AFRICA
SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

Clicca qui per vedere le altre copertine e poi
cliccale per vederne il sommario



Contattaci:

   per informazioni

provincia@padribianchi.it

  animazione missionaria

animazione@padribianchi.it

   redazione:

africa@padribianchi.it

Tel: 0363 44 726


P.I.S.A.I. 


Mostre fotografiche
AFRICA

clicca qui per informazioni


Scambi-links

CASA EDITRICE POLARIS S.r.l.

Libri per viaggiare



LUGLIO-AGOSTO 2008


MAGGIO-GIUGNO 2008


MARZO-APRILE 2008


GENNAIO-FEBBRAIO 2008


NOVEMBRE-DICEMBRE 2007


SETTEMBRE-OTTOBRE 2007


LUGLIO - AGOSTO 2007


MAGGIO-GIUGNO 2007

 

Il libro:

Buongiorno Africa

di Raffaele Masto

Arriva questo mese in libreria “In Africa”, un’appassionante collage di racconti e riflessioni sui mali e le ricchezze degli africani. Una lucida testimonianza giornalistica che coglie le pulsioni più segrete di un continente in pieno movimento. Vi presentiamo, in anteprima, un capitolo del libro.

 

Somalia, Etiopia, Eritrea, Ruanda, Congo. Fame, guerra, profughi. E' l'Africa che arriva sui nostri giornali, sui nostri schermi e che infine plasma il nostro immaginario, le nostre conoscenze, le nostre idee sul mondo. Ma l'Africa non è solo questo. Se i colorati, chiassosi, caotici mercati sono il polso dell'economia, i quartieri delle baraccopoli, tutti con nomi fantasiosi o roboanti, i locali, le discoteche sono uno spaccato formidabile della società africana. Una società che non arriva quasi mai sui nostri media. Eppure è vitale, curiosa, informata e ha un grande bisogno di rapportarsi. Una volta a Brazzaville, in una baraccopoli mi imbattei in un carro armato con i cingoli rotti abbandonato in uno spiazzo molto trafficato. Qualcuno con la vernice bianca ci aveva scritto sopra "Sarajevo". Era una protesta perché mentre il mondo, in quel periodo, sembrava avere occhi solo per la capitale bosniaca assediata, anche Brazzaville era squassata dalla guerra e dai bombardamenti, ma nessuno ne parlava.
Gli africani sono informati, molto più di noi, sentono le radio internazionali in francese o in inglese e le famiglie che hanno una televisione e una parabola si ritrovano la casa invasa di gente del villaggio o del quartiere, non solo per vedere le telenovelas, ma anche per seguire i TG della Cnn o quelli delle reti arabe o europee.
Nel 1999 in Sud-Sudan, in uno sperduto villaggio del Southern Blue Nile, trovai un gruppo di studenti adolescenti sotto un albero con un apparecchio radio ad onde corte sintonizzato sulla Bbc con quaderni e libri consunti, probabilmente usati da generazioni, religiosamente appoggiati in ordine su una pietra. Stavano studiando e si erano presi una pausa per seguire il notiziario.

 

“Gli africani sono più informati di noi: seguono le radio e le TV internazionali”


