Il business dei "baby giocatori"

In questi ultimi anni, scandali riguardanti ‘baby giocatori’ di origine africana, ingaggiati da società del nord del mondo, sono scoppiati in mezza Europa. Italia compresa. Basti pensare a quello che nel 2000 ha coinvolto il Torino e l’Arezzo: minori portati in Italia con il sogno del calcio e poi abbandonati (scandalo che indusse la Figc al varo di norme e sanzioni più dure). Anche per combattere l’impatto negativo che questi scandali hanno avuto sull’opinione pubblica, recentemente i grandi team europei hanno iniziato a investire direttamente in Africa. Domenico Ricci, 44 anni, dell’Africa Football Management Company, "esperto" e consulente di numerose squadre italiane, oggi è proprietario di quattro scuole sportive che hanno sede in Africa. Il proprietario di una squadra greca dirige un centro in Camerun, mentre l’Ajax di Amsterdam ne ha uno in Ghana e uno in Sudafrica. E il Manchester United  ha ottenuto il controllo del Fortune, una squadra di seconda divisione sudafricana. Ma anche queste iniziative hanno un rovescio della medaglia. Sono in molti a pensare che questi programmi siano destinati solo a selezionare i migliori elementi africani per poi esportarli in Occidente. Wladimir Andreff, professore di economia all’Università di Parigi ed esperto in economia dello sport, osserva. «E’ molto frustrante per gli allenatori locali. In tutti gli sport professionistici i paesi in via di sviluppo servono da serbatoio di giovani talenti e costituiscono un vasto bacino di manodopera al quale i ricchi possono attingere senza riguardi».

 

 

Gli schiavi del pallone

il mercato oscuro dei baby-calciatori africani*

Hanno grinta e talento. E sognano di diventare campioni. Per questo lasciano l'Africa, attirati da promesse di facili guadagni e aiutati da impresari senza scrupoli. In pochi riescono a sfondare. Gli altri finiscono nelle competizioni minori, dove il razzismo...

   di Claudio Agostoni - Foto Olympia

Oggi Isa Mohammed ha solo 23 anni, ma il suo futuro è già drammaticamente segnato. Nel 1996, quando di anni ne aveva 16 anni e giocava come centrocampista nella squadra di Jos, nella Nigeria centrale, aveva il ‘sogno del calcio’. Militava anche nella rappresentativa del suo Paese che mirava alle qualificazioni dei mondiali under 17, un’ottima vetrina per farsi notare dai numerosi osservatori che frequentano le competizioni internazionali alla ricerca di nuovi talenti. Dopo aver pareggiato in trasferta con il Benin la partita per le qualificazioni, il ritorno, a Ibadan, sembrava essere una pura formalità. Purtroppo il responsabile della Federazione nigeriana dimenticò i passaporti dei giocatori a Lagos. Il Benin presentò ricorso, vinse la partita a tavolino e la Nigeria fu squalificata. Fortunatamente l’anno successivo la sua squadra venne invitata in Portogallo, dove si consumava la prima edizione della Meridian Cup, una competizione tra nazionali giovanili europee e africane. I dribbling e gli assist di Isa impressionarono gli osservatori, e lui accetttò di affidarsi a un importante agente jugoslavo che lo portò in Polonia e gli fece firmare un contratto con una squadra di serie A. Durante una delle prime partite del campionato si infortunò, ma la sua squadra si rifiutò di pagare le spese mediche perché il contratto non era con lui, ma con il suo agente. Quest’ultimo, prima di scomparire dalla vita di Isa, si limitò a fornirgli un biglietto aereo di sola andata per Lagos. Qui Isa conobbe Stella, una giovane nigeriana che si prostituiva in Italia, ne divenne il compagno, occupandosi quotidianamente dei lavori di casa. Una volta che, grazie alle cure pagate da Stella, la gamba infortunata si rimise in sesto, nessun club italiano poteva però ingaggiarlo perchè Isa era privo del permesso di soggiorno.

   Una storia come tante...

