AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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SULLE STRADE DELL’AFRICA

Viaggi in bus tra stupore e avventura

 

di Raffaele Masto

 

In Kenya li chiamano “matatu”, in Ghana “tro-tro”, in Senegal “taxi de brousse”. Sono i bus africani: colorati e affollatissimi, scassati e imprevedibili, spassosi e massacranti… I veicoli ideali per immergersi completamente nella cultura locale.  Come testimonia un giornalista divenuto passeggero per necessità e passione. 

 

Se sbagliate hotel a Nairobi vi sarà difficile dormire. Al mattino, una buona mezz’ora prima dell’alba, un indiavolato strombazzare di clacson e di strilli incomprensibili infrangerà i vostri sogni lasciandovi sul letto con gli occhi sbarrati. I clacson sono quelli dei matatu e gli strilli quelli dei “buttadentro”, cioè dei ragazzotti che cercano di accaparrarsi clienti urlando la località verso la quale il matatu è diretto e il percorso che seguirà. Avviene così: l’autista del matatu ferma il pulmino ad un paio di metri dal marciapiede, lascia acceso il motore e si concentra sul clacson pigiandolo senza pietà con il palmo della mano. Col piede intanto assesta generosi colpi di acceleratore ammorbando l’aria intorno di fumo nero e puzzolente. Il motivo di tutto questa agitazione e che la via è piena di matatu, autisti e “buttadentro” che si fanno concorrenza cercando di conquistare i passeggeri che già affollano le strade della città. Ecco spiegato il chiasso che, sotto forma di decine di migliaia di decibel, oltrepassa i vetri della finestra della vostra camera in quel hotel “sbagliato” che qualche amico, con il sonno un po’ pesante, vi ha consigliato. A Nairobi, dunque, se “sbagliate” hotel conviene non prendersela e godersi la scena.

LE BUGIE DEI “BUTTADENTRO”

I più affannati sono i “buttadentro”. Operano nel raggio di tre metri dal pulmino e aggrediscono letteralmente i passanti urlando loro nelle orecchie, tirandoli per la maglietta, assicurandogli una comoda sistemazione e una corsa rapida e confortevole.

Non c’è da credergli. Tutti i matatu sono già pieni all’inverosimile e i malcapitati che accettano di salire vengono pigiati all’interno dell’involucro di metallo dai “buttadentro” senza troppi riguardi. Nessuno si lamenta. Solo quando il matatu è sul punto di scoppiare si parte, sgommando naturalmente e lasciandosi dietro una fetida nuvola di fumo nero. Ad ogni fermata il “buttadentro” ha il suo da fare. Se a scendere è un passeggero lontano dalla porta scorrevole, il pulmino si deve svuotare, il groviglio di braccia e gambe si dipana fino a quando intorno al matatu si forma una piccola folla dalla quale infine emerge il passeggero che ha concluso la sua corsa. A quel punto gli altri cominciano a rientrare nell’abitacolo come rassegnati. Gli ultimi vengono pigiati a forza dal “buttadentro” che lancia una occhiata in giro per vedere se c’è qualche altro passeggero da accalappiare. Si riparte: una accelerata, una frenata e la matassa di corpi si assesta.

PROIETTILI COLORATI

Il matatu sfreccia tra baracche di lamiera, variopinti mercati in allestimento, montagne di spazzatura ammucchiata negli angoli delle strade. Ma il matatu non è solo un pulmino, il matatu ha una storia, una personalità propria che assume e si modella su quella del proprietario che, prima di lanciarlo sulle strade di Nairobi e dintorni, lo battezza con un nome e ne dipinge la carrozzeria.

Ci sono i matatu dedicati ad eroi del cinema, Bruce Lee, per esempio, o a personaggi dello sport o a squadre di calcio internazionali come il Real Madrid, l’Inter o la Juventus. Non mancano quelli con nomi esotici come “Brasil” o quelli intitolati a località geografiche come il fiume Nilo o le cascate del Niagara o la città di New York. E poi ci sono quelli consacrati agli antenati, il vecchio nonno patriarca capo della famiglia allargata o il capo tribù che ha dato il nome al villaggio dal quale il proprietario proviene.

E sulla carrozzeria del matatu non un angolo di lamiera viene lasciato libero. Prima di metterlo in attività il pulmino viene affidato ad un professionista dell’immagine, di solito il più bravo disegnatore della baraccopoli che, con vernici dai colori sgargianti, lo dipinge con illustrazioni assortite, fumetti, caricature in ogni angolo della carrozzeria raccontando le gesta del personaggio, del luogo o della squadra alla quale il matatu è dedicato.

Il risultato è un proiettile colorato che sfreccia in ogni angolo della città con visi, nasi, braccia e schiene incollate ai finestrini impregnati di ogni umore corporale. Insomma un mezzo di locomozione, ma con un’anima.

