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CONGO
In viaggio sul
grande fiume
di Mauro Burzio
E’ uno dei fiumi
più lunghi e misteriosi del mondo. Un possente e insidioso
corso d’acqua ricco di fascino e di storia. Solca per migliaia
di chilometri il cuore dell’Africa equatoriale. E trasporta
con sé l’intrigo e la magia della foresta pluviale.
In
un paese così clamorosamente
disorganizzato, dove gli aerei di linea non partono per
mancanza di cherosene e di manutenzione, dove il traffico
stradale è bloccato per mesi all’ anno dalle voragini che le
piogge aprono nelle strade e dai ponti crollati, dove il mezzo
più efficiente di comunicazione resta ancora il tam tam,
viaggiare è davvero un’ avventura. Lo è particolarmente un
viaggio sul fiume a bordo di un battello che può aspettare per
mesi il carburante o 1’ alternatore o,più semplicemente,
l’arrivo del carico bloccato in qualche camion, in panne
chissà dove...
Il 6 Maggio, dopo due settimane di attesa, riesco a ottenere
un passaggio sulla Mania Zuina. Il battello è da venti
giorni a Kisangani, in attesa di caricare balle di caffe,
casse di birra e sacchi di cereali: ogni mattina il capitano
promette che si partirà «demain, dans l ‘après nidi».
Ma considerato il ritmo con cui arriva il carico, a causa
delle mostruose condizioni delle strade, questa previsione è
già stata differita venti volte, senza il minimo imbarazzo da
parte dell’interessato: i passeggeri accettano sorridenti i
continui rinvii, che perniettono ulteriori giorni di allegra
compagnia e di abbondanti bevute. Chi ha fretta, in Congo,
rischia seriamente il suicidio o il collasso nervoso. Ma il 6
Maggio è davvero il giorno predestinato: l’ultimo regalo di
Kisangani, la mitica Stanleyville, è un terribile temporale
che spazza le chiatte e sciacqua i passeggeri accampati sul
ponte. Dopo pochi secondi sono marcio d’acqua, nonostante un
telo teso sulla tolda e sopra la mia testa.
Una coppia di fuori di testa sud africani, in giro da due anni
con la Land Rover, ospita la mia attrezzatura
fotografica dentro la vettura in cui si sono rifugiati: un
vento furioso mi fa battere i denti, mentre vedo i miei amati
libri cambiare aspetto e l’acqua penetrare curiosa ovunque,
inzuppando lo zaino e il proprietario. Placato il temporale e
cessato il vento, la Manw Zuina si stacca finalmente
dal molo, nel cuore della notte, e lasciamo Kisangani, che in
dialetto locale vuol dire «l’isola», essendo circondata da tre
fiumi. Siamo a 1734 km da Kinshasa.
7 Maggio. All’ alba il battello procede tra nebbia e vapori,
che ci circondano e chiudono in un’ atmosfera ovattata ed
irreale. Una delle chiatte ha imbarcato molta acqua e alla
operazione di svuotamento della stiva assistono interessate
le caprette che girano sul ponte. Il cielo si rischiara, esce
un tiepido sole, sempre più giallo e bollente nel corso della
giornata. Questa scorre lentamente come il fiume che, a
tratti, si
allarga in modo impressionante. Lungo le alte rive sorgono
minuscoli villaggi, alcuni su preistoriche palafitte,
ovviamente ignorati dalla cartografia ufficiale.
Nel pomeriggio, breve sosta ad Isanghi per scaricare casse di
birra e alcuni passeggeri. Verso sera, neri nuvoloni si
addensano e addossano alla Mania Zuina, minacciando
brontoloni di ripetere l’exploit acquatico della notte
precedente. L’inseguimento del battello, che stantuffa
lentamente nel buio, si protrae per alcune ore, fortunatamente
senza docce.
Nel cuore della notte, il capitano scruta, con il faro di
profondità, i segreti del fiume, alcune rumorose raschiate
indicano che siamo miracolosamente passati su banchi di
sabbia, tra l’indifferenza generale. Poco dopo, sosta a Lokuto,
di fronte a Basoko: 1520 km da Kinshasa.
8 Maggio. All’alba le “mama” accendono i fuochi sui ponti
delle chiatte e preparano la colazione: unica acqua quella del
fiume, che viene tranquillamente bevuta.
Per le abluzioni si utilizza un secchio calato nell’acqua nera
come il cuoio bagnato. Fortunatamente, la terribile
bilarzia si annida lungo le rive e non in mezzo al fiume,
dove la corrente è più forte. Poi tutto il convoglio risuona
dei rumori della vita quotidiana. A metà giornata il caldo è
molto forte. Lo scenario del tramonto è splendido: la luce e i
colori sono incredibilmente intensi, come una dia
sottoesposta, mentre nuvole fosforescenti, quasi scolpite nel
cielo purissimo, si stampano nell’ acqua con straordinaria
presenza. In certi punti sembra di avere il cielo sotto i
piedi. Dopo la poesia, scende di colpo la notte: con un boato
il battello si inchioda su di un banco di sabbia, perdendo una
chiatta che scivola via nella corrente, tra i gemiti e
le imprecazioni del passeggeri e i versi dei quadrupedi. I
cavi d’acciaio, tranciati dalla botta, pendono inutili nel
nero del fiume. La chiatta, che ospita il sottoscritto, viene
faticosamente disincagliata e poi provvisoriamente ancorata
ad un gigantesco albero sulla riva, mentre la motrice si tuffa
nel buio del fiume per recuperare l’altra chiatta. Solo
all’alba, la Mama Zuina, con le chiatte assicurate in
qualche modo, arriva a Bumba, 1357 da Kinshasa: poteva essere
una tragedia.