Centinaia di atleti caduti nelle mani di agenti europei vivono esperienze simili: sono gli schiavi del Ventunesimo secolo. Il fenomeno è nato negli anni Ottanta quando le squadre africane, in particolare quelle occidentali, hanno cominciato a emergere nelle competizioni giovanili. Gli osservatori di tutto il mondo si sono riversati in Africa occidentale come api sul miele per osservare i campionati locali. Arrivavano come se si recassero alle fiere di bestiame, per trovare nuovi talenti. Poi hanno cominciato a utilizzare intermediari africani. Le ragioni principali che spingono questi giocatori ad andarsene da casa sono le pessime condizioni dei campionati locali, la mancanza di infrastrutture e le carenze delle federazioni che permettono alle squadre di violare impunemente i loro impegni con i giocatori: sono frequenti i ritardi, o addirittura la sospensione totale, del pagamento degli stipendi.

Secondo Chris Eseka, ex allenatore olandese della nazionale della Nigeria, «sono molti i giocatori nigeriani la cui carriera è finita dopo che sono diventati degli schiavi... La nuova tendenza è ancora più preoccupante: ormai vengono portati in Europa giocatori di 15 e 16 anni. A quella età non hanno il diritto di avere un vero contratto con una squadra, possono solo essere dati in prestito, così gli agenti gli fanno firmare un impegno a lunghissimo termine, fino a dieci anni. Poi li vendono al migliore offerente. Gli interessi del giocatore non hanno alcuna importanza». 

   Il racket dei trasferimenti

Purtroppo numerosi dirigenti della federazioni calcistiche africane sono pesantemente coinvolti nel racket dei trasferimenti: falsificano in base alle esigenze le date di nascita dei calciatori, procurano certificati medici del tutto inaffidabili, aiutano gli agenti stranieri e i loro collaboratori locali a procurarsi i documenti di trasferimento internazionali al di fuori dei canoni ufficiali. Per non parlare del ruolo degli allenatori, che spesso sono bianchi e avidi: in Nigeria, per esempio, si racconta che quando l’olandese Clemence Westerhof era commissario tecnico della nazionale, se un giocatore voleva essere selezionato doveva prima affidare la gestione della sua carriera all’allenatore. Westerhof avrebbe così accumulato una fortuna vendendo giocatori. I “dissidenti” che rifiutavano queste offerte, come Moses Kpakpor, Nduka Ugbade e Friday Ekpo, non giocavano in nazionale o erano poco utilizzati.

   Benjamin sogna e segna

Un altro ostacolo sono le famiglie dei giovani calciatori: la maggior parte di loro considera il calcio l’unico mezzo per sfuggire alla povertà. Un esemprio per tutti: Gloria, una mamma ghanese, non è affatto dispiaciuta che gli osservatori europei le hanno portato via suo figlio anni fa: «Triste? No, ero molto, molto contenta. Quando Samuel era piccolo, era molto bravo a pallone e volevo aiutarlo. Ho venduto la televisione per comprargli le scarpe e i suoi fratelli non si sono lamentati perchè anche loro volevano che lo aiutassi. Ho sempre pregato Dio perchè diventasse famoso. Lo ho aiutato e lui presto potrà aiutare me».

«La mia famiglia è povera», ci confessa Benjamin, giovane nigeriano ‘importato’ in Italia da Churchill Oliseh, il fratello di Sunday, ex giocatore della Juventus che a Lagos ha aperto una scuola calcio affiliata alla Reggiana. «Papà è operaio, ho tre fratelli e due sorelle: quando gli ho portato i soldi guadagnati a Reggio Emilia abbiamo fatto festa. Diventerò famoso per farli star meglio». Oggi è uno dei punti di forza della Primavera dell’Inter e la speranza è di percorrere la stessa stessa strada di «Oba Oba», suo ex collega nella Reggiana e oggi già protagonista in serie A e nella Champions League con l’Inter.

