e i bagagli
caricati. Il patron della vettura passeggia su e giù per il
piazzale, lucido di sudore, alla ricerca di qualche altro
passeggero. La tettoia della stazione dei taxi getta un’ombra
lontana, deformata dalle buche del piazzale. Finalmente
l’autista, con gesto papale, conscio del suo potere, si tira
su il lungo abito colorato e si siede nell’abitacolo con
sollievo dei passeggeri. Alcuni ragazzi iniziano a spingere il
pulmino e il motore si avvia…
(tratto
da Taxi Brousse di Marco Aime, Stampa Alternativa 1997)
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