9 Maggio:
a Bumba scendono i fuori di
testa sud africani e la loro Land imbocca la dura pista verso
il Centrafrica. Li saluto riconoscente, devo loro la vita
delle mie Nikon.
Poiché le operazioni di scarico porteranno via «qualche
giorno», come mi assicura il capitano e considerata la scarsa
perizia nautica dello stesso, a Bumba abbandono con sollievo
la Mama Zuina e il boat people, che già mi aveva
battezzato «monsieur la photo». Fa molto caldo, umido e
malarico e il villaggio è decisamente un buco nero nella
foresta, senza molto passato e con minor avvenire. Mangiare
èun’impresa, nel senso che non ci sono luoghi pubblici adatti
all’ uopo.
L’unico prodotto commestibile è carne di scimmia, con contorno
di coleotteri e termiti affumicate: declino le cortesi
offerte, optando per pane e banane.
Nell’hotel locale, che costa un dollaro al giorno, mancano la
luce e l’acqua; abbondano, in compenso, le zanzare malariche
ed Autan indifferenti.
Mi sono informato presso due boats locali, circa
l’eventualità di una loro partenza. Il primo non si sa, nel
secondo 150 passeggeri attendono da oltre un mese l’arrivo del
gasolio; ma come mi confessa candidamente l’ufficiale di
macchina, reso loquace da quattro birre nere, mancano i soldi
per pagare il carburante e il capitano ha dilapidato in donne
e alcool l’incasso dei biglietti....
10 Maggio.
Alle cinque di mattina, mentre
attendo invano il sonno dopo averrinunciato a combattere le
zanzare e la malaria (che infatti arriverà puntuale a tempo
debito), un ufficiale dei Servizi segreti mi butta giù dal
letto:
mi vuole sequestrare macchine fotografiche e documenti, dato
che ho fotografato in modo sospetto il villaggio.
Inoltre, sono de iure et de facto agli arresti, poiché
non posso lasciare l’albergo. Quattro ore dopo, un sorridente
e servile capo della sicurezza mi porge deferente le sue
profonde scuse e i migliori saluti per il generale. Per uscire
da questa pericolosa situazione, avevo infatti inventato di
essere grande amico di un importante generale di Kisangani,
contando sull’ assoluta inefficienza delle comunicazioni
locali.
L’ inghippo funziona, perché per tutta la giornata vengo poi
scortato da un deferente poliziotto, assegnatomi dal capo con
l’incarico di proteggermi mentre scatto le foto...
Il digestivo della cena (pane e banane) è costituito da un
centinaio di punture di zanzare, molte attraverso la camicia
di Jeans.
11 Maggio.
L’Ama, due file di grandi
barconi, carichi di olio di palma e di
sapone, è attraccato nella notte. Il capitano, un giovane
cipriota di nome Steve Stavrakis, non ha obiezioni a
imbarcarmi, purché abbia tutti i documenti in regola e a patto
che mi accontenti di dormire sul pavimento. Unici passeggeri:
un giovane ingegnere belga, diretto a Kinshasa per
abbandonare poi il paese e un americano completamente fuori di
testa dopo 5 anni di autostop per l’Africa. Oltre, ovviamente,
le famiglie e i parenti dei dieci marinai di servizio.
Porto immediatamente le mie carabattole a bordo, ancora
incredulo di tanta fortuna. Verso sera, s’annuncia un violento
temporale; Steve, impietosito dalle mie condizioni, mi
concede di dormire dentro una vettura, una Mazda, destinata
alla capitale. Finalmente le Nikon e i libri sono al sicuro,
penso mentre grossi goccioloni esplodono sul parabrezza e un
cielo nero annega i
12 Maggio. L’Ama stacca alle prime luci, sotto un mezzo
uragano, mentre sonnecchio all’ asciutto dentro la vettura.
Mentre il cielo si pulisce, il caldo aumenta sempre più.
Durante tutta la giornata, è tutto un via vai di piroghe, che
si staccano dai villaggi su palafitte disseminate sulle rive
del Congo, cariche di animali vivi e morti: coccodrilli con le
zanne chiuse in un morso di legno, testuggini, scimmie
affumicate con l’atroce ghigno di un’umana sofferenza,
giganteschi lucci e smisurate anguille, grufolanti cinghialotti e caprette spaventate. Il battello è una
gigantesca cucina e i marinai, liberi da altri impegni, si
dedicano alla preparazione delle leccornie e della carne
affumicata, che rivenderanno ad un prezzo dieci volte
maggiore a Kinshasa, grande di oltre 5 milioni di abitanti.
13 Maggio.
La giornata, caldissima sotto
un sole che scotta cattivo, viene spesa a Lisala, per
scaricare le casse di sapone, un bene prezioso nei villaggi
dell’interno.
La sera si va con i Casanova dell’equipaggio, a ballare la
rumba in un ristorante sulla collina di Lisala; qui la birra
bionda e nera scorre a fiumi e le sante peccatrici locali,
spiritose (nel senso di alcolizzate), distribuiscono
generosamente sorrisi, carezze e, poco più in là nel buio
della foresta, le nere grazie dei loro splendidi corpi,
destinati ad un precocissimo tragico avvizzimento. Simili a
falene notturne, bruciano la loro esistenza in un accecante
esplosivo irresponsabile lampo, sempre più spesso falciate
dall’ Aids, che sta drasticamente risolvendo il problema
demografico dell’Africa. 14 Maggio. I marinai così allegri e
chiacchieroni durante le danze notturne, stamane sono
immusoniti e hanno incrociato le braccia, rifiutandosi di
lavorare. Poco prima dell’alba, è morta, appena nata sull’Ama,
una bambina, figlia di Akenda e di Kilombo, un matelot
(marinaio) in servizio sul battello.
