AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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CONGO

In viaggio sul grande fiume

di Mauro Burzio

 

E’ uno dei fiumi più lunghi e misteriosi del mondo. Un possente e insidioso corso d’acqua ricco di fascino e di storia. Solca per migliaia di chilometri il cuore dell’Africa equatoriale. E trasporta con sé l’intrigo e la magia della foresta pluviale.

 

 

In un paese così clamorosamente disorganizzato, dove gli aerei di linea non partono per mancanza di cherosene e di manutenzione, dove il traffico stradale è bloccato per mesi all’ anno dalle voragini che le piogge aprono nelle strade e dai ponti crollati, dove il mezzo più efficiente di comunicazione resta ancora il tam tam, viaggiare è davvero un’ avventura. Lo è particolarmente un viaggio sul fiume a bordo di un battello che può aspettare per mesi il carburante o 1’ alternatore o,più semplicemente, l’arrivo del carico bloccato in qualche camion, in panne chissà dove...

 

Il 6 Maggio, dopo due settimane di attesa, riesco a ottenere un passaggio sulla Mania Zuina. Il battello è da venti giorni a Kisangani, in attesa di caricare balle di caffe, casse di birra e sacchi di cereali: ogni mattina il capitano promette che si partirà «demain, dans l ‘après nidi». Ma considerato il ritmo con cui arriva il carico, a causa delle mostruose condizioni delle strade, questa previsione è già stata differita venti volte, senza il minimo imbarazzo da parte dell’interessato: i passeggeri accettano sorridenti i continui rinvii, che perniettono ulteriori giorni di allegra compagnia e di abbondanti bevute. Chi ha fretta, in Congo, rischia seriamente il suicidio o il collasso nervoso. Ma il 6 Maggio è davvero il giorno predestinato: l’ultimo regalo di Kisangani, la mitica Stanleyville, è un terribile temporale che spazza le chiatte e sciacqua i passeggeri accampati sul ponte. Dopo pochi secondi sono marcio d’acqua, nonostante un telo teso sulla tolda e sopra la mia testa.

Una coppia di fuori di testa sud africani, in giro da due anni con la Land Rover, ospita la mia attrezzatura fotografica dentro la vettura in cui si sono rifugiati: un vento furioso mi fa battere i denti, mentre vedo i miei amati libri cambiare aspetto e l’acqua penetrare curiosa ovunque, inzuppando lo zaino e il proprietario. Placato il temporale e cessato il vento, la Manw Zuina si stacca finalmente dal molo, nel cuore della notte, e lasciamo Kisangani, che in dialetto locale vuol dire «l’isola», essendo circondata da tre fiumi. Siamo a 1734 km da Kinshasa.

 

7 Maggio. All’ alba il battello procede tra nebbia e vapori, che ci circondano e chiudono in un’ atmosfera ovattata ed irreale. Una delle chiatte ha imbarcato molta acqua e alla operazione di svuotamento della stiva assistono inte­ressate le caprette che girano sul ponte. Il cielo si rischiara, esce un tiepido sole, sempre più giallo e bollente nel corso della giornata. Questa scorre lentamente come il fiume che, a tratti, si

allarga in modo impressionante. Lungo le alte rive sorgono minuscoli vil­laggi, alcuni su preistoriche palafitte, ovviamente ignorati dalla cartografia ufficiale.

Nel pomeriggio, breve sosta ad Isanghi per scaricare casse di birra e alcuni passeggeri. Verso sera, neri nuvoloni si addensano e addossano alla Mania Zuina, minacciando brontoloni di ripetere l’exploit acquatico della notte precedente. L’inseguimento del battello, che stantuffa lentamente nel buio, si protrae per alcune ore, fortunatamente senza docce.

Nel cuore della notte, il capitano scruta, con il faro di profondità, i segreti del fiume, alcune rumorose raschiate indicano che siamo miracolosamente pas­sati su banchi di sabbia, tra l’indifferenza generale. Poco dopo, sosta a Lokuto, di fronte a Basoko: 1520 km da Kinshasa.

 

8 Maggio. All’alba le “mama” accendono i fuochi sui ponti delle chiatte e preparano la colazione: unica acqua quella del fiume, che viene tranquilla­mente bevuta.

Per le abluzioni si utilizza un secchio calato nell’acqua nera come il cuoio bagnato. Fortunatamente, la terribile bilarzia si annida lungo le rive e non in mezzo al fiume, dove la corrente è più forte. Poi tutto il convoglio risuona dei rumori della vita quotidiana. A metà giornata il caldo è molto forte. Lo scenario del tramonto è splendido: la luce e i colori sono incredibilmente intensi, come una dia sottoesposta, mentre nuvole fosforescenti, quasi scolpite nel cielo purissimo, si stampano nell’ acqua con straordinaria presenza. In certi punti sembra di avere il cielo sotto i piedi. Dopo la poesia, scende di colpo la notte: con un boato il battello si inchioda su di un banco di sabbia, perdendo una chiatta che scivola via nella corrente, tra i gemiti e le imprecazioni del passeggeri e i versi dei quadrupedi. I cavi d’acciaio, tranciati dalla botta, pendono inutili nel nero del fiume. La chiatta, che ospita il sottoscritto, viene faticosa­mente disincagliata e poi provvisoria­mente ancorata ad un gigantesco albero sulla riva, mentre la motrice si tuffa nel buio del fiume per recuperare l’altra chiatta. Solo all’alba, la Mama Zuina, con le chiatte assicurate in qualche modo, arriva a Bumba, 1357 da Kinshasa: poteva essere una tragedia.