                                                      

LE RENAULT 4 DI TANA’

La capitale del Madagascar ha un nome impossibile: Antananarivo. Ma tutti, per evitare nodi alla lingua, la chiamano semplicemente Tanà. E’ da qui che si capisce che nel paese la Renault ha avuto un ruolo fondamentale. Il parco macchine che calca le strade di questa città è in buona parte fatto dalle vecchie R4, mitica vettura che in Europa ha lasciato il segno su generazioni di giovani contestatori del post-sessantotto.

Se si esce da Tanà, ci si rende conto che nel resto del paese la “mitica” è praticamente l’unica vettura in circolazione e naturalmente, con gli opportuni aggiustamenti, questa auto è anche il taxi collettivo ufficiale di tutto il paese. Con gli opportuni aggiustamenti, abbiamo detto, che consistono praticamente nello svuotamento totale dell’abitacolo all’interno del quale rimane solo il sedile per il conducente, la cloche per le marce e un autoradio appeso ai fili collegati alla batteria dal quale esce musica ad un volume assordante. Nella “mitica” i passeggeri si siedono per terra, sulla lamiera che spesso è corrosa dalla ruggine e lascia intravedere la strada. Alcuni passeggeri usano pacchi, ceste e come sedili, così si guadagna spazio.

Anche la “mitica” non parte se non è piena come un uovo. E in questo caso sono i noti ammortizzatori ad assestare il “carico”. Ad ogni curva i passeggeri ondeggiano, gli impropri sedili scivolano sotto i sederi, ginocchia e schiene trovano un equilibrio più stabile. Se si guarda la data di immatricolazione di queste vetture, si scopre che sono tutte ben avanti nell’età: quindici-venti anni di onorato servizio in media. Eppure vanno, e sembrano delle ragazzine.

 IL PULMINO CHE NON C’E’

In Uganda per andare da Kampala a Musaka, 140 chilometri, si prende un pulmino bianco alla periferia sud della capitale. Non serve prenotazione, il biglietto lo si fa sul posto e sull’ora di partenza non ci sono informazioni precise. Si sa solo che il pulmino parte sicuramente ogni giorno e scarica a destinazione ben più viaggiatori di quanti ne potrebbe portare. Quando si arriva sul posto (e, con la mia mentalità occidentale, lo faccio abbastanza presto) si comprende subito perché mancano informazioni sugli orari di partenza e di arrivo: il pulmino non c’è ancora. In compenso il proprietario del baracchino che vende frittelle, sigarette, sapone, lamette, acqua, coca, etc., mi assicura che arriverà. E infatti arriva che sono ancora l’unico passeggero. Chiedo timidamente all’autista quando più o meno saremo a destinazione. Lui mi sorride e alza le spalle: non lo sa, e un minuto dopo dorme accasciato al posto di guida.

COMPAGNI DI VIAGGIO

Mi accomodo sulla poltroncina meno sbrecciata, vicino al finestrino. E poco dopo cominciano ad arrivare i miei primi compagni di viaggio. Arrivano in successione. Un signore con un abito nero e il viso triste; una donna giovane con due bambini, uno legato sulla schiena, l’altro, sei anni circa, da sopprimere per eccessiva vivacità; due donne cariche di fagotti, ognuna con tre galline vive legate per le zampe; un ragazzotto con la maglietta di Batman; altri tre ragazzotti amici di quello precedente; tre donne: una anziana, una di mezza età, una giovane, tre generazioni; due uomini che trasportano a fatica una specie di cassapanca. Tutta questa folla arriva nell’arco di un ora e mezza circa e io mi trovo sepolto sulla mia poltroncina con il ragazzino vispo che, vinta la soggezzione dell’uomo bianco, decide che vuole stare vicino al finestrino e mi monta senza riguardi sulle gambe. Comprendo la completa incertezza sugli orari: si parte solo quando l’autista decide che il pulmino è pieno abbastanza. Qualcuno lo sveglia dal suo torpore, lui si guarda indietro e mette in moto. Si va, finalmente.

GAZZELLE E “DONNONE”

Prima fermata dopo una ventina di minuti circa. Non scende nessuno, sale invece una splendida ragazza vestita a festa, con un tajour azzurro, scarpe di vernice, gonna bianca. Sul viso scuro risalta una fila perfetta di denti bianchi smaglianti. Mi accorgo di preoccuparmi per lei, da quella calca ne uscirà malconcia. Lei non sembra per nulla intimidita, sale con eleganza e si ritaglia il suo angolo. Dalla mia posizione vedo solo un ritaglio della sua gonna candida.

Seconda fermata. Non scende nessuno, sale un donnone da cento chili che si fa simpaticamente spazio ridendo. Spinge, ride e parla ad alta voce in dialetto. Tutti ridono con lei che intanto è riuscita ad arrivare fino a me. Vede la mia gamba libera (quella non occupata dal ragazzino) e decide di sedervisi. Vi si abbandona letteralmente e quando si accorge che è di un bianco scoppia a ridere ancora più fragorosamente. Tutti ridono con lei e io penso di avere un femore fratturato.

