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La magia di Matonge
Nel quartiere africano di
Bruxelles
Con questo reportage iniziamo una serie di
servizi dedicati ai quartieri africani delle maggiori città
europee. Sarà un viaggio a tappe, che si rinnoverà nei
prossimi numeri della rivista. Prima fermata: Bruxelles e lo
stupefacente quartiere congolese di Matonge.
di Silvia Prati
A Bruxelles quasi un terzo
della popolazione è straniera, e sono numerosi i quartieri che
cercano di conservare le diverse identità nazionali e
culturali: turco, greco, latino-americano, arabo… Gli africani
hanno ricreato un pezzo della loro terra a Matonge, nucleo
congolese che raggruppa la vita sociale black della capitale.
Nella Commune di Ixelles, nel cuore della città, il quartiere
si snoda dalla Rue du Trône alla Porte de Namur. Negli anni
’50 il quartiere, già cosmopolita, ospitava l’Union des Femmes
Coloniales, che preparava le donne a compiere il loro dovere
di spose coloniali. La Rue Longue Vie invece si è animata
all’inizio degli anni ’80, ma la trasformazione in via
pedonale ha creato un’atmosfera nuova, con le infiltrazioni
culturali del ristorante portoghese, di quello peruviano, e
“Mama Adelu” che vende manioca e gallina tra una miriade di
caffè africani coi tavolini colorati. Matonge, a ben
riflettere, rispecchia la contraddizione delle mille guerre
africane e della capacità di gestione saggia dell’etnicità nel
quotidiano, nelle grandi città.
LA VIA DEI MILLE DIALETTI
Mi sono infilata nel cuore
di Matonge nel pomeriggio, guardando con occhi decisamente
nuovi le vetrine, i locali, i volti, che già avevo visto
decine di volte. Il quartiere è davvero un piccolo pezzo di
Africa, con i suoni, i colori, i profumi e la gente
dell’Africa. Molte donne nelle strade, moltissimi uomini a
gruppi di cinque o di sei, fermi contro i cartelli stradali a
gridarsi qualcosa in mille dialetti (ma soprattutto lingala, e
dall’arrivo di Kabila al potere nell’ex Zaire, il swahili) da
una parte all’altra della strada, tra lo sfrecciare di
macchine cariche di gente, finestrini abbassati e musica
altissima. Manioca nelle grosse ceste davanti ai negozi,
banane corte e gialle, piante medicinali, noci di cola, ali di
gallina arrostite, vetrine colorate di stoffe e vestiti, il
rosa delle confezioni di prodotti per la pelle e i capelli, il
caffè, locali freschi, tantissime parrucchiere che lavorano in
tre a fare treccine ridendo, ancora manioca…. E musica
dappertutto, quasi sempre congolese.
NON SOLO AFRICA
All’interno della Galleria
la maggior parte dei negozi sono tenuti da africani, vicino a
Nicole (la mia parrucchiera quando abitavo a Bruxelles),
haitiana con un’infanzia passata nel Congo, mentre nel resto
di Matonge da una decina di anni la proprietà di molti spazi
commerciali è passata agli asiatici, soprattutto cinesi,
indiani e pakistani. Non hanno cambiato i negozi, e nemmeno la
musica congolese è stata soppressa; semplicemente, vendono
prodotti africani. È buffo vederli vendere manioca. Si
intravedono poi le insegne dei caffè Grands Lacs,
Tanganyica, La Savane… dentro e fuori dai bar la
gente parla, ride, si scambia informazioni, in quella sorta di
magico tam-tam che spesso importa ed esporta notizie più
rapidamente dei mass-media. L’informale è forte anche qui,
come in Africa. Se nelle vetrine non c’è un articolo, c’è
sempre un amico di un amico che vende proprio quello, nella
cantina di casa sua: una volta ho trovato un piccolo tamburo
djembé, in questo modo.
IL BAR DI HENRY
Ho parlato un po’ in strada
anch’io. Qualche donna un po’ sospettosa mi ha schivato
infilandosi in un portone aperto, tre commesse di un negozio
pieno di fagioli, riso e galline mi hanno liquidato dicendo
che la padrona era assente. Poi un ragazzo sulla trentina mi
ha accompagnato in un bar, e mi ha presentato il proprietario.
È lì, a Le Carrefour, che il mio vero viaggio in
Matonge è cominciato. Henry è congolese, ed è stato uno dei
fondatori del quartiere, un uomo allegro e spiritoso che sa
attirare i clienti “Se non ci fossi io, verrebbero a bere e
poi andrebbero via. Invece, se io ci sono, si fermano”, mi ha
bisbigliato in un orecchio. Un bar africano, pieno di paglia e
quadri, il bancone sotto una capannina, Henry è seduto al
tavolo con alcuni amici, tutti congolesi sorridenti che mi
fanno posto in fretta di fianco a lui, per permettermi di
porgli le domande. In realtà, una lunghissima intervista
collettiva.
