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Pentole
d’Africa
Virtù e
curiosità di un oggetto povero ma vitale
di Iolanda Pensa
Intorno ad ogni pentola c’è
una famiglia e una storia da raccontare… Storie di mercanti e
di massaie, di artigiani e di profughi… ma anche di aerei
trasformati in padelle. Leggere per credere.
Siamo a
Dakar, in Senegal. La signora Germaine Gueye deve comprare un
paio di pentoloni nuovi e qualche attrezzo da cucina: mi
chiede di accompagnarla. In pochi minuti siamo fuori dalla
città, davanti ad una piccola casetta di legno sulla quale
sono appese casseruole, padelle, scolapasta, cucchiai e
forchettoni. Sotto la guida del proprietario dell’azienda,
visitiamo il laboratorio e magazzino.
La
signora Gueye indica con la mano i prodotti che le
interessano: tocca, esamina e seleziona più di trenta oggetti.
Un po’ perplessa la seguo, immaginando che abbia cambiato idea
e che abbia deciso di rinnovare completamente il contenuto
della sua cucina. Finita l’escursione ci sediamo.
I conti
di madame Gueye
Sono in
mezzo: la signora Gueye ed il venditore discutono animatamente
in dialetto wolof ed il venditore sta annotando alcuni prezzi
usando i numeri arabi (che hanno una grafica ben diversa dalla
nostra). La signora Gueye è piuttosto perplessa, non si fida
di quei numeri lì ed in pochi minuti mi ritrovo con carta e
penna in mano, investita dal ruolo di contabile. “Scrivi!” –
annuncia solenne – “due padelle piccole 3.000 franchi, quattro
pentole…”. Ora le persone perplesse sono tre: la signora Gueye
sa leggere i numeri ma non le parole, il venditore ha qualche
problema a decifrare la mia grafia ed io non so fare a mente
tutte le moltiplicazioni e le addizioni che mi chiedono. Con
l’approvazione generale giro il foglio e ricomincio: disegno i
diversi prodotti, indico il numero di esemplari richiesti, il
loro prezzo ed il prezzo totale… Soddisfatta annoto la somma.
Ricominciano le contrattazioni. Per mezz’ora sottraggo,
moltiplico, divido, aggiungo e ubbidisco. Altre contrattazioni
e raggiungiamo finalmente il verdetto: la signora Gueye
comprerà due pentoloni, come previsto. Mi accorgo di essere
stata coinvolta in uno dei più classici tranelli del
commercio: si comincia con un ordine enorme per abbassare il
prezzo (più compri, più puoi chiedere sconto) e poi, una volta
stabilito il totale, si acquista solo il numero di oggetti
realmente necessari.
La
signora Gueye cammina soddisfatta verso casa. Ha comprato due
pentoloni con coperchio ed una specie di scolapasta, che si
può posizionare sopra le casseruole per cuocere i cibi al
vapore o far sgocciolare il pesce fritto; ora il tutto andrà
lavato e raschiato con cura, ed il tempo e l’uso liscerà le
superfici. Ci cucinerà il tié-bou-dienne (l’immancabile e
quotidiano riso con pesce senegalese), il pollo yassa
(marinato al limone), un super nutriente cous-cous con crema
d’arachidi o qualche ricetta messicana che le ha suggerito la
sorella emigrata in Francia.
L’aereo
trasformato in pentole
Le
pentole in alluminio fabbricate artigianalmente sono le più
diffuse in Africa e hanno le stesse forme di quelle marmitte
che le nostre nonne usano ancora. Oggi in Italia si comprano
sempre di più dei contenitori in acciaio o delle padelle
antiaderenti ricoperte di teflon, ma il processo di produzione
è complesso ed il prezzo è molto alto. Una pentola in
alluminio è altrettanto valida: è leggera, resistente (più di
una in terra cotta), può essere riparata e permette di
cucinare tutte le ricette locali. Le piccole fonderie
dell’Africa occidentale risalgono agli anni Sessanta e
Settanta e sono debitrici degli insegnamenti degli emigrati e
dell’opera degli artigiani del Mali, famosi per la loro
abilità tecnica. Come racconta Sandrine Dole – designer
francese e specialista nello studio negli utensili da cucina
africani – la produzione di pentole in alluminio si è
sviluppata contemporaneamente alla reperibilità della materia
prima. Gli scarti delle industrie e la pattumiera metallica
(come le lattine e i pezzi delle automobili) hanno permesso la
nascita delle fonderie e, quando qualche anno fa un Boing
della Cameroun Airline si è schiantato a Douala, in Camerun,
il suo grande corpo si è trasformato in pentole!
Ecco come
nascono…
La
tecnica della colata nella sabbia è il processo di
fabbricazione più diffuso. Prima di tutto l’alluminio viene
sciolto ad una temperatura di 660 gradi centigradi: in pratica
basta un contenitore di acciaio o di ghisa, un focolare e
molta aria (con un soffietto o un ventilatore la temperatura
aumenta rapidamente). Una volta sciolto il metallo lo si versa
in una forma creata nella sabbia o nella terra argillosa. I
prodotti possono essere creati liberamente, ma di solito si
usa uno stampo. Per esempio, si prende una pentola, la si
riempie di sabbia bagnata e la si svuota rovesciandola sul
pavimento (come quando si fa un castello sulla spiaggia); si
prende di nuovo la pentola e la si mette in una cassetta di
legno: con la terra bagnata si riempiono bene tutti gli spazi
liberi, e poi si toglie nuovamente la pentola. La forma è
pronta, basta rovesciare la cassetta sopra il nostro primo
cilindro – quando la terra sarà secca e dura – ed avremo lo
stampo completo; l’alluminio sciolto verrà fatto colare
dall’alto, in un buco creato semplicemente con un cucchiaio.