Il
corteo funebre si snoda come un serpente su per la collina,
dove arranchiamo ansanti tra la vegetazione umida e verdissima
nella luce del primo mattino. Qui Kilombo avvolge di foglie di
banano e seppellisce il corpicino della figlia senza nome. Il
piccolo tumulo di terra nera viene coperto di fiori. La
cerimonia è di una semplicità sconvolgente e pure il cielo
partecipa al dolore, addensando sopra la tomba grandi nuvoloni
neri, tristi e malinconici. Durante il ritorno, un violento
acquazzone sciacqua via la tristezza, inzuppandoci come
spugne. Tornati sulla nave, tutto è passato e la vita
riacquista le cadenze e i consueti toni: il corpicino senza
vita e senza nome in cima alla collina è ormai dimenticato. Le
travolgenti musiche locali tornano a scandire il passare del
tempo, che fluisce umido e viscoso, mentre per tutta la
giornata proseguono le operazioni di scarico sorvegliate
da Steve. Il capitano è
un giovane greco cipriota nato a Beni, in Zaire nel 1957: sono
dieci anni che va avanti e indietro per il fiume, di cui
conosce tutte le insidie, sabbiose e non, insieme a molte
storie inquietanti di cannibali e di spedizioni inghiottite
dalla foresta. Mi racconta, nel suo francese sincopato e
ritmato dalla inconfondibile cadenza greca, di un lontano
1980, passato nella giungla alla ricerca infruttuosa di un
aereo caduto nell’Ituri: trasportava una famiglia di carissimi
amici, i cui corpi non sono più stati ritrovati, nonostante
l’incredibile abilità delle guide pigmee nel seguire le
tracce nella foresta. Durante i molti mesi della ricerca, ha
imparato dai piccoli uomini molti segreti ed ha così
accumulato un eccezionale patrimonio di conoscenze zoologiche
e botaniche.
Via radio, Steve ha appena ricevuto brutte notizie: nei pressi
di Mbandaka,
militari congolesi hanno rapinato dei battelli, (obbligando i
marinai a scaricare le merci sulle rive congolesi del fiume.
Andiamo allora dalle autorità locali a chiedere alcuni soldati
per proteggere l’Ama fino alla destinazione. Dopo un generoso
matabishi (regalo), la scorta viene concessa, insieme
alla raccomandazione di non viaggiare nel tratto più
pericoloso di notte, quando più elevato è il rischio delle
incursioni armate.
La notte, passata al molo di Lisala, è terrificante: attirate
dalle lucidi bordo, nuvole di zanzare malariche attaccano
uomini e animali. Ci difendiamo accendendo dei fuochi, i cui
fumi alleviano il tormento degli assatanati anofeli, portatori
di una micidiale forma di malaria cerebrale, di cui l’anno
prima, sono già morti alcuni turisti americani, come
passeggeri sull’Ama.
15 Maggio. Partiamo all’alba, risucchiati dolcemente dalla
scura corrente. Verso le 8.30, il sole fora le nuvole,
preannunciando una splendida giornata, calda e luminosa. Il
via vai di piroghe è crescente e vorticoso e si accumulano le
scorte alimentari e i tranci affumicati di bufalo rosso, con
ghiotte riserve di coleotteri e termiti alate. A Lobeka, 1000
km da Kinshasa, sosta per la notte: tutto l’equipaggio è
all’erta e i militari passeggiano nervosi sui ponti, scrutando
le tenebre del fiume. Ma dei corsari congolesi, stavolta,
nessuna traccia.
16 Maggio. A metà mattina, approdiamo a Lusengo, piccolo
incantevole villaggio, dalle molte piroghe allineate sulla
riva. Viene venduto altro sapone. Il capo del villaggio,
mentre mi aggiro a fotografare, mi chiede arrogante e villano
se possiedo il permesso di fare le foto nel suo territorio,
certo di avermi incastrato. Gli mostro sereno e serafico il
tesserino fiscale e si allontana ancheggiando come un pavone,
dopo un momento di perplessa meraviglia. Al tramonto,
attracchiamo a Makanza, a 940 km dalla meta. Gentili e
seducenti sante peccatrici salgono ad allietare la notte dei
marinai e dei soldati. Per tutta la notte, l’Ama risuona delle
loro risate e cicalate, accompagnate dalle solite rumbe al
massimo volume, che scandiscono quegli attimi felici di una
vita spericolata e tirata al massimo: la vita media in Congo
non supera i 35 anni. Non ci sono statistiche ufficiali sulle
pratiche sessuali congolesi, ma il numero di partner che una
giovane donna ha, nel corso della settimana, è decisamente
sconcertante come le dozzine di figli non riconosciuti che un
marinaio dissemina lungo il fiume.
Così l’Aids, qui chiamato Sida e che a Kinshasa è ormai una
peste bubbonica, risale il fiume e stritola il paese in un
abbraccio mortale, moltiplicandosi in progressione geometrica
e falcidiando interi villaggi. Nei quali i tamburi, che prima
annunciavano festosi 1’ approssimarsi del battello, si
sgretolano silenziosi divorati dalle termiti.
