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LA MIA
BATTAGLIA CONTRO IL BUIO
UN MEDICO IN
AFRICA
Il dottor Paolo Angeletti da oltre trent’anni
cura gli occhi dei più poveri. «In Europa l’oculista fa
pensare a chi prescrive gli occhiali», spiega. «Nel sud del
mondo è diverso: lì ti batti contro la cecità. Sei l’avamposto
contro il buio…»
di Marco
Trovato
La
felicità ? E’ guardarsi alla spalle, senza pentimenti né
rimpianti. Paolo Angeletti, 65 anni, medico oculista, c'è
riuscito: se potesse tornare indietro nel tempo, rifarebbe
senza indugi le stesse scelte. Anche le più difficili e
controcorrente: come lasciare il proprio paese natale e
rinunciare ad una bella casa affacciata sul mare. Ma anche
abbandonare una carriera promettente e redditizia. E mollare
le sicurezze e gli agi di una vita tutta in discesa.
«E' colpa
dell'Africa se le cose sono andate così», dice lui. In
effetti, quella terra gli è entrata nella testa e nel cuore,
come una passione travolgente e irrazionale. «Una passione che
mi ha cambiato profondamente. In Africa ho capito che è
possibile essere contenti con poco: basta vivere il presente,
giocarsi tutto giorno per giorno, senza l'assillo di dover
programmare, organizzare, pianificare... Noi occidentali siamo
oppressi e spaventati dal futuro. Gli africani, invece, si
godono quel poco che anno. E sorridono alla vita, nonostante
tutto».
Lontano
dalla noia
Da più di
trent'anni, il dottor Angeletti gira per piccoli ospedali e
villaggi di capanne, offrendo aiuti e cure alla gente più
povera. Non lo fa per spirito caritatevole, ma per sentirsi
libero, felice, appagato. O più semplicemente perché non
sarebbe in grado di fare altro. «Mi sento come un nomade, alla
perenne ricerca di nuovi stimoli e nuovi orizzonti», spiega.
«Non sono mai stato capace di condurre una vita normale: non
riesco a sopportare la routine del lavoro e la frenesia delle
nostra società. Quando mi trovo in Italia, dopo pochi giorni,
mi sento soffocare dalla noia… Ho bisogno di fuggire».
La strada
che ha deciso di percorrere non assomiglia affatto ad una fuga
romantica e avventurosa. La sua Africa è fatta di sofferenze,
di sacrifici, di piccole soddisfazioni e di grande
irrequietezza. «Vedete, io sono oculista e in Europa
l'oculista fa pensare a chi ti prescrive gli occhiali. Nel Sud
del mondo è diverso: lì ti batti contro la cecità. Sei
l'avamposto contro il buio. Sei tu che puoi restituire la
vista e garantire la vita, perché nei Paesi molto poveri un
cieco è un condannato a morte».
Dove il
buio fa paura
Più che
un lavoro, è una missione. Una sfida logorante, una lotta
senza fine: secondo le ultime stime dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità, esistono al mondo circa 45 milioni di
non vedenti, il 90 % vive in Paesi poveri, dove lo stato non
può garantire alcuna assistenza sanitaria. Ogni anno in Africa
milioni di persone perdono la vista a causa di infezioni
provocate dalla malnutrizione, dalle cattive condizioni
igieniche, dai parassiti, dalla mancanza di medicine e di cure
adeguate. A spegnere gli occhi sono malattie insidiose e
devastanti, come l'oncocercosi, il tracoma, il glaucoma, la
cataratta: da un giorno all'altro, le immagini, i colori e la
luce scompaiono. E con il buio inizia una vita di
emarginazione e sofferenze. Secondo le superstizioni locali,
infatti, i ciechi sono vittime della cattiva sorte e per
questo sono allontanati dalla famiglia e dalla comunità. «E'
una cosa terribile ma comprensibile: nei Paesi poveri, dove la
gente lotta ogni giorno per sopravvivere, l'handicappato
rappresenta per la famiglia e il villaggio un fardello
supplementare, difficile da sopportare».
Partire per istinto
Ridare la
speranza a questi ciechi è la scommessa che ha spinto il
dottor Angeletti a partire per l'Africa. «Tutto cominciò
all'età di 27 anni. Avevo appena concluso gli studi in
medicina e mi accingevo a lavorare in uno studio oculistico.
