 |
|
|
|
|
|
|
|
Dai
ghetti di Nairobi al palco
“Pinocchio Nero”
|
Fino
a due anni fa erano soltanto chokora
(“spazzatura”), semplici ragazzi di
strada.
Dormivano sotto i portici di una
baraccopoli, in fuga dalle loro famiglie.
Non andavano a scuola, sniffavano la colla
per sopportare la fame e vivevano riciclando
rifiuti nelle discariche di Nairobi.
Oggi sono gli attori protagonisti
di “Pinocchio Nero”, uno spettacolo di
teatro-danza scritto e diretto da Marco
Baliani e promosso da AMREF Italia.
Dopo il debutto a Nairobi l’estate
scorsa, all’inizio di settembre i venti
ragazzi, tutti di età compresa tra gli 11 e
i 17 anni, sono arrivati in Italia, a Roma e
Palermo, dove hanno entusiasmato il pubblico
con una rappresentazione densa di
emozioni.
Grazie all’impegno volontario del
regista Marco Baliani, attivo da tempo in
Kenya, per questi giovani il teatro si è
fatto casa, scuola, originale strumento di
formazione e socializzazione e occasione
importante di crescita e riscatto.
Durante i due anni di lavoro e di stage, i
giovani attori coinvolti hanno ripreso a
frequentare la scuola, avviato un percorso
di ricongiungimento familiare e sviluppato
capacità artistiche che permetteranno
presto di formare un gruppo teatrale per
ragazzi di strada |
|
Basta alcool!
E le donne assaltano i bar!!! |
L’alcool
è nemico della virilità. Con questa motivazione,
duecento donne hanno preso d'assalto alcuni bar di
Nairobi dove si vendono bevande artigianali, ritenendo
queste colpevoli dell'impotenza dei loro uomini,
mariti e figli.
Teatro della protesta, Kikuyu, uno dei
sobborghi della capitale, dove abbondano i locali che
vendono alcol adulterato. La vicenda, che risale
all’estate scorsa, è stata raccontata dal popolare
quotidiano locale The Standard. Le donne prima sono
andate a manifestare davanti alla centrale di polizia,
accusando le autorità di incoraggiare la vendita di
queste bevande; poi hanno deciso di muovere in
direzione dei locali incriminati. Un percorso di ben
sette chilometri, un corteo animato da canti, balli e
slogan contro il commercio dell'alcol illegale. Giunte
sul posto, le donne hanno abbattuto le porte dei
locali e hanno distrutto le bottiglie trovate
all'interno. Al corteo, tra l'altro, si erano accodati
anche degli uomini: qualcuno di loro, nella
confusione, ha tentato di impadronirsi di un po' di
alcol. Certamente non per distruggerlo.
 |
Scene
di vita
|
Per anni
è stata il simbolo del degrado urbano in Africa una
megalopoli dilaniata dalla miseria e dalla violenza.
Oggi la capitale del Kenya è una città vibrante di
energia. E la spinta per cambiare arriva dalle
baraccopoli |
La sera dello scorso 18 settembre, dopo i telegiornali
delle 19, i più seguiti del Kenya, Michael Ochieng, uno
dei promotori della Nairobi Peace March, era visibilmente
soddisfatto. Entrambi i notiziari avevano sottolineato il
successo della manifestazione: per un giorno, migliaia di
persone, gran parte provenienti dalle baraccopoli più
malfamate di Nairobi, avevano manifestato pacificamente
facendo sentire la loro voce nel centro della città.
Imprevedibili
slum
La capitale keniota è tristemente nota proprio per i suoi
slum. Kibera, Korogocho, City Cotton, Mutumba sono solo
alcuni dei 168 insediamenti informali che occupano il 5%
della superficie totale della metropoli, ospitando però
più di 2 milioni di persone, ovvero il 55% della sua
popolazione. Città nella città, che però non compaiono
su nessuna mappa. Universi dove la miseria è superata
solo dalla voglia di vivere. Un contrasto, questo, che
balza agli occhi camminando per l’enorme slum di Kibera.