17 Maggio. Nella fitta nebbia dell’alba scendono a terra le
sante peccatrici e sale giallo il sole africano: anche oggi
farà caldo. Incrociamo altre chiatte, con festose e giulive
grida di saluto: gli agganciamenti nel mezzo del fiume
permettono scambi umani e commerciali. Non riesco a tenere il
conto delle piroghe che attraccano all’ Ama: i bisnonni di
questi sorridenti e giulivi visitatori, che mi propongono
graziosamente un’ anguilla o un colossale pesce gatto, sono i
feroci cannibali, che massacrarono la spedizione di Stanley
durante la discesa del Congo il secolo scorso. Cannibali che,
secondo Steve, sono ancora numerosi soprattutto lungo gli
affluenti minori del grande fiume. Quando gli accenno al mio
proposito di risalire il Kasai l’anno prossimo, mi raccomanda
preoccupato di farmi accompagnare da una
scorta armata. Durante la sosta notturna a Mbandaka, 700 km da
Kinshasa, si rinnova il solito attacco delle zanzare Autan
indifferenti. Abbiamo comunque passato l’Equatore, che il
fiume attraversa ben due volte nel suo corso.
18 Maggio.
A metà mattina, un centinaio
di km dopo Mbandaka, arriviamo alla confluenza con il maestoso
Oubangui, che si può facilmente risalire fino a Bangui, la
capitale dello scassatissimo e poco raccomandabile Centrafrica,
dove il criminale cannibale Bokassa tentò di far rivivere
l’impero romano. I contorni dello Zaire si allargano e si
perdono oltre l’orizzonte. Poco dopo l’incrocio fluviale,
militari zairesi, di pattuglia lungo l’irrequieto tratto in
cui scorrazzano i predoni congolesi, salgono sull’Ama con i
fucili puntati e ordinano di fermare i motori. Il messaggio è
inequivocabile. Il capitano Steve minaccia furente di avvisare
per radio la capitale e di fare impiccare tutti questi «emmerdeurs»
in divisa: ma è un bluff, con il proposito di ridurre la
tangente richiesta per la «protection». Convenuto il
matabishi, si riparte con sollievo generale e posso
finalmente tirare fuori le Nikon, nascoste sotto il pesce
affumicato. I tamburi avvertono i piccoli villaggi del nostro
arrivo e il numero dei visitatori durante la giornata supera
ogni previsione.
Il caldo è asfissiante: porto da bere agli animali ancora in
vita, legati sul battello e completamente trascurati dai nuovi
proprietari. I seguaci di Jean Jacques Rousseau e della sua
filosofia del buon selvaggio, poi incattivito dalla civiltà,
avrebbero qui una durissima delusione: gli episodi di gratuita
ferocia verso gli innocenti animali, tanto più se deboli e
indifesi, rasentano l’incredibile e costituiscono purtroppo
una costante culturale dei Bantù, a nord e sud dell’equatore.
Un viaggio in Africa è anche un viaggio dentro la bestialità
umana e la sua infinita capacità di torturare e massacrare
ogni specie vivente, le quali, tuttavia, accomunano
indistintamente molte razze e colori diversi, ad ogni
latitudine e longitudine.
L’acqua
è stata molto gradita dai cinghiali e dalle galline; sdegnato
invece il rifiuto da parte degli erbivori.
A metà pomeriggio, sosta a Lukolela, 514 km all’arrivo, un
patetico villaggio abitato da pochi bischeri senza arte né
parte.
Dopo il tramonto, l’Ama si incastra dentro un dedalo di banchi
di sabbia:
per molte ore i matelot tastano con lunghe canne
le profondità del fiume, alla ricerca di un passaggio, trovato
poi lungo le rive. Alberi giganteschi strisciano le fiancate
mentre gli odori e i rumori della foresta pluviale riempiono
la notte.
18Maggio. Abbiamo superato la foresta equatoriale e all’alba
siamo a Bolobo, 323 km dalla meta. E’ subentrata la savana,
che caratterizza il Congo meridionale. Morbide colline
vulcaniche si intervallano lungo e dietro le rive del fiume,
il paesaggio e molto più aperto, il clima più secco e meno
soffocante.
Il
Congo è immenso, grigio, piatto e monotono e ricorda il
lago Tanganika. Superato Tshumbiri (255 km da Kinshasa), verso
sera siamo alla confluenza con il gigantesco Kasai: la distesa
d’acqua si perde per decine di km nella luce rosata del
tramonto. A Kwamuthu, parecchie ore di sosta per rifornire un
altro battello della Sorgeri, la società proprietaria
dell’Ama: proveniente dal Kasai, è rimasto a secco. Secondo
Steve, il gasolio mancante è stato venduto al mercato nero dal
capitano, che ora lamenta strane perdite dai serbatoi.
Mentre tento di appisolarmi, disteso sul pavimento, ho visioni
dantesche di piccole chiatte riempite fino all’inverosimile
di uomini cose e animali.
Una chiattona ci passa vicino, nella lenta risalita della
corrente a 5 km all’ora: è talmente carica che l’acqua
lambisce i piedi del passeggeri, tragico emblema del Congo
in procinto di affondare.
Finito il rifornimento, l’Ama si tuffa nel cuore del fiume e
galoppa nella notte: ormai siamo vicini.
20 Maggio. Alle prime luci, c’è un movimento frenetico: i
marinai spazzano i ponti per preparare un degno ingresso al
battello. A Siforza, 60 km dall’arrivo, Steve fa scendere
tutti i clandestini. Poi inizia il rusli finale nella
zona militare dello Stanley pool, oggi pool
Malebo, umido, afoso e coperto di nebbia calda. A stento si
intravedono i contorni di Brazzaville, la capitale congolese.
A mezzogiorno il battello è assalito da molte piroghe a
motore: sono i commercianti, venuti ad acquistare la carne
affumicata e le altre primizie, che i marinai hanno barattato
con il sapone nel corso del viaggio. Saranno poi rivendute a
prezzi astronomici nella affamata capitale.