 

9 Maggio: a Bumba scendono i fuori di testa sud africani e la loro Land imbocca la dura pista verso il Centrafrica. Li saluto riconoscente, devo loro la vita delle mie Nikon.

Poiché le operazioni di scarico porteranno via «qualche giorno», come mi assicura il capitano e considerata la scarsa perizia nautica dello stesso, a Bumba abbandono con sollievo la Mama Zuina e il boat people, che già mi aveva battezzato «monsieur la photo». Fa molto caldo, umido e mala­rico e il villaggio è decisamente un buco nero nella foresta, senza molto passato e con minor avvenire. Mangiare èun’impresa, nel senso che non ci sono luoghi pubblici adatti all’ uopo.

L’unico prodotto commestibile è carne di scimmia, con contorno di coleotteri e termiti affumicate: declino le cortesi offerte, optando per pane e banane.

Nell’hotel locale, che costa un dollaro al giorno, mancano la luce e l’acqua; abbondano, in compenso, le zanzare malariche ed Autan indifferenti.

Mi sono informato presso due boats locali, circa l’eventualità di una loro partenza. Il primo non si sa, nel secondo 150 passeggeri attendono da oltre un mese l’arrivo del gasolio; ma come mi confessa candidamente l’ufficiale di macchina, reso loquace da quattro birre nere, mancano i soldi per pagare il carburante e il capitano ha dilapidato in donne e alcool l’incasso dei biglietti....

10 Maggio. Alle cinque di mattina, mentre attendo invano il sonno dopo averrinunciato a combattere le zanzare e la malaria (che infatti arriverà puntuale a tempo debito), un ufficiale dei Servizi segreti mi butta giù dal letto:

mi vuole sequestrare macchine fotografiche e documenti, dato che ho fotografato in modo sospetto il villaggio.

Inoltre, sono de iure et de facto agli arresti, poiché non posso lasciare l’al­bergo. Quattro ore dopo, un sorridente e servile capo della sicurezza mi porge deferente le sue profonde scuse e i migliori saluti per il generale. Per uscire da questa pericolosa situazione, ave­vo infatti inventato di essere grande amico di un importante generale di Kisangani, contando sull’ assoluta inefficienza delle comunicazioni locali.

L’ inghippo funziona, perché per tutta la giornata vengo poi scortato da un deferente poliziotto, assegnatomi dal capo con l’incarico di proteggermi mentre scatto le foto...

Il digestivo della cena (pane e banane) è costituito da un centinaio di punture di zanzare, molte attraverso la camicia di Jeans.

 

11 Maggio. L’Ama, due file di grandi barconi, carichi di olio di palma e di

sapone, è attraccato nella notte. Il capitano, un giovane cipriota di nome Steve Stavrakis, non ha obiezioni a imbarcarmi, purché abbia tutti i documenti in regola e a patto che mi accontenti di dormire sul pavimento. Unici passeggeri: un giovane ingegnere belga, diretto a Kinshasa per abbandonare poi il paese e un americano completamente fuori di testa dopo 5 anni di autostop per l’Africa. Oltre, ovviamente, le fa­miglie e i parenti dei dieci marinai di servizio.

Porto immediatamente le mie carabattole a bordo, ancora incredulo di tanta fortuna. Verso sera, s’annuncia un violento temporale; Steve, impietosito dalle mie condizioni, mi concede di dormire dentro una vettura, una Mazda, destinata alla capitale. Finalmente le Nikon e i libri sono al sicuro, penso mentre grossi goccioloni esplodono sul parabrezza e un cielo nero annega i

12 Maggio. L’Ama stacca alle prime luci, sotto un mezzo uragano, mentre sonnecchio all’ asciutto dentro la vettura.

Mentre il cielo si pulisce, il caldo aumenta sempre più.

Durante tutta la giornata, è tutto un via vai di piroghe, che si staccano dai villaggi su palafitte disseminate sulle rive del Congo, cariche di animali vivi e morti: coccodrilli con le zanne chiuse in un morso di legno, testuggini, scimmie affumicate con l’atroce ghigno di un’umana sofferenza, giganteschi lucci e smisurate anguille, grufolanti cinghialotti e caprette spaventate. Il battello è una gigantesca cucina e i marinai, liberi da altri impegni, si dedicano alla preparazione delle leccornie e della carne affumicata, che rivenderanno ad un prezzo dieci volte

maggiore a Kinshasa, grande di oltre 5 milioni di abitanti.

 

13 Maggio. La giornata, caldissima sotto un sole che scotta cattivo, viene spesa a Lisala, per scaricare le casse di sapone, un bene prezioso nei villaggi dell’interno.

La sera si va con i Casanova dell’equi­paggio, a ballare la rumba in un risto­rante sulla collina di Lisala; qui la birra bionda e nera scorre a fiumi e le sante peccatrici locali, spiritose (nel senso di alcolizzate), distribuiscono generosamente sorrisi, carezze e, poco più in là nel buio della foresta, le nere grazie dei loro splendidi corpi, destinati ad un precocissimo tragico avvizzimento. Simili a falene notturne, bruciano la loro esistenza in un accecante esplosivo irresponsabile lampo, sempre più spesso falciate dall’ Aids, che sta drasticamente risolvendo il problema demografico dell’Africa. 14 Maggio. I marinai così allegri e chiacchieroni durante le danze notturne, stamane sono immusoniti e hanno incrociato le braccia, rifiutandosi di lavorare. Poco prima dell’alba, è morta, appena nata sull’Ama, una bambi­na, figlia di Akenda e di Kilombo, un matelot (marinaio) in servizio sul bat­tello.