Comincia a fare caldo, sudo e le mie narici sono percorse dai più svariati vapori corporali. Nessuno sembra farci caso. La donnona continua a parlare e a fare ridere i passeggeri.

Finalmente arriviamo. Il ragazzino scalcia, vuole essere il primo a scendere, praticamente mi cammina addosso. Il pulmino comincia a svuotarsi, scende anche la splendida ragazza. Si da una riassettata svogliata alla gonna e una tiratina al tajour. Non è nemmeno sgualcito. Lei sembra uscita da un salotto con aria condizionata e si allontana che sembra una gazzella. 

 

  

 

 

  I BUS DEL GHANA

Raccontati da Kapuscinski

A che cosa somiglia la stagione degli autobus di Accra? Più di tutto all’accampamento di un grande circo di passaggio. Musica e colori ovunque. Gli autobus sembrano più dei carrozzoni… Sono ricoperti di disegni dai colori violenti. Sulle cabine di guida e sulle fiancate coccodrilli spalancano le fauci dentate, si attorcigliano serpenti pronti all’attacco, branchi di pavoni saltellano sugli alberi, antilopi inseguite dal leone galoppano nella savana… Tutto di un kitsch sfacciato, ma quanto pieno di fantasia e di vita ! Ma la parte più importante sono le scritte. Attorniate da ghirlande di fiori si estendono a caratteri cubitali visibili da lontano, poiché devono servire da invito o da monito. Riguardano Dio, la gente, i doveri e le proibizioni… Salendo in autobus, l’africano non chiede quando si parte. Sale, occupa un posto libero e sprofonda immediatamente nello stato in cui trascorre buona parte delle propria vita: l’attesa passiva.  (Tratto da Ebano di Ryszard Kapuscinski, Feltrinelli 2000).

 

 

   I CONSIGLI PER CHI PARTE

Fondamentale: non avere fretta

Vi trovate in Africa e volete prendere un bus ? Per prima cosa informatevi dove si trova la stazione cittadina (chiamata gare routière nei paesi francofoni, garage, lorry park o motor park nei paesi angolofoni e paragem nei paesi di lingua portoghese). Raggiungetela alle prime ore del mattino (ma non illudetevi di partire presto). Fatevi strada tra la folla, facendo massima attenzione al vostro portafoglio: i ladri sono sempre in agguato.

Se ci sono più bus per la vostra destinazione, scegliete il veicolo che vi dà maggiore sicurezza: i mezzi africani sono reperti di archeologia automobilistica assemblati con pezzi di scarto di ogni genere, hanno l’aria di scoppiare da un momento all’altro, sbuffano nuvole nere di smog, ma riescono a percorrere centinaia di chilometri su strade impossibili, grazie all’ingegnosità dei meccanici locali.

Non fatevi ingannare dalle botte della carrozzeria, dalle dimensioni delle saldature, dai finestrini rotti o mancanti (sciocchezze di poco conto in Africa), piuttosto non sottovalutate l’usura dei sguardo del conducente non vi ispira fiducia, lasciate perdere: alcuni autisti sono prudenti e assennati, altri sconfinano nella follia. Il costo del biglietto in genere è fissato dal Governo, ma è opportuno contrattate la tariffa per il bagaglio (il tpneumatici e il buon funzionamento delle luci (questione di sicurezza). Se lo urista che evita di farlo non viene considerato un “signore”, ma solo un “fesso”).

A questo punto non rimane altro che prendere posto e attendere: i bus africani non hanno orario e partono quando sono strapieni (i conducenti si rifiutano di mettere in moto, fino a quando i gomiti e le gambe dei passeggeri non sono completamente immobilizzati per l’eccessivo affollamento); dunque se il veicolo è vuoto, potrete scegliere le posizioni migliori ma dovrete attendere più tempo.

In ogni caso, se sono rimasti solo due o tre posti liberi e aspettate già da molto, potete mettervi d’accordo con gli altri passeggeri e dividere con loro il costo dei sedili vuoti per consentire al bus di partire. Ma non è detto che troviate gente solidale con la vostra fretta: in Africa il tempo non è denaro. Il viaggio sarà probabilmente scomodo, interminabile, massacrante… Tutto fuorché noioso: un’esperienza da non perdere.

 (Marco Trovato)

 

SUL TAXI BROUSSE

La voce noiosa e cantilenante di Ibrahim continua a tormentarmi attraverso il finestrino aperto. Il taxi brousse non si decide a partire anche se i posti sono ormai tutti occupati e i bagagli caricati. Il patron della vettura passeggia su e giù per il piazzale, lucido di sudore, alla ricerca di qualche altro passeggero. La tettoia della stazione dei taxi getta un’ombra lontana, deformata dalle buche del piazzale. Finalmente l’autista, con gesto papale, conscio del suo potere, si tira su il lungo abito colorato e si siede nell’abitacolo con sollievo dei passeggeri. Alcuni ragazzi iniziano a spingere il pulmino e il motore si avvia…

(tratto da Taxi Brousse di Marco Aime, Stampa Alternativa 1997)