Alle 14, l’Ama attracca al porto della vecchia Leopoldville,
ora Kinshasa:
da qui il fiume non è più navigabile, per la presenza delle
cataratte di Livingstone fino a Matadi. Lascio commosso e
riconoscente l’equipaggio dell’Ama e il buon capitano.
Per uscire dal porto, devo superare i controlli della polizia
e del Commissario fluviale: ci vogliono due robusti
matabishi. Ma non posso rischiare una perquisizione:
dentro la camicia ho nascosto i cinquanta rullini, prezioso
ricordo di questo viaggio nel cuore delle tenebre.
Perché viaggiare sul Congo è stato, con le parole di Conrad,
«tornare ai primordi del mondo, quando la vegetazione
esplodeva sul pianeta e i grandi alberi erano sovrani.
Un vuoto corso, un gran silenzio, una foresta impenetrabile...
Quella vita silente non assomigliava affatto a pace. Era la
quiete minacciante di una forma implacabile meditante su
inscrutabili intenzioni.».
ECCO COME IMBARCARSI
di Raffaele Masto
A vederlo dalle sponde di Kinshasa, il mitico
fiume Congo non ha niente di mitico: una lastra d’acciaio
illuminata uniformemente dal sole metallico dell’equatore
punteggiata dai grovigli migranti dei giacinti d’acqua. Lungo
la riva grossi topi appaiono e scompaiono tra l’erba stentata
in cerca di cibo. Un odore di marcio e di rifiuti putrescenti
colpisce le narici. Assieme alla voglia di tornare indietro e
rinunciare a navigare su quelle acque, viene in mente di tutto
meno le magistrali parole di Joseph Conrad che in “Cuore di
Tenebra” descrive in modo impareggiabile il quarto fiume più
lungo del mondo e certamente il più misterioso del pianeta.
Le bugie di Conrad
Risalire quel
fiume era come viaggiare all'indietro nel tempo verso le più
lontane origini del tempo...quell'immobilità di vita non
somigliava in alcun modo alla pace. Era l'immobilità di una
forza implacabile che cova chissà quale insondabile
proposito...la corrente fluiva liscia e veloce, ma sulle
sponde del fiume gravava una muta immobilità...Non si trattava
di sonno, era piuttosto qualcosa di innaturale, una specie di
trance. Non si sentiva il benché minimo suono, neanche il più
lieve. Ci si guardava intorno stupefatti e si cominciava a
credere di essere diventati sordi.
Lì, tra Kinshasa
e Brazzaville, niente di tutto questo. Il fiume si slarga fino
a formare una specie di lago, lo Stanley Pool. Sulle sponde
opposte le due città che, viste dal fiume, sono due templi di
vetro e cemento del tutto stonate con l’ambiente circostante.
La prima con i suoi grattacieli che svettano nel cielo plumbeo
e il tozzo palazzone dell’impresa mineraria, simbolo del fatuo
miracolo economico propugnato dall’ex dittatore Mobutu Sese
Seko. La seconda più piccola, più modesta ma ugualmente fuori
luogo con la torre color rame all’interno della quale hanno
trovato posto gli uffici di tutte le imprese straniere che
investono nel paese.
Piroghe e battelli fantasma
In mezzo, sullo
Stanley Pool appunto, un traffico lento, quasi svogliato di
imbarcazioni di tutti i tipi: piroghe scavate in un unico
grande tronco d’albero cui la tecnologia di duemila anni non
ha aggiunto nulla, sgangherate imbarcazioni di tutte le fogge
e di tutte le dimensioni, perfino un battello a vapore con le
pale a ruota sistemate a poppa che per un attimo fanno pensare
di essere tornati indietro di cento anni o di essere sulle
sponde del Mississipi durante le guerre di secessione.
Ci sono due modi
per navigare sul fiume Congo. La prima è attendere che parta
il barcone ufficiale che dovrebbe collegare con tempi e
partenze stabilite Kinshasa a Kisangani, circa 1800 chilometri
di navigazione. C’è n’è uno solo, ormeggiato a riva.
L’aspetto, a vederlo da lontano, è quello di un battello che
un tempo faceva anche la sua figura. Da vicino si nota
l’azione implacabile della ruggine e dell’incuria di
equipaggi, passeggeri e comandanti che hanno calcato le assi
marce del ponte sul quale ci sono anche delle cabine
passeggeri. Se si chiede quando è prevista la prossima
partenza, le risposte sono svariate, ma nessuna promettente:
“Il battello è guasto e non si sa quando verrà riparato”, “Non
sono previste partenze perché lungo il corso del fiume ci sono
scontri tra guerriglieri ed esercito”, “Non si trova un
comandante disposto a prendersi la responsabilità di
intraprendere il viaggio”.
Un treno di barche
Il viaggio sul
battello è affascinante anche per la composizione curiosa e
del tutto originale di queste imbarcazioni. A prua sono legate
una, due, a volte tre chiatte, vecchi scafi malandati e
arrugginiti sui quali viaggia il grosso dei passeggeri,
duecento, anche trecento persone, tutti locali che si spostano
da un villaggio all'altro. A volte in fondo a tutto il
convoglio i pescatori ancorano, per alcuni chilometri, le loro
piroghe, così che l'intera composizione assomiglia a una
specie di pesce con la coda che ondeggia nella corrente.
Il viaggio
su una di queste imbarcazioni dura diversi giorni ed è un
"pezzo di vita". Ne avevo vista una qualche anno fa, assai
lontano da Kinshasa: stava passando nei pressi di un grosso
villaggio e il comandante ne aveva rallentato l'andatura per
consentire il commercio. Le persone che viaggiano sulle
chiatte, infatti, per giorni non possono scendere a terra e si
devono procurare il cibo barattando prodotti della città -
lamette, spazzolini, pentole, catini - con i membri dei
villaggi che incontrano lungo il corso, e che si avvicinano al
convoglio con le piroghe cariche di pesce, carne di scimmia
affumicata, serpenti abbrustoliti, manioca, frutta e
verdura....