Nel 2000, quando ancora l'Angola era devastata dalla guerra civile, a Luanda, la capitale, su un muro di una delle strade più trafficate, vidi scritto a caratteri cubitali:
"Forca Angola Tudo Pasa", forza Angola tutto passa. Venticinque anni di conflitto, uno dei più lunghi e cruenti di tutto il continente, non avevano annullato le speranze della gente. Qualcuno, non si sa chi, si era sentito in dovere di fare coraggio ai suoi concittadini. Una dimostrazione che gli africani sanno resistere e sperare e, anche in condizioni estreme, sanno divertirsi ed essere solidali, sanno riprodurre una condizione di "normalità" con una capacità di adattamento che società appagate come la nostra non sono più in grado di fare. E' una capacità degli africani, questa, che mi ha sempre affascinato e più che nei politici, nei leader guerriglieri, nei presidenti ho trovato nelle gente comune.
Questa qualità ha finito per influenzare il mio modo di svolgere il mestiere di giornalista. Non ho ben chiaro attraverso quali circuiti mentali ciò sia successo,
ma so che è avvenuto come se di volta in volta mi rendessi conto di non riuscire a spiegare avvenimenti e fatti senza fare ricorso alla parte più emotiva del mio essere.
Credo che tutto questo dipenda dal fatto che l'Africa è un nervo scoperto, più che per gli africani per noi occidentali. Un nervo scoperto perché rappresenta qualcosa di incompiuto, un ambito che non è stato completamente permeato dalla civiltà vincente, quella della rivoluzione francese e di quella industriale, del mercato globalizzato e del profitto, della tecnologia e della razionalità. Un nervo scoperto perché racchiude in sè quegli elementi primordiali che il progresso scientifico ha relegato nei circuiti periferici del nostro cervello e che invece in Africa riaffiorano con più facilità e influenzano comportamenti individuali e collettivi. Per questo motivo cercare di comprendere a fondo le dinamiche sociali e politiche africane significa fare i conti con ciò che di primordiale c'è in noi, qualcosa che è impresso nel nostro Dna e che, grazie al fatto che viviamo in società nelle quali la precarietà è limitata e il benessere elevato, abbiamo potuto progressivamente non usare. L'incontro con l'Africa risveglia questa parte di noi e l'impatto, di solito, è traumatico e affascinante allo stesso tempo.
Nei suoi viaggi per il continente, quasi quarant'anni fa, Alberto Moravia diceva che l'Africa è la preistoria. Si riferiva al paesaggio, alle sterminate savane, alle foreste, ai deserti. Ma innegabilmente l'immagine gli derivava da una mediazione culturale che l'intellettuale occidentale prova in un continente che ha l'aspetto del mondo appena uscito dalla creazione, abitato da uomini che, privi dei nostri mezzi materiali, vi devono sopravvivere. Moravia non è stato l'unico a provare quella sensazione. Prima di lui altri che hanno viaggiato in Africa l'hanno descritta, con altre parole, allo stesso modo. Basta pensare a Joseph Conrad e Andrè Gide, o ai resoconti di missionari ed esploratori che si sono inoltrati nel cuore del continente. Oggi l'Africa non è più così, quell'aspetto primordiale non salta all'occhio, ma, seppure occultato, c'è ancora. L'Africa non è più il continente che si presentava agli esploratori della metà dell'ottocento, non è nemmeno quella romantica di Karen Blixen o quella delle grandi speranze dei padri della patria del dopo-colonialismo che Ryszard Kapuscinski ha così ben raccontato.
L'Africa del terzo millennio è un continente che non sa dove andare, abbagliato dal mito dell'occidente e contemporaneamente deluso, rassegnato, roso dal cancro della corruzione e dilaniato dalle guerre.

 

“L’Africa del terzo millennio è un continente abbagliato dal mito dell’occidente e contemporaneamente deluso”