Il corteo funebre si snoda come un serpente su per la collina, dove arranchiamo ansanti tra la vegetazione umida e verdissima nella luce del primo mattino. Qui Kilombo avvolge di foglie di banano e seppellisce il corpicino della figlia senza nome. Il piccolo tumulo di terra nera viene co­perto di fiori. La cerimonia è di una semplicità sconvolgente e pure il cielo partecipa al dolore, addensando sopra la tomba grandi nuvoloni neri, tristi e malinconici. Durante il ritorno, un violento acquazzone sciacqua via la tristezza, inzuppandoci come spugne. Tornati sulla nave, tutto è passato e la vita riacquista le cadenze e i consueti toni: il corpicino senza vita e senza nome in cima alla collina è ormai dimenticato. Le travolgenti musiche locali tornano a scandire il passare del tempo, che fluisce umido e viscoso, mentre per tutta la giornata proseguono le operazioni di scarico sorvegliate da Steve. Il capitano è un giovane greco cipriota nato a Beni, in Zaire nel 1957: sono dieci anni che va avanti e indietro per il fiume, di cui conosce tutte le insidie, sabbiose e non, insieme a molte storie inquietanti di cannibali e di spedizioni inghiottite dalla foresta. Mi racconta, nel suo francese sincopato e ritmato dalla inconfondibile cadenza greca, di un lontano 1980, passato nella giungla alla ricerca infruttuosa di un aereo caduto nell’Ituri: trasportava una famiglia di carissimi amici, i cui corpi non sono più stati ritrovati, nonostante l’incredibile abilità delle gui­de pigmee nel seguire le tracce nella foresta. Durante i molti mesi della ricerca, ha imparato dai piccoli uomini molti segreti ed ha così accumulato un eccezionale patrimonio di conoscenze zoologiche e botaniche.

Via radio, Steve ha appena ricevuto brutte notizie: nei pressi di Mbandaka,

militari congolesi hanno rapinato dei battelli, (obbligando i marinai a scaricare le merci sulle rive congolesi del fiume. Andiamo allora dalle autorità locali a chiedere alcuni soldati per proteggere l’Ama fino alla destinazione. Dopo un generoso matabishi (regalo), la scorta viene concessa, insieme alla raccomandazione di non viaggiare nel tratto più pericoloso di notte, quando più elevato è il rischio delle incursioni armate.

La notte, passata al molo di Lisala, è terrificante: attirate dalle lucidi bordo, nuvole di zanzare malariche attaccano uomini e animali. Ci difendiamo accendendo dei fuochi, i cui fumi alleviano il tormento degli assatanati anofeli, portatori di una micidiale forma di malaria cerebrale, di cui l’anno prima, sono già morti alcuni turisti americani, come passeggeri sull’Ama.

 

15 Maggio. Partiamo all’alba, risucchiati dolcemente dalla scura corrente. Verso le 8.30, il sole fora le nuvole, preannunciando una splendida giornata, calda e luminosa. Il via vai di piroghe è crescente e vorticoso e si accumulano le scorte alimentari e i tranci affumicati di bufalo rosso, con ghiotte riserve di coleotteri e termiti alate. A Lobeka, 1000 km da Kinshasa, sosta per la notte: tutto l’equipaggio è all’erta e i militari passeggiano nervosi sui ponti, scrutando le tenebre del fiume. Ma dei corsari congolesi, stavolta, nes­suna traccia.

 

16 Maggio. A metà mattina, approdiamo a Lusengo, piccolo incantevole villaggio, dalle molte piroghe allineate sulla riva. Viene venduto altro sapone. Il capo del villaggio, mentre mi aggiro a fotografare, mi chiede arrogante e villano se possiedo il permesso di fare le foto nel suo territorio, certo di avermi incastrato. Gli mostro sereno e serafico il tesserino fiscale e si allonta­na ancheggiando come un pavone, dopo un momento di perplessa meraviglia. Al tramonto, attracchiamo a Makanza, a 940 km dalla meta. Gentili e seducenti sante peccatrici salgono ad allie­tare la notte dei marinai e dei soldati. Per tutta la notte, l’Ama risuona delle loro risate e cicalate, accompagnate dalle solite rumbe al massimo volume, che scandiscono quegli attimi felici di una vita spericolata e tirata al massimo: la vita media in Congo non supera i 35 anni. Non ci sono statistiche ufficiali sulle pratiche sessuali congolesi, ma il numero di partner che una giovane donna ha, nel corso della settimana, è decisamente sconcertante come le dozzine di figli non riconosciuti che un marinaio dissemina lungo il fiume.

Così l’Aids, qui chiamato Sida e che a Kinshasa è ormai una peste bubbonica, risale il fiume e stritola il paese in un abbraccio mortale, moltiplicandosi in progressione geometrica e falcidiando interi villaggi. Nei quali i tamburi, che prima annunciavano festosi 1’ approssimarsi del battello, si sgretolano si­lenziosi divorati dalle termiti.