   L'invasione africana

Obafemi Martins, «Oba Oba» per amici e tifosi, è la punta dell’iceberg africano che naviga nel massimo campionato di calcio italiano: se nel 1981 c’era solo l’ivoriano Zahoui, che ad Ascoli era stato ribattezzato ‘Zigulì’, oggi ben 7 squadre di serie A hanno in rosa calciatori africani. Estendendo l’esame sino alla serie C2, si scopre che arrivano da ogni angolo del continente nero. Si va dai 17 della Nigeria agli unici rappresentanti, tutti in B, di Libia e Sud Africa, rispettivamente il triestino Muntasser (Saadi Al Gheddafi, del Perugia, ha giocato solo uno scampolo di partita) e il salernitano Nomvethe. L’unico calciatore del Togo, Massamesso, invece è in forza al Benevento in C1. E l’appello si completa con 3 marocchini, 2 egiziani, 11 ghanesi, 4 senegalesi, 2 maliani, 11 ivoriani, 10 camerunesi, 2 congolesi e 2 della Sierra Leone. Ovviamente il numero aumenta a dismisura se si estende il computo ai non professionisti: basti pensare che sono 9249 i minori stranieri iscritti nel 2004 al settore giovanile Figc, la Federazione Italiano Gioco Calcio.  Per avere la conferma che molti di loro sono africani è sufficiente dare un’occhiata ai vivai delle squadre di calcio: si scoprirà così che i team che attualmente stanno facendo incetta di tornei sono piene di calciatori africani. La Juventus vanta ben sette piccoli campioni di colore (di cinque paesi diversi), mentre l’Inter ne ha tesserati addirittura dodici.

   Campione per caso

Il più grande della truppa  è il diciassettene ivoriano Abdoulaye Diarra, uno che il calcio ce l’ha nel sangue. «Ero molto piccolo, ma mi ricordo che mio nonno era il presidente dei Leopard, una squadra di quartiere che aveva la maglietta verde e gialla. Mio padre invece a pallone ci giocava. Si era persino guadagnato un soprannome: Kassi, come uno dei migliori  difensori ivoriani. In comune però avevano solo il fatto che entrambi erano molto decisi e rudi: o palla o gamba».  Oggi gioca  nei Berretti juniores  dell’Inter, dove corre -con apprezzabili risultati: due stagioni e cinquanta gol- lungo l’out sinistro. «Quando sono arrivato qui ho scoperto che ci sono un sacco di ivoriani, ben sette. Poi ci sono due compagni del Ghana, uno della Guinea, due della Nigeria…Con loro siamo molto amici, anche fuori dal campo».  Diarra non è venuto in Italia per il calcio, quello è arrivato dopo. «Volevo raggiungere mio padre che si trovava qui per lavoro da anni. Ho fatto qualche partita con una piccola squadra locale. E’ lì che mi hanno visto gli osservatori dell’Inter, mi hanno fatto fare qualche allenamento e poi hanno deciso di tesserarmi». 

   Senza permesso di... giocare

La storia di Diarrà è rappresentativa di un’aspetto dell’emigrazione verso il nord del mondo che travalica l’ambito strettamente calcistico. Il Coni ha recentemente accertato che la gran parte dei giovani tesserati di origine straniera sono emigrati qui con le famiglie. Non a caso si concentrano nelle regioni più sviluppate, Lombardia (1639) in testa. Mentre Sud e Isole, insieme, ne hanno meno di 300. Il grande numero di tesserati ha messo in evidenza un problema che puzza tanto di razzismo.  I figli degli extracomunitari infatti, durante il periodo necessario al rinnovo o al rilascio del permesso di soggiorno, non possono tesserarsi alla Figc. In attesa che gli uffici della Questura rilascino l’agognata certificazione, un ragazzo straniero che ha superato i tredici anni può giocare in un cortile,  ma non in una vera squadra. Sino al 20 febbraio di quest’anno la situazione era ancora peggiore: il divieto riguardava tutti i ragazzi, fin dall’età minima di tesseramento (sei anni).