L'idea non mi appassionava affatto, anzi... Sentivo di voler
fare altro. Ero spinto da una grande passione e da un
desiderio irrefrenabile: avevo voglia di aiutare, di assistere
chi non aveva nulla. Volevo fare tutto il possibile con gli
strumenti che avevo e con quello che sapevo». La decisione di
partire fu un fatto di cuore, istintivo, per certi versi
inevitabile. «L'occasione arrivò nel 1966, quando mi proposero
di partecipare ad una breve missione umanitaria in Algeria
dove, all'indomani dell'indipendenza, c'era un disperato
bisogno di medici». L'impatto con l'Africa fu traumatico e
seducente allo stesso tempo: «Mi affascinava il deserto e la
profonda spiritualità del mondo musulmano... D'altro canto mi
trovavo solo, tra tanta gente che aveva bisogno di cure e che
confidava nel mio aiuto… Avevo paura di non essere all'altezza
del ruolo che dovevo ricoprire».
Quella
volta che ho rischiato di morire…
E invece
il ruolo sembrava tagliato su misura per un tipo come lui:
caparbio, ostinato, con tanta voglia di fare. «Col tempo capii
di essere portato a lavorare nel mondo della cooperazione
internazionale. Allora decisi di partecipare ad altri progetti
sanitari in Africa». Dopo l’Algeria, venne il Mozambico, il
Burundi, il Sahara Occidentale, l’Etiopia, il Congo, il Ghana…
E non mancò una breve parentesi lavorativa in Medio Oriente.
«Fu un’esperienza sconvolgente ma molto formativa, soprattutto
sotto il profilo umano: ricordo quando i ragazzi palestinesi
lanciavano sassi ai soldati israeliani e quelli rispondevano
sparando pallottole di gomma. Beh, si fa presto a dire
pallottole di gomma, ma non sono mica giocattoli. Addosso
provocano effetti devastanti, e specialmente gli occhi
subiscono danni terribili».
Nel suo
inarrestabile vagabondare, il dottor Angeletti era spesso
accompagnato dalla famiglia: due figli piccoli e la moglie
Ornella che, nelle vesti di ottica, lavorava al suo fianco.
Insieme, per diversi anni, si spostarono da un capo all’altro
del continente africano, affrontando emergenze sanitarie di
ogni tipo, in regioni spesso insidiose, dove non mancarono di
trovarsi immischiati in situazioni di tensione e di pericolo.
«Il Burundi era un paese sull’orlo della guerra civile,
lacerato dai conflitti etnici e dalla miseria: la violenza
poteva scoppiare all'improvviso... Vivevamo in uno stato di
perenne allarme». Anche in Algeria, durante un'altra missione
umanitaria, non mancarono momenti di paura. «Ogni giorno i
notiziari si aprivano con il bollettino dei massacri dei
terroristi. Alla sera c’era il coprifuoco, le squadre dei
fondamentalisti perquisivano le case per sgozzare gli
stranieri. Io ero in un villino, al buio, trattenendo il
respiro. Ma chiunque avrebbe potuto trovarmi». Il momento
peggiore, comunque, fu in Etiopia nel 1976, ai tempi di
Menghistu che aveva deciso di sterminare la piccola borghesia
e gli stranieri. «Vennero le sue guardie in casa con la
pistola in pugno, volarono ceffoni, ci furono molte urla,
molto spavento, ma poi ci salvammo».
Sempre in
movimento
Acqua
passata: ora i pensieri e le energie del dottor Angeletti sono
tutti indirizzati alla dura lotta contro la cecità. E’ una
lotta che conduce da anni insieme a CBM International,
un'associazione umanitaria che si dedica ai non vedenti e ai
disabili in oltre 100 Paesi in via di Sviluppo. «E'
un'organizzazione privata, fondamentalmente cristiana, ma al
tempo stesso laica: ci sono cattolici e protestanti, battisti
e calvinisti. Ma se viene un musulmano siamo felici e sono
molti anche quelli che non credono in Dio. L'importante è
credere nell'uomo e lavorare per salvare vite».
Un
compito che per il dottor Angeletti si traduce in estenuanti
giornate passate in sala operatoria (negli ultimi cinque anni
ha effettuato oltre tremila interventi chirurgici) oppure alla
guida di un fuoristrada, sulle interminabili piste di terra
che conducono agli ospedali e agli ambulatori sostenuti da CBM.
