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SETTEMBRE-OTTOBRE 2008
copertina n 5-2008

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Perché i musulmani pregano così?

di Gianbattista Maffi

 

La ritualità che accompagna la preghiera dei musulmani colpisce e desta curiosità.
Sostanzialmente vuole significare che l’atto di adorazione spetta solo a Dio.
Il credente non può attribuire a Lui qualcosa che già non gli appartenga.

 

Il musulmano sincero ha l'obbligo di pregare cinque volte al giorno. Sempre allo stesso modo e con le stesse parole e gesti.
Vedendo i musulmani pregare, osservando i loro gesti rituali, ripetuti e sempre uguali, una domanda viene quasi spontanea: "Perché pregano così? Che senso ha una preghiera così stereotipata e rigida nel suo rituale?" Domande legittime per la nostra sensibilità cristiana e per l'esperienza che noi abbiamo della preghiera che è soprattutto relazione personale e intima con Dio.
Il musulmano ha un'altra percezione della preghiera, che parte da ben altri presupposti.
All'inizio di ogni preghiera, il musulmano deve recitare la prima sura, o capitolo, del Corano che dice: "Lode a Dio, il Signore dell'universo. Il Misericordioso, il più grande in misericordia! Il Padrone del Giorno del Giudizio!...". Un'altra frase ricorrente nella preghiera, come una proclamazione di fede, è questa: "Allah akbar: Dio è il più grande". 

Il formalismo rituale

Se guardiamo la forma grammaticale di tutte queste affermazioni, ci accorgiamo che nessuna di esse possiede un verbo, quindi un soggetto che compie l'azione di lodare o di attestare che Dio è grande, che è il misericordioso ecc. Sono tutte espressioni neutre, senza un agente, che esprimono chiaramente la purezza del formalismo rituale della preghiera musulmana, rafforzato anche dai gesti sempre uguali e scanditi in modo preciso. Come in una liturgia, la preghiera rituale porta in sé il carattere di universalità che non è soggetto alla volontà di chi prega, e rappresenta un atto di adorazione dovuto a Dio, indipendentemente da chi lo compie.
La prima spiegazione di questo schema rigido della preghiera musulmana sta nel fatto che essa appartiene solo a Dio, l'uomo non fa che riprendere e adeguarsi a un comando ricevuto da Lui. L'uomo, dunque, non può avere alcun controllo e alcun potere sulla preghiera che egli pronuncia. Infatti se si dicesse: "Io lodo Dio", questo vorrebbe dire che io ho il potere di dare lode a Dio, che Lo voglio lodare in questo momento preciso e quindi eserciterei un certo controllo sulla lode a Dio: ciò è inammissibile per un musulmano. Tutto il pensiero teologico musulmano sulla preghiera, infatti, si basa sul principio che essa non appartiene al servitore, al credente, ma che questi deve solo testimoniare che da sempre e per sempre la lode appartiene a Dio, poiché è Dio che si loda da Se stesso, ed Egli solo, fin dall'eternità. Lodare Dio, per il credente musulmano, è dunque un atto dovuto, un'attestazione pura e semplice di una realtà che interessa solo Dio.
Questa prima spiegazione ne richiama direttamente un'altra: il credente musulmano non può essere coinvolto personalmente nella preghiera. A lui viene chiesto soltanto di esprimere, prima di iniziare la preghiera, la sua intenzione di pregare, ciò che le attribuisce validità e autenticità, senza la quale la preghiera non avrebbe nessun valore. Il credente, però, non può essere coinvolto come soggetto, perché se dicesse: "Io lodo Dio" e nel cuor suo non credesse in quello che pronuncia questo potrebbe non essere vero, sarebbe una menzogna. Ma dicendo: "Lode a Dio", questo risulta essere sempre vero perché è un'affermazione che non dipende dall'atto di fede di chi lo pronuncia. E' come se si dicesse che il sole brilla: questo è vero anche in una giornata nuvolosa, perché dietro le nuvole che lo nascondono, il sole brilla comunque. 

