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TOGO e BENIN |
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invito alla visita |
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DOVE
La popolazione tamberma abita le propaggini
sudoccidentali della catena dell’Atakora,
a cavallo del confine tra il Togo e il
Benin. Per visitare questa regione è
necessario raggiungere le città di Kanté
(in Togo) oppure di Boukoumbé (in Benin), e
da lì partire per l’escursione. Calcolate
almeno 4 ore per una visita rapida.
Attenzione: prima di fotografare una Tata è
necessario domandare il permesso al
proprietario della casa (probabilmente
chiederà una piccola mancia).
QUANDO
Il periodo migliore per partire va da
novembre a febbraio (la regione è
interessata dal clima umido del Golfo di
Guinea). È opportuno prevedere almeno una
settimana di permanenza (occorrono un paio
di giorni per raggiungere il territorio dei
Tamberma, sia da Cotonou che da Lomè), ma
vale la pena fermarsi di più per visitare
altre regioni.
COME
Documenti: Per entrare in Togo e in Benin occorre il
passaporto con almeno 6 mesi di validità e
il visto. Quest’ultimo può essere
richiesto alle rispettive ambasciate in
Italia, oppure all’ingresso dei due Paesi
africani.
Norme sanitarie: Obbligatoria la vaccinazione contro la febbre gialla,
attestata dal Certificato internazionale di
vaccinazione. Raccomandate le vaccinazioni
antitetanica, antitifica e soprattutto la
profilassi antimalarica (nella regione è
diffuso il Plasmodium falcipazium,
resistente alla clorochina).
CON CHI
Per chi preferisce muoversi con viaggi
organizzati segnaliamo tre piccoli ma
efficienti tour operator che organizzano
spedizioni tra le terre dei Tamberma. I
prezzi partono dai 1.825 euro a persona. Azalai Viaggi e Spedizioni (www.azalai-expeditions.com, tel. 0564 22290), Transafrica (www.transafrica.biz/it),
Kel 12 Dune (www.kel12.com, tel. 041 2385711).
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Al confine tra Togo
e Benin vivono i Tamberma, un popolo di abili costruttori
e di geniali architetti. Le loro case-fortezza, simili a
piccoli castelli, rappresentano uno dei più begli esempi
d'architettura tradizionale africana.
Non resta che visitarle...
«Messieur, donnez moi un cadeau». «Signore,
dammi un regalo». I
bambini del villaggio ci vengono incontro con le mani tese e
gli occhi pieni di speranza: evidentemente i fuoristrada dei
turisti sono arrivate sin qui. Il loro passaggio ha lasciato
il segno... Un segno dei tempi che cambiano: solo pochi anni
fa questa regione - situata a ridosso della catena montuosa
dell'Atakora, al confine tra il Togo e il Benin - era pressoché
isolata. I suoi abitanti, i Tamberma, avevano rapporti
sporadici con le altre popolazioni, al punto che non si
facevano problemi nel girare completamente nudi (gli uomini
usavano un astuccio penico, per riparare i genitali, ricavato
da una zucca allungata). Oggi i Tamberma vestono pantaloni,
gonne e t-shirt, indumenti lasciati in genere dai visitatori
stranieri che giungono fin qui armati di macchine
fotografiche.
Poesia di
argilla e paglia
Ad attrarre le
comitive di turisti sono le tipiche abitazioni dei Tamberma,
conosciute col nome di "Tata" (ma il termine
corretto - spiegano gli studiosi - sarebbe "Tékyèté"):
stupefacenti case fortificate, costruite con molta terra e
poco legno, del tutto simili ai castelli delle fiabe.
Le abitazioni
sono sparse sul territorio, tra i campi e la boscaglia, in
maniera apparentemente disordinata. In realtà la loro
collocazione risponde a precisi schemi ed equilibri sociali
(nella comunità dei Tamberma vige la poligamia: ciascuna
delle mogli ha una propria casa, dove vive insieme ai suoi
figli). Le abitazioni, distanti tra loro alcune centinaia di
metri, formano quello che gli antropologi chiamano
"habitat a nebulosa", ossia uno spazio vitale
disperso su un'area molto ampia, che consente alle famiglie di
coltivare (e utilizzare per scopi rituali) le zone adiacenti
le abitazioni.
