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Il libro:
Buongiorno Africa
di Raffaele Masto
Arriva questo mese in libreria “In
Africa”, un’appassionante collage di racconti e
riflessioni sui mali e le ricchezze degli africani. Una lucida
testimonianza giornalistica che coglie le pulsioni più
segrete di un continente in pieno movimento. Vi presentiamo,
in anteprima, un capitolo del libro.

Somalia, Etiopia, Eritrea, Ruanda, Congo.
Fame, guerra, profughi. E' l'Africa che arriva sui nostri
giornali, sui nostri schermi e che infine plasma il nostro
immaginario, le nostre conoscenze, le nostre idee sul mondo.
Ma l'Africa non è solo questo. Se i colorati, chiassosi,
caotici mercati sono il polso dell'economia, i quartieri delle
baraccopoli, tutti con nomi fantasiosi o roboanti, i locali,
le discoteche sono uno spaccato formidabile della società
africana. Una società che non arriva quasi mai sui nostri
media. Eppure è vitale, curiosa, informata e ha un grande
bisogno di rapportarsi. Una volta a Brazzaville, in una
baraccopoli mi imbattei in un carro armato con i cingoli rotti
abbandonato in uno spiazzo molto trafficato. Qualcuno con la
vernice bianca ci aveva scritto sopra "Sarajevo".
Era una protesta perché mentre il mondo, in quel periodo,
sembrava avere occhi solo per la capitale bosniaca assediata,
anche Brazzaville era squassata dalla guerra e dai
bombardamenti, ma nessuno ne parlava.
Gli africani sono informati, molto più di noi, sentono le
radio internazionali in francese o in inglese e le famiglie
che hanno una televisione e una parabola si ritrovano la casa
invasa di gente del villaggio o del quartiere, non solo per
vedere le telenovelas, ma anche per seguire i TG della Cnn o
quelli delle reti arabe o europee.
Nel 1999 in Sud-Sudan, in uno sperduto villaggio del Southern
Blue Nile, trovai un gruppo di studenti adolescenti sotto un
albero con un apparecchio radio ad onde corte sintonizzato
sulla Bbc con quaderni e libri consunti, probabilmente usati
da generazioni, religiosamente appoggiati in ordine su una
pietra. Stavano studiando e si erano presi una pausa per
seguire il notiziario.
“Gli africani sono più informati di noi: seguono le radio e le TV internazionali”
Nel 2000, quando ancora l'Angola era devastata dalla guerra
civile, a Luanda, la capitale, su un muro di una delle strade
più trafficate, vidi scritto a caratteri cubitali:
"Forca Angola Tudo Pasa", forza Angola tutto passa.
Venticinque anni di conflitto, uno dei più lunghi e cruenti
di tutto il continente, non avevano annullato le speranze
della gente. Qualcuno, non si sa chi, si era sentito in dovere
di fare coraggio ai suoi concittadini. Una dimostrazione che
gli africani sanno resistere e sperare e, anche in condizioni
estreme, sanno divertirsi ed essere solidali, sanno riprodurre
una condizione di "normalità" con una capacità di
adattamento che società appagate come la nostra non sono più
in grado di fare. E' una capacità degli africani, questa, che
mi ha sempre affascinato e più che nei politici, nei leader
guerriglieri, nei presidenti ho trovato nelle gente comune.
Questa qualità ha finito per influenzare il mio modo di
svolgere il mestiere di giornalista. Non ho ben chiaro
attraverso quali circuiti mentali ciò sia successo,
ma so che è avvenuto come se di volta in volta mi rendessi
conto di non riuscire a spiegare avvenimenti e fatti senza
fare ricorso alla parte più emotiva del mio essere.
Credo che tutto questo dipenda dal fatto che l'Africa è un
nervo scoperto, più che per gli africani per noi occidentali.
