Il mondo islamico di fronte
alla sofferenza e alla morte

di Gian Battista Maffi

La massiccia immigrazione extracomunitaria ci mette
di fronte a molte sfide che
investono differenti settori della vita. Non ultimo è il problema dei malati
di religione islamica. Le difficoltà maggiori non sono
di ordine economico e politico ma culturale e,
almeno in parte, religioso.

Qual è l’atteggiamento dell’islam di fronte al mistero della sofferenza? Esso è simile e nel contempo differente rispetto alla rivelazione ebraico-cristiana. In questo articolo e in quello del prossimo numero cercheremo di precisare la posizione della tradizione musulmana di fronte al mistero della malattia e della morte. 

Sottomissione assoluta alla volontà di Allâh

Il cristianesimo si fonda su un Dio crocifisso e risorto. La dimensione della croce è dunque costitutiva della fede cristiana, qualunque sia il modo concreto in cui venga intesa. L’islam nega la morte in croce di Gesù: benché sottomesso lui stesso alla prova, non è pensabile che un autentico profeta musulmano sia lasciato morire dal Dio che lo invia. Al contrario, l’obiettivo che informa la proposta musulmana è il successo della missione del profeta, di ogni profeta, constatabile già sulla terra. La religione musulmana non conosce la dimensione della storia della salvezza e della redenzione. Conosce invece un Dio che crea, che mantiene in vita la creazione e che attende gli uomini per il giudizio finale. L’islam si caratterizza per l’assoluta sottomissione ad Allâh e alla sua volontà, sempre disponibile e accessibile a ognuno che crede attraverso il duplice «segno» del Corano e delle vicende dell’esistenza. È Allâh che domina e dirige il cammino, la vita e la morte dei suoi   fedeli. Nulla sfugge al suo Decreto. L’atteggiamento fondamentale raccomandato ai musulmani, dunque, è quello della pazienza nelle avversità, nel dolore, nella malattia e nella morte. Così dice il Corano:  

Il vostro Dio è un Dio unico, sottomettetevi dunque a lui! E tu dà buone notizie a quelli che si umiliano, a quelli che trepidano in cuor loro sentendo ricordare il nome di Dio, a quelli che pazientano nei mali che li affliggono, a quelli che sono fedeli alla preghiera ed elargiscono una parte dei beni che abbiamo loro accordato.  (Corano 22,34-35)

O voi che credete! Cercate aiuto nella pazienza e nella preghiera, perché Dio è con i pazienti. …Vi metteremo alla prova con la paura e la fame, con la perdita dei beni, della vita e dei frutti della terra; tu però dà il lieto annuncio della felicità eterna ai pazienti i quali, quando sono colpiti da una sventura, dicono: «In verità, a Dio apparteniamo e a Dio ritorniamo».  (Corano 2,153.155-156)

La sottomissione e la pazienza di cui parla il Corano non vanno intese come «fatalismo». L’islam non propone la sottomissione al fato impersonale e cieco ma alla volontà positiva di Allâh, che non dimen tica mai i suoi fedeli e si interessa del loro bene. Cercheremmo invano nel Corano e nella nella Sunna (tradizione normativa), gli interrogativi e le proteste di Giobbe di fronte al male che domina il mondo, alla sofferenza innocente, alla morte prematura e «ingiusta». Vi sono invece molte espressioni che echeggiano l’atteggiamento di Giobbe nei primi due capitoli di questo stesso libro, benché le premesse siano differenti. Ciò che il Corano ripete in alcuni versetti è illustrato ampiamente, variato, amplificato e talora arricchito di sfumature diverse nella Sunna.   

Alcune tradizioni islamiche illustrano la modalità di rapportarsi ad Allâh nella disgrazia e nella malattia. Ne riporto in particolare due che riguardano la famiglia di Muhammad e che pertanto sono molto significative per la comunità dei credenti musulmani:

La figlia del Profeta gli mandò a dire: «Mio figlio è in punto di morte: vieni ad assisterci». Egli mandò il suo augurio di pace, e a dire: «Appartiene a Dio ciò che Egli prende, ed è Suo ciò che Egli dona: ogni cosa è annoverata presso di Lui secondo un termine fisso: sii paziente e rimettiti alla ricompensa di Dio». E lei mandò a scongiurarlo che si recasse da lei; egli si alzò per andare. (...) Il bambino fu sollevato fino all’Inviato di Dio, che se lo fece sedere in grembo; il suo animo trasalì, e gli si inumidirono gli occhi. Sa’d gli chiese: «Inviato di Dio, che cosa c’è?»; ed egli rispose: «Questa è compassione, che Iddio ha posto nel cuore dei suoi servi». L’Inviato di Dio entrò da suo figlio Ibrahim che già stava affrontando la morte; e gli occhi dell’Inviato di Dio presero a versare lacrime; ‘Abd al-Rahman ben ‘Awf intervenne: «Anche tu, Inviato di Dio?!»; «Figlio di ‘Awf, questa è compassione ». Riprese a piangere un’altra volta e disse: «L’occhio versa lacrime, e il cuore è afflitto, ma non diciamo che ciò che soddisfa il nostro Signore. E noi, Ibrahim, siamo afflitti per la tua separazione».

Le due tradizioni, la prima delle quali echeggia quasi letteralmente la prima risposta di Giobbe nella sua disgrazia (cf Gb. 1,20- 22), operano una distinzione netta tra la compassione di  fronte alla sofferenza umana per la malattia mortale del nipote e del figlio del Profeta e la sottomissione piena alla volontà di Dio, unico Signore che dispone della vita e della morte. La sottomissione al volere di Dio non vanifica e non toglie valore alla compassione e al pianto, anche se li relativizza, come suggerisce un tradizione islamica piuttosto dura:

Il Profeta passò accanto a una donna che piangeva nei pressi della tomba di un suo bambino e disse: «Temi Iddio e sii paziente». Lei replicò: «Vattene via da me; non sei stato colto tu dalla sventura che mi è capitata – e non la conosci!». Le dissero: «Quello è il Profeta!». Allora lei andò alla porta del Profeta, non vi trovò portieri, e disse: «Non ti avevo riconosciuto». Egli disse: «La pazienza si esercita al primo arrivare del colpo».