 

17 Maggio. Nella fitta nebbia dell’alba scendono a terra le sante peccatrici e sale giallo il sole africano: anche oggi farà caldo. Incrociamo altre chiatte, con festose e giulive grida di saluto: gli agganciamenti nel mezzo del fiume permettono scambi umani e commerciali. Non riesco a tenere il conto delle piroghe che attraccano all’ Ama: i bisnonni di questi sorridenti e giulivi visitatori, che mi propongono graziosamente un’ anguilla o un colossale pesce gatto, sono i feroci cannibali, che massacrarono la spedizione di Stanley durante la discesa del Congo il secolo scorso. Cannibali che, secondo Steve, sono ancora numerosi soprattutto lungo gli affluenti minori del grande fiume. Quando gli accenno al mio proposito di risalire il Kasai l’anno prossimo, mi raccomanda preoccupato di farmi accompagnare da una

scorta armata. Durante la sosta notturna a Mbandaka, 700 km da Kinshasa, si rinnova il solito attacco delle zanzare Autan indifferenti. Abbiamo comunque passato l’Equatore, che il fiume attraversa ben due volte nel suo corso.

 

18 Maggio. A metà mattina, un centinaio di km dopo Mbandaka, arriviamo alla confluenza con il maestoso Oubangui, che si può facilmente risalire fino a Bangui, la capitale dello scassatissimo e poco raccomandabile Centrafrica, dove il criminale cannibale Bokassa tentò di far rivivere l’impero romano. I contorni dello Zaire si allargano e si perdono oltre l’orizzonte. Poco dopo l’incrocio fluviale, militari zairesi, di pattuglia lungo l’irrequieto tratto in cui scorrazzano i predoni congolesi, salgono sull’Ama con i fucili puntati e ordinano di fermare i motori. Il messaggio è inequivocabile. Il capitano Steve minaccia furente di avvisare per radio la capitale e di fare impiccare tutti questi «emmerdeurs» in divisa: ma è un bluff, con il propo­sito di ridurre la tangente richiesta per la «protection». Convenuto il mata­bishi, si riparte con sollievo generale e posso finalmente tirare fuori le Nikon, nascoste sotto il pesce affumicato. I tamburi avvertono i piccoli villaggi del nostro arrivo e il numero dei visita­tori durante la giornata supera ogni previsione.

Il caldo è asfissiante: porto da bere agli animali ancora in vita, legati sul battello e completamente trascurati dai nuovi proprietari. I seguaci di Jean Jacques Rousseau e della sua filosofia del buon selvaggio, poi incattivito dalla civiltà, avrebbero qui una durissima delusione: gli episodi di gratuita ferocia verso gli innocenti animali, tanto più se deboli e indifesi, rasentano l’incredibile e costituiscono purtroppo una costante culturale dei Bantù, a nord e sud dell’equatore. Un viaggio in Africa è anche un viaggio dentro la bestialità umana e la sua infinita capacità di torturare e massacrare ogni specie vivente, le quali, tuttavia, accomunano indistintamente molte razze e colori diversi, ad ogni latitudine e longitudine.

 L’acqua è stata molto gradita dai cinghiali e dalle galline; sdegnato invece il rifiuto da parte degli erbivori.

A metà pomeriggio, sosta a Lukolela, 514 km all’arrivo, un patetico villag­gio abitato da pochi bischeri senza arte né parte.

Dopo il tramonto, l’Ama si incastra dentro un dedalo di banchi di sabbia:

per molte ore i matelot tastano con lunghe canne le profondità del fiume, alla ricerca di un passaggio, trovato poi lungo le rive. Alberi giganteschi strisciano le fiancate mentre gli odori e i rumori della foresta pluviale riempio­no la notte.

 

18Maggio. Abbiamo superato la foresta equatoriale e all’alba siamo a Bolobo, 323 km dalla meta. E’ subentrata la savana, che caratterizza il Congo meridionale. Morbide colline vulcaniche si intervallano lungo e dietro le rive del fiume, il paesaggio e molto più aperto, il clima più secco e meno soffocante.

Il Congo è immenso, grigio, piatto e monotono e ricorda il lago Tanganika. Superato Tshumbiri (255 km da Kinshasa), verso sera siamo alla confluenza con il gigantesco Kasai: la distesa d’acqua si perde per decine di km nella luce rosata del tramonto. A Kwamuthu, parecchie ore di sosta per rifornire un altro battello della Sorgeri, la società proprietaria dell’Ama: pro­veniente dal Kasai, è rimasto a secco. Secondo Steve, il gasolio mancante è stato venduto al mercato nero dal capi­tano, che ora lamenta strane perdite dai serbatoi.

Mentre tento di appisolarmi, disteso sul pavimento, ho visioni dantesche di piccole chiatte riempite fino all’inve­rosimile di uomini cose e animali.

Una chiattona ci passa vicino, nella lenta risalita della corrente a 5 km all’ora: è talmente carica che l’acqua lambisce i piedi del passeggeri, tragico emblema del Congo in procinto di affondare.

Finito il rifornimento, l’Ama si tuffa nel cuore del fiume e galoppa nella notte: ormai siamo vicini.

20 Maggio. Alle prime luci, c’è un movimento frenetico: i marinai spaz­zano i ponti per preparare un degno ingresso al battello. A Siforza, 60 km dall’arrivo, Steve fa scendere tutti i clandestini. Poi inizia il rusli finale nella zona militare dello Stanley pool, oggi pool Malebo, umido, afoso e co­perto di nebbia calda. A stento si intra­vedono i contorni di Brazzaville, la capitale congolese.

A mezzogiorno il battello è assalito da molte piroghe a motore: sono i com­mercianti, venuti ad acquistare la carne affumicata e le altre primizie, che i marinai hanno barattato con il sapone nel corso del viaggio. Saranno poi rivendute a prezzi astronomici nella affamata capitale.

