Il dio Dan ha la forma di un "serpente arcobaleno". Curiosamente il culto di una divinità con queste sembianze è diffuso anche in Australia, tra gli gli aborigeni Anula.

 

   

LE DIVINITA’ VODOUN

testo e foto di Mauro Burzio* 

Un serpente, un guardiano, un fulmine.
Gli dei che animano l'universo spirituale africano assumono le sembianze più curiose.
Al di là delle apparenze,   sono tutte divinità potenti e temibili.  Che amano dissetarsi
con il sangue, il carburante sacro dei vodoun...
 

 

 

 

 

 

 

 

Terza tappa del nostro viaggio alla scoperta dei misteri del vodoun. Dopo aver svelato il significato dei riti e delle possessioni di questa religione esoterica, è ora di fare conoscenza di tre potenti divinità che animano l'universo spirituale di milioni di africani.

Il serpente arcobaleno

Il primo dio vodoun si chiama Dan e ha la forma di un "serpente arcobaleno". E' una divinità androgina, ovvero è al tempo stesso maschio e femmina (la sua doppia natura si manifesta, secondo lo studioso M. Quenum, nel fatto che "c’è sempre un doppio arcobaleno, anche quando noi ne vediamo uno solo").

La configurazione del terrirorio, la sinuosità delle valli, il serpeggiare dei fiumi e delle strade, le ondulazioni delle colline e delle dune di sabbia sarebbero la traccia del suo passaggio, la testimonianza di un antico soggiorno di Dan nel paese del popolo Fon, il Dahomey, di cui è originario.

Dan rappresenta la mobilità e l’attività e controlla le forze che producono il movimento.

E’ il padrone di tutto ciò che è allungato e pure il cordone ombelicale rientra sotto il suo controllo: i Fon usano seppellire questo "piccolo serpente" con la placenta sotto una palma, che crescerà insieme al bambino.

Questa divinità dai movimenti sinuosi ha per simbolo l’ondulazione, lo svolgimento a spirale, il cerchio. Regnando nello spazio intermedio tra il mondo visibile e l’aldilà, presiede all’attività di numerose anime in pena.

Dan è sovente raffigurato come un serpente che si mangia la coda: è il simbolo della continuità e della mobilità, della forza vitale, nonché del rapporto tra cielo e terra.

Infatti egli protegge gli altri Vodoun, in particolare Hèvioso, dio del fulmine, che aiuta a risalire in cielo dopo che si è scagliato sulla Terra.

Egli è immensamente potente: tanto da trattenere la pioggia, che si ferma quando compare l’arcobaleno. Tanto potente che, con le sue spire, avvolge e contiene la Terra, impedendole di disintegrarsi: una ragione eccellente per fargli offerte e sacrifici.

La leggenda del bravo indovino

Una volta, tanto tempo fa, c’era un bravo indovino di nome Oshoumarè. Egli era molto capace, tanto che il sovrano di Ife, il re Olofin, lo interpellava quattro volte alla settimana per ricevere consigli sui problemi del regno. Ma Olofin era molto avaro e l'indovino, nonostante le sue grandiosi virtù divinatorie, conduceva una ben magra esistenza. Un giorno Oshoumarè venne chiamato d’urgenza alla corte di Olokun, regina di uno stato vicino. Il suo bambino era gravemente ammalato di uno strano male, che gli impediva di stare in piedi e gli procurava violente crisi nervose durante le quali si rotolava tra le ceneri roventi del focolare.

Oshoumarè riuscì dove molti guaritori avevano fallito prima di lui e il regale infante guarì completamente: la madre ricoprì di doni l’indovino, che tornò a casa vestito di gloria e di uno splendido abito blu.

Olofin, colpito da tanto splendore, si pentì della sua passata avarizia e rivaleggiò con la regina in prodigalità, donando regali di valore e una scintillante veste rossa ad Oshoumarè, che divenne ricco e rispettato. Ma la fortuna era ancora dalla sua parte.

Olodumarè, il dio supremo, aveva dei problemi alla vista e mandò a chiamare l’indovino, che lo guarì così bene che Olodumarè non volle più separarsi da lui.

Da allora Oshoumarè divenne un grande Orisha, una divinità che abita in cielo assieme al dio supremo e solo qualche volta può scendere sulla terra. Ed è durante le visite terrene dell’arcobaleno scintillante di rosso e blu, che gli esseri umani possono diventare ricchi e felici.

Il tesoro ai piedi dell'arcobeleno

Anche M. Quenum conferma questa caratteristica di Oshoumarè: “Coloro che Dan vuole arricchire vengono spinti da una forza sconosciuta nel posto dove la coda dell’arcobaleno sembra toccare la terra: qui si forma infatti una profonda buca contenente dell’oro e delle perle”.

In Benin le perle blu sono chiamate danmi (ovvero escrementi di Dan), poiché si ritiene che esse siano state depositate dal divino serpente. Il quale tuttavia, come gli altri dei vodoun, presenta i suoi lati oscuri e malevoli.