Qui l’acqua è un bene sofferto: lo sanno le donne che
pazienti fanno lunghe code alle poche pompe di cui dispone
la baraccopoli per riempire taniche da 20 litri, che poi
porteranno in testa sino a casa. La luce costa 1000
scellini (circa 10 euro) al mese, una cifra che incentiva
gli allacciamenti abusivi realizzati con pericolosi cavi
volanti. Le fogne a cielo aperto corrono a pochi
centimetri dalle baracche di lamiera e fango, che si
sovrappongono una sull’altra senza soluzione di
continuità. Un universo di precarietà e disagi dove la
fantasia è al potere. All’ombra di sgargianti affreschi
che ritraggono improbabili pettinature, crescono come
funghi le botteghe dei coiffeur, un’attività che non
necessità di particolari investimenti. Alcune baracche si
trasformano in alberghi: in pratica sono spazi di due
metri per due con un materasso per terra. Il ruolo dei
fast food è garantito da enormi pentoloni dove bollono
fagioli neri, e da banchetti che offrono croccanti
frittelle o puzzolenti gambe di bovino affumicate. Non
mancano le ‘sale cinematografiche’: angusti spazi che
contengono, ben stipate, una decina di persone a cui
vengono proiettate video cassette di blockbuster
americani. Prolificano le ‘sale da biliardo’, dove i
biliardi occupano tutta la superficie della baracca e il
giocatore, armato di stecca, deve piazzare il colpo
andando in strada e giocando dalla finestra. Decine di
bar, da cui esce musica reggae, vendono bicchierini di Jet
Five, il liquore locale, distillato dall’olio bruciato
degli aerei. Centinaia di bancarelle vendono di tutto:
scarpe di plastica, copertoni di biciclette, carbonella,
materassi, Adidas finte, ricariche per cellulari, abiti,
in modello unico, realizzati sul posto da abili stiliste.
La sfida di
Michael
Nel recente passato il potere politico è parso
disinteressato dalla vita degli slum. E quando se ne
ricordava era peggio. Ne sa qualcosa Michael (nella foto a
sinistra) che una sera tornando a casa trovò l’area
dove sorgeva la sua baracca completamente ‘bonificata’
dal lavoro di un paio di ruspe. Daniel Arap Moi, il
successore del padre della patria, Jomo Kenyatta, rimasto
sulla poltrona di presidente della Repubblica dal 1978 al
dicembre 2002, era solito comprarsi consensi politici con
generose elargizioni. E quel giorno, incurante del fatto
che stava creando decine di senza casa, aveva deciso di
regalare a qualcuno l’area dove sorgeva anche la baracca
di Michael. Questi, sistemati in un sacco di iuta i pochi
effetti personali sopravvissuti alla pulizia delle ruspe,
bussò alla porta della comunità di Koinonia,
un’associazione che a Nairobi accoglie e sostiene i
bambini di strada. Studiando la sera è riuscito a
ottenere la laurea e, grazie ad una borsa di studio, un
master di antropologia a Londra. Al ritorno si è buttato
a tempo pieno a lavorare per lo sviluppo dell’Africa
Peace Point, un’organizzazione laica locale, che
collabora intensamente con l’associazione italiana Amani
(vedi box in alto a sinistra), prefiggendosi la
realizzazione di iniziative popolari per la costruzione e
la diffusione di una cultura di pace. Figlie dell’APP
sono oggi importanti realtà come News from Africa e Amani
People Theatre. Se la prima è una sorta di agenzia di
stampa gestita da giornalisti africani, la seconda è una
incredibile esperienza teatrale. La compagnia - in tutto
25 attori - lavora a Kibera su temi variegati:
dall’installazione delle toilette alla riconciliazione
per i rifugiati (sino a ieri prevalentemente rwandesi,
oggi sudanesi), senza dimenticare di far capire al
pubblico che l’africano non deve abituarsi agli aiuti,
ma deve imparare a coinvolgersi in prima persona. Un
approccio originale che rende gli spettatori protagonisti
dell’azione scenica, affinché lo siano anche nella vita
di tutti i giorni.