Considerando la situazione dal punto di vista cristiano, non sfuggirà la grande differenza tra l’atteggiamento di Muhammad e l’atteggiamento di Gesù nei Vangeli: la compassione di quest’ultimo si traduce normalmente in un intervento di guarigione o addirittura di risurrezione; la compassione del primo si limita alla considerazione della volontà divina, che ha posto un termine fisso per la vita di ciascuno.

Tale termine fisso è stabilito, secondo un altra tradizione islamica, prima ancora della nascita di ogni persona:

L’Inviato di Dio ci parlava così: «È sotto forma di una goccia di sperma che la creazione di ciascuno di voi è radunata nel ventre di sua madre per quaranta giorni. Poi sotto forma di aderenza per uno stesso periodo; poi sotto forma di una massa molle, ancora per il medesimo periodo di tempo. Poi gli è inviato l’angelo che viene a insufflargli lo spirito e riceve l’ordine di proferire quattro parole: quella che fissa ciò di cui sarà composta la sua sussistenza, il termine della sua vita e le opere che egli compirà, e infine quella che fissa se egli sarà felice o sfortunato».

La vita, la malattia, la disgrazia, la morte sono dunque inserite nel piano provvidenziale di Allâh, che il credente è chiamato ad accettare integralmente, pur non comprendendone il perché. Il mistero dell’esistenza rimane oscuro ma non è cieco. La vita è dono divino di cui ringraziare il Creatore nonostante le prove e le sofferenze:

L’Inviato di Dio disse: «Nessuno di voi si auguri la morte a causa di un male che gli sia capitato; se non ne può fare a meno, dica: “Mio Dio, conservami in vita per quanto la vita sia la cosa migliore per me, e chiamami a Te qualora la morte sia la cosa migliore per me”».

Non si tratta, ancora una volta, di rassegnazione nel senso passivo del termine, ma di accettazione attiva di tutto ciò che Allâh ha progettato per il bene del suo fedele. Per inciso, questa tradizione mostra la proibizione del suicidio e dell’eutanasia. L’islam propone un’etica positiva della vita, che va accettata e valorizzata fino al suo limite naturale. L’accettazione attiva del decreto di Dio non impedisce di aver paura della morte. Alcune curiose tradizioni riferiscono che due grandi «profeti» dell’islam, Mosè e Abramo, non accolsero di buon grado il momento della separazione da questa vita.

L’angelo della morte fu mandato da Mosè, il quale non gli aprì la porta. Tornò dal Signore e gli disse: «Mi hai mandato da un tuo servo che rifiuta la morte». Rispose il Signore: «Torna da lui e digli: “Metti una mano sulla schiena di un bue; otterrai un anno di vita per ogni pelo in cui hai affondato il dito”». «Signore, e poi?» domandò Mosè. «Poi morirai». Venuto il momento, Mosè chiese a Dio di essere avvicinato alla Terra Santa, alla distanza del tiro di un sasso.

L’esempio di un grande «profeta» è assai significativo. La preghiera da una parte e la benevolenza divina dall’altra possono modificare il decreto segnato per ciascuno ancora prima della nascita. È una prova ulteriore che l’islam non crede in un destino cieco ma nella libera volontà di Dio, che dispone a piacimento della vita e della morte dei suoi servi. Per quanto riguarda  Abramo, «l’amico di Dio» per eccellenza, un altra bella tradizione afferma:

Abramo disse all’angelo della morte che era venuto per prendere il suo spirito: «Hai mai visto un amico far morire il suo amico?» Allora Dio gli rivelò: «Hai mai visto un amante rifiutare l’incontro con colui che ama?». Abramo allora rispose: «Angelo della morte, prendimi subito!».

Per coloro che nella vita presente sono stati fedeli, la morte apre dunque la strada all’incontro eterno con Dio nella vita futura. Un’altra tradizione racconta:

Dal profeta, che disse: “Colui che ama incontrare Dio, Dio amerà incontrarlo. Colui che detesta incontrare Dio, Dio detesterà incontrarlo”. ‘A’isha, o qualcun’altra delle sue mogli, esclamò: “Ma io ho paura della morte!”. Rispose: “Non si tratta di questo! Poiché, quando la morte si presenta al credente, gli vengono annunciati il beneplacito e la generosità di Dio e niente è più amabile per lui di quanto gli verrà posto innanzi. È per questo che egli ama incontrare Dio e che Dio ama incontrarlo. Quanto al pagano, venuto il momento, gli vengono annunciati il castigo e la punizione di Dio e niente è più odioso per lui di quanto gli verrà posto innanzi. È per questo che egli detesta incontrare Dio e Dio detesta incontrarlo”»

 La ferma fiducia nel governo divino della vita umana impregna profondamente anche oggi la vita dei pii musulmani. In molti si riscontra come sappiano accettare con costanza e serenità le prove dell’esistenza confidando fermamente in Dio. Ancora oggi il musulmano sincero non domanda conto a Dio di ciò che fa o di ciò che permette. Questo atteggiamento raggiunge tutta la sua profondità di fronte alla morte, sia per il moribondo che confessa Dio un’ultima volta sia per chi gli è vicino. L’esempio del Profeta diventa regola di vita per i credenti in Allâh.