Dio è il centro della preghiera

Questo modo formale di pregare, senza coinvolgimento personale, dunque senza possibilità di una relazione personale con Dio, mostra ciò che veramente è importante nella preghiera del musulmano. Non si tratta di sapere se c'è qualcuno che prega per una determinata ragione, quanto piuttosto di mostrare che l'atto di adorazione spetta di diritto a Dio: il credente, ancora una volta, testimonia la sua impossibilità di attribuire qualcosa a Dio che già non Gli appartenga. 
Dio, l'Onnipotente, è per eccellenza Colui che non ha bisogno di nulla, ancor meno di qualcosa che una Sua creatura potrebbe offrirGli, fosse anche la lode! 
Inoltre, quale importanza potrebbe avere il fatto di sapere che uno sta pregando, quando prima di lui e dopo di lui miriadi di persone pregano, se non la testimonianza che tutti, indistintamente, attribuiscono a Dio ciò che gli è dovuto, cioè l'atto di adorazione. Il credente musulmano, dunque, si perde nell'atto di adorazione, per fare emergere la dimensione cosmica della preghiera. Questo è certamente più indicato per la gloria e onnipotenza di Dio "Signore dell'universo" (Corano 1,2).
Questo inoltre, spiega perché tutti i musulmani nel mondo pregano esattamente allo stesso modo, con le stesse formule e gesti, nella stessa lingua, l'arabo. Non ha importanza se il credente capisca o meno quello che pronuncia o se non conosca la lingua con cui prega: dal momento che il musulmano, nell'atto di pregare, è coinvolto in questa dimensione universale, il suo non è più un atto personale ma il riconoscimento di essere uno tra i servitori che lodano e adorano il Dio Uno e Unico. 
La preghiera rituale musulmana, in effetti, è l'espressione logica e perfetta della relazione tra la creatura e il suo Signore o, piuttosto, della "non-relazione" tra loro. Infatti Dio, nella Sua unicità e alterità, non ha la possibilità di trovare un punto di contatto, un rapporto di intimità con l'uomo che ha creato: sarebbe per Lui snaturare la Sua essenza divina, quasi un confondere il Creatore con la creatura. 
Sembrerebbe paradossale ma, nella logica islamica, a Dio Onnipotente manca questa possibilità: comunicare con le Sue creature.
Soltanto i mistici, i Sufi, riusciranno in qualche modo a trovare una via d'uscita a questo rigore formale, attraverso altre forme di preghiera e, soprattutto, attraverso un cammino spirituale che, andando oltre il puro formalismo legale e rituale, porta il credente musulmano ad una relazione di intimità, di amicizia (ma non di comunione) con Dio. Ma, si sa, i mistici musulmani non sono sempre considerati nella piena ortodossia della fede islamica... 


La coscienza delle nostre differenze

E' chiaro che non ci situiamo sullo stesso piano quando parliamo di preghiera cristiana e preghiera musulmana. 
Il punto cruciale delle nostre differenze sta nel mistero dell'Incarnazione. 
Da qui, infatti, l'importanza per noi cristiani di un coinvolgimento personale in tutto ciò che facciamo, sul piano della fede, e in particolare nella preghiera: così come Dio ha voluto assumere la nostra condizione umana, allo stesso modo vuole che l'uomo entri nella Sua vita divina: "Dio dimora in lui e lui in Dio" (1 Giov. 4, 15). Questo "mirabile scambio" non può avvenire senza la nostra partecipazione attiva, dunque resta la necessità, per noi, di un continuo superamento del formalismo rituale e di una interiorizzazione della preghiera in tutte le sue espressioni: da quella personale a quella liturgica, perché la ritualità dei gesti e delle parole non ha per noi un valore assoluto di sacralità, se non nel caso particolare delle formule dei sacramenti.
La Trinità divina si rivela a noi nel dono totale di Dio-Amore sulla croce: il Figlio offre al Padre il proprio Spirito per dare all'uomo la salvezza, cioè la possibilità di partecipare alla Sua stessa vita. E questo stesso Spirito "viene in aiuto alla nostra debolezza... e intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili" (Rom. 8, 26), partecipando così alla preghiera dei figli di Dio. Qui notiamo la differenza sostanziale fra la preghiera musulmana e quella cristiana.
Nella preghiera musulmana Dio prende le distanze da colui che prega, a causa della Sua trascendenza e alterità, con una sorta di "gelosia" che deriva dalla Sua natura divina e che, possiamo dire, Gli impedisce di ascoltare la voce di chi lo prega.
Nella preghiera cristiana, attraverso lo Spirito che invoca, Dio esprime Se stesso, poiché Egli è più intimo all'essere di colui che prega di quanto non lo sia quest'ultimo a se stesso, come ci insegna S. Agostino.

Conclusione

Queste considerazioni ci aiutano a capire l'importanza di accettare l'altro nella sua diversità, senza portare un giudizio che ci farebbe sentire in una posizione di superiorità. Infatti, più approfondiamo la nostra riflessione per capire e conoscere l'altro, più siamo capaci di scoprire la coerenza e la logica interna dei suoi punti di riferimento e del suo agire sul piano della fede. Quindi non dovremmo più essere sorpresi dalle nostre divergenze e differenze. Questa è una delle condizioni concrete per poter discutere con un musulmano: una condizione, peraltro, necessaria anche per l'altra parte.
Inoltre, ciò che l'altro considera come un valore sacro, in questo caso il formalismo rituale della preghiera, a noi non è permesso di vederlo come un non-valore assoluto. Possiamo, anzi, trovare a questo proposito uno spunto per interrogarci sul modo di appropriarci, a volte in modo sconsiderato, della nostra liturgia, specie dell'Eucaristia. Questa, infatti, non può essere trattata come un bene privato che ognuno di noi può adattare ai bisogni e alle circostanze del momento, poiché è un gesto della Tradizione ecclesiale affidato come un deposito della fede a tutta la Chiesa, nel quale tutti devono e possono riconoscersi. Un gesto, dunque, che deve essere compiuto entro un quadro rituale preciso e universale, tale da poter essere un atto di culto e di preghiera di tutti i cristiani.