Arriva il bianco !
Il battello, ora,
pare fuori servizio e non si sa quando riprenderà a solcare le
acque del Congo.
C’è allora un
modo più spiccio per navigare sul fiume: assoldare qualcuno
dei pescatori che con le loro piroghe di legno scavato solcano
lo Stanley Pool; certo non si arriva a Kisangani ma, se si è
fortunati non si tarda a trovare qualcuno che può anche
procurarsi un motore fuori bordo da applicare all’imbarcazione
e percorrere diversi chilometri verso monte, cioè verso quella
inestricabile foresta pluviale che avvolge l’intero corso del
fiume.
Per pochi dollari
si può ottenere una piroga per una intera giornata e il lavoro
di due ragazzini-pescatori e il viaggio nel “Cuore di Tenebra”
inizia. In pochi minuti si è fuori dallo Stanley Pool e le due
sponde del fiume si avvicinano, entrambe mostrano una sorta di
savana erbosa interrotta, qua e là, da alberi le cui chiome
maestose si aprono come giganteschi funghi verdi contro il
cielo nudo. Gruppetti di ragazzini appaiono sulla riva, prima
guardano sbigottiti, poi salutano incerti con la mano, infine
gridano “Mondele, le blanc, le blanc” (“lo straniero, il
bianco”). Ne accorrono altri e la scena si ripete, cercano di
stare dietro alla piroga ma si devono fermare di fronte a
folte macchie di vegetazione che cominciano a costeggiare il
corso d’acqua.
Un fuscello in balia della corrente
Man mano che si
prosegue la vegetazione aumenta e il fiume si fa intricato e
comincia a intersecarsi con la vegetazione che diviene quasi
aggressiva: grossi isolotti di sassi bianchi si parano lungo
il corso principale e il fiume spinge le sue acque in corsi
paralleli. Impossibile capire se si tratti di affluenti o di
uno sfogo delle acque che, ostacolate dagli isolotti che
limitano la portata, si cercano uno spazio tra il verde.
I
ragazzini-pescatori sembrano esperti. Ad un certo punto
abbandonano il corso principale e si infilano in uno di questi
corsi. Ben presto ci troviamo in una specie di galleria verde.
I raggi del sole penetrano a fatica tra la vegetazione e il
fondale è basso tanto che i ragazzini, per timore che l’elica
si impigli nelle radici acquatiche delle piante, spengono il
motore e proseguono a remi. Chiedo perché abbiamo abbandonato
il corso principale e mi spiegano che il tratto che stavamo
affrontando era solcato da forti correnti che ci avrebbero
fatto proseguire troppo lentamente e con un affaticamento
eccessivo del motore.
Ora il silenzio è
quasi perfetto. Nessuno parla, l’unico rumore è lo sciacquio
lungo le fiancate grezze della piroga e il tuffarsi ritmico
dei remi nell’acqua che sembra immota. Poco dopo ritorniamo
nel corso principale del fiume che ora sembra incassato tra
due pareti di rocce di un verde cupo, quasi nero, che non sono
altro che l’intrico fittissimo della vegetazione. L’elica del
motore riprende a pescare nell’acqua limacciosa tanto da
sembrare quasi densa. Qui il fiume è profondo e la corrente
insidiosa tanto che i grovigli dei gigli d’acqua sfrecciano ai
nostri fianchi. Cerco di immaginarmi le migliaia di ettolitri
di acqua che scorrono sotto la chiglia grezza della nostra
piroga e ho la spiacevole l'impressione che questa, con i suoi
viaggiatori, sia un fuscello in balia della potenza del fiume.
La furia del Congo
Siamo ormai
vicini al tramonto e le mie guide suggeriscono che è meglio
fermarsi. A quest'ora infatti è possibile - mi dicono - che si
scateni uno dei periodici temporali che trasformano il fiume
in un inferno. Mi parlano di onde gigantesche e di correnti
che ci spazzerebbero via in un baleno mandandoci in pasto ai
pesci. Certo esagerano, ma nelle mie letture ricordo
descrizioni di spaventosi uragani che, soprattutto nella
stagione delle piogge, investono il fiume impedendo la
navigazione anche ai grossi barconi. E del resto sopra di noi
cupi nuvoloni neri hanno occupato la porzione di cielo che la
vegetazione ci consente di vedere. Resta da capire dove ci
fermeremo. La risposta arriva dalle mie due guide che mi
parlano di un villaggio proprio lì, nelle vicinanze. Faccio
fatica ad immaginarmi dove dato che le sponde sono muri
compatti di vegetazione.
I due però
spingono l'imbarcazione a riva e dopo avere navigato per
qualche minuto a pochi metri dalla sponda si infilano in un
piccolo corso parallelo che sfocia inaspettatamente in un
largo spiazzo dall'acqua bassa dove, tra i canneti, sono
ormeggiate una decina di piroghe del tutto simili alla nostra.
Scimmie e serpenti affumicati
Sulla terra ferma
il villaggio: capanne fatte di arbusti e larghe foglie di
banani, alcune rudimentali casupole in muratura separate da
viottoli e grossi alberi di mango e papaya che offrono frutti
altamente nutritivi. Vicino ad ogni capanna c'è un palo al
quale è legata una o più scimmie di piccole dimensioni che
qui, assieme ai serpenti affumicati, costituiscono un cibo
prelibato.