Alle 14, l’Ama attracca al porto della vecchia Leopoldville, ora Kinshasa:

da qui il fiume non è più navigabile, per la presenza delle cataratte di Livingstone fino a Matadi. Lascio commosso e riconoscente l’equipaggio dell’Ama e il buon capitano.

Per uscire dal porto, devo superare i controlli della polizia e del Commissa­rio fluviale: ci vogliono due robusti matabishi. Ma non posso rischiare una perquisizione: dentro la camicia ho nascosto i cinquanta rullini, prezioso ricordo di questo viaggio nel cuore delle tenebre.

Perché viaggiare sul Congo è stato, con le parole di Conrad, «tornare ai primordi del mondo, quando la vegetazione esplodeva sul pianeta e i grandi alberi erano sovrani.

Un vuoto corso, un gran silenzio, una foresta impenetrabile... Quella vita silente non assomigliava affatto a pace. Era la quiete minacciante di una forma implacabile meditante su inscrutabili intenzioni.».

 

ECCO COME IMBARCARSI

di Raffaele Masto

 

A vederlo dalle sponde di Kinshasa, il mitico fiume Congo non ha niente di mitico: una lastra d’acciaio illuminata uniformemente dal sole metallico dell’equatore punteggiata dai grovigli migranti dei giacinti d’acqua. Lungo la riva grossi topi appaiono e scompaiono tra l’erba stentata in cerca di cibo. Un odore di marcio e di rifiuti putrescenti colpisce le narici. Assieme alla voglia di tornare indietro e rinunciare a navigare su quelle acque, viene in mente di tutto meno le magistrali parole di Joseph Conrad che in “Cuore di Tenebra” descrive in modo impareggiabile il quarto fiume più lungo del mondo e certamente il più misterioso del pianeta.

Le bugie di Conrad

Risalire quel fiume era come viaggiare all'indietro nel tempo verso le più lontane origini del tempo...quell'immobilità di vita non somigliava in alcun modo alla pace. Era l'immobilità di una forza implacabile che cova chissà quale insondabile proposito...la corrente fluiva liscia e veloce, ma sulle sponde del fiume gravava una muta immobilità...Non si trattava di sonno, era piuttosto qualcosa di innaturale, una specie di trance. Non si sentiva il benché minimo suono, neanche il più lieve. Ci si guardava intorno stupefatti e si cominciava a credere di essere diventati sordi.

Lì, tra Kinshasa e Brazzaville, niente di tutto questo. Il fiume si slarga fino a formare una specie di lago, lo Stanley Pool. Sulle sponde opposte le due città che, viste dal fiume, sono due templi di vetro e cemento del tutto stonate con l’ambiente circostante. La prima con i suoi grattacieli che svettano nel cielo plumbeo e il tozzo palazzone dell’impresa mineraria, simbolo del fatuo miracolo economico propugnato dall’ex dittatore Mobutu Sese Seko. La seconda più piccola, più modesta ma ugualmente fuori luogo con la torre color rame all’interno della quale hanno trovato posto gli uffici di tutte le imprese straniere che investono nel paese.

Piroghe e battelli fantasma

In mezzo, sullo Stanley Pool appunto, un traffico lento, quasi svogliato di imbarcazioni di tutti i tipi: piroghe scavate in un unico grande tronco d’albero cui la tecnologia di duemila anni non ha aggiunto nulla, sgangherate imbarcazioni di tutte le fogge e di tutte le dimensioni, perfino un battello a vapore con le pale a ruota sistemate a poppa che per un attimo fanno pensare di essere tornati indietro di cento anni o di essere sulle sponde del Mississipi durante le guerre di secessione.

Ci sono due modi per navigare sul fiume Congo. La prima è attendere che parta il barcone ufficiale che dovrebbe collegare con tempi e partenze stabilite Kinshasa a Kisangani, circa 1800 chilometri di navigazione. C’è n’è uno solo, ormeggiato a riva. L’aspetto, a vederlo da lontano, è quello di un battello che un tempo faceva anche la sua figura. Da vicino si nota l’azione implacabile della ruggine e dell’incuria di equipaggi, passeggeri e comandanti che hanno calcato le assi marce del ponte sul quale ci sono anche delle cabine passeggeri. Se si chiede quando è prevista la prossima partenza, le risposte sono svariate, ma nessuna promettente: “Il battello è guasto e non si sa quando verrà riparato”, “Non sono previste partenze perché lungo il corso del fiume ci sono scontri tra guerriglieri ed esercito”, “Non si trova un comandante disposto a prendersi la responsabilità di intraprendere il viaggio”.

Un treno di barche

Il viaggio sul battello è affascinante anche per la composizione curiosa e del tutto originale di queste imbarcazioni. A prua sono legate una, due, a volte tre chiatte, vecchi scafi malandati e arrugginiti sui quali viaggia il grosso dei passeggeri, duecento, anche trecento persone, tutti locali che si spostano da un villaggio all'altro. A volte in fondo a tutto il convoglio i pescatori ancorano, per alcuni chilometri, le loro piroghe, così che l'intera composizione assomiglia a una specie di pesce con la coda che ondeggia nella corrente.

Il viaggio su una di queste imbarcazioni dura diversi giorni ed è un "pezzo di vita". Ne avevo vista una qualche anno fa, assai lontano da Kinshasa: stava passando nei pressi di un grosso villaggio e il comandante ne aveva rallentato l'andatura per consentire il commercio. Le persone che viaggiano sulle chiatte, infatti, per giorni non possono scendere a terra e si devono procurare il cibo barattando prodotti della città - lamette, spazzolini, pentole, catini - con i membri dei villaggi che incontrano lungo il corso, e che si avvicinano al convoglio con le piroghe cariche di pesce, carne di scimmia affumicata, serpenti abbrustoliti, manioca, frutta e verdura....