Un nervo scoperto perché rappresenta qualcosa di incompiuto,
un ambito che non è stato completamente permeato dalla civiltà
vincente, quella della rivoluzione francese e di quella
industriale, del mercato globalizzato e del profitto, della
tecnologia e della razionalità. Un nervo scoperto perché
racchiude in sè quegli elementi primordiali che il progresso
scientifico ha relegato nei circuiti periferici del nostro
cervello e che invece in Africa riaffiorano con più facilità
e influenzano comportamenti individuali e collettivi. Per
questo motivo cercare di comprendere a fondo le dinamiche
sociali e politiche africane significa fare i conti con ciò
che di primordiale c'è in noi, qualcosa che è impresso nel
nostro Dna e che, grazie al fatto che viviamo in società
nelle quali la precarietà è limitata e il benessere elevato,
abbiamo potuto progressivamente non usare. L'incontro con
l'Africa risveglia questa parte di noi e l'impatto, di solito,
è traumatico e affascinante allo stesso tempo.
Nei suoi viaggi per il continente, quasi quarant'anni fa,
Alberto Moravia diceva che l'Africa è la preistoria. Si
riferiva al paesaggio, alle sterminate savane, alle foreste,
ai deserti. Ma innegabilmente l'immagine gli derivava da una
mediazione culturale che l'intellettuale occidentale prova in
un continente che ha l'aspetto del mondo appena uscito dalla
creazione, abitato da uomini che, privi dei nostri mezzi
materiali, vi devono sopravvivere. Moravia non è stato
l'unico a provare quella sensazione. Prima di lui altri che
hanno viaggiato in Africa l'hanno descritta, con altre parole,
allo stesso modo. Basta pensare a Joseph Conrad e Andrè Gide,
o ai resoconti di missionari ed esploratori che si sono
inoltrati nel cuore del continente. Oggi l'Africa non è più
così, quell'aspetto primordiale non salta all'occhio, ma,
seppure occultato, c'è ancora. L'Africa non è più il
continente che si presentava agli esploratori della metà
dell'ottocento, non è nemmeno quella romantica di Karen
Blixen o quella delle grandi speranze dei padri della patria
del dopo-colonialismo che Ryszard Kapuscinski ha così ben
raccontato.
L'Africa del terzo millennio è un continente che non sa dove
andare, abbagliato dal mito dell'occidente e
contemporaneamente deluso, rassegnato, roso dal cancro della
corruzione e dilaniato dalle guerre.
“L’Africa del terzo millennio è un continente abbagliato dal mito dell’occidente e contemporaneamente deluso”
Questa paralisi è il risultato della storia, è un effetto
ritardato dell'incontro con l'occidente. Noi non sappiamo dove
sarebbe andata l'Africa se il suo percorso non si fosse
intersecato con quello dell'occidente. Probabilmente il suo
processo di sviluppo non avrebbe avuto bisogno dello
stato-nazione, dei confini, dell'accumulazione del capitale.
E' stato l'occidente con il suo bisogno di espansione, di
forza lavoro, di materie prime che ha spinto le civiltà
africane su binari che non erano i loro. L'Africa ha
resistito, ancora oggi ce ne sono i segni. Non avendo nessuna
possibilità di farlo sul piano militare lo ha fatto su un
piano culturale profondo. Ne sono una dimostrazione le
religioni tradizionali che sono fortemente radicate nella
popolazione di ogni ceto e che non sono solo un fatto
religioso, ma qualcosa di più. Sono una interpretazione del
mondo e della vita che la civiltà vincente non è riuscita ad
estirpare. L'africano può essere cattolico, protestante o
islamico ma per lui il culto degli antenati è qualcosa che va
oltre la religione che dice di professare. La stessa cosa vale
per il rapporto con la natura, o per la sacralità dei legami
della famiglia.
Oggi l'Africa è contradditoria, per molti versi senza identità,
attraversata da idee, tendenze, aspirazioni che provengono
dall'esterno e nello stesso tempo quasi chiusa in se stessa,
incapace di individuare un proprio percorso ed anche incapace
di introiettare cultura e orientamenti dell'Occidente e
intraprendere definitivamente quella via.