Siamo accolti con
calore, compreso il "mondele", lo straniero bianco che dopo
poco non fa fatica a scoprire che i due ragazzini che mi hanno
guidato fin qui sono cugini e che questo è il loro villaggio
d'origine. In pratica hanno preso "due piccioni con un fava",
come diremmo in un mondo che, da qui, sembra lontano anni
luce: si sono guadagnati qualche dollaro facendomi da guida e
sono venuti, senza spese di carburante, a fare visita ai
parenti. Mi offrono da mangiare: manioca, pollo e vino di
palma e mi sistemano a dormire in una capanna con i due cugini
mentre sopra di noi si scatena il finimondo. Prima di prendere
sonno decido che domani si torna indietro e sono certo che
anche le mi guide saranno d’accordo.
Rinuncio per ora
a risalire l’intero corso del Congo: troppi rischi e troppo
poco tempo a disposizione. Il fiume attraversa una delle più
vaste foreste pluviali del mondo, una regione che cento anni
fa sulle carte geografiche era segnata con una grande,
eloquente macchia bianca, segno che era una terra inesplorata.
Oggi quella macchia è verde ma quella foresta è ancora, in
larga parte, sconosciuta. Una terra affascinante, enigmatica,
piena di insidie, che per molti versi attende di essere
raccontata.
LA STRADA APERTA DA STANLEY
Un secolo di sfruttamento e schiavismo
Nel 1876 l'esploratore britannico Henry
Morton Stanley riuscì a risalire il corso del Congo. Questi,
accompagnato da centinaia di africani e da tre europei, si
addentrò da Zanzibar, sulle coste dell'Oceano Indiano, fino a
Nyangwe, sul tratto superiore del fiume. Da qui proseguì in
piroga combattendo lungo tutto il tragitto con le tribù
locali. Quando raggiunse l'Atlantico metà degli africani e
tutti i suoi compagni europei avevano perso la vita in
battaglia o erano morti per malattia, per affogamento o per
fame. La spedizione di Stanley aprì l'Africa Centrale allo
sfruttamento, allo schiavismo e al saccheggio da parte degli
europei. Nel 1885 Leopoldo II re del Belgio assunse la
sovranità dei territori attraversati dal fiume e li governò
come una propria colonia privata. La scoperta del processo di
vulcanizzazione della gomma e il suo impiego industriale
fecero di quella colonia una dei più grandi serbatoi mondiali
di questo prodotto che diventava fondamentale per il processo
di industrializzazione dell'Occidente. La foresta che avvolge
il fiume era in grado di produrne quantità illimitate, ma
c'era un problema: come costringere gli indigeni a lavorare
per estrarla e come trasportarla al mare per gli ultimi
trecento chilometri dopo Kinshasa. Leopoldo II instaurò un
regime fondato sullo schiavismo costringendo, pena il taglio
delle mani e dei piedi, gli indigeni a lavorare
nell'estrazione e nel trasporto al mare. Il risultato fu un
vero e proprio genocidio. Si calcola che almeno cinque milioni
di persone morirono di stenti o furono uccisi ed altri milioni
restarono mutilate. Di fronte all'indignazione del mondo, che
lentamente venne a conoscenza di ciò che accadeva in quelle
regioni, Leopoldo II fu costretto a cedere quella sua
proprietà privata al governo del Belgio.
GUERRE E DITTATURE
Un fiume macchiato di sangue
Il Congo solca
per circa tremila chilometri quella che oggi è la Repubblica
Democratica del Congo. Si tratta di un Paese enorme e
potenzialmente ricco ma devastato dalla guerra e dalla
miseria. L’indipendenza dal Belgio ottenuta nel giugno del
1960 fu segnata, nei primi anni, da una serie di lotte interne
di potere che videro alla fine vincere Mobutu Sese Seko che
per trentadue anni, fino al 1997, governò il paese. La sua fu
una dittatura durissima e implacabile improntata unicamente ad
arricchire, con le enormi ricchezze del paese e del fiume, i
suoi conti all'estero. Dalla sua caduta ad oggi, il Congo è
attraversato dalla guerra che si svolge soprattutto nelle
regioni dell'est e coinvolge quasi tutti i paesi della regione
e una decine di movimenti guerriglieri foraggiati e sostenuti
dall'esterno. Una guerra che ha già fatto milioni di morti e
nella quale ci sono in gioco, ancora una volta, le ricchezze
di quella inestricabile foresta attraversata dal fiume Congo.
Oggi quelle ricchezze non sono più gli schiavi, la gomma,
l'avorio, il legname pregiato ma l'oro, i diamanti, il coltan,
una lega rarissima di tantalio e cobalto che si estrae nelle
regioni orientali del Kivu e dell'Ituri.
LEGGERE IL
CONGO
Non solo
Conrad in libreria
Oltre al celebre
"Cuore di Tenebra" di
Joseph Conrad (la prima forte denuncia di ciò che accadeva
nello Stato Libero del Congo), ci sono diverse letture sul
fiume Congo e sullo stato al quale il fiume dà il nome. Per
esempio "Alla curva del fiume"
del premio Nobel per la letteratura V.S.Naipaul, ambientato,
senza mai nominarla, nella città di Kisangani. Imperdibile lo
storico Voyage au Congo (in italiano
Viaggio in Congo Ritorno dal Ciad,
editrice Einaudi) scritto dal francese André Gide, un
“conradiano” di razza, il quale nel 1925 accolse l’invito del
ministro delle colonie di svolgere una sorta di relazione
informativa sull’Africa equatoriale, e sul Congo in
particolare. Libri più recenti sono l'ottimo "Gli
spettri del Congo" di Adam Hochschild, Rizzoli, un
resoconto storico delle atrocità compiute da Leopoldo II alla
fine dell'ottocento e del lavoro di quanti, in quegli anni,
riuscirono a portare a conoscenza del mondo quelle vicende. Un
bel reportage di una navigazione in solitaria sul fiume Congo
da Kinshasa a Kisangani è contenuta nel libro "In
Congo" di Jeffrey Tayler, Neri Pozza. "Tenebre
sul Congo" di Luigi Guarnieri, Mondadori, è invece
un romanzo collocato rigorosamente sul piano storico che
ripercorre le vicende di Stanley, degli esploratori italiani
Romolo Gessi e Gaetano Casati e di Emin Pascià non solo sulle
rive del fiume, ma anche nel vicino Sudan. Infine nel libro "Vagabondo
in Africa" di Javier Reverte, Mondadori, ci sono
diversi interessanti capitoli dedicati al fiume Congo.