Un futuro
incerto
Tutto ciò avviene in un momento particolare della vita
politica del Kenya. Da un anno il presidente Kibaki, il
successore di Moi, sta cercando di varare un nuovo corso
amministrativo, ma la lentezza e le contraddizioni con cui
sta cercando di realizzare le sue promesse elettorali,
rischiano di minarne i consensi. Per fare un esempio dei
problemi sul piatto, basta ricordare quanto sta accadendo
proprio in alcuni quartieri degli slum. Per risolvere il
problema della congestione del traffico, il governo ha
deciso di costruire una tangenziale e, senza pensarci due
volte, ha dato istruzioni per radere al suolo tutto ciò
che le ruspe trovavano sul tracciato. Kibera è
attraversata per cinque chilometri dalla ferrovia che
lambisce le baracche e, non di rado, falcia i bambini. Per
riassestare la linea si sgombererà il terreno che
costeggia i binari: 20 mila demolizioni, pari a 51 mila
sfollati. I pali della luce, invece, sono una minaccia che
pende su molti slum: è illegale e pericoloso abitare
sotto i cavi, sentenzia il governo. Così sono partiti gli
ordini di sgombero. Complessivamente i piani
dell’esecutivo dovrebbero lasciare più di 350 mila
persone senza tetto. Ma anche senza scuole, chiese,
mercatini… Dall’oggi al domani, senza preavviso e
senza soluzione alternativa. Quando i bulldozer hanno
cominciato ad abbattere le prime baracche la gente si è
ribellata, anche con la violenza. Una reazione che ha
costretto il presidente Kibaki a dare l’ordine di
sospendere le demolizioni sino a quando non ci sarà un
piano di reinsediamento per i baraccati: una semplice
proroga, tanto che i poliziotti stanno ancora marcando con
una grossa “X” le case da demolire.
Tutti in marcia
La Marcia della Pace del 18 settembre, che ha visto
manifestare circa tremila persone, ha portato nel centro
di Nairobi scampoli di quella intensa e ricca vita
culturale che sta prendendo corpo nelle appendici più
povere della metropoli, gli slum. C’erano i membri delle
band che avevano partecipato a Sing a song of peace, un
concorso lanciato dalla radio nazionale cattolica - Radio
Waumini- che ha coinvolto centinaia di aspi ranti
musicisti (vedi box a destra). C’erano gli acrobati che
durante i fine settimana si esibiscono nelle strade delle
baraccopoli e c’erano i ragazzi del Dakahuma’s Youth
Initiative Group, un’associazione promiscua di rapper,
acrobati, poeti e break dancers di uno dei peggiori slum
della città. C’erano i musulmani dello Shabab Youth
Group, un gruppo coordinato da un paio di giovani ragazze,
che a Kibera, oltre a occuparsi dei malati di Aids,
organizzano giornate in cui, a scopo didattico, cercano di
pulire le strade della baraccopoli. E c’erano i Bakuluto
Dancers, che la sera prima avevo visto esibirsi su una
strada di periferia. Presentavano uno spettacolo dal forte
contenuto didattico, dove alcuni ballerini mimavano una
storia di ordinaria quotidianità. Un paio di uomini sotto
gli effetti di alcool e droga perdono la testa per una
ragazza e il rischio che dalle parole si passi alla
violenza è alto. La ‘preda’ si dimostra più
intelligente dei suoi contendenti e li lascia con un palmo
di naso decidendo di andarsene con un terzo incomodo. Ai
due, che si rendono conto che stanno per ammazzarsi senza
nessun obiettivo, non resta che rinfoderare le armi e
abbracciarsi. Una morale elementare, ma eloquente: la pace
va costruita a partire dalla vita di tutti i giorni. Un
messaggio che forse dovrebbero imparare anche i movimenti
pacifisti del nord del mondo.

|