«Sono in perenne movimento: viaggio per tutta l'Africa
occidentale per visitare una trentina di progetti sanitari. E'
un lavoro irrinunciabile: la nostra organizzazione dipende
dalle donazioni dei privati, della gente comune. Che non vuole
gettare via il denaro a fondo perduto, ed esige giustamente
dei controlli su come vengono spesi i loro soldi».
Piccoli
medici crescono
Dentro
CBM lavorano oculisti, ottici, infermieri e insegnanti per
disabili: gente infaticabile che opera nell'ombra, spendendo
la propria vita al servizio dei più bisognosi; persone
semplici, normali, che con la loro semplicità e normalità
riescono a raggiungere risultati straordinari (in un anno
soccorrono oltre 11 milioni di malati). «Cerchiamo di fare del
nostro meglio con i mezzi che abbiamo a disposizione», dice
Angeletti. «Lavoriamo in condizioni di estrema economia e
spesso siamo costretti a fabbricarci molti strumenti da soli…
Lo studio e la professionalità sono fondamentali, ma non
bastano: bisogna imparare ad arrangiarsi, mettersi in gioco
senza riserve e lavorare per costruire qualcosa di utile che
possa durare nel tempo… Spesso gli europei vanno in un paese
povero, aprono un ambulatorio, un ospedale, mandano i loro
medici bianchi e creano una enorme aspettativa nelle
popolazioni. Poi, un brutto giorno, chiudono e se ne vanno
lasciando alla loro spalle disperazione e rabbia… Noi facciamo
l'opposto: andiamo, ci fermiamo molti anni, anche trenta se
necessario, e alleviamo medici locali».
Tornare
in Italia ? no grazie
Tra una
missione e l’altra, il dottor Angeletti torna a Lomè, la
capitale del Togo, dove vive attualmente con sua moglie (i
figli oramai sono grandi e hanno preso la loro strada: «Silvia
sta in Italia e realizza mosaici, Michele ha deciso di seguire
le orme del padre e lavora per i ciechi del Malawi»). La loro
è una casa semplice, confortevole, tranquilla. «Il posto
ideale per ascoltare musica, leggere libri, scrivere poesie e
dipingere… Tutti lussi che in Italia non potrei permettermi,
ma che qui sono indispensabili per ricaricarsi e trovare nuove
energie». Non è semplice infatti vivere per lungo tempo in un
paese straniero, povero e instabile, lontano dai propri
affetti. «I momenti di stanchezza e di sconforto non sono
rari. A volte, alla sera, mi ritrovo solo, in posti isolati,
dopo una giornata faticosa passata in sala operatoria... In
quei momenti mi manca tanto poter parlare con qualche amico».
Eppure l'idea di tornare a vivere in Italia non lo accarezza
neppure. «Proprio non mi ci vedo nei panni del pensionato alle
prese con scadenze, bollette, città sempre più frenetiche…
Finirei per impazzire». Per ora vuole continuare a fare il
medico in Africa: le energie e la passione non gli mancano. E
neppure il lavoro.
Marco Trovato
COME
AIUTARE IL DOTTOR ANGELETTI
Le statistiche fanno impressione: nel mondo
ogni minuto un bambino diventa cieco e ogni cinque secondi un
adulto perde la vista. «Sono numeri agghiaccianti», commenta
il dottor Angeletti. «Ma ciò che è più agghiacciante è che
nell'80 per cento dei casi la cecità può essere evitata,
attuando programmi di prevenzione e di cura». Si potrebbe fare
molto, ad esempio, per difendere la vista dei bambini
africani. «Molti bimbi diventano ciechi e si ammalano di
tumori degli occhi che i loro familiari non curano finché non
è troppo tardi. Allora li portano negli ospedali generici,
dove non sanno che cosa fare e alla fine li spediscono da noi.
E noi facciamo quel che si può. Ma non è mai abbastanza».
Talvolta basta davvero poco per salvare la vista ad una
persona: «Con cinquanta centesimi di euro si possono garantire
ad un bambino le dosi minime di vitamina A. Con 2,60 euro è
possibile fornire a un'intera famiglia una semplice pomata che
guarisce il tracoma. Con soli 26 euro si può eseguire
un'operazione di cataratta». Chi desidera sostenere
concretamente il lavoro del dottor Angeletti, può versare i
contribuiti utilizzando il conto corrente postale
dell'associazione CBM Italia – Missioni cristiane per i ciechi
nel mondo n. 13542261 (causale: aiuti per i ciechi dell'Africa
occidentale). Informazioni allo 02/72093670, e-mail: cbm.it@tin.it.
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