Henry è arrivato dallo Zaire
in Belgio la prima volta nel 1958, è tornato nel 1960,
testimone e protagonista dell’ondata di immigrazione che
dall’Africa e dall’immensa colonia arrivava in quegli anni.
Gli anni delle prime indipendenze e dei visti di ingresso
facili da ottenere. Nel 1968 ha cominciato a lavorare, e si
può situare in questo momento la nascita di Matonge come lo
vediamo oggi. Il quartiere era senza nome, e contava una
presenza massiccia di ivoriani, guineani e senegalesi, che si
erano raggruppati nella zona anche per la presenza della
Maison Africaine, la casa per studenti africani, e del
Cocody, dancing ivoriano che prendeva il nome da un
quartiere della capitale della Costa d’Avorio. Il Cocody
fu ceduto ad un nuovo proprietario, un guineano che cambiò il
nome del locale in Mambo. Henry lavorava per lui, in
breve divenne il suo aiutante di fiducia tanto da rilevare il
locale quando il vecchio si ritirò dagli affari.
L’ORIGINE DI MATONGE
Dalla Guinea allo Zaire.
Nello stesso momento un amico zairese aprì sotto la Galleria
uno shop, battezzato Matonge, che divenne in brevissimo
tempo un luogo di ritrovo quando il Mambo chiudeva,
tanto per tirare mattina in compagnia. Il quartiere in pochi
mesi si tramutò in zona a maggioranza zairese, assorbendo il
nome di Matonge, come uno dei quartieri più vivi e centrali di
Kinshasa, cuore del business e della vita notturna, dove non
si dorme mai. Me l’hanno descritto così: “A Kinshasa, a
Matonge, tonnellate di decibel precipitano sui passanti. Anche
solo alle 7 del mattino, e fino a notte fonda. A quel punto, i
negozi e i bar saranno sostituiti dai concerti, dai caffè
notturni e dalle discoteche fino all’alba, facendo di Matonge
un luogo in cui la musica non si ferma mai”. Matonge è il
plurale di litonge, un frutto molto diffuso nel Congo-Zaire,
che popolava la zona del quartiere prima che Kinshasa si
espandesse e che l’urbanizzazione avanzasse. E da Kinshasa il
nome è stato importato, ricordo delle lontane radici
culturali.
Oggi molti africani cercano
casa in altri quartieri, chi a causa del lavoro, chi per
studio, chi perché ha bisogno di un appartamento più grande,
ma la vita sociale è rimasta qui, in questi bar e caffè, dalle
parrucchiere, per strada. Dopo il lavoro, tutti si riversano
qui, camerunesi, senegalesi, ivoriani, guineani, ruandesi, e
tanti tantissimi congolesi. “Ma noi siamo nati belgi – dice
Henry con un sorriso di soddisfazione – sul mio passaporto
c’era Congo Belge”.
SETTE ORE A CHIACCHIERARE
Tra birre e chiacchiere,
risa, racconti, domande, siamo rimasti al Carrefour più
di sette ore. Al centro delle attenzioni della dozzina di
avventori che mi hanno accolto, ho dovuto sostenere un test di
swahili (per fortuna solo due saluti, gli unici che
conoscevo!), abbiamo parlato anche delle elezioni in Belgio
del maggio scorso… Problema caldo, quello della rappresentanza
politica africana in Belgio, cioè del peso politico di Matonge,
e come per magia il bar si è trasformato in Parlamento. Non so
come ci siamo arrivati, ma ci siamo infilati in
un’animatissima sessione su Mobutu, Kabila, i diamanti,
l’invasione, il Kivu, i passaporti… un salto nella storia del
Congo che non potrete mai fare con nessun libro. Dodici
uomini, anziani che hanno vissuto i tempi del primo presidente
congolese Kasavubu, dell’indipendenza, politici sotto Mobutu,
giovani pieni di speranze, ex ambasciatori come il mio vicino
François, o improvvisati Presidenti dell’Assemblea come Aimé,
col difficile compito di dare la parola. Un vassoio di
costolette grigliate su cui ci siamo lanciati con entusiasmo
durante il dibattito, tra risate, giuramenti, avventori presi
a testimone, voci che si alzavano, richieste di parola al
Presidente. Così, mangiando con le mani davanti ad una buona
birra, una donna africana con l’acqua sulla testa nel quadro
di fronte a me, la musica congolese che cercava di coprire le
nostre voci di politici esperti ed arrabbiati, il Presidente
che mi dava la parola chiamandomi “Mama”, mi sono sentita in
Africa davvero. Ho dimenticato Bruxelles, il Belgio, l’Europa…
quello era solo Matonge, poco importa se qui o a Kinshasa. Le
strade si animavano sempre più, qualcuno si affacciava,
salutava, diceva la sua, poi usciva senza ascoltare le
reazioni. Qualcuno ha pagato un giro da bere per tutti,
anch’io ho pagato il mio. Qui in Africa si usa così.