Tutto ciò dipende certamente dal fatto che l'estrema povertà
di gran parte dei paesi africani rende difficoltoso qualunque
progetto di sviluppo, ma è anche un peso del passato, della
storia. Il colonialismo, dopo aver vinto e sottomesso l'Africa
che procedeva per la sua strada ad un certo punto, mutate le
necessità di espansione e di controllo di mercati e materie
prime, l'ha lasciata a se stessa con il risultato che gli
africani non potevano più tornare indietro e riprendere la
vecchia strada, e non sono nemmeno più riusciti ad andare
avanti. Una paralisi, appunto, che si esprime in diverse
forme, anche con la guerra che in Africa è spesso un
conflitto tra etnie. Queste nella storia autoctona del
continente avevano un senso mentre inserite nel contesto della
nostra storia occidentale appaiono assurde e incomprensibili.
Ma i segni di questa paralisi sono riscontrabili anche in
molti comportamenti quotidiani, spiccioli eppure estremamente
significativi.
Mi è capitato viaggiando in Africa di raggiungere luoghi
isolati, lontano da qualunque città e dalle strade di grande
percorrenza, dove non c'erano né apparecchi televisivi né
tantomeno cinema, eppure di vedere nei giochi dei bambini
mimare le mosse del Karatè dei film di Brucee Lee o delle
scazzottate di Terence Hill e Bud Spencer. Dove hanno
imparato? Non sono mai riuscito a scoprirlo con certezza,
forse da un missionario passato da lì con una video cassetta
e un televisore o in qualche altro misterioso modo, ma sta di
fatto che quei simboli della nostra civiltà sono arrivati fin
lì.
Entrare in un supermercato africano è una esperienza
sconcertante.
Interi banconi sono riempiti con prodotti per
schiarire la pelle e per rendere lisci i capelli crespi. Sono
destinati principalmente alle donne delle classi agiate che si
possono permettere di acquistarli. Le più povere, anche nei
villaggi più sperduti, ci provano con intrugli di erbe e
paste naturali con le quali si impiastrano il viso e le gambe.
Per entrambe si tratta di una pratica autolesionista che
spesso le lascia deturpate irrimediabilmente. Eppure non
demordono.
Le grandi città africane sono delle specie di mostri, un
condensato di questo dualismo che oltre a paralizzare la
società, paralizza anche gli individui. Nairobi, Kinshasa,
Lagos sono delle bolgie ribollenti dove c'è di tutto: dalla
cultura tradizionale del villaggio al mito del mondo delle
corse automobilistiche, dagli stregoni al culto delle scarpe
da tennis firmate, dallo status symbol degli occhiali da sole
Rayban alle migliaia di quarantenni ciechi per malattie
curabili come il glaucoma o la congiuntivite.
A Nairobi ho visto giovani ventenni uscire all'alba da una
umida e maleodorante baracca di lamiera edificata
precariamente sul fango di una baraccopoli, salire su uno
degli affollati e strombazzanti matatu, i caratteristici e
coloratissimi taxi collettivi della città, entrare all'Hilton
Hotel, smettere i loro abiti consunti e indossare la lussuosa
livrea di panno da cameriere e servire per dieci-dodici ore
filate, tra tappeti rossi e porcellane, danarosi e
insodisfatti turisti occidentali. Di questi giovani ce ne sono
migliaia, lavorano nei ristoranti, nei locali notturni, nelle
discoteche e accumulano una rabbia esplosiva che non sanno
dove sfogare. Altre migliaia che non hanno un lavoro rubano,
diventano violenti, chiedono l'elemosina o sniffano la colla.
Lo slum è una realtà emblematica dell'Africa di oggi. Le
città non crescono più nella loro parte moderna, si
allargano nelle cinture periferiche delle baracoppoli che
assediano un centro sempre più piccolo e quasi anacronistico.