Arriva il bianco !

Il battello, ora, pare fuori servizio e non si sa quando riprenderà a solcare le acque del Congo.

C’è allora un modo più spiccio per navigare sul fiume: assoldare qualcuno dei pescatori che con le loro piroghe di legno scavato solcano lo Stanley Pool; certo non si arriva a Kisangani ma, se si è fortunati non si tarda a trovare qualcuno che può anche procurarsi un motore fuori bordo da applicare all’imbarcazione e percorrere diversi chilometri verso monte, cioè verso quella inestricabile foresta pluviale che avvolge l’intero corso del fiume.

Per pochi dollari si può ottenere una piroga per una intera giornata e il lavoro di due ragazzini-pescatori e il viaggio nel “Cuore di Tenebra” inizia. In pochi minuti si è fuori dallo Stanley Pool e le due sponde del fiume si avvicinano, entrambe mostrano una sorta di savana erbosa interrotta, qua e là, da alberi le cui chiome maestose si aprono come giganteschi funghi verdi contro il cielo nudo. Gruppetti di ragazzini appaiono sulla riva, prima guardano sbigottiti, poi salutano incerti con la mano, infine gridano “Mondele, le blanc, le blanc” (“lo straniero, il bianco”). Ne accorrono altri e la scena si ripete, cercano di stare dietro alla piroga ma si devono fermare di fronte a folte macchie di vegetazione che cominciano a costeggiare il corso d’acqua.

Un fuscello in balia della corrente

Man mano che si prosegue la vegetazione aumenta e il fiume si fa intricato e comincia a intersecarsi con la vegetazione che diviene quasi aggressiva: grossi isolotti di sassi bianchi si parano lungo il corso principale e il fiume spinge le sue acque in corsi paralleli. Impossibile capire se si tratti di affluenti o di uno sfogo delle acque che, ostacolate dagli isolotti che limitano la portata, si cercano uno spazio tra il verde.

I ragazzini-pescatori sembrano esperti. Ad un certo punto abbandonano il corso principale e si infilano in uno di questi corsi. Ben presto ci troviamo in una specie di galleria verde. I raggi del sole penetrano a fatica tra la vegetazione e il fondale è basso tanto che i ragazzini, per timore che l’elica si impigli nelle radici acquatiche delle piante, spengono il motore e proseguono a remi. Chiedo perché abbiamo abbandonato il corso principale e mi spiegano che il tratto che stavamo affrontando era solcato da forti correnti che ci avrebbero fatto proseguire troppo lentamente e con un affaticamento eccessivo del motore.

Ora il silenzio è quasi perfetto. Nessuno parla, l’unico rumore è lo sciacquio lungo le fiancate grezze della piroga e il tuffarsi ritmico dei remi nell’acqua che sembra immota. Poco dopo ritorniamo nel corso principale del fiume che ora sembra incassato tra due pareti di rocce di un verde cupo, quasi nero, che non sono altro che l’intrico fittissimo della vegetazione. L’elica del motore riprende a pescare nell’acqua limacciosa tanto da sembrare quasi densa. Qui il fiume è profondo e la corrente insidiosa tanto che i grovigli dei gigli d’acqua sfrecciano ai nostri fianchi. Cerco di immaginarmi le migliaia di ettolitri di acqua che scorrono sotto la chiglia grezza della nostra piroga e ho la spiacevole l'impressione che questa, con i suoi viaggiatori, sia un fuscello in balia della potenza del fiume.

La furia del Congo

Siamo ormai vicini al tramonto e le mie guide suggeriscono che è meglio fermarsi. A quest'ora infatti è possibile - mi dicono - che si scateni uno dei periodici temporali che trasformano il fiume in un inferno. Mi parlano di onde gigantesche e di correnti che ci spazzerebbero via in un baleno mandandoci in pasto ai pesci. Certo esagerano, ma nelle mie letture ricordo descrizioni di spaventosi uragani che, soprattutto nella stagione delle piogge, investono il fiume impedendo la navigazione anche ai grossi barconi. E del resto sopra di noi cupi nuvoloni neri hanno occupato la porzione di cielo che la vegetazione ci consente di vedere. Resta da capire dove ci fermeremo. La risposta arriva dalle mie due guide che mi parlano di un villaggio proprio lì, nelle vicinanze. Faccio fatica ad immaginarmi dove dato che le sponde sono muri compatti di vegetazione.

I due però spingono l'imbarcazione a riva e dopo avere navigato per qualche minuto a pochi metri dalla sponda si infilano in un piccolo corso parallelo che sfocia inaspettatamente in un largo spiazzo dall'acqua bassa dove, tra i canneti, sono ormeggiate una decina di piroghe del tutto simili alla nostra.

Scimmie e serpenti affumicati

Sulla terra ferma il villaggio: capanne fatte di arbusti e larghe foglie di banani, alcune rudimentali casupole in muratura separate da viottoli e grossi alberi di mango e papaya che offrono frutti altamente nutritivi. Vicino ad ogni capanna c'è un palo al quale è legata una o più scimmie di piccole dimensioni che qui, assieme ai serpenti affumicati, costituiscono un cibo prelibato.