L’immigrazione in Belgio
Il Belgio conta oggi più di
un milione e trecentomila immigrati, quasi il 14% della
popolazione totale del paese, dei quali quasi un quarto è
giunto negli ultimi 10 anni. Dell’Africa Subshariana nel 1998,
ultimi dati ufficiali, si contavano quasi 40 mila unità.
Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Burundi, Ghana,
Sierra Leone, Nigeria, Togo, Costa d’Avorio e Angola sono i
paesi africani numericamente più rappresentati, dopo il Nord
Africa (più di 200mila immigrati). Il Belgio ha vissuto
diverse fasi nella sua storia, dalle rare immigrazioni del
periodo coloniale, ai numerosi arrivi del periodo
post-indipendenza negli anni ‘60, all’arresto della
concessione dei visti di ingresso durante la crisi petrolifera
del 1973, alla tiepida ripresa negli anni ’80 con la
regolarizzazione di molti “sans papier”, allo choc nel 1998
per la morte di Sémira Adamu, nigeriana che chiedeva lo status
di rifugiata, durante la sua espulsione forzata dal paese,
choc che ha cambiato l’approccio delle autorità alla questione
migratoria.
L’arte
africana a Bruxelles
L’arte dell’Africa vive
anche a Bruxelles, con mostre, gallerie specializzate, centri
innovativi, artisti e designer. Uno dei suoi animatori più
sorprendenti è Fernando Alvim, artista ingegnoso e tuttofare
che promuove l’arte contemporanea africana con spirito
internazionale ed eccentrico. Fernando Alvim è cresciuto in
Angola e si è trasferito in Belgio nel 1987; oggi, attraverso
la casa di produzione Sussuta Boé (sussuta.boe@pi.be) e le
cooperazione di altri critici ed artisti africani, gestisce lo
spazio espositivo Camouflage, la rivista “Co@rtnews”
ed il progetto European Satellite. Il progetto sostiene i
collegamenti tra le diverse aree del continente africano, fa
muovere le opere degli artisti e soprattutto punta a
“colonizzare” l’Occidente. In Belgio esistono altre
organizzazioni che promuovono l’arte dell’Africa. Africalia (http://www.africalia.be/)
sostiene i progetti
che nascono in Africa e ne incoraggia la diffusione nel mondo
attraverso la cooperazione. Le sue attività toccano tutte le
arti: pittura, scultura, installazioni, video, fumetto,
animazione, teatro, musica e letteratura. Un’altra celebre
istituzione è poi il
Musée Royal de l’Afrique Centrale di Tervuren
(http://www.africamuseum.be) che oltre ad offrire esposizioni,
è anche un importante centro di documentazione e ricerca
sull’Africa centrale.
(Iolanda Pensa)
L’AFRICA IN EUROPA
In molte grandi città europee, negli ultimi
decenni, sono sorti quartieri africani simili a Matonge. A
Lisbona in tre quartieri
popolari, Alfama, Lapa e Madragoa (che ricordano un po’ Genova
coi vicoli stretti e senza sbocco) si respira l’aria di Capo
Verde, i suoi piatti profumati e la voce calda di Cesaria
Evora che si affianca alle note del fado locale, triste e
commovente. Oltre ai circa 40 mila capoverdiani, ci sono
migliaia di immigrati provenienti da tutte le ex-colonie
africane portoghesi (Angola, Guinea Bissau, Mozambico, Sao
Tome e Principe). A Parigi
gli immigrati africani, soprattutto maghrebini, si sono
riuniti a partire dal 1950 nel quartiere di Barbès e della
Goccia d’Oro, che deve il nome al vino che si produceva fino
al XIX secolo in queste terre agricole e periferiche di
Parigi. Dagli anni ’80 anche immigrati dall’Africa
Subsahariana si sono aggiunti, dando vita ad un quartiere
multiculturale e colorato. Anche
Amsterdam, col quartiere periferico De Pijp sorto
già nella seconda metà del 1800, conta una comunità marocchina
di circa tremila persone, che ha ricreato le atmosfere calde
del loro paese, coi kebab, il the, il pane, i colori e la
musica. Così come Marsiglia,
che ospita nei bassifondi attorno alla porta D’Aix e Rue St.
Barbe una foltissima rappresentanza maghrebina, Marocco,
Algeria e Tunisia.
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