ALTRI
LIBRI DA CERCARE
Fantascienza, avventura e storia
Tra romanzi,
saggi e diari di viaggio, sono numerosi i titoli editoriali
dedicati al fiume Congo. Una segnalazione particolare, oltre
al già citato Cuore di tenebra di Conrad (bella l’edizione
degli Oscar Classici Mondadori con testo originale a fronte),
merita “Viaggio in Congo”
(Traveller Feltrinelli) dell’inglese Redmond O’Hanlon: un
appassionate e lungo racconto (555 pagine) dalla scrittura
accattivante e ricca del più classico humor britannico. La
trama ? L’autore decide di intraprendere un viaggio di sei
mesi lungo il corso del grande fiume, in una regione
pericolosa e pressoché incontaminata, sulle tracce del mitico
dinosauro Mokélé-mbembé, versione africana del mostro di Loch
Ness. Avventura, mistero e tecnologia si mischiano nel libro
Congo di Michael
Crichton (Garzanti), l’autore di “Jurassic Park”. Una
spedizione scientifica americana si addentra nel cuore
inesplorato dell’Africa alla ricerca della città perduta di
Zinj e di un diamante dalle particolari proprietà elettriche.
Dal libro hanno tratto un film di scarso successo. Poco
conosciuto ma molto interessante infine è il libro “Congo
nel cuore delle tenebre” di Giovanni Giovannini (Mursia
1966): un saggio storico e antropologico scritto con rigore
giornalistico, che non manca di raccontare aneddoti e
curiosità sui popoli che vivono attorno al fiume Congo … E’
decisamente datato (rinunciate a prenotarlo in libreria), ma
vale la pena cercarlo in biblioteche e mercatini dell’usato.
BOX IL FIUME IN
CIFRE
Il Congo è il
secondo fiume per lunghezza del continente (dopo il Nilo) e
uno dei più lunghi del mondo. Scorre per circa 4200 km nel
cuore dell’Africa equatoriale, la sua massima ampiezza è di 16
km, la portata in prossimità della foce è di circa 34 milioni
di litri al secondo. Nel fiume sono situate oltre quattromila
isole, di cui circa cinquanta hanno una lunghezza superiore ai
15 km. Il Congo nasce, col nome di Lualaba, nella Repubblica
democratica del Congo meridionale (ex Zaire), e scorre quindi
in direzione nord ricevendo le acque di numerosi affluenti.
Immediatamente a sud dell'equatore forma le cascate Stanley;
da questo punto in poi il suo corso piega verso sud-ovest,
assumendo la forma di un immenso arco irregolare e sfociando
infine nell'oceano Atlantico meridionale.
DOVE OSANO I BATTELLI
Anche se in
alcuni tratti le rapide impediscono la navigazione, il fiume
Congo, con i suoi affluenti, rappresenta un'importante via di
comunicazione dell'Africa centrale, in regioni dove la rete
stradale è del tutto insufficiente. Nel suo corso superiore,
un ostacolo insormontabile per i battelli è rappresentato
dalla serie di cataratte delle cascate Stanley, nei pressi di
Kisangani. Tra questo punto e Kinshasa (un tempo Léopoldville),
la capitale della Repubblica democratica del Congo, situata a
nord delle cataratte, il fiume è navigabile per le
imbarcazioni fluviali di tutti i tipi, molte delle quali
percorrono regolarmente questa rotta, di circa 1600 km. Nel
suo corso inferiore, invece, il Congo forma una serie di
cataratte (le cascate di Livingstone), di cui la più
meridionale è situata a breve distanza dalla città di Matadi,
il principale porto sull'estuario del fiume. Questo tratto
fluviale, lungo circa 400 km, non è navigabile. A sud-ovest di
Matadi, dove ha inizio l'estuario del Congo, il fiume è
nuovamente navigabile fino al mare, per una distanza di circa
134 km.
L’OSSESSIONE
DEGLI ESPLORATORI
Per secoli il
Congo è rimasto un enigma geografico. Il primo europeo a
esplorare il fiume è stato il navigatore portoghese Diego Cam,
che ne risalì l'estuario nel corso di un viaggio intrapreso
tra il 1482 e il 1484. In seguito altri europei visitarono
l'estuario del fiume, soprattutto a scopo commerciale, ma
oltre tre secoli passarono prima che venisse organizzato un
serio progetto di esplorazione. Nel 1816 una spedizione
inglese raggiunse un punto situato tra l'odierna Matadi e
Kinshasa, ma non riuscì ad andare oltre, a causa della
diffusione di un'epidemia tra i suoi membri. L'esploratore e
missionario scozzese David Livingstone raggiunse il fiume
Lualaba nel 1871; la prima esplorazione del corso principale
del fiume fu invece effettuata durante la spedizione
dell'anglo-americano Henry Morton Stanley. Stanley discese il
sistema fluviale Lualaba-Congo nel 1876 e 1877 fino alla foce,
percorrendo oltre 2575 km.
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