Questa paralisi è il risultato della storia, è un effetto ritardato dell'incontro con l'occidente. Noi non sappiamo dove sarebbe andata l'Africa se il suo percorso non si fosse intersecato con quello dell'occidente. Probabilmente il suo processo di sviluppo non avrebbe avuto bisogno dello stato-nazione, dei confini, dell'accumulazione del capitale. E' stato l'occidente con il suo bisogno di espansione, di forza lavoro, di materie prime che ha spinto le civiltà africane su binari che non erano i loro. L'Africa ha resistito, ancora oggi ce ne sono i segni. Non avendo nessuna possibilità di farlo sul piano militare lo ha fatto su un piano culturale profondo. Ne sono una dimostrazione le religioni tradizionali che sono fortemente radicate nella popolazione di ogni ceto e che non sono solo un fatto religioso, ma qualcosa di più. Sono una interpretazione del mondo e della vita che la civiltà vincente non è riuscita ad estirpare. L'africano può essere cattolico, protestante o islamico ma per lui il culto degli antenati è qualcosa che va oltre la religione che dice di professare. La stessa cosa vale per il rapporto con la natura, o per la sacralità dei legami della famiglia.
Oggi l'Africa è contradditoria, per molti versi senza identità, attraversata da idee, tendenze, aspirazioni che provengono dall'esterno e nello stesso tempo quasi chiusa in se stessa, incapace di individuare un proprio percorso ed anche incapace di introiettare cultura e orientamenti dell'Occidente e intraprendere definitivamente quella via.
Tutto ciò dipende certamente dal fatto che l'estrema povertà di gran parte dei paesi africani rende difficoltoso qualunque progetto di sviluppo, ma è anche un peso del passato, della storia. Il colonialismo, dopo aver vinto e sottomesso l'Africa che procedeva per la sua strada ad un certo punto, mutate le necessità di espansione e di controllo di mercati e materie prime, l'ha lasciata a se stessa con il risultato che gli africani non potevano più tornare indietro e riprendere la vecchia strada, e non sono nemmeno più riusciti ad andare avanti. Una paralisi, appunto, che si esprime in diverse forme, anche con la guerra che in Africa è spesso un conflitto tra etnie. Queste nella storia autoctona del continente avevano un senso mentre inserite nel contesto della nostra storia occidentale appaiono assurde e incomprensibili.
Ma i segni di questa paralisi sono riscontrabili anche in molti comportamenti quotidiani, spiccioli eppure estremamente significativi.
Mi è capitato viaggiando in Africa di raggiungere luoghi isolati, lontano da qualunque città e dalle strade di grande percorrenza, dove non c'erano né apparecchi televisivi né tantomeno cinema, eppure di vedere nei giochi dei bambini mimare le mosse del Karatè dei film di Brucee Lee o delle scazzottate di Terence Hill e Bud Spencer. Dove hanno imparato? Non sono mai riuscito a scoprirlo con certezza, forse da un missionario passato da lì con una video cassetta e un televisore o in qualche altro misterioso modo, ma sta di fatto che quei simboli della nostra civiltà sono arrivati fin lì.


Entrare in un supermercato africano è una esperienza sconcertante. 