Siamo accolti con calore, compreso il "mondele", lo straniero bianco che dopo poco non fa fatica a scoprire che i due ragazzini che mi hanno guidato fin qui sono cugini e che questo è il loro villaggio d'origine. In pratica hanno preso "due piccioni con un fava", come diremmo in un mondo che, da qui, sembra lontano anni luce: si sono guadagnati qualche dollaro facendomi da guida e sono venuti, senza spese di carburante, a fare visita ai parenti. Mi offrono da mangiare: manioca, pollo e vino di palma e mi sistemano a dormire in una capanna con i due cugini mentre sopra di noi si scatena il finimondo. Prima di prendere sonno decido che domani si torna indietro e sono certo che anche le mi guide saranno d’accordo.

Rinuncio per ora a risalire l’intero corso del Congo: troppi rischi e troppo poco tempo a disposizione. Il fiume attraversa una delle più vaste foreste pluviali del mondo, una regione che cento anni fa sulle carte geografiche era segnata con una grande, eloquente macchia bianca, segno che era una terra inesplorata. Oggi quella macchia è verde ma quella foresta è ancora, in larga parte, sconosciuta. Una terra affascinante, enigmatica, piena di insidie, che per molti versi attende di essere raccontata.

 

 

LA STRADA APERTA DA STANLEY

Un secolo di sfruttamento e schiavismo

Nel 1876 l'esploratore britannico Henry Morton Stanley riuscì a risalire il corso del Congo. Questi, accompagnato da centinaia di africani e da tre europei, si addentrò da Zanzibar, sulle coste dell'Oceano Indiano, fino a Nyangwe, sul tratto superiore del fiume. Da qui proseguì in piroga combattendo lungo tutto il tragitto con le tribù locali. Quando raggiunse l'Atlantico metà degli africani e tutti i suoi compagni europei avevano perso la vita in battaglia o erano morti per malattia, per affogamento o per fame. La spedizione di Stanley aprì l'Africa Centrale allo sfruttamento, allo schiavismo e al saccheggio da parte degli europei. Nel 1885 Leopoldo II re del Belgio assunse la sovranità dei territori attraversati dal fiume e li governò come una propria colonia privata. La scoperta del processo di vulcanizzazione della gomma e il suo impiego industriale fecero di quella colonia una dei più grandi serbatoi mondiali di questo prodotto che diventava fondamentale per il processo di industrializzazione dell'Occidente. La foresta che avvolge il fiume era in grado di produrne quantità illimitate, ma c'era un problema: come costringere gli indigeni a lavorare per estrarla e come trasportarla al mare per gli ultimi trecento chilometri dopo Kinshasa. Leopoldo II instaurò un regime fondato sullo schiavismo costringendo, pena il taglio delle mani e dei piedi, gli indigeni a lavorare nell'estrazione e nel trasporto al mare. Il risultato fu un vero e proprio genocidio. Si calcola che almeno cinque milioni di persone morirono di stenti o furono uccisi ed altri milioni restarono mutilate. Di fronte all'indignazione del mondo, che lentamente venne a conoscenza di ciò che accadeva in quelle regioni, Leopoldo II fu costretto a cedere quella sua proprietà privata al governo del Belgio.

 

 

GUERRE E DITTATURE

Un fiume macchiato di sangue

Il Congo solca per circa tremila chilometri quella che oggi è la Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di un Paese enorme e potenzialmente ricco ma devastato dalla guerra e dalla miseria. L’indipendenza dal Belgio ottenuta nel giugno del 1960 fu segnata, nei primi anni, da una serie di lotte interne di potere che videro alla fine vincere Mobutu Sese Seko che per trentadue anni, fino al 1997, governò il paese. La sua fu una dittatura durissima e implacabile improntata unicamente ad arricchire, con le enormi ricchezze del paese e del fiume, i suoi conti all'estero. Dalla sua caduta ad oggi, il Congo è attraversato dalla guerra che si svolge soprattutto nelle regioni dell'est e coinvolge quasi tutti i paesi della regione e una decine di movimenti guerriglieri foraggiati e sostenuti dall'esterno. Una guerra che ha già fatto milioni di morti e nella quale ci sono in gioco, ancora una volta, le ricchezze di quella inestricabile foresta attraversata dal fiume Congo. Oggi quelle ricchezze non sono più gli schiavi, la gomma, l'avorio, il legname pregiato ma l'oro, i diamanti, il coltan, una lega rarissima di tantalio e cobalto che si estrae nelle regioni orientali del Kivu e dell'Ituri.

 

LEGGERE IL CONGO

Non solo Conrad  in libreria

Oltre al celebre "Cuore di Tenebra" di Joseph Conrad (la prima forte denuncia di ciò che accadeva nello Stato Libero del Congo), ci sono diverse letture sul fiume Congo e sullo stato al quale il fiume dà il nome. Per esempio "Alla curva del fiume" del premio Nobel per la letteratura V.S.Naipaul, ambientato, senza mai nominarla, nella città di Kisangani. Imperdibile lo storico Voyage au Congo (in italiano Viaggio in Congo Ritorno dal Ciad, editrice Einaudi) scritto dal francese André Gide, un “conradiano” di razza, il quale nel 1925 accolse l’invito del ministro delle colonie di svolgere una sorta di relazione informativa sull’Africa equatoriale, e sul Congo in particolare. Libri più recenti sono l'ottimo "Gli spettri del Congo" di Adam Hochschild, Rizzoli, un resoconto storico delle atrocità compiute da Leopoldo II alla fine dell'ottocento e del lavoro di quanti, in quegli anni, riuscirono a portare a conoscenza del mondo quelle vicende. Un bel reportage di una navigazione in solitaria sul fiume Congo da Kinshasa a Kisangani è contenuta nel libro "In Congo" di Jeffrey Tayler, Neri Pozza. "Tenebre sul Congo" di Luigi Guarnieri, Mondadori, è invece un romanzo collocato rigorosamente sul piano storico che ripercorre le vicende di Stanley, degli esploratori italiani Romolo Gessi e Gaetano Casati e di Emin Pascià non solo sulle rive del fiume, ma anche nel vicino Sudan. Infine nel libro "Vagabondo in Africa" di Javier Reverte, Mondadori, ci sono diversi interessanti capitoli dedicati al fiume Congo.