“Dan s’impadronisce del principio vitale degli esseri umani per andare a rivenderli, vivi e incarnati, nei paesi vicini. Per operare, prende la forma umana e si tiene ai bordi delle grandi strade. Per sfuggirgli, bisogna o sfregarsi il corpo con le cipolle oppure insultarlo pesantemente con le parole più volgari”.

Curiosamente il culto di una divinità a forma di serpente-arcobaleno è diffuso anche in Australia. Raccontano gli aborigeni Anula: “Un uomo prende un serpente, lo mette vivo dentro uno stagno e dopo averlo tenuto sott’acqua per qualche tempo, lo tira fuori, l’ammazza e lo mette in terra vicino al ruscello. Poi fabbrica un arco con dei fili d’erba ad imitazione dell’arcobaleno e lo mette sopra il serpente. Dopo di questo non deve fare altro che cantare un canto speciale sopra il serpente e il finto arcobaleno: presto o tardi la pioggia cadrà”.  In Australia infatti il serpente arcobaleno, che percorre la volta delle caverne e del cielo stellato, è un potente eroe ancestrale, protagonista di uno splendido ciclo di miti, cantati nelle lunghissime notti durante le quali gli aborigeni ripercorrono le sue imprese creative.

Il dio guardiano

La seconda importante divinità vodoun di cui facciamo conoscenza si chiama Eshou-Legba.

Ha una dubbia fama e data la sua multiforme personalità, dai molteplici e contradditori aspetti, è difficile darne una definizione. È generalmente rappresentata come una montagnola di terra con una testa di forma umana e spesso dotata di un fallo enorme. È qui che risiede la sua potenza divina: talvolta dotato di corna, questo feticcio ha ricordato ai primi missionari il Diavolo, con il quale è infatti sincretizzato in Brasile.

Grazie a quest’immagine, studiosi europei gli hanno erroneamente attributo il ruolo di protettore della fertilità. I seguaci dello studioso C.G. Jung direbbero invece, con più fondamento, che Eshou personifica l’ombra, immagine simbolica degli istinti animaleschi e sessuali dell’uomo.

Ciò che è certo è che Eshou-Leba è il guardiano protettore delle case, dei mercati e dei villaggi. Adora gli scherzi e si diverte a creare dissensi e litigi, a suscitare malcontenti, a creare disastri: è un furbacchione, astuto e malizioso, sensuale e truculento, osceno e triviale, assai pericoloso e vendicativo se trascurato. Ma basta trattarlo bene e fargli le opportune offerte (come già detto, ama cibarsi di cani, ma anche di caproni, galli neri e topi), che diventa buono e servizievole, quasi premuroso, gioviale e affettuoso: un temibile guardiano è un grande protettore, i cui servigi devono essere assicurati ad ogni costo, pena la rovina e incidenti di ogni tipo.

Il dio dei fulmini

Un altra divinità violenta e temibile è Shango, il dio dei fulmini. E' un giustiziere severo: egli castiga i bugiardi, i ladri e i malfattori... Non a caso, tra i popoli che praticano il vodoun, 

la morte causata da un fulmine viene considerata "infamante" (tanto che gli sfortunati copiti da una folgore vengono sepolti lontani dal villaggio in un luogo esposto al calore rovente del sole). Una casa colpita dal fulmine è una casa segnata dalla collera di Shango. Il proprietario dovrà pagare delle forti ammende ai sacerdoti del dio che vengono a cercare tra le macerie le pietre del fulmine, lanciate da Shango e affondate nel terreno là dove il fulmine ha colpito il suolo.

Queste pietre del fulmine, in realtà delle asce neolitiche, sono considerate il feticcio di Shango, nelle quali risiede la sua potenza,: su di esse viene versato il sangue dell’animale per mantenerne la forza e la potenza.

L’emblema di Shango è la doppia ascia stilizzata. Presso i Fon del Benin, che lo chiamano Hèvioso, il suo emblema è un’ascia semplice (sossiovi), che spesso diventa la testa di un montone che sputa il fulmine. Il montone (ariete) è infatti l’animale preferito di Shango: i suoi violenti improvvisi colpi di testa ricordano la repentinità della folgore e il suo sangue gli è particolarmente gradito.

Il sangue, nella religione vodoun è una specie di sacra benzina che alimenta le divinità: tanto più sangue sarà versato, tanto più la divinità sarà soddisfatta e si manifesterà trascinando i suoi fedeli in preda ad una trance folgorante.

(terza puntata, segue sul prossimo numero di Africa) 

* Il testo è stato tratto, per gentile concessione dell’editore, dal volume Vodoun - Viaggio tra gli dei africani, ed. Elemond/Mondadori, di prossima pubblicazione. Riduzione e adattamento di Luciana Lain - Riproduzione vietata per questo articolo