Interi banconi sono riempiti con prodotti per schiarire la pelle e per rendere lisci i capelli crespi. Sono destinati principalmente alle donne delle classi agiate che si possono permettere di acquistarli. Le più povere, anche nei villaggi più sperduti, ci provano con intrugli di erbe e paste naturali con le quali si impiastrano il viso e le gambe. Per entrambe si tratta di una pratica autolesionista che spesso le lascia deturpate irrimediabilmente. Eppure non demordono.
Le grandi città africane sono delle specie di mostri, un condensato di questo dualismo che oltre a paralizzare la società, paralizza anche gli individui. Nairobi, Kinshasa, Lagos sono delle bolgie ribollenti dove c'è di tutto: dalla cultura tradizionale del villaggio al mito del mondo delle corse automobilistiche, dagli stregoni al culto delle scarpe da tennis firmate, dallo status symbol degli occhiali da sole Rayban alle migliaia di quarantenni ciechi per malattie curabili come il glaucoma o la congiuntivite.
A Nairobi ho visto giovani ventenni uscire all'alba da una umida e maleodorante baracca di lamiera edificata precariamente sul fango di una baraccopoli, salire su uno degli affollati e strombazzanti matatu, i caratteristici e coloratissimi taxi collettivi della città, entrare all'Hilton Hotel, smettere i loro abiti consunti e indossare la lussuosa livrea di panno da cameriere e servire per dieci-dodici ore filate, tra tappeti rossi e porcellane, danarosi e insodisfatti turisti occidentali. Di questi giovani ce ne sono migliaia, lavorano nei ristoranti, nei locali notturni, nelle discoteche e accumulano una rabbia esplosiva che non sanno dove sfogare. Altre migliaia che non hanno un lavoro rubano, diventano violenti, chiedono l'elemosina o sniffano la colla.
Lo slum è una realtà emblematica dell'Africa di oggi. Le città non crescono più nella loro parte moderna, si allargano nelle cinture periferiche delle baracoppoli che assediano un centro sempre più piccolo e quasi anacronistico. Nel loro degrado, nella loro promiscuità si perdono anche i valori profondi degli africani. Un segnale preoccupante è che da qualche anno il fenomeno dei bambini di strada nelle baraccopoli è diventato consistente. Si tratta di bambini che non hanno più famiglia, che sono stati abbandonati o che trovano più conveniente vivere da soli piuttosto che con genitori che non sono in grado di sfamarli. E' un fatto clamoroso per l'Africa dove gli orfani non sono mai esistiti perché il legame della famiglia allargata è talmente forte da farsi carico anche dei bambini che perdono i genitori. L'estensione di questo fenomeno significa che anche quel legame si sta perdendo e gli africani, in quanto individui, saranno ancora più soli e smarriti.
Eppure in queste bolgie infernali che sono gli slum c'è qualcosa di affascinante, qualcosa di non codificabile che sfugge allo sguardo razionale dell'occidentale, ma che tocca quelle corde profonde che non siamo più abituati a sollecitare. Qualcosa che forse ha a che fare con quell'elemento primordiale che ancora, tenacemente, si manifesta.
Negli slum si comprende una caratteristica sostanziale degli africani: sanno vivere in modo totalizzante il presente. A differenza di noi occidentali non sono oppressi, spaventati, minacciati da un futuro incombente che cerchiamo continuamente, e quasi sempre invano, di programmare, prevenire, organizzare. Per loro il tempo è fatto di presente, appunto, e di passato, un passato che non si ferma al momento della loro nascita ma procede all'indietro nel tempo vissuto dagli antenati. Questa dimensione consente loro di possedere una maggiore libertà, di giocarsi tutto giorno per giorno e di farlo essenzialmente senza l'assillo di accumulare, di costruirsi sicurezze. In tutto questo sono aiutati dal fatto che, nella grande maggioranza dei casi, non possiedono già nulla, vivono nell'indigenza più totale.
Questa condizione trasforma quelle baraccopoli, che ormai sono una specie di simbolo dell'Africa contemporanea, in giganteschi laboratori sperimentali di creatività umana e materiale. Laboratori dove la contaminazione culturale è alla base di ogni reazione. Dove tutto, che sia una tendenza artistica, un prodotto alla moda, un rottame industriale, un motivo musicale, viene riutilizzato, trasformato, adattato e rimesso in circolazione. Nelle nostre città una discarica di rifiuti è un ingombro, in una baraccopoli è una fonte di ricchezza per la popolazione che ricicla tutto, e non per ecologismo. Tutto ciò accade negli slum, ma un po' tutto il continente oggi è così dato che le città non sono altro che il condensato del contesto che le ha prodotte.

 

Il nostro sicuro occidente è la decadenza, l'Africa è il futuro


Prendendo a prestito un paragone fotografico si potrebbe dire che l'Africa è il nostro negativo, qualcosa che non è un immagine compiuta, ma contiene tutti gli elementi per esserlo. Come dire che nell'Africa vediamo quell'istinto alla sopravvivenza, quella sfida alla selezione naturale, quel quid di selvaggio che c'è in noi e che non abbiamo più bisogno di mettere in campo.
E il nostro sguardo è velato da una certa nostalgia perchè non possiamo non renderci conto che il nostro sicuro occidente è la decadenza, mentre l'Africa è il futuro. Anche visivamente questa differenza ci salta agli occhi: gli africani hanno corpi asciutti, atletici, elastici, le nostre sono società di obesi perennemente a dieta. Siamo popoli di anziani stanchi ed emarginati mentre l'Africa, settecento milioni di persone, è un continente di prorompente vitalità: settanta per cento della popolazione ha meno di 15 anni.