Oggi almeno nella fascia  6-12 anni la società che intende tesserare l’extracomunitario in attesa del permesso di soggiorno può richiedere un nulla osta, valido per il periodo necessario al rinnovo o al rilascio. Un problema questo che si somma alle perverse conseguenze che la legge Bossi-Fini ha, per cascata, introdotto nel mondo dello sport dove dal momento della sua entrata in vigore esistono due categorie di atleti: quelli ‘protetti’ (italiani o appartenenti alla Comunità Europea, che possono essere tesserati senza alcuna limitazione) e gli extracomunitari, il cui numero è rigidamente selezionato e controllato. 

   Scende in campo il razzismo

Razzismo strisciante che tempra chi sul campo da gioco dovrà imparare a fare i conti con quello più greve e diretto. «Razzismo? Purtroppo capita: sia con il pubblico che con gli avversari» ci conferma Diarra. «E’ successo anche domenica scorsa contro la Reggiana.  Era un partita con un po’ di tensione in campo e il terzino destro, dopo un contrasto di gioco mi ha detto: ‘Vai a mangiare le banane, scimmia’. Io mi sono arrabbiato molto, ma non ho fatto niente. Forse ci ho un po’ fatto il callo. All’inizio non era così.  Quando mi è capitato per la prima volta ho reagito. Il terzino che mi curava mi ha apostrofato dandomi del ‘Negro di merda’. Era la prima volta che mi sentivo insultare così. Ero in Italia da poco. Non potevo digerire la cosa. Gli ho dato uno schiaffo e poi ho iniziato a picchiarlo, sino a quando l’arbitro mi ha espulso. Sono cose che capitano, ma se gente come Thuram stesse a perdere tempo con questi insulti non sarebbe mai diventato campione del mondo. E io sogno di imitarlo». E adesso che per la prima volta nella storia del calcio la Fifa ha ufficialmente annunciato che nel 2010 sarà un paese africano ad organizzare le fasi finali della Coppa del Mondo è vietato impedire ad un giovane calciatore africano di sognare.

* (la prima parte dell'inchiesta sul calcio africano è stata pubblicata sul numero 4/2004 di Africa)   

 


Quando il calcio fa del bene

Il progetto Inter Campus esiste dal 1996. Inizialmente serviva per la formazione di giovani talenti da destinare alla prima squadra. Poi la "missione" è cambiata e l’educazione dei ragazzi è stata posta al centro del progetto. Oggi i campus sono sparsi in tredici paesi di quattro continenti: dal Kosovo alla Colombia, dalla Cina alla Bulgaria, dall’Iran alla Bosnia. 

Da quattro anni l'Inter è sbarcata anche in Camerun. Non per comprare giocatori e nemmeno per costruire nuovi campi di calcio. Semplicemente per esportate un progetto di solidarietà internazionale nel segno del pallone. La società nerazzurra sostiene le attività del Centro Sportivo Camerunese: ogni anno spedisce 400 kit (magliette, pantaloncini,  calzettoni, palloni) e stanzia un contributo economico che permette di promuovere tornei, corsi di formazione per allenatori, happening sportivi in ogni regione del Camerun (sono più di mille i bambini coinvolti nel progetto). 

«Da parte nostra - ci racconta Massimo Seregni, responsabile di Inter Campus per l’Africa - c’è molta attenzione nel non mischiare l'attività dei campus, che resta di carattere sociale, con quella tecnica e agonistica. Per evitare ciò, i ragazzi sono seguiti sino ai 14 anni, quando è troppo difficile stabilire se ‘da grande’ diventeranno dei campioni. Oggi, dopo 4 anni di lavoro, i ragazzi hanno raggiunto questo limite d’età  e con loro ci piacerebbe fare qualcosa utilizzando un’ottica diversa da quella dei vivai. Si potrebbe fare tantissimo, ma è dura… A parte poche eccezioni, in Africa ci vanno solo le aziende interessate a sfruttare quello che trovano (legname pregiato, caffè…),  senza curarsi di lasciare delle ricadute nelle regioni dove impiantano il loro business». -