Nel loro degrado, nella loro promiscuità si perdono anche i
valori profondi degli africani. Un segnale preoccupante è che
da qualche anno il fenomeno dei bambini di strada nelle
baraccopoli è diventato consistente. Si tratta di bambini che
non hanno più famiglia, che sono stati abbandonati o che
trovano più conveniente vivere da soli piuttosto che con
genitori che non sono in grado di sfamarli. E' un fatto
clamoroso per l'Africa dove gli orfani non sono mai esistiti
perché il legame della famiglia allargata è talmente forte
da farsi carico anche dei bambini che perdono i genitori.
L'estensione di questo fenomeno significa che anche quel
legame si sta perdendo e gli africani, in quanto individui,
saranno ancora più soli e smarriti.
Eppure in queste bolgie infernali che sono gli slum c'è
qualcosa di affascinante, qualcosa di non codificabile che
sfugge allo sguardo razionale dell'occidentale, ma che tocca
quelle corde profonde che non siamo più abituati a
sollecitare. Qualcosa che forse ha a che fare con
quell'elemento primordiale che ancora, tenacemente, si
manifesta.
Negli slum si comprende una caratteristica sostanziale degli
africani: sanno vivere in modo totalizzante il presente. A
differenza di noi occidentali non sono oppressi, spaventati,
minacciati da un futuro incombente che cerchiamo
continuamente, e quasi sempre invano, di programmare,
prevenire, organizzare. Per loro il tempo è fatto di
presente, appunto, e di passato, un passato che non si ferma
al momento della loro nascita ma procede all'indietro nel
tempo vissuto dagli antenati. Questa dimensione consente loro
di possedere una maggiore libertà, di giocarsi tutto giorno
per giorno e di farlo essenzialmente senza l'assillo di
accumulare, di costruirsi sicurezze. In tutto questo sono
aiutati dal fatto che, nella grande maggioranza dei casi, non
possiedono già nulla, vivono nell'indigenza più totale.
Questa condizione trasforma quelle baraccopoli, che ormai sono
una specie di simbolo dell'Africa contemporanea, in
giganteschi laboratori sperimentali di creatività umana e
materiale. Laboratori dove la contaminazione culturale è alla
base di ogni reazione. Dove tutto, che sia una tendenza
artistica, un prodotto alla moda, un rottame industriale, un
motivo musicale, viene riutilizzato, trasformato, adattato e
rimesso in circolazione. Nelle nostre città una discarica di
rifiuti è un ingombro, in una baraccopoli è una fonte di
ricchezza per la popolazione che ricicla tutto, e non per
ecologismo. Tutto ciò accade negli slum, ma un po' tutto il
continente oggi è così dato che le città non sono altro che
il condensato del contesto che le ha prodotte.
Il nostro sicuro
occidente è la decadenza, l'Africa è il futuro
Prendendo a prestito un paragone fotografico si potrebbe dire
che l'Africa è il nostro negativo, qualcosa che non è un
immagine compiuta, ma contiene tutti gli elementi per esserlo.
Come dire che nell'Africa vediamo quell'istinto alla
sopravvivenza, quella sfida alla selezione naturale, quel quid
di selvaggio che c'è in noi e che non abbiamo più bisogno di
mettere in campo.
E il nostro sguardo è velato da una certa nostalgia perchè
non possiamo non renderci conto che il nostro sicuro occidente
è la decadenza, mentre l'Africa è il futuro. Anche
visivamente questa differenza ci salta agli occhi: gli
africani hanno corpi asciutti, atletici, elastici, le nostre
sono società di obesi perennemente a dieta. Siamo popoli di
anziani stanchi ed emarginati mentre l'Africa, settecento
milioni di persone, è un continente di prorompente vitalità:
settanta per cento della popolazione ha meno di 15 anni.
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