Le Tata sono
semi-nascoste dai baobab e dalle grosse piante di mango. A
vederle da lontano paiono pittoreschi castelli in miniatura:
in alto svettano torri cilindriche collegate da grandi mura
interrotte da una sola porta che dà sull'esterno. Le
dimensioni non sono affatto imponenti - circa 10 metri di
diametro per 4 di altezza - la struttura pare raccolta su se
stessa, ma le forme e le proporzioni danno l'idea di un
progetto armonioso, concepito con leggerezza ed eleganza.
I segreti del
castello
Le Tata
(questa parola in lingua locale significa
"fortezze") sono uno straordinario esempio di
architettura tradizionale, raffinata e funzionale al tempo
stesso, che ha saputo sopravvivere nei secoli. Concepite per
rifugiarsi in caso di pericolo, queste case-castello
rappresentarono per lungo tempo un'efficace protezione contro
gli attacchi delle tribù vicine e, alla fine del XIX secolo,
contro l'invasore tedesco.
Le finestre
sono inesistenti e solo piccole fessure - un tempo usate per
tirare le frecce ai nemici - permettono di osservare dal di
dentro il paesaggio che circonda l'abitazione. All'entrata c'è
un altare di terra a forma fallica su cui si sacrificano
periodicamente i polli (i Tamberma sono animisti e hanno
mantenute intatte gran parte delle tradizioni legate al
culto), appesi alle pareti o al soffitto si possono trovare
ossa e crani di animali: si tratta di amuleti destinati a
proteggere la famiglia. La struttura abitativa si sviluppa su
due piani. Al pianterreno c'è il rifugio notturno per gli
animali - galline, vacche o capre - e un piccolo magazzino.
Per una scala interna si accede alla cucina e poi a una grande
terrazza - costruita con tronchi ricoperti di terriccio -
sulla quale si fanno seccare le granaglie e si trascorre la
maggior parte del tempo libero. Le torri, sovrastate da
piccoli tetti conici di paglia, sono usate come magazzini per
il mais e il miglio, mentre le altre stanze sono usate per
dormire e, durante la stagione delle piogge, per cucinare.
Un popolo di
abili costruttori.
La costruzione
di una Tata richiede lungo tempo, molto impegno e grande
maestria. Solo un popolo di abili e infaticabili costruttori
poteva concepire delle abitazioni fatte di bancò (un impasto
di argilla, acqua e paglia) tanto elaborate e ardimentose.
Solo un popolo di geniali architetti poteva progettare una
struttura difensiva, al tempo stesso semplice, sicura e
funzionale.
I Tamberma -
che chiamano se stessi "betammari-be", ovvero
"coloro che sanno costruire" - svolgono tutti i
lavori a mani nude impiegando solo materiali come terriccio,
legno e paglia (usata come legante). Con le dita delle mani
lasciano sulle pareti impronte destinate a diventare delle
vere e proprie decorazioni. I compiti durante l'edificazione
sono ben distinti: gli uomini devono costruire fisicamente i
muri, mentre le donne hanno l'onere di sobbarcarsi i lavori più
duri: recuperare la terra e l'acqua. Saranno loro, le future
regine del castello, ad occuparsi - quando la costruzione sarà
terminata - della manutenzione della Tata: provvederanno a
rinforzare i muri bagnandoli con il burro di karité o il
succo di néré (un frutto della foresta), che secondo i
Tamberma hanno proprietà collanti e impermeabilizzanti. E
prima della stagione delle piogge, si occuperanno di
ristrutturare le pareti esterne, tappando le crepe con una
mistura di terra e di sterco di vacca. A costruzione ultimata,
gli uomini torneranno invece ad occuparsi assieme ai figli dei
campi e della caccia. A proposito: la tradizione impone al
giovane tamberma in procinto di lasciare la famiglia di
nascita per formare il proprio nucleo famigliare, di lanciare
una freccia: il punto in cui questa cadrà sarà il luogo dove
costruirà la sua nuova Tata.
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