 

 ALTRI LIBRI DA CERCARE

Fantascienza, avventura e storia

Tra romanzi, saggi e diari di viaggio, sono numerosi i titoli editoriali dedicati al fiume Congo. Una segnalazione particolare, oltre al già citato Cuore di tenebra di Conrad (bella l’edizione degli Oscar Classici Mondadori con testo originale a fronte), merita “Viaggio in Congo” (Traveller Feltrinelli) dell’inglese Redmond O’Hanlon: un appassionate e lungo racconto (555 pagine) dalla scrittura accattivante e ricca del più classico humor britannico. La trama ? L’autore decide di intraprendere un viaggio di sei mesi lungo il corso del grande fiume, in una regione pericolosa e pressoché incontaminata, sulle tracce del mitico dinosauro Mokélé-mbembé, versione africana del mostro di Loch Ness. Avventura, mistero e tecnologia si mischiano nel libro Congo di Michael Crichton (Garzanti), l’autore di “Jurassic Park”. Una spedizione scientifica americana si addentra nel cuore inesplorato dell’Africa alla ricerca della città perduta di Zinj e di un diamante dalle particolari proprietà elettriche. Dal libro hanno tratto un film di scarso successo. Poco conosciuto ma molto interessante infine è il libro “Congo nel cuore delle tenebre” di Giovanni Giovannini (Mursia 1966): un saggio storico e antropologico scritto con rigore giornalistico, che non manca di raccontare aneddoti e curiosità sui popoli che vivono attorno al fiume Congo … E’ decisamente datato (rinunciate a prenotarlo in libreria), ma vale la pena cercarlo in biblioteche e mercatini dell’usato. 

BOX IL FIUME IN CIFRE

Il Congo è il secondo fiume per lunghezza del continente (dopo il Nilo) e uno dei più lunghi del mondo. Scorre per circa 4200 km nel cuore dell’Africa equatoriale, la sua massima ampiezza è di 16 km, la portata in prossimità della foce è di circa 34 milioni di litri al secondo. Nel fiume sono situate oltre quattromila isole, di cui circa cinquanta hanno una lunghezza superiore ai 15 km. Il Congo nasce, col nome di Lualaba, nella Repubblica democratica del Congo meridionale (ex Zaire), e scorre quindi in direzione nord ricevendo le acque di numerosi affluenti. Immediatamente a sud dell'equatore forma le cascate Stanley; da questo punto in poi il suo corso piega verso sud-ovest, assumendo la forma di un immenso arco irregolare e sfociando infine nell'oceano Atlantico meridionale.


DOVE OSANO I BATTELLI

Anche se in alcuni tratti le rapide impediscono la navigazione, il fiume Congo, con i suoi affluenti, rappresenta un'importante via di comunicazione dell'Africa centrale, in regioni dove la rete stradale è del tutto insufficiente. Nel suo corso superiore, un ostacolo insormontabile per i battelli è rappresentato dalla serie di cataratte delle cascate Stanley, nei pressi di Kisangani. Tra questo punto e Kinshasa (un tempo Léopoldville), la capitale della Repubblica democratica del Congo, situata a nord delle cataratte, il fiume è navigabile per le imbarcazioni fluviali di tutti i tipi, molte delle quali percorrono regolarmente questa rotta, di circa 1600 km. Nel suo corso inferiore, invece, il Congo forma una serie di cataratte (le cascate di Livingstone), di cui la più meridionale è situata a breve distanza dalla città di Matadi, il principale porto sull'estuario del fiume. Questo tratto fluviale, lungo circa 400 km, non è navigabile. A sud-ovest di Matadi, dove ha inizio l'estuario del Congo, il fiume è nuovamente navigabile fino al mare, per una distanza di circa 134 km.

 

L’OSSESSIONE DEGLI ESPLORATORI

Per secoli il Congo è rimasto un enigma geografico. Il primo europeo a esplorare il fiume è stato il navigatore portoghese Diego Cam, che ne risalì l'estuario nel corso di un viaggio intrapreso tra il 1482 e il 1484. In seguito altri europei visitarono l'estuario del fiume, soprattutto a scopo commerciale, ma oltre tre secoli passarono prima che venisse organizzato un serio progetto di esplorazione. Nel 1816 una spedizione inglese raggiunse un punto situato tra l'odierna Matadi e Kinshasa, ma non riuscì ad andare oltre, a causa della diffusione di un'epidemia tra i suoi membri. L'esploratore e missionario scozzese David Livingstone raggiunse il fiume Lualaba nel 1871; la prima esplorazione del corso principale del fiume fu invece effettuata durante la spedizione dell'anglo-americano Henry Morton Stanley. Stanley discese il sistema fluviale Lualaba-Congo nel 1876 e 1877 fino alla foce, percorrendo oltre 2575 km.