Una volta che il metallo è diventato freddo e la terra intorno
è stata ben battuta con un bastone, la pentola verrà liberata
dallo stampo e limata.
Il
business delle pentole
In Africa
sono soprattutto le donne a cucinare con le pentole. Gli
uomini preparano il tè o arrostiscono la carne sulla griglia o
sulle pietre. Il pane può essere cotto anche sotto la sabbia
rovente, ma per tutto il resto, e soprattutto per scaldare e
bollire l’acqua, serve un contenitore da mettere sul fuoco.
Possedere una pentola permette di cucinare per tutta la
famiglia e permette anche di avviare un business. La maggior
parte delle attività economiche africane sono informali:
nascono liberamente dall’iniziativa dei singoli, sono poco
strutturate e richiedono piccoli investimenti. Con una pentola
una donna può trasformarsi in una ristoratrice. A casa prepara
delle pietanze e poi nel suo “ristorante di strada” propone ai
passanti degli spuntini o dei pasti completi. Si può anche
cucinare direttamente sul posto di vendita: le piccole aziende
più organizzate espongono i loro prodotti su un tavolo ed
offrono sgabelli ai clienti; il servizio take away consiste
nell’imballare il tutto in carta di giornale o foglie. La
grande urbanizzazione dell’Africa è alla base
dell’alimentazione di strada: ha creato un nuovo mercato e
l’esigenza di ristoranti poco costosi per i lavoratori e
soprattutto per gli uomini che sono partiti dai villaggi senza
la famiglia (e quindi senza le mogli capaci di cucinare). In
città gli ingredienti sono più numerosi e l’offerta dei
ristornati è varia; qualcuno possiede un frigorifero e chi non
ce l’ha può usare o affittare uno spazio nell’elettrodomestico
del vicino di casa o arrendersi a comprare quotidianamente le
sue scorte di cibo.
Il futuro
? Una pentola sulla testa
Le
pentole sono un bene prezioso e l’unico e vero oggetto nel
quale tutte le famiglie del mondo cercano di investire o hanno
investito. Per capire che cosa significa possiamo soltanto
provare a fare una prova con la fantasia. Immaginiamo che ci
dicano che dobbiamo lasciare la nostra casa per sempre; ci
dicono che dobbiamo partire subito e metterci a camminare. Non
sappiamo dove stiamo andando, non sappiamo cosa ci succederà e
non sappiamo se qualcuno potrà darci il suo aiuto. Se abbiamo
senso pratico, prenderemo una coperta, un materasso e forse
penseremo a come riusciremo a bere e a mangiare. Dove
scalderemo l’acqua? Dovremo sterilizzarla? Dovremo procurarci
del cibo? Forse gli aiuti umanitari ci manderanno del riso o
dei cereali? Come potremo cucinarli? Ora sediamoci nel nostro
comodo salotto e guardiamo un po’ di televisione. Al
telegiornale sfilano le immagini dei profughi: uomini, donne,
bambini in marcia che scappano e che hanno lasciato, fuggendo,
la loro casa. Cosa hanno con loro? Una pentola. Non è poi
un’idea così strana, se il campo di concentramento di
Auschwitz ha una stanza piena di marmitte trasportate dalle
vittime dell’olocausto: fa venire i brividi, perché non c’è
oggetto che ricordi di più la sopravvivenza e la famiglia, non
solo in Africa.
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L’arte in cucina
Quando il design incontra le pentole
Ci si
può accomodare sul pentolone di Saliou Traoré del Burkina
Faso (trasformato in poltroncina) o sedersi su uno
scolapasta di Pape Youssou Ndiaye del Senegal (a forma di
sgabello): i designer dell’Africa portano le casseruole in
salotto ed altre idee in cucina. Cheick Diallo del Mali e
Mohamed Yahyaoui dell’Algeria hanno disegnato servizi di
posate combinando il gusto tradizionale con le tecniche
più moderne, mentre il senegalese Baltazar Faye si occupa
dell’arredo della sala da pranzo con stile minimalista e
legni africani. La francese Sandrine Dole si è spinta
oltre, inventando addirittura un prototipo di ristorante
di strada, innovativo e riccamente equipaggiato con
fornelli per realizzare più ricette alla volta, piani
d’appoggio, contenitori per l’acqua ed un sistema di
cisterna e scarico. “Spesso le aziende artigianali imitano
i prodotti occidentali anche se avrebbero le potenzialità
per creare nuove linee e assecondare le necessità locali”
– racconta Sandrine Dole, che ha lavorato in cooperazione
con associazioni camerunesi e con le donne di Douala – “Ho
cercato di costruire qualcosa di nuovo insieme a chi
conosce le risorse e le esigenze: il design si arricchisce
nel confronto e nello scambio”. Così come l’arte e le
ricette che finiranno in pentola! |
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